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Discussione: Democrazie in...

  1. #41
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    Arrow I liberatori del medio oriente sperano..

    ...che Bush abbia fatto solo tattica, non strategia

    L’idea iniziale di George Bush per rispondere all’attacco dell’11 settembre era liberare l’Iraq, contagiare con il seme democratico l’intero medio oriente, quindi pacificare l’eterno conflitto israelo-palestinese.
    Era la strategia, ambiziosa e rischiosa, elaborata dai neoconservatori, fatta propria da Richard Cheney e Donald Rumsfeld, da un nucleo autorevole di opinionisti liberal e di sinistra e abbracciata da Bush.
    Una guerra di liberazione veloce, senza coinvolgimenti diretti nella sovranità irachena, una campagna che servisse a installare un governo prima rappresentativo e poi democratico e che fosse la seconda tappa, dopo l’Afghanistan, di un più ampio progetto, non solo militare, riguardante l’intero medio oriente.
    A questa visione si è subito contrapposta l’ala più realista dell’Amministrazione, quella che tradizionalmente fa capo al Dipartimento di Stato, refrattaria di per sé alla politica del cambio di regime.
    I diplomatici, i funzionari di governo e l’establishment liberal del paese credevano che per ottenere un Iraq stabile fosse necessaria una fase, sia pure temporanea, di occupazione del paese.
    Jay Garner era l’uomo che serviva alla prima ipotesi, Paul Bremer è stato il mediatore tra le due visioni dell’Amministrazione nella fase successiva, non rigettando la prima né applicando interamente la seconda.
    La Casa Bianca, con l’avvicinarsi della data delle elezioni, ha riposto nel cassetto i grandi progetti e provato a mettere le toppe in Iraq, ma non è andata come previsto.
    Richard Perle, uno dei teorici dell’intervento in Medio Oriente, lunedì sera, alla Bbc, ha sintetizzato così: “E’ stato un errore trasformare una liberazione, in un’occupazione”.
    Idea replicata sul Washington Post di ieri da un vecchio sostenitore del cambio di regime in Iraq, Jim Hoagland: “Aver concentrato il potere nelle mani dell’Autorità di Bremer, piuttosto che far nascere un governo iracheno provvisorio già un anno fa, ha avuto risultati disastrosi”.
    Il Foglio ieri ha posto il problema della “ritirata strategica di Bush” che, di fatto, “ridimensiona per ora il progetto democratico”.
    Tesi condivisa, punto per punto, dal professore di studi mediorientali, Fouad Ajami, sul New York Times di ieri.
    Il succo dell’articolo era questo: “L’Iraq potrebbe farcela, ma il sogno è morto… L’Iraq non diventerà la vetrina dell’America nel mondo arabo musulmano”.
    L’analisi di Fouad Ajami è simile a quella di Perle e Hoagland:
    “Abbiamo occupato i palazzi e le prigioni dei precedenti governanti. Ovviamente lo abbiamo fatto per una questione logistica e di necessità, ma questo tipo di cambiamento ha assolto gli iracheni dal peso della loro storia, li abbiamo messi da parte mentre soldati, tecnici, sondaggisti e militanti della ‘società civile’ hanno preso il controllo del loro paese”.
    Gary Schmitt, direttore del Project for a New American Century, la centrale del pensiero neocon, ha detto al Foglio che Bush non ha smesso i panni del rivoluzionario, “basta leggere bene che cosa ha detto all’inizio e alla fine del suo discorso di lunedì sera per esserne certi. Il problema è che le scelte quotidiane della sua Amministrazione sono più simili a quelle che avrebbe fatto John Kerry piuttosto che a quelle di Bush. Il percorso verso la democrazia in Iraq, specie nell’area della sicurezza, sembra essere frutto del compromesso con gli insorti e con i ribelli che ogni giorno sfidano la strategia di un Iraq democratico e costituzionale”.
    Conferma lo storico Victor Davis Hanson: “Purtroppo i successi strategici possono nascere solo dalle vittorie sul campo”. Secondo Michael Ledeen, dell’American Enterprise, sono le elezioni americane ad aver fatto cambiare passo a Bush.
    “Oggi non siamo in grado di prevedere che cosa succederà dopo – ha detto al Foglio – bisognerà vedere se ci saranno cambiamenti nell’Amministrazione. Credo che Bush sbagli a pensare principalmente al voto del 2 novembre, ma certo io non ho mai vinto un’elezione”.
    Paul Berman, saggista anti Bush ma favorevole all’idea di democratizzare il medio oriente, crede che in un eventuale secondo mandato “ci sarebbero più conservatori tradizionali, perché i neocon avrebbero difficoltà a superare l’esame del Congresso”.
    Al Foglio Berman ha detto che “l’unica speranza è un segretario di Stato come Richard Holbrooke oppure qualcun altro che promuova un idealismo di sinistra, invece che repubblicano.
    La speranza è Kerry, ma in realtà non è una grande speranza”. Secondo Andrew Sullivan, infatti, Bush ha ancora il miglior piano in circolazione, Kerry infatti non sa che cosa dire.
    Christian Rocca

    saluti

  2. #42
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    Predefinito Che fare in Iraq? Non lo so, non ho....

    ...risposte, evitiamo il peggio. Sembra l'Ulivo nostro

    Nel campo dei liberal americani, ci sono due maniere di guardare alla “svolta” annunciata da George Bush lunedì scorso.
    La prima, abbastanza minoritaria, è quella dei liberal jeffersoniani, che insomma ci avevano creduto, al grande piano “democrazia in Iraq oggi, in tutto il medio oriente domani”. Vedi ieri George Will sul Washington Post, che di fronte alla svolta di un Bush che abbandona Thomas Jefferson e abbraccia James Madison, puntando tutto sul multilateralismo per incentivare il più rapido passaggio all’autogoverno, ironicamente gli ricorda che per lo stesso Madison “prima bisogna consentire a un governo di controllare i governati, poi obbligarlo a controllare se stesso”.
    In altre parole la sicurezza in Iraq non è stata garantita, accordi coi baathisti come a Fallujah “hanno minato il morale delle truppe” mentre le fazioni in armi “andavano soppresse”.
    E quanto all’idea “balzana” di Lakhdar Brahimi di scegliere un “governo dei tecnici”, la canzona come i sogni di Friedrich Engels e Henri de Saint-Simon, sul “governo degli uomini sostituto dall’amministrazione delle cose”.
    Certo, sono assolutamente minoritari, i liberal che scrivono che era meglio “fare di Fallujah una Dresda”.
    La maggior parte appare invece piuttosto a corto di argomenti. Almeno in questo, come documenta il New York Times, la strategia elettorale di Bush mostra un certo successo.
    Perché i cinque punti annunciati dal presidente differiscono solo per inezie, rispetto alle richieste di John Forbes Kerry, e dunque quello con il candidato democratico “ è diventato un non dibattito”, ironizza William Safire.
    Praticamente l’unica differenza è sulla notorietà internazionale che si auspica abbia l’inviato permanente dell’Onu a Baghdad.
    Per il resto, tutto uguale, e cavoli di Kerry se Ralph Nader resterà l’unico a chiedere un ritiro secco delle truppe.
    Ma al di là della campagna elettorale, è nei circoli accademici e tra i più accreditati internazionalisti del fronte liberal, che si colgono segni evidenti di imbarazzo.
    Una strategia liberal alternativa a quella di Bush sembra non esserci più, né nell’analisi, né nei fini, né negli strumenti.
    Per una conferma, basta dare un’occhiata a quanto si sono detti due giorni fa alla Brookings Institution, prestigioso pensatoio della politica liberal.
    A confrontarsi su “30 giugno in Iraq, che succederà?”, figure di primo piano del pensiero multilaterale. Un filone che nei mesi scorsi ha avanzato critiche e obiezioni alla dottrina di sicurezza strategica presidenziale e alla guerra preventiva.
    James Steinberg, direttore del Foreign Policy Studies, Kenneth Pollack, direttore del Saban Center for Middle East Policy, Michael O’Hanlon, tra i liberal uno degli analisti militari più seri e rispettati, e Ivo Daalder, che all’inizio di Iraqi Freedom fu tra coloro che più si spinsero avanti per un consenso bipartisan all’intervento militare, sia pur tenendo ferme le obiezioni all’eccessivo unilateralismo dell’Amministrazione.
    La cosa più singolare del dibattito al Falk Auditorium di Washington è la frequenza dei “non so che dire” e “non ho risposte”, sulla bocca di chi dell’analisi politico-strategica fa professione da una vita. Prendete Pollack, per esempio. “Siamo in una terra incognita, invidio chi sull’Iraq oggi ha ricette precise”. Dopodiché avanza “comunque alcune ipotesi di massima”. “Meglio gli americani si tengano lontani dalla scelta dei componenti il nuovo governo di transizione”: si lasci fare tutto a Brahimi e Sistani. L’ambasciatore John Negroponte, che dopo il 30 giugno diventerà la controfaccia americana in Iraq, si tenga il più defilato possibile. Pensi a spendere la maggior parte dei 18 miliardi di dollari per la ricostruzione che sono rimasti chiusi nel portafoglio. E la sicurezza? Pollack allarga le braccia.“Occorrono più truppe”. Oppure sentite O’Hanlon. Difende accordi come quelli di Fallujah, “evitano il peggio”. E la necessità di concedere al nuovo governo di transizione iracheno il diritto di veto alle operazioni militari americane, “anche a costo di sacrificare quelle che potrebbero consentirci di smantellare il 90 per cento dei vertici dell’insorgenza”.
    Le truppe americane resterebbero abilitate a reagire solo se attaccate. Ma al contempo O’Hanlon non si nasconde che solo “tra il 5 e l’8 per cento dei previsti livelli di forza delle forze di sicurezza irachene sono state addestrate”.
    E dunque, della sicurezza, chi se ne occuperà.
    La Nato? No, non si farà coinvolgere, al massimo potrà addestrare la polizia. E allora, chiedono dal pubblico?
    “Buona domanda”, è la risposta.
    Non resta che sperare che lo smarrimento, in America, cessi presto.
    Può solo partorire nuovi errori.

    (ofg) su ilFoglio del 27 maggio

    saluti

  3. #43
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    Predefinito Zapatero 1 Ha scherzato coi fanti...

    ...per aver molti guai con i santi

    Madrid. Si preannuncia disastroso il primo viaggio ufficiale in Vaticano del premier socialista spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero, ribattezzato Gioconda da Francisco Umbral, irriverente editorialista del quotidiano El Mundo, perché il sorriso abbonda sempre sulle sue labbra.
    La trasferta romana del capo dell’esecutivo monocolore di minoranza di Madrid, prevista per il 21 giugno prossimo, è stata infatti preceduta da una vera e propria dichiarazione di guerra della Conferencia Episcopal Española (Cee).
    La nota dei vescovi, emanata il 27 maggio scorso, “Por una ciencia al servicio de la vida humana” (per una scienza al servizio della vita umana), critica duramente i progetti laici, liberal e libertari della Rosa: aborto libero nelle prime 12-14 settimane di gravidanza, nozze per gay e lesbiche, aumento a più di tre embrioni nella fecondazione assistita e clonazione di embrioni per fini terapeutici.
    Non soltanto: la Cee ha già annunciato che sarà favorevole a eventuali proteste contro le riforme appoggiate dagli alleati esterni della Rosa: i comunisti di Sinistra unita e gli estremisti e indipendentisti catalani di Sinistra repubblicana.
    Le riforme annunciate dal ministro alla Giustizia, Juan Fernando Lopéz Aguilar, sono nel programma elettorale di Zapatero e almeno queste dovrebbero essere rispettate (i popolari hanno contato, in 46 giorni di governo, ben 40 inadempienze socialiste rispetto alle promesse elettorali precedenti le politiche del 14 marzo scorso) perché agli elettori, a parte il ritiro dall’Iraq, bisogna pure offrire qualcosa di tangibile in politica interna.
    E non c’è dubbio che, in una società sempre più secolarizzata e sempre meno tradizionalista in materia religiosa come quella spagnola, questi sono obiettivi che pagano alle urne.
    Del resto, l’aborto è gia “libero”, di fatto, dall’85, grazie a una legge della Rosa (mai messa in discussione dai popolari dell’ex premier José María Aznar, che pubblicizzavano l’uso del preservativo e avevano autorizzato la pillola del giorno dopo) che prevede l’interruzione della gravidanza nei primi tre mesi per stupro, malformazione del feto e pericolo per la salute psico-fisica delle donne.
    E, riferisce il cattolico Abc, proprio quest’ultimo caso è stato invocato, solo nel 2002, dal 96,81 per cento delle donne che hanno fatto ricorso all’aborto.
    “Le proposte del governo attentano alla vita umana e sono contrarie allo stato di diritto perché permettono di eliminare esseri umani, non meritano il nome di leggi”, ha tuonato Juan Antonio Martínez, il portavoce della Cee.
    Riferendosi poi alla preselezione genetica di un figlio per salvare la vita di un altro con una malattia irreversibile, ha ricordato che “non è lecito uccidere un essere umano, anche nella sua fase di embrione, per curarne un altro”. Quindi Martínez ha sottolineato: “Dietro i casi di riproduzione assistita ci sono interessi economici e scientifici. La Chiesa rimarrà ferma nella difesa di valori che sono considerati politicamente scorretti”. Nessuna concessione anche sui matrimoni di gay e lesbiche (4 milioni, il 75 per cento dei quali vota a sinistra, assicurano le associazioni “homosexuales” locali), perché “l’equiparazione giuridica ai matrimoni eterosessuali suppone dar loro la rilevanza di un’istituzione sociale che non corrisponde in alcun modo alla loro realtà antropologica”.
    I popolari, in maggioranza cattolici ma favorevoli alla riproduzione assistita (eterologa, anche per single, diritto all’aborto in ogni momento e con l’unico limite di un massimo di tre embrioni per fecondazione) sono sì contrari alla “boda homosexual”, le nozze gay, ma, segno dei tempi, hanno manifestato solo un generico “profondo disaccordo” sulle riforme.
    Però il guardasigilli ha suonato la carica chiosando la nota della Cee: “I cambiamenti legislativi cercano di ampliare gli spazi di libertà, uguaglianza ed esercizio dei diritti fondamentali delle persone. E non li negozieremo con la Chiesa”.
    Insomma, è muro contro muro.
    Difficile dunque che la Gioconda-Zapatero confermi la sua fama di sorridente con il pontefice Giovanni Paolo II.

    saluti

  4. #44
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    Predefinito Zapatero 2 Aiuta Bashar, che fa scalo...

    ....a Madrid destinazione Ue

    Damasco. Il presidente siriano, Bashar el Assad, ha concluso ieri una visita di due giorni a Madrid con la convinzione che la Spagna del governo socialpacifista possa diventare il cavallo di Troia per l’associazione del suo paese all’Unione europea.
    Non solo: ha chiesto agli amici spagnoli di appoggiare la linea siriana sulla creazione di uno Stato palestinese con Gerusalemme Est capitale e ritiro israeliano dal Golan.
    Ovviamente non ha sprecato una parola sulla presenza di 20 mila soldati siriani in Libano.
    Gli argomenti sul tappeto sono stati affrontati nei dettagli dai ministri degli Esteri, il siriano Faruk al-Shara, e l’ex inviato dell’Ue in medio oriente, Miguel Angel Moratinos, spesso criticato dagli israeliani per la sua linea filopalestinese.
    Inoltre Assad, incontrandosi ieri con il primo ministro, José Luis Rodríguez Zapatero, ha ribadito il concetto già espresso a re Juan Carlos: la Si
    ria è pronta “a contribuire agli sforzi internazionali per eliminare i fattori d’instabilità in Iraq”. Pur non ammettendolo pubblicamente, Damasco potrebbe inviare truppe e fa aleggiare l’idea a casa di chi ha ritirato i suoi soldati. Sarebbe il colmo: i siriani con la divisa di pacificatori dell’Iraq, mentre continuano a non fermare il passaggio dei volontari della guerra santa internazionale, che vanno a ingrossare le fila del terrorismo e della guerriglia a Baghdad.
    La calorosa visita di Assad a Madrid avviene poco dopo l’imposizione di sanzioni economiche e militari da parte dell’Amministrazione americana, che considera il regime
    baathista di Damasco “una straordinaria minaccia alla sicurezza nazionale e alla politica estera” degli Stati Uniti.
    Si sta aprendo l’ennesimo fossato fra America ed Europa, e i siriani cercano di allargarlo sempre più grazie all’“Accordo di associazione Euro-Mediterraneo”.
    Dei 12 paesi coinvolti solo Siria e Libia (ancora per poco) sono rimasti fuori. Assad incassa a Madrid l’appoggio di Zapatero, ma non è chiaro come sarà risolto il problema delle armi di distruzioni di massa negli arsenali siriani, il mancato rispetto dei diritti umani e l’appoggio a movimenti terroristi.
    Damasco, nel tentativo di ottenere la parità strategica con Israele, ha ammassato 100 missili equipaggiati con l’agente nervino VX. Inoltre sta sviluppando accordi con la Cina per aumentare la propria capacità balistica nel campo missilistico. L’Ue dovrà inoltre tener conto del mancato rispetto dei diritti umani in Siria, che neppure ammette le principali organizzazioni internazionali del settore sul proprio territorio.
    Infine Damasco aiuta gruppi terroristi, che sono sulla lista nera dell’Unione europea.
    Il nuovo capo di Hamas, Khaled Meshaal, è vissuto in esilio nella capitale siriana, mentre il braccio armato del movimento palestinese faceva saltare in aria i civili israeliani con azioni suicide condannate dall’Europa.
    Non solo: l’Eta, l’organizzazione terrorista basca, avrebbe venduto esplosivo nel 2000, rubato in Francia, alle cellule terroriste di Hamas.
    Nello stesso periodo una delegazione ufficiale di Hamas visitava i paesi baschi su invito del braccio politico dell’Eta. Inoltre sono
    noti i collegamenti dell’Eta con l’Hezbollah, il partito dei guerriglieri sciiti in Libano.
    I baschi si sono addestrati nei campi di Hezbollah in Libano, nella valle della Beeka, sotto controllo siriano. Il vicecapo dei servizi di Damasco, Nasif Kheirbek, ha incontrato i vertici di Hezbollah, ordinando che vengano raffreddati i rapporti con l’Eta in vista del viaggio in Spagna del presidente siriano.
    L’obiettivo era di evitare rivelazioni imbarazzanti.

    saluti

  5. #45
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    Predefinito Aveva superato molti....

    …fallimenti

    Milano. George Tenet si è dimesso da direttore della Cia.
    Lo ha annunciato, abbastanza stranito e senza un discorso scritto, George W. Bush, pochi minuti prima di lasciare la Casa Bianca per raggiungere l’Italia e la Francia. “Ho incontrato George Tenet ieri notte”, ha detto Bush.
    Motivi personali, ufficialmente, per occuparsi della famiglia e dedicarsi alla scrittura e all’insegnamento.
    “Mi dispiace”, “mi mancherà”, “ha fatto un lavoro straordinario”, ha ripetuto Bush.
    Tenet resterà al suo posto fino all’11 luglio, giorno in cui diventeranno sette gli anni alla guida della Cia. In quei giorni termineranno i lavori della Commissione parlamentare che indaga sull’11 settembre e sui fallimenti dell’intelligence.
    Tenet è uno dei funzionari governativi che rischia di più. Dal 12 luglio, in attesa che Bush trovi un sostituto, sarà il suo vice, John McLaughlin, a guidare the Agency.

    Tenet fu nominato nel 1997 da Bill Clinton, il quale preferiva cominciare le sue giornate leggendo rapporti scritti piuttosto che incontrare Tenet di persona.
    Bush lo ha confermato, restaurando la prassi dell’incontro
    mattutino.
    John Kerry conosce Tenet da molto tempo, pensa che le sue dimissioni fossero necessarie ma non crede
    possa essere il solo a pagare.
    C’è anche Rumsfeld, ha detto Kerry, e “le responsabilità sono dell’Amministrazione”.
    Per al Jazeera è stata una vittoria di Dick Cheney, certamente
    lo è per quei neoconservatori che dall’11 settembre invocano il licenziamento di Tenet.
    Ma anche ad Ahmed Chalabi, l’esule iracheno sostenuto dal Pentagono e odiato dalla Cia, deve essere sfuggito un sorriso. Per molti analisti le dimissioni sono da inquadrare nella guerra tra Pentagono e Cia, le cui battaglie precedenti sono state le rivelazioni sulle torture di Abu Ghraib e il caso Chalabi.
    C’è chi dice che Bush abbia fatto fuori i due contendenti, prima Chalabi poi Tenet, e chi sostiene che ora toccherà a Rumsfeld.
    C’è chi pensa che Tenet si sia dimesso davvero per motivi personali, ma la maggioranza dei commentatori crede che il direttore della Cia se ne vada a causa delle accuse che riceverà dalla Commissione sull’11 settembre.

    Le dimissioni sono arrivate proprio nei giorni in cui iniziano le indagini sulle notizie che, secondo la Cia, Chalabi avrebbe passato all’Iran (ma Chalabi accusa Tenet di essersi inventato tutto) e poche ore dopo che il rivale di Chalabi, Iyyad Allawi, il cui partito è finanziato dalla Cia, è stato nominato premier iracheno. C’è chi dice sia stata la Cia a passare le fotografie di Abu Ghraib alla televisione Abc e poi ai giornali. E non va dimenticato che il rapporto del generale Antonio Taguba sulle sevizie ha escluso responsabilità del Pentagono, ma ha precisato che l’inchiesta non aveva affrontato il ruolo dei servizi segreti.
    Infine c’è il caso di Valerie Plame, l’agente segreta della Cia, nonché moglie dell’ex ambasciatore americano in Niger, la cui identità è stata rivelata dai giornali dopo che il marito aveva smentito la tesi secondo cui Saddam Hussein aveva acquistato uranio dal paese africano.
    I procuratori federali indagano su chi possa aver svelato il nome dell’agente Cia, il sospetto è che il responsabile sia alla Casa Bianca.
    Proprio ieri Bush ha nominato un avvocato che lo difenderà, qualora fosse costretto a testimoniare davanti a un grand jury.

    I colpi a vuoto contro bin Laden
    Tenet non può vantare un numero di successi paragonabile ai fallimenti.
    La Cia non aveva previsto gli attacchi alle ambasciate americane in Africa, né l’attentato alla Uss Cole né l’11 settembre.
    Nel 1998 l’Amministrazione Clinton bombardò una fabbrica di medicine in Sudan associata ad al Qaida e sospettata dalla Cia di produrre armi chimiche, ma le prove dell’uso militare non furono trovate.
    La Cia ha tentato almeno tre volte di individuare e uccidere Osama bin Laden, ma non c’è riuscita.
    In Kosovo, su indicazione dell’Agenzia, fu colpita l’ambasciata cinese di Belgrado.
    La guerra in Iraq fu anticipata di qualche giorno, contro il volere dei militari, perché la Cia aveva convinto Bush che Saddam poteva essere fatto fuori con un colpo solo, ma quel colpo non colpì il bersaglio.
    L’altro grande fallimento di Tenet sono le armi di sterminio.
    Bob Woodward, nel suo libro “Plan of Attack”, racconta di una riunione del dicembre 2002 in cui, dopo aver visionato le prove sulle armi, Bush si stupì della scarsezza di informazioni.
    Ma Tenet rassicurò il presidente, spiegandogli che trovarle sarebbe stato facile come tirare un rigore a porta vuota.
    Ci sarà soltanto da aspettare per capire che cosa sia successo.
    E occhio alle librerie: potrà mancare un bel libro di memorie?

    su il Foglio del 4 giugno

    saluti

  6. #46
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    Predefinito Il bazar delle....

    ….armi

    Vienna. Per la vulgata corrente George Tenet, direttore dimissionario della Cia, ha confuso lucciole per lanterne alla ricerca di armi proibite in Iraq.
    Ma all’Agenzia atomica internazionale (Aiea), torre d’avorio della crema degli ingegneri nucleari e degli scienziati di tutto il mondo, corrono altre voci.
    “L’Iraq è il bazar delle meraviglie per la vendita di materiale nucleare e biologico”, dice al Foglio una fonte dell’agenzia.
    Se non le armi, è assodato che almeno componenti nucleari, agenti biologici e chimici di distruzione di massa sono presenti in Iraq e riforniscono il mondo.
    Camion stipati di componenti e sostanze pericolose viaggiano ogni giorno verso le frontiere. Provano il confine turco, ma spesso sono respinti. Le autorità di Ankara sono vigili: un carico di missili in transito dall’Ucraina all’Egitto (forse per Gaza) è stato intercettato mercoledì nel porto di Ambarli, a ovest di Istanbul. L’Iran invece non fa mistero di gradire questo tipo di prodotti, ma dal supermercato iracheno le consegne verso Teheran sono complicate. La frontiera iraniana è rischiosa: troppa sorveglianza. Anche la Siria, sotto pressione americana, ora tentenna.
    I camion varcano più facilmente il confine giordano.
    Alcuni vengono fermati e sequestrati, molti altri no.

    Abbiamo a che fare con l’arsenale fantasma di Saddam mentre cade la testa di chi lo ha cercato per mesi? “Difficile sostenerlo, anche se la possibilità non può essere del tutto esclusa”, spiegano fonti dell’Aiea.
    L’ipotesi più accreditata è che si tratti del materiale sigillato tra il ’91 e il ’98 dagli ispettori dell’Onu: secondo le valutazioni degli analisti del Palazzo di vetro più di mille siti sono stati depredati. Componenti di centrifughe, uranio naturale e a basso arricchimento sono sul mercato.
    Il 14 aprile il direttore dell’Aiea, Mohammed ElBaradei, ha sottolineato che “la spazzatura nucleare può servire per costruire bombe sporche e allargare i magazzini degli Stati votati alla proliferazione”.
    Ma potrebbe anche non essere solo “spazzatura”.
    All’Aiea nessuno ha dato credito alla storia dei laboratori mobili, ma fonti dell’agenzia sottolineano che negli anni 90 Saddam fece galoppare la ricerca sulle armi batteriologiche. La descrizione degli aerei attrezzati per la dispersione di armi biologiche fatta dal segretario di Stato Colin Powell nel febbraio 2003 in Consiglio di sicurezza “è accurata”. “Gli aerei c’erano e Saddam ne saggiò in più occasioni l’operatività”.

    I dubbi dell’Aiea
    Come ha ricordato Hans Blix, capo degli ispettori dell’Onu: “Nel dicembre 2002 siamo tornati (in Iraq, ndr) pensando che ci fossero ancora armi di distruzione di massa”. Poi non si trovarono riscontri, ma nel suo libro “Disarming Iraq” Blix scrive: “Non sarei potuto andare in buona fede davanti al Consiglio di sicurezza a sostenere che le armi di distruzione di massa furono tutte distrutte”.
    Sia nel ’98 sia nel 2003 gli ispettori, sottolineano all’Aiea, tornarono da Baghdad con molti dubbi.
    Non pensavano come Bill Tierney, inviato Unscom (la commissione dell’Onu per le ispezioni, ndr) nel ’97-98, che il rais possedesse
    “almeno una piccola bomba”, ma erano allarmati per i 30 tentativi andati a vuoto di verificare le informazioni in loro possesso. Materiale sensibile catalogato e sigillato non potè essere ricontrollato.
    Nessuno può garantire che parte del materiale sigillato dall’Aiea non sia stato volto ad altri utilizzi. Nessuno – dicono fonti dell’Aiea – può essere certo che il rais non lo abbia mercanteggiato con altro.
    Tubi di provenienza irachena sono stati recentemente rinvenuti nei Paesi Bassi. Si tratta di alluminio radioattivo e non è chiaro quando sia stato trasportato in Europa, se sia riconducibile al materiale sigillato dall’Unscom prima del ’98 o se invece sia riconducibile alla partita di tubi di alta qualità rinvenuta in Giordania nel 2000 e destinata a Saddam.
    “Ci sono sono in giro tubi intonsi di buona e cattiva qualità, altri corrosi, altri contaminati, molto pericolosi. Sappiamo che arrivano dall’Iraq, il resto della storia è ancora da scrivere".

    da il Foglio del 4 giugno

    saluti

  7. #47
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    Predefinito I tempi del....

    ....terrore

    Roma. George W. Bush sbarca in Italia e nel giro di 24 ore dall’Iraq arriva una serie di notizie che ci riguardano da vicino.
    Si potrebbe parlare di coincidenze oppure di tempismo.
    Ieri infatti sono stati sparati diversi colpi di mortaio contro l’ambasciata italiana a Baghdad, è stato colpito anche un ristorante nei pressi della rappresentanza.
    Il giorno prima, secondo quanto riporta l’Ansa, un ordigno sarebbe esploso al passaggio di un convoglio sempre della nostra ambasciata (in data 2 giugno, festa della Repubblica).
    Nella serata di mercoledì invece un nuovo video con i tre ostaggi italiani è stato mandato in onda dall’emittente al Jazeera (sempre
    in data 2 giugno, festa della Repubblica e a poche ore dall’arrivo di Bush in Italia).
    Il messaggio dei sequestratori si rivolge al “popolo italiano”, invitato a “inscenare proteste che condannino il presidente Bush e il governo italiano” che “è parte delle decisioni dell’occupante statunitense e segue le decisioni del criminale Bush”.
    Il primo video delle Falangi verdi, datato 13 aprile, che mostrava i tre ostaggi subito dopo la loro cattura, chiedeva al governo italiano il ritiro delle truppe dall’Iraq; il secondo video dei sequestratori è andato in onda su al Arabiya il 26 aprile, ma è datato 25 aprile, festa della Liberazione in Italia e, in concomitanza con le manifestazioni di piazza organizzate ogni anno per la ricorrenza, chiedeva sempre al popolo italiano di “dire no alla politica del vostro premier con una manifestazione attraverso le vie della vostra capitale in segno di protesta nei confronti della guerra”.
    Il tempismo di una serie di eventi e la loro concomitanza con le scadenze più sentite della nostra agenda politica non è sfuggito a nessuno. “Sicuramente c’è una gestione politica della questione degli ostaggi che tiene conto degli avvenimenti italiani – dice al Foglio il generale Carlo Jean – è evidente che dietro ci sia qualcuno che parla italiano, che ha vissuto in Italia, che conosce bene il paese e che riesce a valutare la nostra situazione politica; si tratta di persone che cercano di aumentare la vulnerabilità politica italiana e di mettere in crisi il mantenimento della parola data alla Coalizione”.
    Secondo il generale non è detto che l’attacco all’ambasciata, in coincidenza della visita di Bush, rientri in questa gestione degli eventi, considerando il fatto che in Iraq agiscono diversi gruppi e che non esiste un vertice congiunto che li coordina.

    La vulnerabilità
    “Per la situazione del dibattito politico in Italia certi eventi hanno una ripercussione maggiore di quella che avrebbero in altri paesi – spiega al Foglio Stefano Silvestri, presidente dell’Istituto affari internazionali, riferendosi al video degli ostaggi italiani – c’è un’apparente vulnerabilità dell’opinione pubblica italiana a queste notizie, ed essendo il terrorista interessato alla visibilità, sa di poterla trovare da noi”.
    Inoltre “l’Italia può essere percepita come una seconda Spagna”, un paese dove attraverso l’arma degli ostaggi si può ottenere una vittoria politica con il conseguente raggiungimento dell’obiettivo del ritiro delle truppe.
    “I terroristi possono avere connessioni con l’Italia e conoscono la nostra politica”. “Mi sembra del tutto evidente che si tratti di una gestione politica degli ostaggi italiani che mira a obiettivi politici – dice Magdi Allam, del Corriere della Sera – si è preso atto che quest’arma funziona con gli italiani: all’indomani del sequestro c’è stata una mobilitazione a livello popolare e ufficiale.
    L’obiettivo del ritiro delle forze italiane è stato proclamato da due comunicati: uno iracheno del 3 dicembre e uno di al Qaida dell’8 dicembre.
    In entrambe le dichiarazioni si individua nell’Italia il paese che, dopo la Spagna, deve essere costretto a ritirare le truppe.
    E’ evidente che c’è una doppia cabina di regia in questo sequestro, ci sono persone totalmente dentro la realtà italiana, che conoscono la nostra lingua e che calcolano la scelta dei tempi con cui vengono inviati i messaggi e i contenuti”.
    “E’ evidente che c’è una fonte che informa queste persone sulle vicende italiane –concorda Andrea Nativi, direttore della Rivista italiana di Difesa – Do per scontato il fatto che ci possano essere degli italiani tra gli uomini di al Qaida, è una cosa possibilissima. Anche se non mi sembra che quelli che hanno gli ostaggi possano essere gli stessi che hanno colpito l’ambasciata, sarebbe un comportamento contraddittorio, che alienerebbe l’opinione pubblica italiana”.
    Sulla gestione politica degli eventi da parte irachena e sulla scelta dei tempi in connessione con le nostre scadenze politiche è d’accordo il generale Carlo Cabigiosu, che però ritiene che non sia una strategia focalizzata solo sull’Italia.
    Michael Ledeen, dell’American Enterprise Institute, sposa la tesi della presenza tra le file del “global terror network” di figure che conoscono la realtà politica e sociale dell’Italia, e soprattutto che sanno sfruttarla.
    O almeno ci provano.

    da il Foglio del 4 giugno

    saluti

  8. #48
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    Predefinito La fiducia costruttiva di Sistani...

    ….per il nuovo governo iracheno

    Roma. Gioco diplomatico sempre più stretto per il varo della nuova e decisiva risoluzione dell’Onu sull’Iraq.
    A New York si attende di vedere quale sarà la posizione espressa dal nuovo governo iracheno sul tema su cui si registrano ancora distanze con l’asse Mosca-Parigi-Berlino-Madrid: la definizione della data finale del mandato alla forza multinazionale, che il nuovo testo presentato da Washington e Londra fissa – senza indicarne la data – per “la fine del processo politico a Baghdad (in sostanza, l’elezione dell’assemblea costituente, prevista per il 2006).
    Se il governo iracheno, per bocca del ministro degli Esteri, Hoshyar Zebari, da ieri a New York, accetterà tale impostazione, sarà ben difficile che questo possa diventare un punto dirimente. Lo stesso discorso vale per l’altro tema in discussione: il diritto di veto o no, dello stesso governo iracheno, sulle operazioni militari. Ieri il segretario di Stato americano, Colin Powell, ha negato che questo possa essere previsto dalla risoluzione, ma lo stesso ministro degli Esteri francese Michel Barnier, le settimane scorse, non aveva chiesto il diritto di veto, ma soltanto una doverosa
    “consultazione” del governo di Baghdad.
    Intanto George W. Bush, in volo per Roma, incassa l’approvazione al nuovo testo da parte della Cina (Liu Jianchao, portavoce del ministero degli Esteri ha addirittura dichiarato che la Cina “gioisce per le modifiche apportate alla risoluzione da Washington e da Londra”) e si accinge a una trattativa diretta all’Eliseo che inizierà sabato.
    Il presidente Jacques Chirac intende evidenziare un proprio successo personale nell’essere riuscito a far modificare la posizione americana e Bush è disposto a concedergli questo contentino, pur di portare a casa il risultato.
    Nel suo discorso di ieri, come in un’intervista a Paris Match, Bush ha mostrato infatti più di un’apertura, più di forma che di sostanza, alle posizioni francesi, anche se ha ribadito che, sulla durata della permanenza della coalizione militare, considera sovrano il governo iracheno, non l’Onu: “Le truppe della coalizione resteranno in Iraq se ci sarà il consenso del nuovo governo iracheno, che avrà la piena sovranità”.
    I prossimi giorni, dunque, chiariranno i termini di una mediazione diplomatica che pare in dirittura d’arrivo, faranno comprendere se la risoluzione sarà approvata rapidamente – come ha chiesto Bush – oppure se saranno necessari ancora tempi lunghi, e infine faranno capire se la mozione sarà approvata all’unanimità o a maggioranza, elemento non secondario, anche se non fondamentale.

    Nel frattempo, il nuovo premier iracheno, Iyyad Allawi, ha preso formalmente la guida del Comitato per la sicurezza nazionale, consegnatagli personalmente da Paul Bremer e dai generali John Abizaid e Ricardo Sanchez, e ha incassato il fondamentale riconoscimento formale dal grande ayatollah Ali al Sistani.
    La massima autorità religiosa degli sciiti ha infatti inviato a lui e al presidente della Repubblica, Ghazi al Yawar, un messaggio di buon lavoro che segnala la sua piena approvazione della “svolta” istituzionale impostata dall’inviato dell’Onu, Lakhdar Brahimi, pur
    temperata dalla puntualizzazione della mancata “legittimità
    popolare” delle loro cariche, elemento fondamentale per i precetti sciiti, sulla base del dogma della ijthiad (il consenso della comunità), formula che esplicita la particolare concezione della democrazia degli sciiti.
    Al Sistani ha poi elencato gli obiettivi prioritari che si devono dare le nuove istituzioni irachene: “Agire per ottenere dall’Onu una decisione che ristabilisca la sovranità completa al popolo
    iracheno; assicurare la sicurezza in tutto il paese e mettere fine al crimine organizzato e a tutte le altre operazioni criminali; offrire servizi pubblici ai cittadini e mitigare le loro sofferenze quotidiane; preparare seriamente le elezioni generali, rispettando la data fissata all’inizio del prossimo anno, affinché sia formata un’assemblea nazionale (transitoria) che non sarà legata ad alcuna decisione presa durante l’occupazione, compresa la cosiddetta Legge fondamentale”

    da il Foglio del 4 giugno

    saluti

  9. #49
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    Predefinito

    up! per atterraggio morbido!

  10. #50
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    Predefinito Occhio....

    ....all'Iran

    Roma. Scontata l’approvazione della nuova risoluzione dell’Onu, è solo questione di definirne i tempi. Gerhard Schröder pronostica che sarà approvata prima del G8 che si apre oggi in Georgia; più prudente, Condoleezza Rice stima che forse ci vorrà ancora un giorno.
    La quarta bozza, presentata domenica, accoglie la formula elaborata durante il soggiorno di George W. Bush a Roma, con la discreta collaborazione della diplomazia italiana: uno scambio di lettere tra Colin Powell e il premier iracheno Iyyad Allawi definisce la gestione congiunta delle operazioni militari, affidandola a una commissione formata dal comando militare americano e dal governo iracheno.
    E’ ancora in discussione se allegare alla risoluzione lo scambio di impegni epistolari o se trasformarlo in un paragrafo del testo.
    Il successo della mediazione è stato ieri riconosciuto anche dal paese cui più procura imbarazzo: la Spagna di José Luis Rodríguez Zapatero, che l’ha definita “positiva, ma non l’ideale”. Il premier spagnolo si è infatti messo da solo in una scabrosa posizione che non gli permette oggi di vantarsi, come possono fare Chirac, Schröder e Putin, del successo della “svolta”. L’impegno preso con gli spagnoli era di ritirare il contingente se entro il 30 giugno non vi fosse stata una svolta all’Onu.
    Poi, però, ha deciso di anticipare ad aprile il ritiro, motivandolo con la sfiducia nella capacità dell’Onu di effettuare il cambio di fase.
    Oggi non può che votare in Consiglio di sicurezza a favore della mediazione raggiunta, vantando come unico successo di essere riuscito a trascinare l’Ulivo italiano nel suo stesso errore (se fosse passata in Parlamento l’ultima mozione del centrosinistra, le truppe italiane avrebbero dovuto ritirarsi una settimana fa da Nassiriyah, salvo ritornare dopodomani, in ottemperanza al dispositivo Onu che ne chiede l’invio).

    I 2.500 aspiranti martiri assassini di Hezbollah
    Il momento diplomatico positivo è oggi colto in pieno dall’Amministrazione Bush, che riesce a elaborare anche proposte innovative.
    Secondo il quotidiano degli Emirati, al Bayan, Washington avrebbe infatti proposto di assegnare alla città santa sciita di Najaf lo status di Stato indipendente, sul modello della città del Vaticano, affidandone la gestione alla Marjia, il cui leader è l’ayatollah Ali al Sistani.
    Sarebbe un passo dal valore simbolico enorme, che spunterebbe per di più le tentazioni dell’ala più oltranzista degli ayatollah iraniani, che intendono condizionare, rendendo ingovernabile Najaf, un clero sciita iracheno che non riconosce a Teheran alcuna leadership spirituale e men che meno politica.
    L’insurrezione lanciata ad aprile da Moqtada Sadr è stata appoggiata da Teheran dal potentissimo hojatoleslam Ali Hashemi Rafsanjani (l’ambasciatore iraniano, ex generale dei Pasdaran, è stato espulso da Baghdad per questa ragione) e i riformisti iraniani hanno denunciato l’organizzazione, da parte degli Hezbollah di Teheran, di non meno di 2.500 kamikaze islamici, pronti ad agire in Iraq; operazione confermata il 26 maggio da Massud Dehnamaki, dirigente degli Hezbollah. Nonostante la prudenza delle dichiarazioni ufficiali – Hassan Rohani, braccio destro di Rafsanjani e probabile futuro presidente della Repubblica ha giudicato positivo il nuovo governo iracheno – è evidente ormai che l’instabilità irachena accelera il braccio di ferro tra riformisti e oltranzisti a Teheran.
    Nel momento di massima debolezza dei riformisti, gli oltranzisti sono sempre più tentati dalla prospettiva di aprire, tramite le milizie di Moqtada, un “fronte rivoluzionario sciita” in Iraq.
    In questa prospettiva, gli oltranzisti iraniani sono in rotta di collisione con gli stessi sciiti iracheni dello Sciri (movimento pur vicino a Teheran).
    Lo Sciri, infatti, ha prima boicottato l’insurrezione di Moqtada, poi ha chiamato gli sciiti a manifestare contro di lui a Najaf.
    Un alto esponente dello Sciri, Kazem al Hashemi, ha persino detto che il filo-iraniano Moqtada è responsabile non solo dell’assassinio dell’ayatollah moderato al Khoei, ma anche della strage di Najaf in cui è morto il 29 agosto 2003 il leader dello Sciri, Bagher al Hakim, con 158 fedeli.
    Moqtada, peraltro, deve per ora prendere atto della propria sconfitta militare, tanto che ha dovuto rendere omaggio, domenica, proprio a quel al Sistani di cui pochi giorni prima aveva irriso l’autorità religiosa.
    Ma le tensioni interne agli sciiti iracheni, sempre indotte da Teheran, non sono finite.
    Ieri, infatti, poco dopo che il premier iracheno Allawi ha annunciato l’accordo per il passaggio nelle forze di sicurezza ufficiali dei 100.000 armati delle milizie di tutti i partiti, è stato ucciso a Baghdad Feisal Shaer, comandante delle Brigate Badr, milizia armata dello Sciri.
    Di nuovo un mandante a Teheran?

    saluti

 

 
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