Tutto un altro film
I lati oscuri degli attentati moscoviti del settembre '99 nel Fahrenheit 9/11 russo
Il regista Andrei Nekrasov
Lo hanno definito il “Michael Moore russo”. In effetti ci sono forti analogie tra il film-documentario del regista Andrei Nekrasov, Disbelief, uscito alla fine del 2004 (non ancora in Italia) e Fahrenheit 9/11 del suo collega statunitense. Come d’altronde sono analoghi i tragici avvenimenti di cui trattano.
Due drammatici attentati che hanno prodotto, in Russia come negli Stati Uniti, un clima favorevole ai rispettivi presidenti e alle loro strategie di risposta al terrorismo: una politica estera di guerra e una politica interna di restrizione delle libertà dei cittadini.
Disbelief, attraverso molte testimonianze denuncia il coinvolgimento dei servizi segreti e del governo russo negli attentati che tra il 4 e il 16 settembre del 1999 distrussero vari condomini a Mosca e in altre città, causando la morte di 294 persone e aprendo all’allora primo ministro Vladimir Putin le porte del Cremlino e ai ceceni quelle dell’inferno. L’inferno che, su ordine di Putin, cominciò una settimana dopo con il bombardamento di Grozny. E che dura ancora oggi.
L'attentato di via Guryanov
Sopravvissuta, alla ricerca della verità. La signora lubov Morozova morì in uno degli attentati del settembre '99. Sua figlia, Alyona Morozova, si salvò per miracolo.Il Cremlino indicò subito i ceceni come autori della strage e di quelle che seguirono nei giorno successivi. Ma una volta raggiunta negli Stati Uniti sua sorella Tanya, Alyona venne a sapere che, secondo molti, dietro gli attentati c’era lo zampino dello stesso governo russo. Il 22 settembre, infatti, era stata sventata per caso un’ennesima strage: alcuni uomini, poi risultati agenti dei servizi segreti russi (Fsb), furono visti piazzare dei sacchi di polvere esplosiva nelle cantine di un palazzo di Ryazan, città operaia della Russia centrale. I vertici dell’Fsb dissero che si trattava di una esercitazione per testare le misure di sicurezza. Venne poi fuori anche che un agente dell’Fsb, Vladimir Romanovich, aveva affittato quelle cantine prima degli attentati; ma nessuno poté mai interrogarlo perché Romanovich morì poco dopo a Cipro, investito da un’auto.
L'avvocato Mikhail Trepashkin
Le indagini dell’avvocato Trepashkin. Le due sorelle Morozov decisero di scoprire la verità. Per farlo si affidarono all’avvocato Mikhail Trepashkin, ex agente dell’Fsb e per questo ottimo conoscitore degli ambienti dei servizi. Trepashkin raccolse un gran numero di prove che conducevano alla stessa conclusione: gli attentati del settembre ’99 erano opera dell’Fsb, non dei terroristi ceceni.
Le indagini di Trepashkin suscitarono l'interesse di due deputati russi, Sergei Yushenkov e Yuri Schekochihin, che iniziarono a prendere in seria considerazione le sue tesi. E per questo finirono male. Yushenkov venne ucciso sotto casa sua nell’aprile del 2003; Schekochihin morì due mesi più tardi per un’intossicazione dovuta, secondo i medici, a un avvelenamento.
Nel maggio 2004 fu la volta dell’avvocato Trepashkin: non venne eliminato fisicamente, ma arrestato e condannato a quattro anni di carcere con l’accusa di divulgazione di segreti di Stato.
Alyona Morozova
“Pedine per i loro giochi di guerra”. Alyona Morozova, temendo per la propria vita, ha chiesto asilo politico negli Stati Uniti, e lo ha ottenenuto il 14 gennaio. “Il materiale che il mio avvocato Trepashkin ha raccolto e che lo ha reso un prigioniero politico del regime russo – ha dichiarato nei giorni scorsi Alyona a un quotidiano di Mosca – ha convinto le autorità d’immigrazione americane del fatto che Putin non si fermerebbe davanti a niente pur di nascondere la verità sulle stragi del 1999”.
“Non sono molti in Russia quelli che cercano di scoprire la verità sui tragici fatti del ‘99, perché la maggior parte dei sopravvissuti vuole solo dimenticare – dice Alyona intervistata in Disbelief –. Ma io non mi arrendo: voglio che i veri mandanti degli attentati vengano puniti. Non ci possono trattare come pedine da usare per i loro giochi di guerra”.
Enrico Piovesana
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