La "paralisi" di Ichino
Quando si perde il significato della parola concertazione
Piero Ichino, sul "Corriere della Sera" di lunedì, a proposito dell'incontro a Palazzo Chigi fra governo e sindacati, sintetizzava bruscamente: "Accordo o paralisi".
Ichino, realisticamente, prevedeva che non vi sarebbero state però "convergenze illuminanti", in quanto le stesse categorie dei lavoratori vivevano una condizione di "disaccordo profondo". Non soltanto sul merito delle questioni, ma anche sul metodo negoziale con cui affrontarle. "Sono passati due anni * ha scritto Ichino - da quando Epifani rispose con un brusco ‘no' alla proposta della Confindustria di aprire una trattativa sulla struttura della contrattazione collettiva, rinviandola a quando Cgil, Cisl e Uil avessero elaborato una linea comune; ma nel biennio si è assistito soltanto a un gioco a rimpiattino fra le tre confederazioni. Nel luglio scorso Pezzotta ha concluso il congresso della Cisl ponendo alla Cgil un termine per l'intesa a metà settembre. A metà settembre Epifani ha stabilito che non si poteva fare nulla prima del rinnovo del contratto dei metalmeccanici. A gennaio il contratto è stato rinnovato, ma a quel punto occorreva rinviare la questione a dopo il congresso della Cgil. Celebrato il quale, all'inizio di marzo, si è detto che occorreva attendere le elezioni. Ora anche le elezioni sono passate, ma il dialogo non decolla".
Quello che ancora non era chiaro, invece, è che all'interno dello stesso esecutivo vi sono almeno tre linee diverse su come procedere. Il rendiconto lo fornisce con una certa attendibilità l'ex direttore della "Stampa", Marcello Sorgi: la linea del ministro dell'Economia Padoa - Schioppa, secondo la quale "la concertazione non è condecisione" e spetta al governo in carica la responsabilità "esclusiva di decidere". Quella del ministro della Solidarietà sociale Ferrero, che spiega che comunque non serve per le decisioni "il consenso di Confindustria". Infine quella del ministro del Lavoro Damiano, secondo il quale il governo può procedere "solo se si riesce a trovare un accordo, una condivisione".
Qualunque profano può accorgersi facilmente che il governo, prima di aprire il tavolo della concertazione con le parti sociali, dovrebbe per lo meno trovare una linea comune al suo interno. Non osiamo pensare a quanto tempo occorra perché lo stesso governo si intenda fra le sue componenti. Per cui, rispondendo a Ichino, guardando allo stato dei fatti, la soluzione della sua antinomia è semplice: paralisi.
La nostra impressione è che il governo ne sia consapevole e che la concertazione sia intesa esattamente come il modo di fare passare il tempo per evitare spaccature verticali al suo interno, visto che ogni ministro rappresenta una forza politica o - come Padoa - Schioppa - riceve il sostegno di una parte cospicua dell'elettorato che si aspetta delle risposte, tanto più velocemente quanto maggiormente la crisi economica del paese, o le difficoltà del Paese, sono denunciate con forza. La nostra prima valutazione, e cioè quella che il governo non è in grado, causa le sue divisioni, di decidere alcunché è, in queste condizioni, confermata in pieno.
Di più, un tale marasma consente ai leader radicali della maggioranza di ventilare le ipotesi più manichee. Vedi le posizioni di Diliberto, che chiede a gran voce di tassare i super ricchi, incoraggiato anche dal ministro degli Esteri che, presentatosi ai giovani industriali di Santa Margherita, non ha trovato di meglio da dire che occorre tassare le rendite. Bei tempi, quando il presidente del Consiglio D'Alema annunciava una riforma della previdenza che è stata poi precipitosamente accantonata. Perché noi potremmo anche capire l'aumento delle tasse ai super ricchi, il prelievo sulle rendite, tutte le rendite, ma il punto è che esse da sole non bastano per garantire il sistema sociale che si vorrebbe salvaguardare. Il governo non può eludere il problema dei tagli, soprattutto quando aumenta a dismisura anche gli incarichi dei sottosegretari, suscitando più di una preoccupazione - anche in opinioni amiche. Un partito come il nostro, che vanta da lunga data il primato della proposta della concertazione, non potrà esimersi dal prendere un'iniziativa sul tema del dialogo fra Confindustria e sindacati. Se non altro per rivendicare un valore originale di una politica dei redditi a noi cara, di cui questo governo, fin dai suoi primi passi, ha perso il senso del significato.
Roma, 13 giugno 2006
tratto dal sito del Partito Repubblicano
http://www.pri.it
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