
Originariamente Scritto da
donerdarko
La verità è che tutte le chiacchiere spirituali ruotano attorno ad una cosa: si cerca di smettere di soffrire.
Qui non si sta nè lavorando, nè meditando, ma solo chiacchierando.
Certo, le parole, la logica e la semantica meritano un'attenzione precisa e non indifferente. E' solo passando attraverso l'astrazione linguistica e le catene della logica che la coscienza individuata si differenzia: per andare oltre l'ego, occorre che prima si sia formato un ego strutturato.
L'ovvietà consiste nel dire che tutta la comprensione "dell'essenza delle cose" viene dall'esperienza. Un uomo può accumulare tutto il sapere di questo mondo senza comprendere nulla.
Un uomo può anche adottare principi di condotta detestabili per gli altri esseri umani, può dare scandalo (portare al polso orologi tempestati di diamanti, indossare tute spaziali o collezionare rolls royce); può anche dire le parolacce, essere blasfemo e, nei casi più estremi, anche eretico: ma tutto questo non ha nulla a che vedere con il lavoro nè con l'illuminazione.
Per questo la teoria disgiunta dalla pratica ha poco valore. Perchè sul dubbio non si può fondare nulla; tantomeno si può fondare una scuola. Però qui siamo sempre nella categoria dell'ovvio.
LO SCOPO delle Dottrine è solo quello di accompagnare la pratica con la più solida delle teorie.
Perchè?
Perchè proprio in questo consiste l'unico vero rospo di cui parlava Dorjiev: quando l'uomo occidentale approccia alle dottrine orientali non possiede le qualificazioni necessarie a gestire difficoltà e problemi connessi all'utilizzo di tali discipline. E la causa è proprio la mancanza di un EGO forte, organico, solidamente strutturato: mancano i pre-supposti. Il punto è che la mente... mente! Non funziona in modo corretto.
Che senso avrebbe altrimenti il criticismo estremo di Nagarjuna? Quando dice che anche il Buddha, il Nirvana e le altre categorie buddhistiche sono in sé inesistenti, hanno soltanto un valore strumentale, un valore puramente ideale?
Qui s'inserisce il ruolo del Maestro. Il Maestro non è qualcuno che ti vende a suon di danari le qualificazioni; non è nemmeno qualcuno che ti chiede di strusciarti continuamente su di lui, al fine di acquisire chissà quali meriti nirvanici.
Questo è l'UNICO discriminante.
L'unico criterio per discriminare un furfante (che "vende" pseudo-iniziazioni o addirittura agente delle contro-iniziazione) da un Maestro autentico è che il secondo, MAI IN ALCUN CASO incoraggerà tali comportamenti da parte dei suoi discepoli.
Non vedo in tal senso come gli orologi, le tute e le Rolls possano essere utilizzate come elemento discriminante, se non nel FATTO che qualcuno possa attribuirvi arbitrariamente un valore negativo (e dunque un punto di vista morale), semplicemente sulla base dell'appariscenza estetica; giudizio che può essere più o meno largamente condiviso, ma che non è per questa ragione più fondato.
Senza minimamente considerare il FATTO più importante, sul quale forse non ci si vuole soffermare abbastanza ossia: che il MAESTRO e il DISCEPOLO, semplicemente NON ESISTONO. Sono due termini che si qualificano relazionalmente, ma al di fuori di ciò, non sussiste alcuna realtà sostanziale che ne giustifichi l'esistenza.
Che tutti si chiedessero: che cosa spinge l'individuo a desiderare di essere discepolo di qualcuno che non esiste?...
Di conseguenza, sento di poter concordare con le parole di Osho e di chi, con lui, sostiene che la buddhità è una chimera, in quanto non è qualcosa che si possa raggiungere attraverso il lavoro, bensì qualcosa che non è MAI stata perduta e non potrà MAI in alcun caso essere perduta.
Dimenticata, obliata, forse.
Perduta, mai.
Allo stesso modo, questo FATTO, può presentarsi a taluni in maniera sospetta, ossia in maniera "poco ortodossa".
Altrettanto naturalmente, gli ortodossi diranno che è meglio passare per ottusi, ma percorrere la "Via sicura", piuttosto che ostentare "apertura" ed intraprendere nuovi sentieri mai battuti, di cui non si possiedono le benché minime certezze.
I "progressisti spirituali" avranno da obiettare circa la "ristrettezza mentale" dei loro interlocutori ortodossi, e così via ci si avventura in una discussione infinita, senza capo nè coda.
Questo assunto vale tanto per le persone comuni, quanto per i ricercatori spirituali (che parlano lo "spiritualese", nel quale solo vocaboli come "lavoro", buddhità", "ricerca interiore", "maestro", "discepolo", ecc. trovano diritto di cittadinanza).
Che cosa sarebbe dunque questo lungo, duro e travagliato lavoro interiore se non esercizio di MASOCHISMO o SADISMO?
La vera preghiera, la vera meditazione, profonda, sorgono da sè, spontaneamente. La meditazione stessa è uno strumento e non un fine (anche se qualcuno può cadere come sempre nell'errore di invertire i due termini). E' un mezzo e allo stesso tempo una grazia, un'elargizione gratuita che può raggiungere tutti gli uomini (finiti) indistintamente.
Un mezzo... per raggiungere cosa? Tutto, ma certo non l'Illuminazione!
Porre dei paletti, delle limitazioni, dei confini a questo FATTO, significa solo aver frainteso qualcosa e non accorgersi che in realtà si cerca solamente di giustificare l'idea sempre cinica del potere.