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Discussione: Democrazie in...

  1. #51
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    Predefinito Sharon cerca alleati in...

    …patria e ne trova uno al Cairo

    Gerusalemme. In Israele il giorno dopo non regna la quiete. Domenica, il primo ministro Ariel Sharon ha ottenuto dal governo una prima luce verde al piano di sgombero graduale da Gaza e da parte della Cisgiordania. Ogni passo dovrà ricevere un’ulteriore approvazione dall’esecutivo, ma fin d’ora si tratta di “una decisione storica, che abbiamo il dovere di appoggiare”, dice Haim Ramon, deputato laburista, attualmente all’opposizione.
    “Sharon si trova, comunque, in una situazione molto fragile”, spiega al Foglio Giora Rosen, commentatore televisivo israeliano. Il ministro delle Finanze, Benjamin Netanyahu, guida i riottosi ministri del Likud, il partito del premier.
    Per ora hanno votato a favore, ma sarebbero pronti a far saltare il tavolo. Netanyahu potrebbe contare su almeno 15 deputati e aspetterebbe gli effetti delle riforme economiche, e la conseguente popolarità, prima di tentare il colpo.
    Eppure, dagli studi condotti dal professor Camil Fuchs, dell’Università di Tel Aviv, il ritiro proposto da Sharon raccoglierebbe la maggioranza non soltanto tra tutti gli israeliani, ma anche tra gli stessi elettori del Likud.
    “Anche per questo Bibi seguirà Sharon – dice al Foglio il deputato del Likud Michael Eitan – ma la situazione è drammatica”.
    “Siamo in uno stato di shock – ci spiega Shaul Yahalom, deputato del Mafdal, il Partito nazional religioso – oltre 7.500 persone perderebbero la casa. Prima delle elezioni, Sharon aveva annunciato che per la pace era disposto a ‘rinunce dolorose’. Ero d’accordo con lui. Invece non stiamo ottenendo alcuna pace e, fatto senza precedenti, caccia due ministri”.
    Il Mafdal ora è spaccato, e forse uscirà dalla maggioranza. Netanyahu ha cercato di ricucire, ma i leader religiosi scioglieranno i dubbi soltanto dopo la riunione della segreteria nazionale di mercoledì.
    Il ministro Effi Eitam seguirà in ogni caso l’opinione dei rabbini vicini al partito e intanto spinge per uscire.
    Per Yahalom “dobbiamo restare nel governo e cercare dall’interno di fermare il ritiro”. Resta il dubbio su quanto la maggioranza potrà reggere di fronte alle prime immagini di eventuali scontri tra i soldati e gli attuali abitanti degli insediamenti. “La perdita del Mafdal (così come la fine del processo per corruzione a Sharon) faciliterebbe l’ingresso dei laburisti nella maggioranza – spiega Roman Bronfman, deputato del Merez, partito dell’opposizione pacifista – e anche noi dall’esterno non ci opporremo al ritiro dai territori. Vogliamo dare una chance a Sharon”.

    Il primo ministro israeliano potrebbe allora seguire le orme di Menachem Begin, il premier di destra che fece la pace con l’Egitto, in cambio del Sinai, con una maggioranza parlamentare alternativa a quella del governo.
    Fu proprio l’allora ministro della Difesa, Ariel Sharon, a far sgomberare gli insediamenti in Sinai.
    Ieri il ministro degli Esteri, Silvan Shalom, uno degli ultimi nell’esecutivo ad accettare la linea di compromesso sul ritiro, è volato al Cairo per incontrare il presidente Hosni Mubarak.
    Israele ha ottenuto un impegno dell’Egitto per garantire la sicurezza a Gaza.
    Dalla Striscia gli israeliani se ne vanno e arrivano gli egiziani? Mubarak invierà più truppe ai confini e all’Autorità nazionale palestinese ha chiesto chiare riforme.
    Yasser Arafat, presidente dell’Anp, ha avuto subito una prima reazione positiva, senza entrare tuttavia nel merito delle richieste e nei dettagli delle risposte.
    Nelle stesse ore, l’emittente tedesca ARD ha annunciato di avere prove evidenti su dirette responsabilità di Arafat nel terrorismo e sull’ulitizzo anche di fondi europei per finalità tutt’altro che pacifiche.
    Per le proprie responsabilità in attentati, Marwan Barghouti è stato condannato da un tribunale israeliano a cinque ergastoli. Ieri le Brigate dei Martiri di al Aqsa, vicine ad Arafat, hanno risposto invitando i propri “combattenti” a “rapire sionisti, bambini, donne e soldati e a condannarli a morte”. “Tutti sappiamo che Barghouti sarà il primo a uscire di prigione con la riapertura del dialogo”, dice Rosen, e questo suo periodo in carcere “rafforzerà la sua immagine” tra i palestinesi.

    saluti

  2. #52
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    Predefinito L'effetto Zapatero si rivela...

    …un boomerang

    elezioni "condizionate"

    Madrid. Annunciato 36 ore dopo essere entrato in carica, il ritiro dall’Iraq del premier socialista José Luis Rodríguez Zapatero si sta rivelando, sullo scenario internazionale, un boomerang.
    E anche in Spagna qualcuno se ne accorge.
    La giustificazione presentata allora dal capo dell’esecutivo –
    “non è prevedibile una risoluzione dell’Onu entro il 30 giugno” – si è dimostrata sballata e ha provocato l’isolamento diplomatico della Spagna, persino rispetto all’asse francotedesco.
    Tanto che il segretario popolare, l’interventista Mariano Rajoy, ha dichiarato: “Se passa la risoluzione all’Onu (l’inizio della discussione al Consiglio di sicurezza era previsto per ieri sera alle 22, ora italiana, e, dopo l’ultimo ok del ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fischer, l’approvazione pare scontata, ndr), Zapatero ha mentito agli spagnoli: ha assunto la decisione di ritirare le truppe, basandosi sul fatto che non ci sarebbe stato accordo prima del 30 giugno. Gli chiederò spiegazioni in Parlamento”.
    “Tanto le manifestazioni pubbliche dei principali attori implicati nel conflitto, come i contatti mantenuti dal ministero della Difesa su mia richiesta nell’ultimo mese, non apportano indizi che permettano di prevedere una variazione sostanziale nella situazione politica e militare esistente in Iraq nei tempi previsti. Queste circostanze mi hanno portato alla decisione di ordinare il ritorno dei nostri soldati con la massima sicurezza e, conseguentemente, nel minor tempo possibile”,
    spiegava il premier della Rosa, il 18 aprile, appena 48 ore dopo aver assicurato alla Camera che il rimpatrio sarebbe avvenuto, se entro il fatidico 30 giugno, alla scadenza della missione della brigata “Plus Ultra” spagnola, la transizione del paese non fosse passata sotto l’egida dell’Onu.
    La gestione di Zapatero della crisi internazionale passerà alla storia della Spagna perché è difficile immaginare una linea di politica estera eseguita peggio, dice Rajoy.
    Facendo di necessità virtù, e considerando che tutti i paesi del Consiglio di sicurezza (di cui la Spagna fa parte come membro non permanente) hanno dato luce verde alla risoluzione, il premier si è limitato a dire: “Non porremo ostacoli all’approvazione della risoluzione, anche se penso non sia ideale”.
    Ma la constatazione del flop di Zapatero è così evidente che perfino il quotidiano no war e liberal El Mundo chiosa: “Il premier aveva posto due condizioni affinché i soldati spagnoli rimanessero in Iraq: il trasferimento della gestione politica all’Onu e del comando militare a un generale non americano. La risoluzione al centro dei negoziati non attua nessuna delle due condizioni, ma cede la sovranità al governo provvisorio, stabilisce una data per il ritiro delle truppe statunitensi e per le elezioni. Condizioni sufficienti affinché votino a favore Francia, Russia, Germania e Cina”.
    Poi l’affondo: “Sarebbe stato più prudente aspettare fino alla fine di giugno prima di prendere la decisione. Ciò avrebbe concesso un enorme margine alla nostra diplomazia, che avrebbe potuto perfino capitalizzare politicamente la nuova risoluzione. Zapatero dovrà rispondere ai cittadini sulle conseguenze del suo senso dell’opportunità”.
    Anche l’economico Expansión scrive: “Con la sua goffa e precipitosa decisione del ritiro (appoggiata però dal 78 per cento degli spagnoli, ndr), in un palese tentativo di voltare le spalle agli Usa e di allinearsi con Francia e Germania, Zapatero non ha soppesato la possibilità di una futura e necessaria intesa tra Washington e l’asse franco-tedesco.
    Non aspettando il 30 giugno, ha provocato un colpo a effetto interno. Peró adesso, senza alibi, in appena due mesi di governo, il premier ha relegato in secondo piano l’influenza diplomatica della Spagna, ora fuori gioco sullo scacchiere internazionale”. Anche se l’imbarazzato ministro degli Esteri, Miguel Angel Moratinos, ieri ha tentato una difesa: il ritiro del contingente spagnolo “non è stata una decisione affrettata, ma il detonatore della fine dell’occupazione in Iraq”.
    Ma bastava leggere i giornali, anche in Spagna, per capire fin dalla metà di gennaio che si sarebbe arrivati a una transizione a guida Onu prima del passaggio dei poteri del 30 giugno.

    saluti

 

 
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