...ipotesi
Dai quindici secondi dell’uccisione di Quattrocchi alle piste d’indagine sul terrorista che capisce l’italiano
Milano. Il video dell’esecuzione di Fabrizio Quattrocchi dura circa 15 secondi e si conclude con due colpi di pistola.
Dopo la liberazione degli ostaggi, il Foglio è in grado di ricostruire il contenuto del filmato dell’orrore, che allontana fantasiose ipotesi sulle frasi pronunciate da Quattrocchi e dai sequestratori, ma conferma che qualcuno fra i terroristi parla o almeno comprende l’italiano.
La descrizione si basa sul racconto di chi ha visto il video. L’ostaggio italiano ha le mani legate davanti e uno straccio colorato, probabilmente una kefyah beduina, che gli copre gli occhi.
Non ci sono gli altri sequestrati e si percepisce soltanto la presenza dei terroristi.
L’impressione è che il filmato sia stato tagliato e ricucito, forse manipolato, per evitare di mostrare dettagli che sarebbero potuti servire agli investigatori.
Quattrocchi, che indossa i jeans e la maglietta di quando è stato catturato, sembra consapevole che sia stata già decisa la sua
condanna a morte.
Dice soltanto due frasi in italiano e risalta subito il fatto che, se lo fa, qualcuno dall’altra parte della telecamera deve capire che cosa dice.
Le riprese sono amatoriali, ma la prima frase che pronuncia l’ostaggio si sente chiaramente.
E’ una domanda: “Posso togliermi il cappuccio?”.
Uno dei terroristi risponderebbe: “No”, anche se la registrazione
è poco chiara, a causa della voce fuori campo.
La certezza che effettivamente sia stato pronunciato quel “no” può venire soltanto da un’analisi con apparecchiature adeguate della pista sonora.
Quattrocchi continua a parlare nella sua lingua, come se sapesse di essere compreso, e dice:
“Vi faccio vedere io come muore un italiano”.
Si vede la mano di un terrorista che stringe una pistola, puntata da una posizione laterale verso la testa di Fabrizio Quattrocchi. Immediatamente, dopo la frase dell’ostaggio, l’assassino spara due colpi, e il video si interrompe assieme alla vita del prigioniero.
Oltre al video dell’esecuzione, ci sono altri indizi dell’esistenza di almeno un regista o un protagonista del sequestro che parla italiano e conosce bene la realtà politica e i mass media del nostro paese.
Non è un caso che il primo ultimatum dei sequestratori sia datato 25 aprile, festa della Liberazione, quando hanno sfilato in piazza i pacifisti che chiedevano il ritiro dall’Iraq.
L’ultimatum scadeva dopo cinque giorni, il primo maggio, festa dei lavoratori, quando erano previsti altri cortei.
La principale condizione per liberare gli ostaggi era che il popolo italiano scendesse in piazza contro il governo per convincerlo a ritirare le truppe.
I tre ostaggi ieri hanno detto ai magistrati che “i rapitori parlavano in inglese” e che “non c’era alcun italiano tra loro”, ma uno dei sequestratori sembrava capire, forse addirittura parlare un po’, la nostra lingua.
Nei due video con i tre prigionieri ora liberi, questi ultimi parlavano in italiano e chi filmava o chi visionava le cassette, prima di farle avere ad al Jazeera, doveva conoscere la nostra lingua, per evitare che potessero essere pronunciati messaggi in codice o frasi che potessero aiutare l’intelligence.
L’ultimo filmato è arrivato alla vigilia della visita del presidente americano a Roma e invitava gli italiani a scendere in piazza, come era già stato annunciato dai pacifisti e da parte della sinistra, per protestare contro Bush.
Gli ex di Saddam passati per Roma
L’intelligence segue fondamentalmente tre piste: gli ex agenti di Saddam Hussein, gli immigrati legati al radicalismo islamico in Italia, partiti per l’Iraq, e gli estremisti nostrani infatuati della “resistenza” antiamericana.
Da Baghdad rimbalza la notizia, non ancora confermata, che fra i sequestratori catturati nel blitz o fra gli iracheni tenuti sotto controllo dall’intelligence ci fosse qualcuno legato all’ex regime. L’Italia era infiltrata da agenti di Saddam, che spesso godevano della copertura diplomatica.
L’ambasciata a Roma si occupava di spionaggio e controllava i dissidenti iracheni nel paese.
Uno di questi ha raccontato al Foglio che quando andò in ambasciata per richiedere il rinnovo del passaporto, un funzionario, evidentemente legato alla polizia segreta del raìs, buttò il documento fuori dalla finestra.
La Farnesina non rende nota la lista dei diplomatici iracheni presenti in Italia negli ultimi vent’anni, ma il Foglio ha scoperto che alcuni di essi furono espulsi prima della guerra del Golfo del ’91 per “attività incompatibili con il loro status”.
Si tratta di tre ufficiali e otto sottufficiali dell’ufficio dell’addetto militare iracheno.
L’ambasciatore, Said al Saba, tornò a casa e divenne il numero due del ministro degli Esteri, Tareq Aziz.
Negli anni 80, a Roma, il rappresentante diplomatico iracheno era Mohammed Saeed al Saaf, ministro dell’Informazione del raìs. L’Italia ha espulso alcuni imprenditori iracheni: Kassim Abbas e il fratello Abdul Hassim, sospettati di far parte della rete creata dai servizi di Saddam per procurarsi tecnologia occidentale proibita a fini bellici.
(1. continua)
saluti




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