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  1. #191
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    La "paralisi" di Ichino
    Quando si perde il significato della parola concertazione



    Piero Ichino, sul "Corriere della Sera" di lunedì, a proposito dell'incontro a Palazzo Chigi fra governo e sindacati, sintetizzava bruscamente: "Accordo o paralisi".

    Ichino, realisticamente, prevedeva che non vi sarebbero state però "convergenze illuminanti", in quanto le stesse categorie dei lavoratori vivevano una condizione di "disaccordo profondo". Non soltanto sul merito delle questioni, ma anche sul metodo negoziale con cui affrontarle. "Sono passati due anni * ha scritto Ichino - da quando Epifani rispose con un brusco ‘no' alla proposta della Confindustria di aprire una trattativa sulla struttura della contrattazione collettiva, rinviandola a quando Cgil, Cisl e Uil avessero elaborato una linea comune; ma nel biennio si è assistito soltanto a un gioco a rimpiattino fra le tre confederazioni. Nel luglio scorso Pezzotta ha concluso il congresso della Cisl ponendo alla Cgil un termine per l'intesa a metà settembre. A metà settembre Epifani ha stabilito che non si poteva fare nulla prima del rinnovo del contratto dei metalmeccanici. A gennaio il contratto è stato rinnovato, ma a quel punto occorreva rinviare la questione a dopo il congresso della Cgil. Celebrato il quale, all'inizio di marzo, si è detto che occorreva attendere le elezioni. Ora anche le elezioni sono passate, ma il dialogo non decolla".



    Quello che ancora non era chiaro, invece, è che all'interno dello stesso esecutivo vi sono almeno tre linee diverse su come procedere. Il rendiconto lo fornisce con una certa attendibilità l'ex direttore della "Stampa", Marcello Sorgi: la linea del ministro dell'Economia Padoa - Schioppa, secondo la quale "la concertazione non è condecisione" e spetta al governo in carica la responsabilità "esclusiva di decidere". Quella del ministro della Solidarietà sociale Ferrero, che spiega che comunque non serve per le decisioni "il consenso di Confindustria". Infine quella del ministro del Lavoro Damiano, secondo il quale il governo può procedere "solo se si riesce a trovare un accordo, una condivisione".

    Qualunque profano può accorgersi facilmente che il governo, prima di aprire il tavolo della concertazione con le parti sociali, dovrebbe per lo meno trovare una linea comune al suo interno. Non osiamo pensare a quanto tempo occorra perché lo stesso governo si intenda fra le sue componenti. Per cui, rispondendo a Ichino, guardando allo stato dei fatti, la soluzione della sua antinomia è semplice: paralisi.

    La nostra impressione è che il governo ne sia consapevole e che la concertazione sia intesa esattamente come il modo di fare passare il tempo per evitare spaccature verticali al suo interno, visto che ogni ministro rappresenta una forza politica o - come Padoa - Schioppa - riceve il sostegno di una parte cospicua dell'elettorato che si aspetta delle risposte, tanto più velocemente quanto maggiormente la crisi economica del paese, o le difficoltà del Paese, sono denunciate con forza. La nostra prima valutazione, e cioè quella che il governo non è in grado, causa le sue divisioni, di decidere alcunché è, in queste condizioni, confermata in pieno.

    Di più, un tale marasma consente ai leader radicali della maggioranza di ventilare le ipotesi più manichee. Vedi le posizioni di Diliberto, che chiede a gran voce di tassare i super ricchi, incoraggiato anche dal ministro degli Esteri che, presentatosi ai giovani industriali di Santa Margherita, non ha trovato di meglio da dire che occorre tassare le rendite. Bei tempi, quando il presidente del Consiglio D'Alema annunciava una riforma della previdenza che è stata poi precipitosamente accantonata. Perché noi potremmo anche capire l'aumento delle tasse ai super ricchi, il prelievo sulle rendite, tutte le rendite, ma il punto è che esse da sole non bastano per garantire il sistema sociale che si vorrebbe salvaguardare. Il governo non può eludere il problema dei tagli, soprattutto quando aumenta a dismisura anche gli incarichi dei sottosegretari, suscitando più di una preoccupazione - anche in opinioni amiche. Un partito come il nostro, che vanta da lunga data il primato della proposta della concertazione, non potrà esimersi dal prendere un'iniziativa sul tema del dialogo fra Confindustria e sindacati. Se non altro per rivendicare un valore originale di una politica dei redditi a noi cara, di cui questo governo, fin dai suoi primi passi, ha perso il senso del significato.

    Roma, 13 giugno 2006



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  2. #192
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    La nuova politica estera
    Terroristi compiaciuti e alleati irritati: ecco la formula di Prodi



    Non ci aspettavamo certo, da parte del ministro degli Esteri in carica, illazioni sconclusionate e prive di fondamento sugli eventuali impegni, segreti o meno, del nostro governo precedente con gli Stati Uniti d'America.

    Saremmo più interessati a capire invece che cosa davvero voglia fare il governo in carica, visto l'arrampicarsi sugli specchi di dichiarazioni e prese di posizione spesso contrastanti, sempre sconcertanti.

    Tanto che il presidente del Pri Giorgio La Malfa, in un dibattito radiofonico di qualche giorno fa con il nuovo segretario di Rifondazione comunista, Giordano, ha detto che in queste condizioni è meglio andarsene via subito, perché altrimenti, nella ridda di ipotesi, suggestioni ed affermazioni che provengono dagli esponenti della nuova maggioranza, finisce che il conto di tanto sconclusionato dilettantismo lo pagheranno i nostri soldati.



    Invece, quello che è chiaro nella babele del governo, è che non se ne vogliono affatto andare via subito, al contrario di quello che hanno detto agli elettori e che ancora dicono il Pdci, i Verdi e la stessa Rifondazione. E questo è evidente non solo dalle dichiarazioni contraddittorie di D'Alema, su cui ci siamo soffermati altre volte e che non intendiamo ripercorrere nuovamente. E' evidente non solo dalla visita del ministro della Difesa a Nassiriya, che si congratulava con i soldati per il lavoro svolto. Se si approva il loro operato ci sarà pure una ragione legata al contesto in cui avviene - o semplicemente si seziona la realtà per accaparrarsi quello che conviene. Questo è chiaro dall'ultima dichiarazione di Prodi che campeggia virgolettata sulle pagine di tutti i giornali: "I nostri soldati lasceranno l'Iraq senza irritare l'alleato Usa".

    E perché mai dovremmo preoccuparci dei sentimenti dei nostri alleati, se la politica che hanno svolto, e che il passato governo ha sostenuto lealmente, era sbagliata, come pure non si è mai smesso di dire in questi anni? Gli alleati si meriterebbero di pagare il frutto dei loro errori. Invece no, non li vogliamo irritare. Quale straordinaria delicatezza.

    Per la verità, noi pensavamo che gli Stati Uniti fossero già abbastanza irritati solo dicendo loro che una guerra, che è costata la vita di tanti loro soldati, fosse un errore. Tanto più li si irrita, se si pensa che a considerare come un errore una guerra ad un dittatore - una missione, cioè, che ha dato ad un Paese una promessa di libertà e di indipendenza - è una nazione che a sua volta venne liberata, grazie a una guerra americana, da una dittatura che pure godeva di un sostegno molto maggiore di quello che aveva il regime di Saddam Hussein. E forse gli americani si sono irritati anche a sentire dire, da uno che si vanta di essere comunista, che il loro presidente ha "le mani sporche di sangue". Per non parlare poi dell'attuale ministro degli Esteri, che con disinvoltura ha messo sullo stesso piano il terrorismo e il bombardamento di Falluja. Ora invece bisogna non irritare gli alleati con il ritiro e dunque, sempre che il professor Prodi nel frattempo non sia impazzito, questo vuole dire che il ritiro non sarà fatto su due piedi, come pure si pretendeva in un primo tempo, oppure che non sarà totale, visto che si vuole comunque assicurare un qualche grado di cooperazione civile in Iraq, così come non si può chiedere agli americani e agli inglesi di proteggere con le loro truppe i nostri civili.

    Ma il punto è un altro: se si ritiene necessaria una forma di cooperazione con la giovane e traballante democrazia irachena, ciò significa che la politica del passato governo, che questa cooperazione dava tangibilmente, era corretta; così come il fatto che venisse svolta con una missione militare, approvata dall'Onu, fosse una forma adeguata della stessa. Perché farla venire meno, allora?

    Meriterebbe il pieno sostegno del governo, e lo spiegare agli elettori e alle parti più recalcitranti della propria maggioranza, che quelli che sbagliavano erano coloro che la contestavano, anche con formule di dubbio senso morale, come quella che abbiamo ascoltato gridare in tante manifestazioni "pacifiste" e che non ripetiamo per decenza.

    Se non si vogliono irritare gli Usa, i soldati restano e si sostengono, anche perché il ritiro compiace i terroristi, che vedono diminuire i nemici che li hanno sfidati sul campo. Ma anche a questo il nuovo governo non ha mai pensato, o voluto pensare.

    Roma, 14 giugno 2006



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  3. #193
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    Confusione e marasma
    Uno stato di incertezza che travolgerà la stessa maggioranza

    C'è una confusione singolare nelle file del centrosinsitra, che aumenta di giorno in giorno, e che si riflette nel vuoto ormai evidente dell'azione di governo e nella fragilità disarmante della maggioranza. E' un ministro della Repubblica a chiedersi se si arriva a Natale, e noi non possiamo che prenderne atto. Così come prendiamo atto che il ministro dell'Economia ritiene illusoria una terapia di rilancio economico nel Paese fondata sulle tasse, mentre parte della maggioranza è solo preoccupata di cancellare la legge Biagi ed un'altra parte rilevante vorrebbe comunque salvaguardare una sufficiente flessibilità. Sorvoliamo poi sulle posizioni del sindacato relative al cuneo fiscale - se serva o meno - quando Prodi lo difende, e la Confidustria si sente beffata e danneggiata: allora confusione è dire poco. Siamo al marasma.



    Vorremmo avere anche noi allora la tranquilla coscienza dell'onorevole Fassino che, incurante di una tale condizione sempre più palese all'opinione pubblica - a cominciare da quella amica, a dir poco preoccupata - arrivato al vertice dei Socialisti europei, annuncia solennemente che ora finalmente l'Italia è tornata in Europa. Ma ne è sicuro? E dove eravamo finora? Fassino non si deve essere accorto che in questi anni l'Italia è stata vicina alle scelte di politica estera del socialista Blair - forse che l'Inghilterra non è Europa?- e che la soluzione di governo scelta dall'Italia fa a pugni con quella scelta dalla vicina Germania. Vorremmo notare che anche la Spagna sulle politiche immigratorie e sulla liberalizzazione dei servizi è più vicina alle proposte del centrodestra che a quelle che si ventilano nell'attuale maggioranza. Basta infatti pensare all'approvazione spagnola della direttiva Bolkestein.

    Se poi si pensa che lo stesso ministro degli Esteri D'Alema ha sostenuto che il miglior spirito europeo è quello che salda la politica del vecchio continente con quella degli Usa, l'Italia del governo Berlusconi ha dei meriti a proposito, che non vediamo ancora per l'Italia di Prodi.

    Certo, capiamo le ragioni della propaganda, così come il desiderio di negare l'evidenza. Purtroppo per il centrosinistra, la realtà fa breccia nella coscienza della gente ed il rischio è che un tale stato di incertezza, indecisione e conflittualità, oltre ad esiti paradossali, travolga l'attuale maggioranza, magari più in fretta di quello che si pensa. E allora, davvero addio al fatidico panettone.

    Roma, 15 giugno 2006



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  4. #194
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    L'amico americano
    Se la maggioranza si divide sull'Afghanistan andiamo dritti alla crisi

    Il nostro auspicio è che gli Stati Uniti raccolgano la riconferma dell'amicizia dell'Italia attraverso le parole del ministro degli Esteri in visita a Washington, nonostante la scelta di ritirare il contingente militare dall'Iraq. I rapporti storici e stabili fra i due Paesi sono tali da poter superare anche quella che oggettivamente rappresenta una lacerazione, soprattutto se si pensa che la stessa Italia ha confermato l'esigenza di un aiuto all'Iraq e, come aveva detto lo stesso D'Alema, attraverso una missione civile debitamente protetta. Ora in che forma sarà dato questo aiuto e soprattutto se sarà utile a qualcosa, lo sapremo in seguito.

    L'importante è che il governo italiano si renda conto della delicatezza della nuova situazione e misuri i suoi passi con la sufficiente prudenza, soprattutto quando nella maggioranza c'è chi attacca ogni giorno la politica statunitense e vi sono financo ministri che inneggiano a Fidel Castro; senza dimenticare che lo stesso presidente del Consiglio ama ripetere che la guerra a Saddam fu un errore.

    Poi, visto che lo stesso governo non vuole "irritare" gli americani, che dovrebbero avere ed hanno probabilmente più di una ragione di irritazione, forse cercherà almeno di evitare che l'irritazione cresca ulteriormente. Per questo è molto importante la nostra posizione sull'Afghanistan: diamo atto al ministro degli Esteri ed al ministro della Difesa, oggi a Kabul, di un'impostazione che contempla l'assolvimento ed il rispetto degli impegni presi per quei luoghi. E' impossibile però non registrare le resistenze, per non dire le minacce, di altre componenti della coalizione di governo a questo proposito, tanto da far credere che anche la missione in Afghanistan ne risulti compromessa.

    Ora cosa significhi esattamente essere amici in maniera diversa da come, ad esempio, lo fu il governo Berlusconi nei confronti degli Usa, si capisce. Il governo Berlusconi non seguì gli Usa pedissequamente come accusa l'Unione, dato che non partecipò alla guerra all'Iraq ma andò nel Paese quando si pose il problema della ricostruzione. Una distinzione che non è stata colta, e questo è il problema. Attenzione all'Afghanistan: dato che già si parla di un disimpegno di Rifondazione, del Pdci e di altri esponenti contrari alla missione. Se si pensa di rifinanziare la missione attraverso il voto di altre componenti politiche che non fanno parte della coalizione di centrosinistra, il governo Prodi è finito, ed è meglio per tutti trarne le conseguenze.

    Roma, 16 giugno 2006



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  5. #195
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    Giustizia: ora è lite tra Di Pietro e Mastella

    L’idea del ministro della Giustizia Clemente Mastella di realizzare un provvedimento bipartisan per regolamentare l’uso delle intercettazioni scatena le ire di Antonio Di Pietro. Il ministro delle infrastrutture si traveste da Guardasigilli ombra e bacchetta il collega di via Arenula ammonendolo a non toccare lo strumento tanto caro ai suoi ex colleghi. Mastella reagisce ed apre un contenzioso all’interno del governo che, se non sanato, potrebbe addirittura portare alla crisi

    tratto da L'Opinione 21 giugno 2006

  6. #196
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    Arrampicarsi sugli specchi
    Per il governo Prodi sembra già iniziato il conto alla rovescia



    Possiamo dire che il governo ha avuto una doppia fortuna. La prima, i mondiali di calcio. Se la nazionale italiana va avanti, la maggioranza dei nostri compatrioti sarà di buon umore, se non va avanti, sarà per lo meno distratta fino a che durano. La seconda, le intercettazioni telefoniche. Tali e di personaggi tanto illustri da riempire intere pagine dei giornali. Ma se questi due elementi si superano, la realtà politica della nuova maggioranza appare piuttosto misera e precaria. Il primo ad accorgersene è stato, manco a dirlo, una intelligenza esperta del nostro sistema parlamentare, come Giuliano Amato che, in una intervista alla "Repubblica" di qualche giorno fa ha ripreso la domanda che il premier spagnolo Zapatero ha rivolto a Prodi: "Ma davvero guidi una coalizione di nove partiti?". E Zapatero che, fra pacs e matrimoni gay non si fa scandalizzare facilmente, alla conferma di tale questione è rimasto piuttosto sconcertato. Come è possibile mettere insieme tanti soggetti ed un'azione di governo omogenea e coerente? Diamo atto a Prodi perlomeno di sapersi arrampicare sugli specchi con una certa abilità: poltrone a tutti a dismisura ed incurante dei mugugni dell'opinione pubblica. E rinviare, rinviare sempre ogni decisione. Che si tratti della Tav, della Finanziaria, financo della politica estera. Più si allunga il tempo delle decisioni, più si concerta, più si discute, più si evitano scelte pericolose per la stabilità del governo. Ma finiti i mondiali, se non vi saranno nuove intercettazioni, e dopo ancora qualche mese, ad un dato momento il governo dovrà pronunciarsi, ed allora inizieranno i dolori.



    Anche perché, come ha notato Federico Geremicca sulla "Stampa", i tanti "partiti della coalizione - di nuovo centrali con il ritorno del proporzionale * mostrano una insofferenza verso i leader di coalizione che pare crescente di settimana in settimana". Geremicca ha ragione. Non si è mai visto un centrosinistra compatto ed allineato come nell'occasione in cui si trattava di bocciare il candidato del presidente del Consiglio alla direzione generale della Rai. Tanto che tutti i giornali titolano a proposito: "l'ira di Prodi".

    C'è da credere che questo sia solo l'inizio. Il seguito lo vedremo con l'esito del partito democratico, l'unica carta a disposizione del Professore. Perché se questo partito si fa, egli disporrà di uno strumento per mitigare gli alleati minori e di un punto di riferimento nella coalizione. Se non si fa, è chiaro che il progetto è saltato, causa i malumori e le incomprensioni di Ds e Margherita, tali da lasciare un segno profondo nei rapporti futuri fra i due principali partiti del centrosinistra. E in questo modo Prodi si troverà preso fra tre fuochi: quello della sinistra radicale, che è già bello alto, e quello di Ds e Margherita, che già inizia a montare. In queste condizioni di accerchiamento è difficile disporre della serenità necessaria per guidare il governo del Paese.

    Un paese che, su tutti, ha a nostro avviso un problema prioritario: quello del rilancio economico. La Confindustria, che non è stata certo ostile a questo nuovo governo, da qualche settimana inizia a mostrare segni di preoccupazione. Da una parte la riduzione del cuneo fiscale è slittata, ed in compenso è stata aumentata l'Irap in sei Regioni. Dall'altra si parla di una riduzione del cuneo solo a determinate imprese. In una parola si teme che il rispetto dei parametri di Maastricht ed i richiami del ministro Padoa Schiopp al rigore, siano il segno di un freno alla ripresa. Considerando poi che i sindacati non vogliono tagli e che il presidente della Camera ha definito "criminale" ogni ipotesi di aumento dell'età pensionabile, con che ricetta si possa mai dipanare questa materia, senza deludere qualcuno, e deluderlo profondamente, davvero non riusciamo ad immaginarlo. E disgraziatamente per Prodi, quando si deciderà chi deludere, il suo consenso è destinato a precipitare in una direzione o in un'altra. Visto poi che il consenso di cui dispone il governo Prodi non è già di per sé così alto, ci vorrà davvero poco a scoprirsi minoranza.

    Come diceva un uomo politico del passato, il destino delle vecchie volpi è di finire in pellicceria. Seguendo questo criterio, una prelibata mortadella finirà per sciogliersi nella bocca dei suoi degustatori.

    Roma, 22 giugno 2006



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  7. #197
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    Gli antiamericani
    Ci pensa Velina Rossa a rovinare la festa al Professore

    Il professor Prodi non ha contenuto la sua contentezza per il risultato referendario, definito "un bel colpo", ma avrà difficoltà a tramutare in un successo per il governo la vittoria del No alla riforma della Carta Costituzionale. Perché se è vero che ci ha pensato, è anche vero che ha subito trovato il primo intoppo che, manco a dirlo, proviene dalla "Velina Rossa", l'agenzia vicina ai Ds - in particolare al ministro degli Esteri D'Alema - che non ha dato nemmeno il tempo di fare un brindisi al premier per scrivere che ‘"il paese ormai è stanco delle elucubrazioni dei vari personaggi politici e attende, in special modo dall'attuale governo, iniziative forti per cercare di ritrovare l'equilibrio economico e portare avanti, perché no, il discorso su eventuali riforme''. Entrambe le cose sono sgradevoli per Prodi, perché sull'economia si sa che vi sono almeno tre linee diverse da comporre; invece, sulle riforme, il professore, che già si oppose alla Bicamerale, forte del sostegno di Bertinotti e della delusione del centrodestra, vorrebbe poter dire per lo meno la parola pausa. Invece già sa che la partita continua. Tra l'altro, che la "Velina Rossa" non scherzi è chiaro dal fatto che l'unico argomento sostenuto dal premier - quello di aver trovato "il paese allo sfascio * è proprio quello che deve essere abbandonato: "Deve finire * aggiunge infatti la "Velina" - anche la questione delle continue lamentele per avere trovato il paese allo sfascio (...). Reclamiamo un discorso serio sullo stato dell'economia italiana. Il paese si attende risposte chiare sulle priorità, anche perché, secondo i discorsi fatti in campagna elettorale, sono state preannunciate alcune misure che fin d'allora a noi erano sembrate esagerate''. E la Velina cita come esempio i 5 punti da ridurre al cuneo fiscale, augurandosi che non si siano sbagliati i conti. Una bocciatura più clamorosa, da un'agenzia "amica" non poteva venire, e proprio in un giorno di sospirato trionfo.

    Perché questa impennata su economia e riforme, proprio mentre il centrosinistra si interroga sulla questione del finanziamento della missione militare in Afghanistan? Perché D'Alema fa sapere in maniera piuttosto esplicita che non ha intenzione di trovarsi bersaglio dell'ala radicale della maggioranza e che se il professore non vuole grane più grosse, deve sostenerlo nella sua linea politica illustrata agli Stati Uniti, calmando l'ala pacifista della coalizione che vorrebbe anche il ritiro dall'Afghanistan oltre che dall'Iraq. E' vero che il ministro della Difesa è sulla linea di D'Alema, ma Prodi sembra lasciare le cose al suo corso, nemmeno si compiacesse di uno scontro fra le formazioni comuniste ed il ministro degli Esteri, potendo così egli mediare le diverse posizioni. L'ala dalemiana dei Ds fa sapere subito che non è intenzionata a subire, e Prodi dovrà darsi da fare per non avere danni più gravi.

    Il professore non dovrà soltanto guardarsi da D'Alema, però, ma anche dalla Margherita. Il grande progetto del partito democratico richiesto da Prodi appare già bello che arenato. Di più, e di peggio, a Ragusa la Margherita ha mollato i Ds e al secondo turno il sindaco diessino uscente è stato sconfitto dal candidato della Cdl. Ragusa potrebbe essere un caso limite, ma cade nel momento più opportuno, perché se è vero che Margherita e Ds litigano, le spese le fa Prodi, che vorrebbe superare le beghe di questi due partiti e invece ne finisce preso in mezzo, come in una tagliola. Non solo, ma la pax fra i suoi due vice premier, D'Alema e Rutelli, è tale per la quale il bersaglio finisce per essere il professore e ormai egli soltanto chiede a gran voce, in nome del popolo delle primarie, il partito unico. Quercia e Margherita si misurano distintamente invece, l'una contro l'altra armate, e questa è la vera debolezza del professore, costretto ancora una volta a misurare le sue forze con quelle degli alleati più grandi.

    Resterà poi da vedere come questa situazione ancora così ingessata potrà svilupparsi. Certo, va annotato che mentre D'Alema ha ottenuto un discreto successo personale nella sua visita a Washington e Rutelli in fondo rassicura la Casa Bianca da sempre, il professore è costretto a spiegare di non essere antiamericano alla stampa statunitense. Come a dire, dei tre chi è il meno gradito ad un alleato messo in difficoltà dall'Italia proprio in Iraq.

    Roma, 27 giugno 2006



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  9. #199
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    Ricominciamo da Lisbona
    La Casa delle Libertà scenda dall'Aventino e torni a fare politica

    di Gianni Ravaglia

    Non hanno avuto il risalto che meritano i contenuti dell'appello lanciato dal Presidente della Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati, Daniele Capezzone. Essi, in attesa delle iniziative del Ministro Padoa Schioppa, rappresentano, a mio parere, l'unica seria proposta fin qui prodotta dalla maggioranza di governo. L'appello consta di una serie di indicazioni, in gran parte contenute nel piano di Lisbona proposto dall'allora ministro La Malfa, che, se attuate, potrebbero fornire concrete risposte alla crisi italiana.



    Priorità alle liberalizzazioni; superamento delle rendite monopolistiche e oligopolistiche, con relativa riduzione del costo dei servizi; riforme senza spesa, con il superamento degli ordini professionali; riduzione a sette dei giorni necessari per aprire una nuova impresa; riforme strutturali nella sanità, del pubblico impiego e delle pensioni, con l'innalzamento dell'età media effettiva di pensionamento; sul mercato del lavoro, ripartire dal libro bianco di Marco Biagi, per completare e non annullare gli effetti della legge 30. Punti, tutti, da sottoscrivere in toto. Mi è venuto però un dubbio. Come mai il presidente della Commissione, che ha concreti poteri di realizzazione dei punti enunciati, ha sentito il bisogno di lanciare un appello, con la raccolta di firme a sostegno, invece di proporre nella sua Commissione, come sarebbe logico, progetti di legge specifici per la loro attuazione? Forse che il presidente della Commissione ha voluto farsi un po' di propaganda oppure lo ha fatto in quanto non ritiene di avere, nella sua maggioranza, i sostegni necessari per fare passare provvedimenti così impegnativi. Scorrendo il sito dei Radicali si comprende che i dubbi non sono solo miei. Non sono pochi quelli che, a commento della propria adesione, chiedono a Capezzone dove possa trovare, nella maggioranza di Prodi, l'appoggio alle proprie iniziative. Non vorrei dedurre che ci troviamo di fronte alle allarmate grida di un riformatore liberale prigioniero di statalisti. Certo è che se la Casa delle Libertà volesse ritornare a fare politica, farebbe proprio questo appello, dandogli seguito con specifiche iniziative legislative, così svelando tutte le contraddizioni della caleidoscopica maggioranza prodiana.

    Previdenza, sanità, pubblico impiego, autonomie sono anche i punti sui quali si incentra l'iniziativa del ministro dell'Economia, Padoa Schioppa, nel suo difficile tentativo di far quadrare il risanamento con lo sviluppo. Nei suoi incontri, per esaudire il rito della concertazione, ha fatto capire che l'Italia ha bisogno di una "manovra robusta". Tanto robusta che, per il momento, ha preferito non dare cifre, elencando solo i capitoli e l'esigenza di un "nuovo patto per lo Stato". Ma c'è già chi, come il Presidente della Camera, Bertinotti, violando ogni regola super partes, forse per tentare di bloccare la crisi del proprio partito, ha gridato che "sarebbe un crimine sociale innalzare l'età pensionabile". A seguire il vicepresidente del Consiglio, Rutelli, ha annunciato che i fondi per i beni culturali non si toccano. Poi, naturalmente, come da copione di una prosa teatrale che nulla ha a che spartire con l'interesse generale della nazione, sono intervenuti i ministri della Sanità, della Pubblica Istruzione, del Lavoro, delle Infrastrutture e ovviamente i sindacati per difendere, ognuno, la propria parte di spesa pubblica. In sostanza si conferma che quelli che sono dentro il fortino delle garanzie e dei privilegi non vogliono mollare la presa. E così il ministro Padoa Schioppa, da solo, affronta la sua battaglia con i venticinque ministri di Prodi. E non è detto che la vinca. Anzi. Vuoi vedere che, alla fine, la quadratura del cerchio la trovano nel solito vecchio modo: con un aumento delle imposte. E la Casa delle Libertà, che fa? Sta sull'Aventino, come vuole Berlusconi, ad aspettare di farsi maciullare dal gossip del magistrato di turno, sperando che i numeri delle schede elettorali gli diano ragione tra qualche anno o ricomincia a fare politica, proponendo un disegno organico di incisive riforme che diano il segno di una possibile, reale, alternativa. E' troppo sperare che, anche utilizzando le contraddizioni interne all'attuale maggioranza, per il bene della nazione, si possa ritornare alla Politica con la "p" maiuscola?

    Roma, 28 giugno 2006



    tratto dal sito del Partito Repubblicano
    http://www.pri.it


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