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  1. #331
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    Il parlamentare Venier sventola uno striscione e attacca il ministro Santagata
    "Siate coerenti col programma dell'Unione che è un programma di pace"
    Base Vicenza, bagarre in aula i comunisti italiani contro il governo
    Dai banchi del centrodestra è partito il coro "buffone-buffone"

    ROMA - Tensione oggi alla Camera durante il question time. A provocarla, non la contrapposizione tra maggioranza e opposizione, ma le divisioni interne allo stesso centrosinistra. In aula Jacopo Venier, responsabile esteri del Pdci, contro il previsto raddoppio della base statunitense di Vicenza ha sventolato dal banco uno striscione bianco con la scritta "No al Dal Molin" e il simbolo di un divieto per gli aerei caccia. Una protesta eclatante per chiedere al ministro dell'attuazione del programma Giulio Santagata di "ripensarci" ed essere "coerente col programma dell'Unione che è un programma di pace".

    "La questione Vicenza non è chiusa - ha detto il parlamentare del Pdci - la partita è ancora aperta, i comunisti non chiedono la rottura con gli Usa ma il rispetto del programma, che è un programma di pace, per questo serve un gesto di dignità e correttezza". Immediata la reazione dai banchi del centrodestra. "Buffone, buffone", è stato gridato a Venier, mentre il vicepresidente della Camera Pierluigi Castagnetti, invitava i commessi a rimuovere lo striscione. Striscione che lo steso deputato del Pdci ha poco dopo ripiegato e poggiato sul banco.

    Chi, tra i deputati dell'Unione, grida in Aula "governo vergogna" ha "l'obbligo morale'' di uscire dalla maggioranza, ha commentato il presidente del Partito Repubblicano, Giorgio La Malfa. "E' la prima volta da quando sono in Parlamento - ha aggiunto - che qualcuno grida 'governo vergogna' facendo parte della maggioranza. Chi ha fatto questo ha l'obbligo morale di uscire dalla maggioranza e votare contro".

    Da parte sua il ministro Santagata, rispondendo all'interrogazione del Pdci, ha affermato che la decisione di concedere agli Usa la base di Vicenza è stata presa perché vi erano delle "aspettative consolidate e fondate sulla disponibilità del precedente governo" da parte degli Stati Uniti e perché vi è stato "un pronunciamento esplicito favorevole" da parte degli organi di rappresentanza locale. Il governo, ha poi aggiunto Santagata, continuerà a svolgere la sua azione "secondo le linee indicate dal programma".

    Il dissenso all'interno del centrosinistra per il raddoppio della base americana di Vicenza non si limita però al gesto eclatante di Venier. I parlamentari e i dirigenti di Rifondazione per protesta continuano a portare avanti in questi giorni il loro sciopero della fame a staffetta. Intanto i comitati per il "no alla base" hanno annunciato per sabato 17 febbraio una manifestazione "internazionale, pacifica, di popolo, non violenta e colorata" per ribadire che "la democrazia non significa imporre le decisioni dall'alto, ma si costruisce partendo dall'ascolto delle comunità che vogliono un futuro di pace, di sviluppo di qualità e di buona occupazione".

    tratto da http://www.repubblica.it/

  2. #332
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    La sinistra talebana ricatta Prodi sulla missione in Afghanistan
    Migliore, Palermi, Pecoraro Scanio e Deiana dettano le condizioni

    di Ruggiero Capone

    Romano Prodi è ormai nell’angolo, infatti un centinaio di parlamentari della sinistra ha già chiaramente annunciato che boccerà il rifinanziamento della missione in Afghanistan. “E’ inammissibile che sulle questioni di politica estera il governo italiano si trovi il sotto ricatto della sinistra radicale - afferma Francesco Nucara (segretario del Pri) -. Se Prodi non è capace di tenere nei ranghi la sua maggioranza, su un tema di questa rilevanza, è meglio che passi la mano”. (...)

    tratto da http://www.opinione.it/

  3. #333
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    Fumo negli occhi
    Aspettiamo di vedere gli interventi nei settori più importanti

    L'onorevole Rutelli ha ragione nel sostenere che un provvedimento di liberalizzazioni ha valore se esso investe settori importanti come la distribuzione del gas o le attività dei servizi pubblici locali e che, in assenza di questi interventi importanti, il provvedimento servirebbe solo a gettare fumo negli occhi.

    Colpisce poi, in particolare, l'asprezza con la quale il vice premier si è rivolto nei confronti del ministro Bersani, suo collega di governo e anche futuro membro di uno stesso partito in procinto di essere costruito. Non si comprende per quale ragione, oltre ad una polemica al calor bianco con l'ala massimalista della coalizione, i riformisti si pestino i piedi fra di loro, invece di collaborare costruttivamente per avanzare proposte condivise ed utili al Paese.

    Evidentemente c'è qualcosa sotto che non funziona. Non è sfuggito poi ad un editorialista acuto ed intelligente della "Stampa", quale Lugi La Spina, il fatto che "l'ostacolo più insidioso e potente, però, anche perché sarà più abilmente mascherato, verrà dalle Regioni e dai Comuni". Infatti "intorno a questi enti si sono formate vere fortissime concentrazioni di potere, quelle che esercitano la concreta gestione della sanità pubblica, dell'energia e degli altri servizi, dai trasporti locali allo smaltimento dei rifiuti". Qui gli interessi sono altissimi e, da quello che per ora ci pare di capire, non si pensa nemmeno di toccarli. Ora può anche essere che per la Margherita sia più facile, come sempre sostiene La Spina, pretendere la liberalizzazione di questi settori, mentre questo sia più arduo per i Ds. E' la Quercia ad avere maggiore peso nelle amministrazioni: ma allora si fa avanti il sospetto che con le liberalizzazioni si apra anche una resa dei conti nel futuro partito democratico. Non è certo questo un principio utile ad avere maggiore concorrenza nel mercato. Il timore che abbiamo è che si scambi un processo di modernizzazione necessario per il Paese con una prosaica lotta di potere, tale da far scaturire liberalizzazioni al ribasso. Non a caso provocatoriamente La Spina le definisce "barba e trasporti". Vedremo, ovviamente, che cosa il governo deciderà in concreto. L'impressione a cui non si può sfuggire è che la partenza, già rinviata, sia sempre più debole, per non dire già che si tratta di un falsa partenza.

    Roma, 25 gennaio 2007

    tratto da http://www.pri.it

  4. #334
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    Predefinito Dal Corriere di ieri

    Le due anime del governo sul caso Tav
    Alta velocità a passo di lumaca
    di
    Gian Antonio Stella

    Piano, con l’alta velocità. L’ultima sortita di Alessandro Bianchi sul tormentone della Tav in Val di Susa pare una battuta da «comma 22». Diciotto anni dopo l’annuncio del Consiglio dei ministri dei trasporti della Cee, 17 dopo la presentazione del progetto del tunnel in Val di Susa, 13 dopo la firma accordo tra l’Italia e la Francia, 12 dopo la promessa che la nuova tratta sarebbe stata pronta «entro il 2000», 10 dopo la decisione di rasserenare gli ultimi dubbiosi con nuove verifiche, il ministro dei Trasporti ha proposto uno stop alla Conferenza dei servizi sulla Torino-Lione perché «al momento non dispone degli elementi necessari per prendere decisioni ».
    Ciò detto, si è augurato «che entro quest’anno si possa arrivare a una decisione definitiva» e ha spiegato che su «una materia complessa e vasta» non ci si può «fare condizionare oltre misura dal problema dei tempi». Gli altri non aspettano. Inglesi e francesi, nel frattempo, hanno costruito in sette anni il tunnel sotto la Manica. Gli spagnoli ci hanno stracciato salendo a 237 chilometri di autostrade per milione di abitanti contro i nostri 112. I cinesi (al di là delle polemiche sul significato politico della cosa) hanno steso in 5 anni e 2 giorni 1.142 km di binari da Pechino al Tibet. In Corea del Sud stanno ultimando i lavori per un treno veloce che su 410 km ne percorrerà 120 su ponti e viadotti e 190 in galleria. Immaginiamo la risposta: la fretta, e qualche caso recente lo ricorda, può essere una cattiva consigliera.
    È vero. Ma c’è un limite. Passato il quale, se non vuol perdere la faccia, un Paese serio decide. In un modo o in un altro, ma decide. Tanto più su un progetto nato con l’Andreotti VI e confermato da 13 governi diversi di tutti i colori. Anche i veneziani, sapendo che non si gioca con l’acqua, impiegarono del tempo a scegliere come ricostruire il ponte bruciato sul Canal Grande e come affrontare il Po alla foce. Quando decisero però, e abbondavano anche allora i «signornò», costruirono Rialto in tre anni e il ciclopico canale del Taglio in 1.592 giorni.
    A mano. Col badile. Della telenovela Tav sono stufi perfino i sindaci della Val Sangone che si erano detti disposti a discutere di un passaggio della Torino-Lione, in alternativa alla Val di Susa, sulle loro terre. Hanno scritto al governo: «Ma la Tav si farà? La nostra disponibilità si è scontrata con un clima di generale incertezza». Troppo caos. Non c’è giorno che Di Pietro non dica il contrario di Pecoraro Scanio e Chiamparino («È solo un treno ma ha assunto un tale valore simbolico che va fatta a ogni costo»), il contrario di Cento, e la «governatrice» Bresso il contrario di Ferrero. Le cui sortite ricordano la sicurezza con cui Francesco Caggese spiegò alla Camera che le prime autostrade non erano «assolutamente necessarie» ed era «meglio che lo Stato devolvesse quei denari al miglioramento della rete stradale già esistente».
    E Romano Prodi? Dopo aver assicurato mille volte che la Tav è «una priorità», intimato che «si fa, punto e basta», promesso in primavera «nei prossimi giorni decideremo», confermato in giugno alla Loyola De Palacio che «entro il 4 luglio» sarebbe stato fatto il punto «sull’avanzamento dei lavori», il premier pare aver scelto di tacere. Aveva detto, alle prime risse intestine, che dopo la messa a punto iniziale il suo esecutivo avrebbe girato «come il motore di una Ducati o una Ferrari ». La difficoltà a tenere la barra sulla Tav come sui rigassificatori e il Mose e l’energia eolica e mille altri temi sembrano confermare una cosa diversa. Che le due anime del governo, per restare in tema ferroviario, viaggino su due binari lontani («divergenze parallele»...) destinati a non incontrarsi mai.
    omar proietti

  5. #335
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    Le liberalizzazioni del Governo Prodi

    ... a me sembra che tutto questo clamore per le cosidette "liberalizzazioni" non sia ancorato a fatti concreti e tangibili ... che non ci sia assolutamente riscontro a dei soldoni sonanti ... ma sia solo tutto un fumo senza arrosto ... tanto per fare caciara ed ingannare, come al solito, il popolo de Los Cogliones ...
    Mi sembra di essere tornato ai tempi di Re Ferdinando (detto Franceschiello) quando il comandante di turno al Governo dei vascelli della Marina Militare Borbonica comandava l'ammuino ... allo scopo di fargli vedere l'alacrità e l'efficienza della sua forza armata di mare ... cosi' come fanno gli attuali governanti nel raggirare la buona fede degli Italiani ... considerati ormai succubi e vittime perenni della telecrazia imbonitrice ...
    Facimme ammuino ... ha dichiarato il Consiglio dei Ministri ... chiamiamolo "liberalizzazioni" ...

    "CHILLE 'A COPPA VANNO 'AVASCIO, CHILLE AVASCIO VANNO 'A COPPA, FACIMME AMMUINO. E TUTTI PASSANNE PE 'LLO STESSO PERTUSO !!!"

  6. #336
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    Le briciole di Bersani


  7. #337
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    Il Governo e' alla canna del gas


  8. #338
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    Pacs Vobiscum


  9. #339
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    La "lenzuolata" di Bersani
    Non sono parrucchieri o benzinai i responsabili del degrado italiano

    di Gianfranco Polillo

    La "lenzuolata" delle privatizzazioni, proposta da Bersani, può essere un grande bluff o una cosa seria. E' un bluff se ci si limita a colpire la povera gente. Benzinai, parrucchieri e giornalai non sono certo i principali responsabili del degrado italiano. E' una cosa seria se mira, con ulteriori provvedimenti, ad aumentare il potenziale produttivo dell'Italia. Che oggi non supera uno striminzito tasso di crescita dell'1,5 per cento all'anno. La metà di quello americano. Poco di più di quello europeo. Ma per realizzare questo obiettivo le misure prese non bastano. Occorre, invece, sfoltire il grande albero delle posizioni di rendita: a partire dai rami più alti.



    Occorre, innanzitutto, tagliare in radice gli ostacoli amministrativi, burocratici e culturali che frenano la crescita. Un lungo elenco. Al primo posto è una malintesa posizione sull'ambiente, vista come difesa di uno status quo che impedisce di mettere a valore le grandi risorse naturali. Il completamento della TAV può dare all'economia italiana molto di più di quanto non possono fare migliaia di piccoli artigiani. Se mancano le infrastrutture, le merci non circolano. E se le merci non circolano, non esistono i presupposti della libera concorrenza. Se il gassificatore di Brindisi continua ad essere bloccato, l'offerta di prodotti energetici non cresce. E gli incumbents * vale a dire i grandi petrolieri padroni del mercato * possono realizzare cartelli a danno dei consumatori.

    Altro capitolo è quello del potere locale: la principale fonte di spreco della finanza pubblica italiana. Sono più di 900 le aziende pubbliche controllate, che operano senza concorrenza nel comparto dei pubblici servizi. Il disegno di legge, presentato dal Ministro Lanzillotta, è un passo troppo timido lungo la via della liberalizzazione. I varchi lasciati aperti offrono uno spazio eccessivo agli appetiti locali. La gestione dell'acqua è, per legge, sottratta ad ogni intervento. I costi di queste inefficienze gravano sul cittadino sotto forme di tariffe e di aumento delle imposte locali. All'origine di questo marasma sono le norme del titolo V della nostra Costituzione, voluto e difeso dal centrosinistra, contro ogni ragionevole proposta di cambiamento. Quelle stesse norme che hanno finora trasformato in bluff gran parte delle buone intenzioni * esemplare è la vicenda dei taxi * del primo decreto Bersani.

    La madre di tutte le battaglie è comunque altrove. Riguarda il sindacalismo italiano: esperienza atipica della più complessa vicenda europea. Non esiste paese dell'Occidente caratterizzato da una presenza così diffusa e pervasiva. Negli Stati Uniti esso è da tempo una forza inconsistente. In Francia è rappresentativo del solo settore pubblico. In Germania non va oltre il perimetro delle relazioni industriali. Prevale comunque uno spirito di collaborazione. Che ha consentito di avviare quel processo di riconversione produttiva * delocalizzazione e disoccupazione * cui si deve il superamento della crisi. Solo in Italia ha un rilievo generale che lo fa protagonista politico tout court. Che gli consente * grazie agli strumenti della concertazione * di essere il braccio secolare delle forze più conservatrici.

    Da questo residuo soviettistico è, forse, giunto il momento di emanciparsi. Lo richiede, innanzitutto, lo spirito e la lettera della nostra Costituzione. Che all'articolo 39 ne postula una regolamentazione legislativa. Ma, soprattutto, lo impone lo sviluppo coerente del processo di liberalizzazione. Il sindacato difende solo una parte della società italiana. Le garantisce una posizione di rendita diffusa che va a discapito degli altri: i giovani, le donne, i non sindacalizzati. Lasciati soli a gestire la loro precarietà. Non si può essere liberisti con i deboli e garantisti con i forti. E' bene quindi che la Casa delle libertà accetti la sfida delle liberalizzazioni. Perché questo è il terreno del suo agire politico. E senza il suo contributo non si modernizza l'Italia.

    Roma, 29 gennaio 2007

    tratto da http://www.pri.it

  10. #340
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    Stato e Chiesa
    Per la Consulta il principio della laicità è irrinunciabile

    Non sappiamo sinceramente, e crediamo che al momento nessuno lo possa sapere, come si risolverà il contenzioso nel governo a proposito delle coppie di fatto. Per capire la situazione vale l'auspicio del ministro degli Esteri che va in Giappone e chiede agli alleati di fargli trovare ancora l'esecutivo al suo ritorno. Il che fa pensare che, più della questione internazionale, più delle infinite beghe economiche, più ancora delle rivalità di partito, il terreno minato per la maggioranza sia rappresentato dai problemi con il mondo cattolico.



    In proposito, è stato molto esplicito il ministro Mastella, che ha detto di non voler fare prevalere i vincoli del governo su quelli della sua coscienza. E dunque serve a poco l'invito dell'onorevole D'Alema, rivolto al ministro Guardasigilli, di preoccuparsi di risolvere i problemi della Giustizia. Perché ora pesano di più gli scrupoli confessionali. D'altra parte, Mastella, contestato da più esponenti della sua coalizione per aver minacciato la stabilità del governo sui Pacs, ha trovato un alleato non certo insignificante nel Capo dello Stato, che, in merito, ha suggerito di tenere conto dei "timori della Chiesa", di ascoltare, insomma, il Pontefice ed i suoi vescovi.

    Ora, che lo Stato democratico ascolti tutti coloro che hanno qualcosa da dire, è cosa doverosa e pertinente. Diverso invece sarebbe se, quando parla la Chiesa, si dovesse poi fare come essa desidera.

    Il Capo dello Stato ha ricordato l'articolo 7 della Costituzione che recita: "Stato e Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani" e i loro rapporti "sono regolati dai Patti lateranensi". In base all'articolo 7 lo Stato italiano può fare la legge sui Pacs che vuole e la Chiesa altresì pensare di essa quello che preferisce. Il problema nasce dal fatto che il Capo dello Stato ha ricordato come l'articolo 7 della Costituzione sia non solo un indice regolatore dei rapporti fra Stato e Chiesa attraverso i Patti lateranensi, ma anche un punto sintetico delle posizioni fra i laici e i cattolici. Ci chiediamo se allora il presidente Napolitano abbia voluto conferire alla Chiesa, attraverso i cattolici, una partecipazione piena alla stesura della Carta fondante dello Stato Italiano. Perché, se fosse così, ciò significherebbe, stando a questa interpretazione, che la Chiesa è sintetica allo Stato italiano e che con essa occorre trovare per l'appunto la sintesi ai problemi che si devono affrontare.

    Aggiungiamo che se questo fosse il senso dell'esternazione del Capo dello Stato, essa apparirebbe in netto contrasto con quanto affermato al termine dell'incontro con il Pontefice del novembre scorso. Allora Napolitano disse che vi erano scelte "che appartengono alla sfera e alla responsabilità autonoma della politica".

    Benedetto XVI aveva risposto che "la Chiesa non è, e non intende, essere un agente politico".

    A vedere questi ultimi mesi, con le osservazioni sempre più insistenti del cardinale Ruini, avremmo ragione di dubitare della parola del Papa e, in base alla dichiarazione resa nota in Spagna da Napolitano, c'è ragione di chiedersi se, invece, il Presidente abbia cambiato opinione in proposito.

    Nel caso qualcuno pensasse che qui si tratta dei soliti timori di noi vetero - laicisti, notiamo che anche Miriam Mafai tiene a specificare, in un suo editoriale per "la Repubblica", "i limiti del dialogo fra Chiesa e Stato": il "tener conto di queste sensibilità e addirittura delle preoccupazioni del pontefice, non può in nessun modo essere inteso come un lasciarsene condizionare".

    Evidentemente anche la giornalista si è accorta che il richiamo all'articolo costituzionale, come un punto di sintesi, presuppone un forte condizionamento, tanto che lo stesso Ruini, più volte negli anni, ha preteso di spiegarci il senso vero di alcuni articoli della Costituzione. A fronte di una possibilità di equivoco molto seria, crediamo che la Mafai abbia fatto bene a ricordare che la Corte Costituzionale "già nel 1989 affermò che il principio supremo della laicità dello Stato è un principio irrinunciabile, che non può essere né modificato né sottoposto a controlli esterni".

    Saremmo felici se ce lo ricordasse anche il Capo dello Stato.

    Roma, 30 gennaio 2007

    tratto da http://www.pri.it

 

 
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