....guerra delle immagini, e la risposta
Fosse vero, come lui scrive, che pubblicare le immagini della decapitazione di Nick Berg è un tentativo di affermare che “la barbarie dei terroristi assolve quella dei soldati americani” Sergio Romano, l’ambasciatore e editorialista del Corriere della Sera, avrebbe ragione di lamentarsene.
Fosse vero, come lui scrive, che nella nostra mente si agita il pensiero secondo cui “ogni iracheno sia un potenziale terrorista e perda, nel momento in cui viene incarcerato, il diritto a essere trattato come un essere umano”, l’ambasciatore avrebbe ragione di dolersi per la disumanità dell’assunto.
E’ vero invece il contrario. Non soltanto noi riteniamo la tortura un atto degradante, ma abbiamo sostenuto e sosteniamo la guerra al terrorismo, di cui la campagna irachena è solo una battaglia, anche per estirpare la tortura come legge segreta, applicata nel silenzio come pratica e come minaccia, a milioni di uomini e donne da un’odiosa dittatura. Infatti gli stessi che hanno abbattuto Saddam Hussein e liquidato la sua banda di torturatori professionali hanno denunciato e investigato, e si accingono a giudicare attraverso le corti marziali, gli episodi circoscritti di abuso e tortura che hanno infangato alcune unità militari nel carcere di Abu Ghraib.
Ed è in atto una discussione pubblica, secondo procedure democratiche, per stabilire quali e quante siano le responsabilità nella catena di comando, e per prendere le necessarie misure correttive.
Se l’ambasciatore riconosce la veridicità di questo dato decisivo,
deve anche riconoscere che non c’è equivalenza politica, civile o morale tra la coalizione che cerca di costruire un Iraq stabile, pacifico e democratico e il regime che è stato liquidato o le bande di predoni di Dio che sgozzano come maiali gli americani e gli ebrei o fanno saltare nelle stazioni centinaia di spagnoli.
Romano non può dunque estendere il giudizio che dà sui sorridenti aguzzini di Abu Ghraib, quelli che trattano come sottouomini i musulmani prigionieri, agli eserciti occidentali in guerra contro il terrorismo, alle società e alla cultura dell’occidente, che in questo è certamente superiore, non moralmente superiore ma politicamente superiore, a chi gli ha dichiarato guerra.
Il nostro regime è un permamente e sistematico tentativo, con i suoi tragici fallimenti, di ammansire, governare, dominare l’elemento ferino che è nell’umanità dell’uomo.
Sappiamo arginare le azioni della bestia, e intrappolarla.
Per altri aspetti, l’essere diventati un mondo senza altre divinità che la nostra aspettativa di vita, deprivato di senso del mistero, siamo nettamente inferiori, sempre sul piano politico, alla civiltà islamica e a quelle sue avanguardie combattenti che “amano la morte più di quanto noi amiamo la vita”.
Accostarsi all’orrore ha dunque un altro significato, se queste considerazioni sono fondate, e sarebbe giusto che Romano ne prendesse nota. Noi abbiamo visto ogni bambino iracheno ferito nei bombardamenti e ogni maltrattamento vile nel carcere di Baghdad, in questo non ci siamo affatto discostati dall’orrore; ma non abbiamo visto la testa mozzata di Daniel Pearl né la rivoltellata che ha ucciso Fabrizio Quattrocchi né i resti di israeliani mostrati come un trofeo dai terroristi di Hamas nella striscia di Gaza né i corpi dilaniati dei civili fatti saltare in aria dalle bombe umane; e quando abbiamo visto per sbaglio il linciaggio di due riservisti israeliani a Ramallah i nostri reporter si sono ignobilmente scusati per l’incidente, con i complimenti dell’Ordine dei giornalisti e con l’assistenza del sindacato dei giornalisti, presso l’Autorità palestinese.
In tutti questi casi abbiamo fuggito l’orrore.
La domanda è: perché avviene questo? La risposta è molto semplice, come sempre nelle situazioni complicate, e appartiene alla superficie delle cose.
Noi non vogliamo vedere il nemico, accettare la stessa nozione di un nemico, e preferiamo cancellare la realtà dei suoi comportamenti o almeno edulcorarla.
Per complessi ma decifrabili motivi religiosi, culturali e politici, il primo dei quali è che la democrazia liberale moderna è basata sul self interest e sull’individualismo disincantato e sul politeismo
dei valori, noi abbiamo paura di riconoscere che un nemico armato della parola di un suo Dio unico e sterminatore, della sua tradizione culturale e comunitaria, si è risvegliato in forme poderose e profetiche dall’abisso della colonizzazione e ci porta la guerra santa in casa.
Se l’opinione pubblica europea potesse vedere in milioni di tinelli, nell’ora in cui si forma l’opinione pubblica e cioè nel prime time, l’azione di un tribunale terrorista islamico, dalla lettura della sentenza alla decapitazione rituale del civile sequestrato, con tutta la forza devastante del suo grido, il trauma agirebbe nel profondo, la nostra vita diventerebbe più triste ma il nostro comportamento più giusto, la paura e il disgusto ci lascerebbero prostrati e a tutta prima disperati, ma di lì e solo di lì ritroveremmo la forza per unirci, per difenderci, per affrontare la realtà che esorcizziamo, quella della guerra che si sta combattendo precisamente in nostro nome.
La guerra delle immagini non l’abbiamo dichiarata né praticata noi, tanto meno questo minuscolo giornale gutemberghiano, così parco da sempre di immagini.
fortemente che non la si debba subire. Non più.
Ferrara su il Foglio del 15 maggio
saluti




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