Follini…Miccichè...Cuffaro
“Follini vicepremier? Una bolla di sapone concepita da esponenti di An e gonfiata dai giornali”, minimizzano fonti vicine ai vertici Udc. Dopo il pranzo “sereno” di un’ora a Palazzo Chigi con Silvio Berlusconi, il segretario dell’Udc ha detto che il tema del suo ingresso nell’esecutivo non era neppure all’ordine del giorno. I due hanno parlato anche d’altro, ma la proposta del Cav. è comunque arrivata, una volta ancora. Declinata. Così come era stata respinta nella verifica estiva, tra lo sconcerto di Gianfranco Fini. Al leader di An, dopo il licenziamento di Giulio Tremonti, quel disimpegno di Follini è costato la rinuncia al Tesoro e il malumore di chi tra i suoi, soprattutto Gianni Alemanno, lo spingeva a sostituire il ministro dell’Economia. “Solo se entra anche Follini”, aveva preteso Fini vanamente. Prima della pausa estiva, confortati da vaghe allusioni di Pier Ferdinando Casini, erano stati i finiani a preannunciare che Follini avrebbe cambiato idea. Per accettare un dicastero senza portafoglio, magari un ruolo da ministro-portavoce dell’esecutivo, sancire la pace rinnovata e prepararsi alle scadenze elettorali. Nulla di fatto, per ora, nonostante si sia mosso anche il neocommissario Rocco Buttiglione, interessato a riequilibrare i poteri nell’Udc almeno quanto gli stia a cuore la solidità dell’esecutivo.
I centristi notano il “clima che migliora” all’interno della maggioranza. Inalterati i buoni rapporti con la Destra sociale di An, lungo il negoziato sulle riforme istituzionali l’Udc potrebbe ritrovare in Alemanno un alleato. Per esempio nella proposta fatta al centrosinistra di stralciare bicameralismo e premierato, e votare assieme il capitolo delle riforme istituzionali che riguarda le modifiche al titolo V della Costituzione. La cosa non convince Fini: teme un ulteriore indebolimento del premierato, già succedaneo del presidenzialismo che vagheggia. Fini deve contenere le perplessità di alcuni dirigenti di An, come Mario Landolfi e Gennaro Malgieri, secondo i quali la strada del federalismo passa prima per un’assemblea costituente. Come vuole l’opposizione, che ieri ha alzato il prezzo del dialogo imbracciando nuovamente l’arma del referendum. “A giudicare dall’impennata massimalista –osserva un esponente dell’Udc – la larga condivisione di cui parla Ciampi è lontana”.
Gianfranco Miccichè, “apripista”. All’ormai ex coordinatore di Forza Italia in Sicilia gliel’hanno “impupata” un po’ così, anche sui giornali locali, facendolo passare per un gigante generoso che si eclissa per il bene di FI, dacché è stata sancita l’incompatibilità tra cariche di partito e ruoli di governo. L’uomo d’oro del sessantuno a zero alle politiche del 2001 cui Silvio Berlusconi ha chiesto di “dare l’esempio”, restare nell’esecutivo da viceministro dell’Economia e, chissà, forse qualcosa di più se il dicastero verrà scorporato in un rimpasto.
Miccichè non ha mai nascosto la sua predilezione per il compito sin qui svolto. Pazienza, dice: “Manca un anno e mezzo alle elezioni e le difficoltà a cui saremmo andati incontro si sono già viste alle scorse europee”. Il punto è, infatti, che dietro la richiesta del Cav. c’è una valutazione incentrata proprio sul cammino che separa dal 2006, quando la Sicilia oltre a votare per le politiche rinnoverà l’assemblea regionale.
E l’uomo forte di cui ha bisogno il premier è il governatore Totò Cuffaro, dell’Udc. Ché, salvo cattive sorprese giudiziarie, per intercettare consensi in Sicilia è sempre meglio non averlo contro. Al punto che il Cav. confida di averlo dalla sua parte come candidato a Palazzo dei Normanni.
Ancora un mandato da presidente, ma stavolta per FI.
L’obiettivo è proiettare sulle politiche il sicuro successo delle
regionali, e infliggere a livello nazionale un colpo definitivo ai centristi di Follini. Ma siccome in Sicilia spazio per due plenipotenziari non ce n’è, Miccichè si è rassegnato a una lunga stagione di politica romana.
“Posso anticipare al Foglio che nel 2006 mi ricandiderò. Non c’è cosa più importante che rappresentare la Sicilia”, dice Cuffaro. Allora si può ipotizzare un suo passaggio, da qui al 2006, in Forza Italia? “Giuro, assolutamente no. Sono un convinto dirigente dell’Udc”. Cuffaro ammette che tra lui e Berlusconi c’è “tanta, tantissima simpatia. Siamo entrambi ex allievi dei salesiani e milanisti”. Tutta qui, l’intesa? Ovviamente no. Annuncia Cuffaro: “Dopo la diaspora degli anni Novanta, che in Sicilia cominciò con la Rete di Leoluca Orlando, sta maturando un processo di riaggregazione dell’area moderata. Questa nostra Sicilia che, non dimenticatelo, ha sempre anticipato processi politici nazionali, ora anticipa la riaggregazione verso un partito aperto, plurale e democratico, popolare ed europeo. Come tutti i processi politici, anche questo va governato, ma nessuno s’illuda di poterlo fermare”.
saluti




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