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Discussione: Democrazie in...

  1. #11
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    Predefinito Le obiezioni di Sergio Romano alla ...

    ....guerra delle immagini, e la risposta

    Fosse vero, come lui scrive, che pubblicare le immagini della decapitazione di Nick Berg è un tentativo di affermare che “la barbarie dei terroristi assolve quella dei soldati americani” Sergio Romano, l’ambasciatore e editorialista del Corriere della Sera, avrebbe ragione di lamentarsene.
    Fosse vero, come lui scrive, che nella nostra mente si agita il pensiero secondo cui “ogni iracheno sia un potenziale terrorista e perda, nel momento in cui viene incarcerato, il diritto a essere trattato come un essere umano”, l’ambasciatore avrebbe ragione di dolersi per la disumanità dell’assunto.
    E’ vero invece il contrario. Non soltanto noi riteniamo la tortura un atto degradante, ma abbiamo sostenuto e sosteniamo la guerra al terrorismo, di cui la campagna irachena è solo una battaglia, anche per estirpare la tortura come legge segreta, applicata nel silenzio come pratica e come minaccia, a milioni di uomini e donne da un’odiosa dittatura. Infatti gli stessi che hanno abbattuto Saddam Hussein e liquidato la sua banda di torturatori professionali hanno denunciato e investigato, e si accingono a giudicare attraverso le corti marziali, gli episodi circoscritti di abuso e tortura che hanno infangato alcune unità militari nel carcere di Abu Ghraib.
    Ed è in atto una discussione pubblica, secondo procedure democratiche, per stabilire quali e quante siano le responsabilità nella catena di comando, e per prendere le necessarie misure correttive.
    Se l’ambasciatore riconosce la veridicità di questo dato decisivo,
    deve anche riconoscere che non c’è equivalenza politica, civile o morale tra la coalizione che cerca di costruire un Iraq stabile, pacifico e democratico e il regime che è stato liquidato o le bande di predoni di Dio che sgozzano come maiali gli americani e gli ebrei o fanno saltare nelle stazioni centinaia di spagnoli.
    Romano non può dunque estendere il giudizio che dà sui sorridenti aguzzini di Abu Ghraib, quelli che trattano come sottouomini i musulmani prigionieri, agli eserciti occidentali in guerra contro il terrorismo, alle società e alla cultura dell’occidente, che in questo è certamente superiore, non moralmente superiore ma politicamente superiore, a chi gli ha dichiarato guerra.
    Il nostro regime è un permamente e sistematico tentativo, con i suoi tragici fallimenti, di ammansire, governare, dominare l’elemento ferino che è nell’umanità dell’uomo.
    Sappiamo arginare le azioni della bestia, e intrappolarla.
    Per altri aspetti, l’essere diventati un mondo senza altre divinità che la nostra aspettativa di vita, deprivato di senso del mistero, siamo nettamente inferiori, sempre sul piano politico, alla civiltà islamica e a quelle sue avanguardie combattenti che “amano la morte più di quanto noi amiamo la vita”.
    Accostarsi all’orrore ha dunque un altro significato, se queste considerazioni sono fondate, e sarebbe giusto che Romano ne prendesse nota. Noi abbiamo visto ogni bambino iracheno ferito nei bombardamenti e ogni maltrattamento vile nel carcere di Baghdad, in questo non ci siamo affatto discostati dall’orrore; ma non abbiamo visto la testa mozzata di Daniel Pearl né la rivoltellata che ha ucciso Fabrizio Quattrocchi né i resti di israeliani mostrati come un trofeo dai terroristi di Hamas nella striscia di Gaza né i corpi dilaniati dei civili fatti saltare in aria dalle bombe umane; e quando abbiamo visto per sbaglio il linciaggio di due riservisti israeliani a Ramallah i nostri reporter si sono ignobilmente scusati per l’incidente, con i complimenti dell’Ordine dei giornalisti e con l’assistenza del sindacato dei giornalisti, presso l’Autorità palestinese.
    In tutti questi casi abbiamo fuggito l’orrore.
    La domanda è: perché avviene questo? La risposta è molto semplice, come sempre nelle situazioni complicate, e appartiene alla superficie delle cose.
    Noi non vogliamo vedere il nemico, accettare la stessa nozione di un nemico, e preferiamo cancellare la realtà dei suoi comportamenti o almeno edulcorarla.
    Per complessi ma decifrabili motivi religiosi, culturali e politici, il primo dei quali è che la democrazia liberale moderna è basata sul self interest e sull’individualismo disincantato e sul politeismo
    dei valori, noi abbiamo paura di riconoscere che un nemico armato della parola di un suo Dio unico e sterminatore, della sua tradizione culturale e comunitaria, si è risvegliato in forme poderose e profetiche dall’abisso della colonizzazione e ci porta la guerra santa in casa.
    Se l’opinione pubblica europea potesse vedere in milioni di tinelli, nell’ora in cui si forma l’opinione pubblica e cioè nel prime time, l’azione di un tribunale terrorista islamico, dalla lettura della sentenza alla decapitazione rituale del civile sequestrato, con tutta la forza devastante del suo grido, il trauma agirebbe nel profondo, la nostra vita diventerebbe più triste ma il nostro comportamento più giusto, la paura e il disgusto ci lascerebbero prostrati e a tutta prima disperati, ma di lì e solo di lì ritroveremmo la forza per unirci, per difenderci, per affrontare la realtà che esorcizziamo, quella della guerra che si sta combattendo precisamente in nostro nome.
    La guerra delle immagini non l’abbiamo dichiarata né praticata noi, tanto meno questo minuscolo giornale gutemberghiano, così parco da sempre di immagini.
    fortemente che non la si debba subire. Non più.

    Ferrara su il Foglio del 15 maggio

    saluti

  2. #12
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    Predefinito Una campagna con le mani legate...

    ….conduce alla vittoria del terrorismo

    Tra l’altro sabato e domenica un paio di centinaia di miliziani armati sono arrivati a Nassiriyah in pullman, hanno occupato centri nevralgici della città, hanno assediato la sede del governo locale, hanno occupato un ospedale come base per i bombardamenti, hanno ucciso un lagunare, Matteo Vanzan, e ferito venti militari italiani, hanno conquistato e poi abbandonato la base militare denominata Libeccio. Hanno fatto quel che hanno voluto, mentre i nostri militari rispondevano timidi al fuoco e discutevano come potevano con sceicchi e capi tribù per ottenere una tregua. Lunedì mattina, alle porte del quartier generale della coalizione, a Baghdad, un’autobomba ha fatto saltare in aria il capo del consiglio governativo iracheno, un organismo delegittimato dall’opinione liberal occidentale perché scelto dagli americani, potenza occupante. E’ stata attaccata nel pomeriggio di ieri anche la casa del Grande Ayatollah al Sistani, l’uomo chiave del patto con l’inviato dell’Onu Lakhdar Brahimi per la cessione di sovranità agli iracheni da parte di una Autorità provvisoria della coalizione che si scioglie entro un mese e mezzo, lasciando il posto a un’ambasciata americana. Da assedianti che riluttano e si ritirano, a Falluja e altrove, le truppe occidentali stanno cominciando a subire loro l’assedio. Gli spagnoli se ne sono andati, dopo duecento morti alla stazione di Madrid: hanno ascoltato il severo consiglio dei terroristi, che sono passati all’obiettivo successivo (gli italiani). I media occidentali stanno cercando di dimostrare con molta diligenza che siamo eguali ai terroristi, forse peggiori, ed è vietato mostrare i comportamenti del nemico, come la decapitazione di Nick Berg, perché non è politicamente corretto. Le diplomazie e i grandi apparati occidentali sono in preda alla divisione, al sospetto, all’inimicizia. Discutiamo di una “exit strategy”, il che è legittimo ed è parte di una impresa non coloniale e non fondata sul dominio territoriale, ma lo facciamo senza avere imposto la sicurezza in Iraq e senza aver liquidato le minacce armate alla stabilità e alla ricostruzione di quel paese. Rischiamo con ogni evidenza di perdere una guerra che fino a ora non siamo stati in grado di combattere secondo le regole di guerra, salvo i poveracci che ci hanno rimesso la pelle.
    Sul perché stia accadendo tutto questo, si può discutere.
    Ma il rischio è chiaro: una vittoria campale del terrorismo islamista, le cui ripercussioni non tarderanno a farsi sentire in America, in Israele e in Europa.
    All’11 settembre si è arrivati dopo due decenni in cui l’occidente è stato saggiato e ha dimostrato la sua debolezza.
    Una sconfitta in Iraq rimetterebbe il terrorismo all’offensiva in tutto il mondo.

    saluti

  3. #13
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    Predefinito Talvolta la guerra salva

    ….gli uomini

    Il nuovo governo socialista spagnolo ha ceduto alle minacce dei terroristi e ha ritirato le sue truppe dall’Iraq.
    Lo stesso hanno fatto Honduras e Repubblica dominicana.
    E’ improbabile che saranno gli ultimi.
    Con la prospettiva di un ulteriore peggioramento della sicurezza a breve termine, dobbiamo accettare la possibilità che qualche altro paese, incapace di comprendere la fondamentale importanza che ha per il mondo la costruzione di un Iraq libero, alzi i tacchi e se ne torni a casa.
    Per quanto i governi in ritirata cerchino di mascherare le carte, ogni volta che un paese si ritira dall’Iraq significa una vittoria per al Qaida e altri estremisti.
    I quali traggono la conclusione che la “Coalition of the Willing” sia debole e che più aumenteranno le violenze terroristiche tanti più paesi abbandoneranno l’Iraq.
    In quanto vincitore del premio Nobel per la pace, io, come la maggior parte di tutti noi, sono tormentato dall’uso della forza. Ma quando si tratta di salvare un popolo innocente dalla tirannia o dal genocidio, non ho mai messo in dubbio la giustificazione del ricorso alla forza.
    E’ per questo che ho appoggiato nel 1979 l’invasione vietnamita della Cambogia, che ha posto fine al regime di Pol Pot, e nel 1979 l’invasione dell’Uganda da parte della Tanzania, per rovesciare Idi Amin.
    In entrambi i casi, questi paesi hanno agito senza l’approvazione dell’Onu o della comunità internazionale, e in entrambi i casi hanno preso la decisione giusta.
    Forse i francesi si sono dimenticati che anche loro hanno rovesciato uno dei peggiori despoti del mondo senza avere l’approvazione dell’Onu.
    All’inizio degli anni Ottanta, ho applaudito quando i paracadutisti francesi si sono lanciati sulla distrutta capitale dell’allora Impero centrale africano e hanno deposto “l’imperatore” Jean Bodel Bokassa, noto addirittura per casi di cannibalismo.
    Quasi vent’anni dopo, ho nuovamente applaudito quando la Nato è intervenuta, senza un mandato Onu, per porre fine alla pulizia etnica in Kosovo e per liberare una comunità musulmana oppressa dalla tirannia serba.
    E sono stato felice quando nel 2001 la coalizione guidata dagli Usa ha liberato l’Afghanistan dal barbaro regime dei talebani.

    “L’opportunità” Iraq
    Per quale motivo, allora, alcuni pensano che l’Iraq debba essere una cosa diversa? Soltanto un anno dopo il rovesciamento di Saddam Hussein, sembrano essersi dimenticati che sotto la sua tirannia sono morte centinaia di migliaia di persone, uccise da un regime che era il simbolo concreto del terrore, delle esecuzioni sommarie, della tortura e dello stupro.
    Ed è stato anche dimenticato che i curdi e i paesi vicini all’Iraq, finché Saddam è rimasto al potere, sono vissuti costantemente nella paura. Chi si oppone all’uso della forza a qualsiasi costo può chiedere perché il rovesciamento di Saddam fosse una priorità così urgente.
    Perché non affrontare invece Robert Mugabe, la “junta” di Myanmar o la Siria? Ebbene, malgrado Mugabe sia un despota crudele, non è però allo stesso livello di Saddam: un tiranno che ha usato le armi chimiche contro il suo stesso popolo, scatenato due guerre catastrofiche contro i suoi vicini musulmani e sfidato apertamente le Nazioni Unite.
    Il rovesciamento di Saddam offre un’opportunità per costruire un nuovo Iraq, pacifico, tollerante e prospero. E’ per questo che la posta in gioco è così alta; ed è per lo stesso motivo che gli estremisti di tutto il mondo musulmano combattono per impedire che ciò avvenga.
    Sanno perfettamente che un Iraq libero manderebbe all’aria i loro piani per purificare il mondo islamico da ogni influenza occidentale, rovesciare i regimi laici della regione e imporre il regno di una nuova Età della Pietra.
    Sanno che costringere i paesi occidentali a ritirarsi dall’Iraq sarebbe un passo fondamentale per raggiungere il loro obiettivo, che minaccerebbe gravemente l’esistenza dei regimi moderati, dal medio oriente fino al Maghreb e all’Asia sudorientale.
    Se questi regimi dovessero cadere, centinaia di migliaia di musulmani che oggi denunciano il “male” dell’imperialismo occidentale si riverserebbero in Europa, Stati Uniti, Canada e Australia, in cerca di rifugio. Come nel caso dell’Iran, molti musulmani si troverebbero ad affrontare la realtà del regno degli ayatollah prima ancora di essersi resi conto di quanto siano stati folli a non opporsi con più decisione a questi fanatici Fortunatamente, questo è ancora uno scenario remoto.
    Se gettiamo lo sguardo oltre le immagini dei servizi televisivi, possiamo ancora nutrire la speranza che la trasformazione dell’Iraq propugnata da Washington sia ancora realizzabile. Autorevoli sondaggi d’opinione dimostrano che una grande maggioranza di iracheni ritiene di stare meglio oggi rispetto a un anno fa.
    C’è un’autentica libertà di stampa; giornali e televisioni spuntano come funghi.
    C’è un illimitato accesso a Internet.
    Sono state create Ong che si occupano di numerosissimi problemi, dai diritti umani alla difesa delle donne. I
    n breve, l’Iraq sta vivendo una vera esperienza di libertà per la prima volta nella sua storia. Ed è esattamente questo ciò che i fanatici religiosi temono.

    Meglio gli sciiti degli scagnozzi di Saddam
    La maggioranza sciita dell’Iraq ha reagito con moderazione alle provocazioni degli estremisti appartenenti alla minoranza sunnita, dei fedeli di Saddam, di al Qaida e di altri mercenari stranieri.
    Le autorità della coalizione farebbero bene ad appoggiare più energicamente i religiosi sciiti più responsabili e ad ascoltare le loro legittime esigenze. Sebbene un regime a guida sciita non risponda all’obiettivo americano di una democrazia di tipo occidentale, è assolutamente preferibile al ritorno degli scagnozzi di Saddam. Gli Stati Uniti devono ribadire che la costruzione della democrazia non metterà l’Islam in una condizione di emarginazione.
    Democrazia e Islam coesistono in Indonesia, Malesia e Bangladesh; e Israele rappresenta l’esempio di uno Stato fondato su una sola religione.
    Questo potrebbe avvenire anche in Iraq, se sarà guidato da religiosi saggi, capaci di garantire la libertà e un governo efficiente.
    L’uomo probabilmente più indicato per assumere un ruolo di questo genere è l’ayatollah Alì al-Sistani, che si è imposto come il leader nazionale di cui il paese ha bisogno per restare unito. Può anche non essere un democratico nel senso occidentale del termine, ma gli Stati Uniti devono coltivare la sua amicizia, e fornirgli ogni appoggio affinché divenga la guida del nuovo Iraq. Devono anche rimediare al danno provocato dai maltrattamenti sui prigionieri iracheni, sebbene sia importante ricordare che i militari coinvolti in questi episodi rappresentano una frazione piccolissima delle forze schierate in Iraq, rimane il fatto che si è lasciato che gli abusi continuassero per molti mesi, dopo che organizzazioni come la Croce Rossa avevano suonato l’allarme. Gli Stati Uniti potranno ristabilire la propria reputazione in Iraq soltanto conducendo accurate indagini e punendo i colpevoli.
    E’ giunto il momento che Washington dimostri la propria capacità di leadership assicurando che le Nazioni Unite avranno il ruolo centrale nella costruzione di un nuovo Iraq. In quanto cittadino di Timor est, sono perfettamente consapevole dei limiti di questa organizzazione, avendo visto con i miei occhi la sua impotenza quando l’Indonesia invase il mio paese nel 1975. Le Nazioni Unite sono la somma delle nostre qualità e delle nostre debolezze, dei nostri egoistici interessi individuali e delle nostre vanità personali. Ma nonostante i difetti, sono l’unica organizzazione internazionale di cui tutti noi ci sentiamo parte. Dovrebbero essere appoggiate e rafforzate, e non ulteriormente indebolite. Mentre gli Stati Uniti continueranno a svolgere un ruolo di primo piano per garantire la sicurezza in Iraq, una forza di peacekeeping guidata dalle Nazioni Unite permetterebbe l’intervento di parecchie nazioni arabe e musulmane, che contribuirebbero a isolare gli estremisti.

    Politicamente corretto (o solo più facile?)
    In circa trent’anni di vita politica, ho appoggiato l’uso della forza in diverse occasioni, e talvolta mi chiedo se merito davvero il premio Nobel per la Pace. Certamente non mi trovo sullo stesso piano di Madre Teresa, del Dalai Lama, di Desmond Tutu o di Nelson Mandela. Ma anche Mandela ha riconosciuto la necessità di ricorrere alla forza violenta nella battaglia contro l’oppressione dei bianchi. Le conseguenze dell’inerzia di fronte al male sono state dimostrate chiaramente quando il mondo non ha fermato il genocidio in Ruanda, che nel 1994 ha ucciso quasi un milione di persone. Dov’erano i pacifisti allora? Se ne stavano seduti in silenzio proprio come fanno oggi davanti al barbaro comportamento dei fanatici religiosi.
    Qualcuno mi può accusare di essere un guerrafondaio più che un premio Nobel, ma sono pronto ad affrontare i miei accusatori. E’ sempre più facile dire no alla guerra, anche al prezzo dell’appeasement. Ma essere politicamente corretti significa permettere che gli innocenti continuino a soffrire in tutto il mondo, da Phnom Penh fino a Baghdad. Ed è proprio questo che rischiano di provocare coloro che vogliono andarsene via dall’Iraq.

    José Ramos-Horta
    Copyright Wall Street Journal (per concessione di Milano Finanza)
    Traduzione di Aldo Piccato

    saluti

  4. #14
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    Predefinito Ecco come funziona la giusizia....

    ….marziale di una democrazia

    Era il giorno dell’intervento alla Camera di Berlusconi

    Roma. Il caporale americano Jeremy Sivits è stato condannato ieri a Baghdad a un anno di prigione, alla riduzione di grado e al congedo per disonore.
    L’8 novembre del 2003 scattò la foto della “piramide umana” con prigionieri nudi e incappucciati.
    Di fronte alla Corte si è dichiarato colpevole ma ha detto: “Tra noi girava la voce che fosse l’intelligence dell’esercito a volere che continuassimo a fare quello che stavamo facendo perché funzionava: i prigionieri parlavano”.
    Ora per lui è previsto il secondo grado di giudizio, mentre altri processi saranno celebrati nelle prossime settimane, mentre altre immagini di sevizie arrivano al Pentagono, mentre anche i vertici militari sono ascoltati dal Congresso, mentre il generale Ricardo Sanchez, comandante delle forze americane in Iraq, spiega proprio al Congresso degli Stati Uniti che le indagini sui maltrattamenti inflitti ai detenuti iracheni riguarderanno anche gli alti gradi, lui stesso compreso.
    Così la giustizia marziale degli Stati Uniti inizia a processare i presunti responsabili delle torture ai detenuti iracheni nel carcere di Abu Ghraib.
    E’ una Special Court Martial quella che ha condannato il 24enne Sivits al massimo di pena previsto.
    In alternativa, oltre che con una reclusione più breve, avrebbe potuto cavarsela con la riduzione di due terzi della paga fino a 12 mesi o al più basso livello salariale, o anche con una nota di biasimo.
    Solo dal 2002 il massimale è stato elevato dai 6 ai 12 mesi di reclusione. Gli altri sei militari imputati andranno davanti a una General Court-Martial. E lì è possibile ricevere ogni tipo di pena prevista dall’Uniform Code of Military Justice (Ucmj) del 1951. Anche la pena di morte.
    Gli Stati Uniti tanto sono stati storicamente larghi di condanne capitali nel diritto penale comune, tanto sono stati renitenti a ricorrere ai mezzi più estremi coi “ragazzi in divisa”.
    Durante la Seconda guerra mondiale finì davanti al plotone di esecuzione un soldato solo: Edward Slovik, condannato per diserzione. Uno sui 40 mila con la stessa imputazione, e l’unico dei 49 condannati a morte cui la pena non fu commutata. Gli alti gradi avevano deciso di fare almeno per un volta sul serio per far vedere che la fucilazione non era solo una possibilità teorica, Slovik pagò anche proprio per i suoi precedenti penali da civile. “Mi fucilano per il chewing-gum che rubavo a 12 anni”, disse davanti al plotone d’esecuzione.
    Ora sono una ventina i condannati da corti marziali generali che aspettano l’esecuzione nei bracci della morte.

    I precedenti più celebri
    Altri celebri condannati dalle Corti marziali americane furono il colonnello John Milton Chivington e il tenente William Calley, rispettivamente responsabile della strage di Sand Creek contro i cheyennes del 1864 e di quella di My Lai in Vietnam del 1968. Il primo fu degradato; il secondo ebbe l’ergastolo, sia pure poi amnistiato nel 1974. Oltre alla Corte “generale”, che ha un plenum di cinque membri, e alla Corte “speciale” che ne ha tre, c’è anche una Corte marziale “sommaria”, composta da un giudice solo, che valuta i casi meno gravi, in cui la pena non ecceda i 30 giorni di reclusione, la riduzione di due terzi della paga per 30 giorni o la riduzione al più basso livello salariale. A differenza che nelle altre due corti, inoltre, qui l’imputato non ha diritto a un avvocato militare d’ufficio. C’è però sempre la possibilità di ricorrere a un avvocato civile, a proprie spese. L’imputato può chiedere di essere giudicato da una corte speciale, ottenendo così maggiori garanzie, ma rischiando anche una condanna più severa. E c’è l’appello, obbligatorio in caso di pene comportanti il congedo od oltre un anno di reclusione. L’appello di primo grado va a una corte integrata da tre giudici militari; quello di secondo grado a una giuria indipendente di cinque giudici civili nominati dal presidente per un periodo di 15 anni. A parte quest’ultimo caso, negli Stati Uniti non esiste un sistema di giustizia militare all’italiana con organi permanenti, anche se ci sono giudici e avvocati militari col grado di ufficiale. L’Ucmj, legge del Congresso, stabilisce però chi siano le Convening Authority: i comandi militari cui è conferito il potere di convocare volta per volta la corte marziale.

    saluti

  5. #15
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    Predefinito Gli asini pensosi....

    ….del centrosinistra

    Il cinismo dilettantesco degli ulivisti, dopo le dichiarazioni di Kofi Annan e di Hosni Mubarak, riposa in pace insieme al loro onore politico e alla loro penosa bramosia elettorale: c’è solo da sperare che Berlusconi in Parlamento batta bene sui chiodi e sigilli questo episodio pietoso nella sua bara.
    E’ interesse nazionale e della politica italiana che questa volta gli asini pensosi del centro sinistra non la passino liscia, e che subiscano per intero le conseguenze della grottesca rincorsa del pacifismo oltranzista.
    Kofi Annan ha ringraziato Berlusconi per l’impegno italiano in Iraq, dove l’Onu, che ha già dato copertura politica alla coalizione con la risoluzione 1511, prepara un nuovo governo nella transizione dei poteri.
    Era prevedibile, anzi arcinoto, e a sinistra il solo Giuliano Amato se ne era accorto.
    Adesso Hosni Mubarak, che guida il principale paese dell’area araba cosiddetta moderata, ha invocato la permanenza delle truppe occidentali in Iraq dopo la scadenza del 30 giugno, in cui è previsto un sostanzioso trasferimento di sovranità politica.
    Anche questo era prevedibile, perché i fatti sono testardi e contano più delle velleità demagogiche della coalizione ulivista, che ha portato se stessa e Romano Prodi nell’area paludosa della diserzione civile, chiamando “svolta” una fuga zapateriana che umilierebbe gli sforzi dell’Onu, la volontà degli arabi moderati e le ragioni profonde di una guerra di liberazione scambiata per una campagna coloniale.
    Una “svolta” da cui il centro sinistra ora non sa come uscire.

    Il presidente del Consiglio potrebbe adesso subire la tentazione di dare una mano all’avversario e offrirgli la scappatoia di un discorso di spirito bipartisan, dopo che leader collaudati come D’Alema, Fassino e Rutelli si sono associati alla logica del dileggio, della provocazione e della faziosità elettoralistica.
    Ma farebbe malissimo.
    E’ nell’interesse generale del paese che venga denunciata con estrema chiarezza non solo la evidente assenza di una politica estera e di sicurezza credibile nella lista Prodi, ma anche la caduta di stile, di cultura politica e istituzionale, in cui è incorso quel coacervo di vecchi partiti, magari con l’aiutino del solito Andreotti.
    Hanno giocato nel pallottoliere elettorale una missione militare di pace, hanno insultato la ragionevolezza e anche la dignitosa resistenza al banditismo terrorista di questo paese.
    Paghino il costo di un’aperta denuncia, di fronte al Parlamento e al paese, della loro fuga dalla responsabilità.

    Ferrara su il Foglio

  6. #16
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    Predefinito In Iraq sotto l'egida di Mubarak, degli...

    ….sciiti e dell’Onu. Non basta?

    Era il giorno dell’intervento di Berlusconi.

    Roma. Il presidente egiziano Hosni Mubarak, il più prestigioso leader arabo, nonché il più influente membro arabo dell’Internazionale socialista, è intervenuto ieri nel dibattito sul ritiro delle forze militari della coalizione dall’Iraq, definendolo “un grave errore che potrebbe lasciare il paese in balia della guerriglia e del terrorismo”.
    Una presa di posizione autorevole, una presa di distanza netta dai partiti membri dell’Internazionale (in Italia, Ds e Sdi) che vogliono il ritiro immediato dall’Iraq.
    Una risposta inequivocabile a chi si appella ai “paesi arabi moderati”, contrapponendo un loro ipotetico ruolo politico (tramite la Lega araba) e militare, in sostituzione delle forze della coalizione (come hanno fatto molti dirigenti dell’Ulivo).
    La voce di Mubarak si somma così a quella dello Sciri, il più grande partito sciita iracheno (tradizionalmente antiamericano) che martedì, da Teheran, si è detto nettamente contrario al ritiro dei contingenti europei, così come a quella del ministro degli Esteri iracheno, Hoshiyar Zebari, curdo, del Pdk, che è in visita a Varsavia anche per confortare il governo polacco nella determinazione a mantenere il contingente in Iraq.
    Chiaro l’avvertimento di Zebari ai governi europei:
    “Un ritiro netto porterebbe l’anarchia, (dovete restare, ndr) se non si vuole che l’Iraq si divida, si disintegri, se non si vuole la guerra civile, che il caos prevalga. Perché è questo che accadrebbe”.

    Nuovo governo a Baghdad entro due settimane
    Il rapido e inusuale succedersi negli ultimi giorni di dichiarazioni di leader iracheni e non solo è provocato dal timore che la campagna elettorale in corso in tutta Europa porti a ulteriori defezioni militari in Iraq, proprio nella delicatissima fase del passaggio dei poteri del 30 giugno e della formazione del primo governo iracheno sovrano che già avviene sotto la direzione politica dell’Onu (e non degli Stati Uniti).
    L’inviato del Palazzo di vetro, Lakhdar Brahimi, conduce infatti a Baghdad le trattative con tutti i partiti democratici, nessuno escluso, per definire nomi e appartenenza politica per ogni dicastero, tanto che il presidente Bush, confermando il suo assenso al piano Brahimi, ha annunciato che il nuovo esecutivo sarà varato entro due settimane.
    L’incognita irachena più grave continua a essere Moqtada Sadr.
    Il mullah terrorista è ormai stato spazzato via dalla sua roccaforte del quartiere sciita di Sadr City a Baghdad e si è arroccato con i suoi miliziani a Kerbala e Najaf (da cui invia commandos a effettuare blitz, come quello contro il contingente italiano a Nassiriyah).
    Per tutta la giornata di ieri carri armati americani hanno combattuto nelle strade che fiancheggiano l’intrico di vicoli della città vecchia di Kerbala, dove s’infiltrano i miliziani di Moqtada, con scontri violenti che hanno sfiorato i due sepolcri sacri degli Imam Hussein e Abbas.
    La situazione di stallo e di sfibrante guerriglia urbana sviluppata da Moqtada, che si fa cinicamente schermo della popolazione civile e dei luoghi sacri, non può essere risolta sul piano militare dalle truppe americane, che non possono penetrare in forze nelle città, con combattimenti che coinvolgerebbero i luoghi sacri e provocherebbero scandalo in tutto il mondo sciita.
    Ma è anche fallita ogni ipotesi di mediazione politica.
    Per 40 giorni l’ayatollah al Sistani ha tentato di percorrere questa via ma alla fine ha dovuto prendere atto che Moqtada puntava solo a minarne l’autorità religiosa e politica e – come poi ha fatto formalmente – a dichiararlo decaduto come guida spirituale degli sciiti.
    La grande novità di ieri è stata così la decisione di Sistani di convocare a Kerbala per la serata una manifestazione di fedeli che chieda a Moqtada di abbandonare i luoghi santi e di consegnarne il controllo alle forze irachene.
    Naturalmente a questa richiesta ha affiancato quella alle forze militari straniere perché abbandonino il terreno.
    Al Sistani sembrerebbe dunque (il condizionale è d’obbligo) voler imboccare la strada della mobilitazione popolare per scacciare Moqtada e i suoi dalle città sante.
    Una via sofferta e rischiosa, che la scorsa settimana lo stesso al Sistani aveva scelto di non percorrere, sconfessando all’ultimo momento l’appuntamento per una grande manifestazione di massa contro Moqtada Sadr a Najaf, convocata per il venerdì dallo Sciri (peraltro, sicuramente con il suo assenso, iniziale).

    saluti

  7. #17
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    Se invece che medaglie alla memoria il governo provvedesse a mettere la benzina nelle volanti, a comprare nuove divise ai marescialli e non alla Marcuzzi, a riparare le motonavi della polizia di Venezia in modo che i poliziotti non debbano usare i vaporetti per gli iseguimenti...

    Per non dire dell'assunzione di nuovo personale, della rivalutazione degli stipendi, della pulizia del personale da chi usa la divisa per altri fini...

    Forse i poliziotti ed i carabinieri, anche quelli uccisi in servizio, sarebbero più contenti.

    PS: Bello Frattini in Arabia a stringere le mani di dittatori schifosi che trattano le donne e i non arabi 10-100 volte peggio che non Saddam... Ma che non ci rompono i coglioni vendendoci del buon petrolio a buon prezzo... Bravi tutti.

  8. #18
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    Predefinito

    In origine postato da Aeroplanino
    Se invece che medaglie alla memoria il governo provvedesse a mettere la benzina nelle volanti, a comprare nuove divise ai marescialli e non alla Marcuzzi, a riparare le motonavi della polizia di Venezia in modo che i poliziotti non debbano usare i vaporetti per gli iseguimenti...

    Per non dire dell'assunzione di nuovo personale, della rivalutazione degli stipendi, della pulizia del personale da chi usa la divisa per altri fini...

    Forse i poliziotti ed i carabinieri, anche quelli uccisi in servizio, sarebbero più contenti.

    PS: Bello Frattini in Arabia a stringere le mani di dittatori schifosi che trattano le donne e i non arabi 10-100 volte peggio che non Saddam... Ma che non ci rompono i coglioni vendendoci del buon petrolio a buon prezzo... Bravi tutti.
    ----------------------------------
    Bravo: le tue sono critiche giuste, da lettore incazzato.

    Ma ci leggo anche un pizzico di malessere perchè quello che hai letto qui sopra viene dal centro-destra invece che dall'Ulivo.
    E ti capisco

    saluti

  9. #19
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    Predefinito Se pubblichi foto false te la....

    ....vedrai con gli azionisti? Al Daily Mirror sì

    Essere il proprietario di un tabloid inglese non è cosa da persone timide.
    Giornalisti dallo stile truculento ed esagerato scrivono storie scioccanti basate su fonti poco accurate (tipo: “Monaca operata minacciata di stupro regale”).
    Accuse di diffamazione, scontri e liti con il governo e con l’opinione pubblica sono all’ordine del giorno.
    Piers Morgan, direttore per nove anni del Daily Mirror, il terzo quotidiano inglese, non era una persona timida; anzi, una volta è stato descritto come un uomo con “più palle che cervello”.
    Prima che fosse licenziato, la settimana scorsa, tra i suoi passi falsi c’erano l’acquisto di azioni che il giornale stava per consigliare e un titolo di prima pagina che, durante gli europei di calcio del 1996, rievocava in modo rozzo e offensivo la propaganda antitedesca della Seconda guerra mondiale.
    Ora Morgan è caduto in disgrazia per colpa di alcune foto che ritraevano soldati britannici nell’atto di torturare dei prigionieri iracheni, e che si sono rivelate clamorosamente false.
    Morgan, che aveva caparbiamente sostenuto “l’autenticità” delle foto nonostante la mancanza di qualsiasi prova, è stato licenziato da Sly Bailey, il direttore esecutivo del Trinity Mirror: il provvedimento ha avuto un effetto così immediato che Morgan ha lasciato l’edificio dimenticandosi la giacca in ufficio.

    Fino a qui tutto normale per il vivace mondo del giornalismo inglese da tabloid.
    Il fatto nuovo e inconsueto di questa storia è il ruolo svolto dagli investitori istituzionali del Trinity Mirror, e in particolare dalla Tweedy Browne, una compagnia americana di investimento privato ben nota per il suo spietato trattamento dei manager inefficienti.
    Nel corso della settimana che ha portato al licenziamento di Morgan, anche altri azionisti hanno espresso preoccupazione per la difesa quasi suicida delle foto sostenuta dall’ex direttore.
    Alcuni pensano che questa sia una nuova e sinistra tendenza: se i giornalisti inglesi non sono più liberi di scrivere i propri pezzi (o di stampare foto false) senza l’interferenza degli investitori stranieri, significa che un’antica tradizione di libertà di stampa si trova in pericolo.
    La verità è più complicata.
    E’ vero che la Tweedy Browne ha dimostrato un sorprendente interesse nei confronti dei meccanismi interni del Mirror.
    Dopo un titolo pubblicato in prima pagina il 4 luglio 2002, che descriveva l’America come “il principale Stato canaglia del mondo”, un importante funzionario della compagnia telefonò al predecessore di Sly Bailey, Philip Graf, per sapere come fosse stato possibile pubblicare un articolo pieno di notizie che la compagnia considerava del tutto inaccurate.
    In quel caso non si trattava di una mancanza di rispetto per la libertà di stampa, spiega un membro interno della Tweedy Browne, ma soltanto di una giustificata richiesta di sapere quanta libertà avessero i dirigenti sulla linea editoriale, in quel particolare contesto.

    Danni “da inaccuratezza”
    La compagnia era sempre più insoddisfatta del modo poco ortodosso con cui Morgan trattava la verità. Un prolungato scandalo sulle foto avrebbe potuto danneggiare il giornale come business.
    La Tweedy Browne ribadisce di non essere interessata alla politica, ma solo alla reputazione dei media di sua proprietà, e di essere particolarmente preoccupata per i danni provocati dalla “inaccuratezza”.
    Senza dubbio, anche altri azionisti erano scontenti per l’ostinata difese delle foto da parte di Morgan; ma il malcontento della Tweedy Browne è stato il primo a diventare di pubblico dominio. La Tweedy Browne è azionista anche del gruppo affiliato dell’Independent, la cui posizione sulla situazione mediorientale è considerata con orrore dai conservatori americani.
    “La posizione dell’Independent è stata in Inghilterra quella più contraria alla guerra; e non ho mai sentito una sola lamentela da parte degli azionisti né in Inghilterra né altrove”, dichiara Ivan Fallon, il direttore esecutivo del giornale.
    Sebbene i tagli alle spese operati da Bailey avessero migliorato la situazione finanziaria del Trinity Mirror, la tiratura dei suoi giornali stava continuando a scendere rapidamente, soprattutto perché i suoi principali lettori, uomini della working-class, erano i più decisi sostenitori della guerra.
    E’ questo il vero motivo che ha suscitato la preoccupazione e i timori dei suoi proprietari. L’idea di una sinistra interferenza straniera poggia su fragili basi.
    Il Trinity Mirror si trova in una condizione peculiare in quanto la sua proprietà è suddivisa tra molti piccoli azionisti.
    La maggior parte degli altri giornali è posseduta da singoli magnati della finanza, come Rupert Murdoch, Lord Rothermere o, fino a poco tempo fa, Conrad Black.
    Il loro stile accentratore e personalistico fa sembrare, in confronto, una cosa da nulla il ritocco al timone dato dalla Tweedy Browne.
    Copyright The Economist
    (traduzione di A. P.)

    saluti

  10. #20
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    Predefinito Nuovo inizio in....

    …Iraq

    Il testo presentato stabilisce il principio che in Iraq ci sia un nuovo inizio”, Günter Pleuger, ambasciatore di Gerhard Schröder all’Onu, non sa di fare un grande dispetto a Romano Prodi e all’Ulivo italiano, e accoglie con un apprezzamento la bozza di risoluzione che ieri Stati Uniti e Gran Bretagna hanno presentato al Consiglio di sicurezza dell’Onu.
    Emyr Jones Parry, ambasciatore di Tony Blair all’Onu, ha infatti detto che, dichiarando la fine del regime legale di “occupazione” e del governatorato americano, “il documento indica chiaramente che la sovranità sarà resa del tutto agli iracheni e che il governo iracheno si assumerà la completa responsabilità per la sua stessa sovranità”, col pieno accoglimento di tutte le richieste sin qui avanzate da parte delle forze politiche irachene, della Francia e della Germania.
    Nessun padrinato americano quindi, nessun “governo fantoccio”, ma formazione di un esecutivo legittimato dall’Onu e formato, entro il 30 maggio, con trattative condotte in loco dall’inviato di Kofi Annan, Lakhdar Brahimi, con tutti i leader democratici iracheni, nessuno escluso.

    La risoluzione impegna alla convocazione delle prime elezioni politiche in Iraq nel periodo compreso tra il 31 dicembre 2004 e il 31 gennaio 2005, dopo di che il governo provvisorio sarà sostituito da un esecutivo democraticamente eletto.
    Quanto al nodo cruciale del rapporto tra il governo provvisorio e la forza multinazionale, la risoluzione accoglie le indicazioni della Francia. Dieci giorni fa, infatti, Michel Barnier, ministro degli Esteri di Jacques Chirac, aveva chiesto che l’Onu prevedesse che il comando delle forze di sicurezza irachene passasse al nuovo governo e che questi avesse un potere “consultivo” sull’utilizzazione della forza multinazionale.
    Questa posizione è accolta nel nuovo dispositivo, che prevede che l’Onu proroghi sino al 30 giugno 2005 il mandato alla forza multinazionale (già legittimato in pieno dalla risoluzione 1511) con la sostanziale novità del vincolo del “consenso, consultazione e partnership” del governo iracheno per il suo impiego operativo. La proroga di un anno – punto importante –può comunque essere rivista anche nel periodo precedente la scadenza, su richiesta del governo provvisorio iracheno, e può essere rinnovata dall’esecutivo democraticamente eletto all’inizio del 2005.

    Il comando militare e il petrolio
    Il comando militare della forza multinazionale – che Annan ha più volte dichiarato comunque non gestibile dall’Onu – rimane agli Stati Uniti (come già sancito dalla risoluzione 1511).
    L’Onu abdica rispetto alla disastrosa decisione precedente di gestire autonomamente la propria sicurezza (col risultato che la strage in cui è morto Sergio Viera de Mello il 19 agosto 2003 è stata favorita da incredibili leggerezze dei responsabili dell’Onu, come appurato da un’inchiesta interna), delegandola a un comando e a un contingente distaccati della forza multinazionale. L’Onu è anche chiamata a prestare assistenza nella convocazione delle elezioni, nell’indispensabile censimento che le deve precedere, e a coordinare col governo provvisorio la ricostruzione e la definizione della riforma giudiziaria.
    E’ ribadito, come già nella mozione 1511, l’invito a tutte le nazioni a contribuire con l’invio di propri contingenti militari alla forza multinazionale, rafforzando così con un ulteriore e chiaro appello, la decisione dei governi che hanno già inviato soldati in Iraq.
    La risoluzione anglo-americana accoglie anche la richiesta di una cessione piena del controllo sul petrolio del paese al nuovo governo iracheno, mantenendo però il vincolo (già previsto nella mozione 1438) della supervisione di una commissione dell’Onu (con la novità di un esponente del nuovo governo iracheno) che verifichi la trasparenza dell’impiego delle risorse.
    Il vincolo è anche il portato della scabrosa situazione di diritto internazionale che vede Iran, Kuwait e Arabia Saudita avanzare pretese per decine di miliardi di dollari come risarcimento per danni di guerra, obbligo che le forze politiche irachene non intendono onorare.
    Per il segretario della Lega araba Amr Moussa, la proroga di una piena legittimità fornita dall’Onu alla presenza della forza multinazionale costituirà comunque un ostacolo all’invio di truppe da parte dei paesi arabi, disposti a questo impegno solo a fronte del ritiro del contingente anglo-americano, che comporterebbe però la scomparsa del 90 per cento delle forze.
    Nessuna coalizione, senza Inghilterra e Stati Uniti, è oggi in grado di fornire i 200 mila militari indispensabili al controllo dell’Iraq.

    Carlo Panella su il Foglio del25 maggio

    saluti

 

 
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