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  1. #421
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    Predefinito minzolini sulla stampa




    Continua la polemica, silenzio di Parisi.
    La Malfa: «Ormai è una missione pacifista agli ordini di Strada, ritiriamoci»

    AUGUSTO MINZOLINI

    ROMA - Ci sono quelli che vogliono andar via da Kabul da «destra». Il personaggio, per natali e per cultura, è un grande amico degli americani, per cui sentir chiedere a Giorgio La Malfa il ritiro dei soldati italiani dall’Afghanistan fa una certa impressione. «Noi repubblicani - racconta - abbiamo inviato una lettera a tutti i segretari dell’opposizione per proporgli di votare contro il decreto di rifinanziamento. Il motivo di questa decisione? E’ cambiata la natura della missione. E’ diventata una missione pacifista agli ordini di Gino Strada».

    Qualche metro più in là, un altro estimatore degli Usa in uscita dai ds, l’ex direttore dell’Unità ed ex dalemiano Peppino Caldarola, si lancia in un ragionamento del tutto analogo. «Sono d’accordo - spiega - che bisogna salvare la vita ad un ostaggio a qualunque costo, ma quando c’è uno scambio di prigionieri invece del pagamento di un riscatto la situazione cambia, eccome. E se poi i nostri Servizi vengono tagliati fuori perché lo vuole sempre Gino Strada, si fa più complicata. Se gli alleati si arrabbiano si ingarbuglia. E se alla fine si lancia la proposta di una conferenza di pace con la partecipazione dei talebani, beh allora non si capisce più niente. Ora sono io a chiedere da destra il ritiro dei nostri soldati. Non ha senso mantenere a Kabul un’armata Bertolaso (il capo della protezione civile, ndr) che si limita a costruire ospedali quando lì si spara. Dichiariamoci neutrali come la Svizzera e smettiamola con questa politica della piccola potenza della minchia». E poi ci sono anche quelli che vogliono andar via dall’Afghanistan da sinistra o esigono che i nostri soldati abbiano solo dei fiori da sparare con i loro cannoni. In un altro angolo di Montecitorio il sottosegretario verde Paolo Cento azzarda addirittura una riabilitazione dei talebani: «Sono diversi - osserva - da come li hanno descritti e debbono essere coinvolti nel dialogo per la pace facendone prevalere l’anima moderata». «La pace - gli va dietro il ministro Paolo Ferrero, di Rifondazione comunista - si fa con i nemici». Mentre il trotzkista Franco Turigliatto non ha alcun dubbio: «La conferenza di pace è credibile solo con il ritiro delle truppe della Nato».

    Bombardato sempre più dalle notizie che provengono dall’Afghanistan, con lo scenario in continua evoluzione visto che in poche ore si passa dalla liberazione di Daniele Mastrogiacomo al ferimento del militare italiano vicino ad Herat, il Parlamento è confuso. E il governo di certo non l’aiuta a fare chiarezza: mentre si passa da una situazione di tregua, alla guerriglia e financo alla guerra, la politica del nostro esecutivo coperta da una spessa coltre di ipocrisia non muta. A Kabul si spara, si rapiscono giornalisti, si feriscono soldati italiani ma per il nostro esecutivo, apparentemente, nulla cambia. Apparentemente, appunto, perché nei fatti sono gli eventi che ci fanno cambiare. Si sa, ad esempio, cosa abbiamo dato ai talebani per liberare Daniele Mastrogiacomo, ma non si sa cosa abbiamo promesso agli americani per condurre in porto positivamente la trattativa. Qualcuno insinua che il ministro degli Esteri Massimo D’Alema - proprio per superare le resistenze di Washington - abbia minacciato il ritiro del nostro contingente, ma è difficile immaginare che il titolare della Farnesina abbia osato ipotizzare una soluzione che prefigura nei fatti un’uscita del nostro Paese dalla Nato. Semmai avrà dato l’assicurazione che noi resteremo là, consapevole che sarà poi la forza degli avvenimenti a cambiare la natura della nostra missione, a militarizzarla sempre di più.

    D’altronde basta stare attenti alle dichiarazioni newyorkesi del presidente diessino per comprendere quello che sta avvenendo: «Purtroppo - ha fatto presente - la guerra, la guerriglia sta arrivando anche ad Herat. Stiamo per affrontare momenti difficili e il comando della Nato può muovere le forze italiane in caso di assoluta necessità e sulla base degli attuali accordi». E cos’è una guerra se non un insieme di «casi di assoluta necessità»? La verità è che il nostro governo si sta attrezzando allo scontro, di malavoglia e con l’ipocrisia di sempre. Senza assumersi le dovute responsabilità politiche, puntando su un buon rapporto con il nemico per limitare i danni e contando sulla distanza che divide Roma da Kabul per nascondere ad una parte della sua maggioranza quello che sta avvenendo in Afghanistan, cioè il fatto che presto o tardi i nostri soldati saranno costretti davvero ad usare le armi.

    Solo che è proprio questa la politica che ci fa rischiare di più. Ed è il motivo per cui sono proprio i filo-amerikani, quelli con il «kappa», proprio come Cossiga, che oggi chiedono il ritiro del nostro contingente e la ragione per cui l’opposizione ha buon gioco a presentare un ordine del giorno per cambiare le regole di ingaggio dei nostri militari. E l’unica ragione per cui il centro-destra non chiede il ritiro è perché rischia di dividersi: «Noi voteremo il rifinanziamento - mette le mani avanti il centrista Pier Ferdinando Casini -, non ci sono altre ipotesi». Ma in questa posizione, inutile dirlo, pesano anche valutazioni di politica interna.

    Insomma, al solito ci stiamo preparando nel modo peggiore ai momenti peggiori del conflitto. E questo non sfugge al ministro della Difesa che si trova ad essere il più esposto. Arturo Parisi da due giorni non apre bocca. Almeno in pubblico. Le sue riserve sulla linea del governo in Afghanistan sono aumentate. E’ convinto che l’ipocrisia non paga. E quanto è avvenuto nella vicenda del rapimento di Daniele Mastrogiacomo lo ha rafforzato nei suoi convincimenti. Pensa che lo scambio di prigionieri abbia legittimato i talebani. Che aver accettato la trattativa, mentre gli altri governi della Nato l’hanno sempre rifiutata, ha reso tutti i cittadini italiani un bersaglio prioritario per i signori della guerra di Kabul. E’ rimasto di sasso di fronte alla proposta di una conferenza di pace con la presenza dei talebani proprio mentre è in atto un’offensiva militare contro di loro. Deve ascoltare le lamentele dei nostri vertici militari che non capiscono questo tipo di politica e, nel caso del rapimento di Mastrogiacomo, deve fare anche i conti con la frustrazione del Sismi che su richiesta di Gino Strada è stato tagliato fuori nell’ultima fase della trattativa. Ovviamente per lealtà verso il premier Romano Prodi e il governo il ministro della Difesa si terrà molte di queste critiche per sé. Ma sarà un j’accuse confidenziale che resterà agli atti qualora, sperando che non capiti, succeda qualcosa di irreparabile a Kabul.

  2. #422
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    ecco il fondo di oggi, la cosa divertente è che dopo aver letto Parisi sul Corriere della Sera, potevamo togliere il fondo e mettere Parisi! Divertente per modo di dire: è drammatico che il ministro della difesa la pensi come un foglio di opposizione.

    Il cancelliere tedesco Angela Merkel, appresa la notizia del rilascio del giornalista Daniele Mastrogiacomo, ha detto: “Il governo tedesco non è ricattabile”. Vorremmo sentir esprimere lo stesso rassicurante concetto dal ministro degli Esteri D’Alema, dal presidente del Consiglio Prodi, o anche dal ministro della Difesa, Parisi. Il quale appare invece chiuso nel più assoluto riserbo. Perché se mai, invece, il governo italiano desse solo l’impressione di essere ricattabile, il suo prestigio verrebbe spazzato via in un baleno ed i suoi militari e i suoi concittadini diverrebbero esposti, ovunque si trovano, ai rischi più gravi. Basterebbe sequestrarne uno, ferirne un altro, per poter pretendere dal governo tutto quello che si ritiene opportuno.
    Con questa logica, commenta un giornalista dell’”Unità” in una cronaca, “Daniele se lo potevano anche tenere i terroristi”. Vorremmo consigliare al direttore di una testata così importante - e non ci permettiamo di dare consigli a cuor leggero a colleghi stimati e autorevoli - di ricordare alla sua redazione la linea dell’”Unità” ai tempi del sequestro Moro. Il Partito comunista italiano ed il suo quotidiano sostennero le ragioni dello Stato contro la trattativa con i terroristi, fecero un comune fronte della fermezza con le altre forze democratiche, che lasciò i terroristi isolati e presto sconfitti. Ma – si dirà - Daniele non è un uomo di Stato, è un giornalista, ed è giusto fare tutto il possibile per salvarlo. Certo, è vero, e siamo d’accordo, ma non fino al punto di compromettere l’indipendenza dello Stato e del governo italiano. Perché, altrimenti, Daniele è stato liberato, ma in compenso è morto chiunque si azzardi al alzare la testa contro il terrorismo. Per questo siamo rimasti esterrefatti quando il segretario dei Ds, Piero Fassino, ha proposto una conferenza di pace con i tagliatori di teste, così come siamo preoccupati da alcuni articoli stando ai quali il ministro degli Esteri italiano avrebbe considerato la liberazione di Mastrogiacomo come una condizione per la permanenza dei nostri soldati in Afghanistan. Se fosse così, e non lo sappiamo, il disastro è già avvenuto, perché quando un paese serio compie una scelta si assume le responsabilità che questa comporta, ne affronta i rischi, paga il prezzo degli imprevisti.
    Non ci sentiamo - purtroppo - di dire che così ha fatto in questa situazione drammatica il governo italiano e richiediamo un chiarimento necessario su tutta questa vicenda, incluso il ruolo di Emergency, soprattutto dopo che un intermediatore di questa organizzazione è stato arrestato dai servizi di sicurezza afghani.
    Daniele è libero, certo, e anche in buona salute. Chiunque non può che esserne contento, soprattutto chi è consapevole di quanto sangue, e con quanta facilità, hanno sparso e spargono i suoi sequestratori. Ma non è che ci sfugga il fatto che sono liberi anche quattro esponenti talebani di prima fila, che hanno subito fatto sapere che riprenderanno la guerra contro le forze occidentali. Vogliamo solo essere certi che i nostri soldati siano in condizione di combattere contro queste minacce e non di esserne vittime. Perché, altrimenti, è meglio ritirarli, è meglio prendere atto che l’Italia non è in grado di sostenere l’impegno della coalizione occidentale in Afghanistan: che si occupi di altro. Che rimanga Gino Strada, tanto credibile presso i talebani con la sua organizzazione umanitaria, a rappresentare il nostro governo a Kabul.
    Andrea Romano, sulla “Stampa”, la pensa esattamente come noi e scrive, in un magnifico editoriale: “E’ fondamentale che il ministro degli Esteri D’Alema, nella sua missione alle Nazioni Unite, non si faccia prendere da eccessiva fiducia nelle virtù del proprio tatticismo. Un conto è salvare il governo Prodi convincendo Rifondazione e Verdi che le nostre truppe non spareranno un colpo e che il futuro della pace nel mondo passa per un accordo con i tagliatori di teste talebani patrocinato dall’Ulivo. Ben altra cosa è presentarsi all’Onu come l’unico Paese della Nato disponibile a sedersi al tavolo delle trattative con coloro contro i quali i nostri alleati stanno per scatenare un’offensiva forse risolutiva. Sarebbe un prezzo davvero troppo alto da pagare per il nostro Paese, rispetto al quale persino l’ipotesi del ritiro diventerebbe più onesta”. Sono i termini esatti della questione: se il governo italiano non ha coraggio, abbia almeno l’onestà di riconoscerlo.

  3. #423
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    Situazione drammatica
    Parisi ha ragione ma la missione italiana va difesa

    A nemmeno quarantotto ore dalla liberazione di Daniele Mastrogiacomo, i nostri soldati in Afghanistan si sono trovati sotto il fuoco dei talebani, e solo grazie alla loro alta professionalità, hanno saputo limitare i danni. Non crediamo si tratti di un caso ma, al contrario, che il contingente italiano possa diventare un bersaglio. La disponibilità alla trattativa, l'elevare un nemico forsennato ed omicida al rango di possibile interlocutore di una conferenza di pace nella regione, ha fatto sì che si vedesse l'Italia come l'anello debole dello schieramento occidentale su cui forzare la mano. Avevamo scritto precedentemente di essere rimasti molto colpiti, in questi giorni concitati, dal rigido silenzio del ministro della Difesa Arturo Parisi. Poteva essere quella del ministro una scelta opportuna di riserbo, ma ci sembrava di intuire qualche preoccupazione. Il ministro Parisi si è sempre dimostrato sensibile alle alleanze ed agli impegni internazionali dell'Italia e si poteva comprendere una sua difficoltà.



    Non ci immaginavamo però, leggendo un articolo del "Corriere della Sera" di Francesco Verderami, giornalista più che attendibile, che il ministro la pensasse a riguardo sostanzialmente come noi, che siamo all'opposizione. Perché se è vero che ci sono stati elementi di dissenso fra il titolare della Difesa del governo Prodi ed il suo collega alla Farnesina, in questo caso il problema concerne direttamente il premier ed il governo. Come avevamo già scritto, in Afghanistan è in ballo "l'immagine e la credibilità del nostro Paese" e come noi Parisi sostiene che "il prezzo politico che abbiamo pagato, potrebbe in futuro rivelarsi ancora più alto". A proposito della liberazione di Mastrogiacomo, Parisi ha osservato: "Abbiamo trattato altre volte per salvare delle persone, ma lo abbiamo fatto con gli uomini giusti. Ed è stato lo Stato a farlo, sapendo fin dove era possibile spingersi". Dunque il ministro della Difesa ha la nostra stessa idea sull'atteggiamento ed il ruolo svolto dal fondatore di Emergency che, allontanando i nostri servizi per trattare con i talebani, ha "sfregiato l'immagine dello Stato" oltre che trasmettere "un messaggio pericoloso ai terroristi". Come noi nell'editoriale della "Voce" di ieri, Parisi ha ricordato le parole del cancelliere tedesco ("la Germania non si fa ricattare"), e meglio di noi egli ha collegato quel pensiero all'azione dei nostri soldati, chiedendosi "con quale spirito, dopo quanto è successo, potranno operare". E, sempre come noi, si è posto questa domanda prima del ferimento del soldato italiano. Se tutto ciò non fosse già sufficientemente esauriente, Parisi è di nuovo d'accordo con noi nel ritenere che il problema delle relazioni con gli alleati esiste, tanto da non apparire sorpreso * secondo la ricostruzione del "Corriere" * del modo in cui Washington ha preferito sorvolare sulla gestione del sequestro Mastrogiacomo. E tantomeno lo hanno colpito la freddezza di Karzai ed il silenzio delle cancellerie europee. Più di noi, il ministro della Difesa sottolinea il rischio di credibilità dell'Italia ricordando il caso Abu Omar: "Quella storia - sostiene * ha danneggiato il nostro Paese", perché in un solo colpo ha causato lo smantellamento della struttura dei servizi in Italia, ha distrutto la rete all'estero e ha incrinato il rapporto con i servizi di intelligence stranieri, che ora, per tutelarsi, diffidano degli 007 italiani.

    Non ci vanteremo di aver detto a suo tempo che l'attuale maggioranza, che era contraria alla guerra al terrorismo, ma sostenitrice della necessità dell'intelligence, è riuscita a contrastare la guerra e a sbarazzarsi dell'intelligence. Ed ora è il ministro della Difesa di questo governo a darcene atto.

    Aggiungiamo che Parisi offre una perfetta lettura della nostra Costituzione per la quale è vero che l'Italia ripudia la guerra, ma è anche vero che il nostro Paese è impegnato a operare per assicurare la pace. Cosa che certo non significa aggiungere un posto a tavola per i talebani e tantomeno delegare a Gino Strada il ruolo dello Stato.

    Dovremmo ritenere un grande successo il fatto che le nostre valutazioni si riflettono perfettamente in quelle del ministro della Difesa. Purtroppo siamo propensi a ritenere, da questa autorevole conferma, che la situazione sfugga di mano. E se la situazione dovesse diventare drammatica i repubblicani difenderanno gli interessi generali del Paese e dell'Occidente senza badare a chi gioverebbe questa posizione.

    Roma, 21 marzo 2007

    tratto da http://www.pri.it

  4. #424
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    dalla Voce Repubblicana di oggi

    Quando l'uomo pubblico non pensa alle conseguenze.

    Ci sono due aspetti di rilievo nella vicenda che riguarda il portavoce di Palazzo Chigi Silvio Sircana e che poco hanno a che vedere con la tutela della privacy dei cittadini. Il primo concerne il fatto che una rivista scandalistica abbia comprato le foto in questione, le abbia pagate piuttosto care, da quello che si apprende, e poi le abbia riposte in un cassetto. La cosa è già di per sé singolare perché si tratta di rivista che sguazza allegramente su casi molto meno imbarazzanti e con personaggi di minore rilevanza popolare di quanto possa essere un uomo di governo. Ma ammettiamo anche che la rivista in questione abbia ritenuto di voler salvaguardare l’immagine di un uomo pubblico che rappresenta lo Stato per una sorta di decoro istituzionale. Possibile che una testata quotidiana della stessa proprietà del settimanale negasse con tanta sicurezza l’esistenza di quelle foto compromettenti? Cioè, è possibile che la proprietà non sappia e non faccia sapere, almeno all’interno delle proprie edizioni, di possedere quelle foto? C’è da pensare semmai che la proprietà in questione abbia voluto fare un favore alla rispettabilità di Palazzo Chigi evitandogli, senza riuscirci, una situazione compromettente. E trattandosi di una grande proprietà, questo clima di favore verso il governo rischia di apparire perlomeno sospetto. Nel merito della questione che concerne il comportamento di Sircana, il problema si pone per il ruolo istituzionale che egli ricopre. Può un uomo del governo mancare completamente di esemplarità nella sua condotta privata? Può ubriacarsi in un luogo pubblico, o comportarsi sguaiatamente o addirittura intraprendere un tour sessuale, senza far venire meno la dignità dello Stato che rappresenta? Questa è la domanda che bisogna porsi e che riguarda il decoro delle Istituzioni presso chi le rappresenta. Silvio Sircana può fare privatamente quello che gli pare, ci mancherebbe, e ne risponde alla sua coscienza ed ai suoi cari. Ma il portavoce del governo, ci dispiace, dei suoi atti risponde al paese e, se questi appaiono sconvenienti, deve trarne le debite conseguenze. Sembrerebbe che Sircana di conseguenze non voglia trarne alcuna e preferisca restare “più triste e più solo”. In questo stato rischia di ripetere l’errore commesso più che di correggerlo.

    Riccardo Bruno

  5. #425
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    La trattativa
    E' stato pagato ai talebani un prezzo troppo elevato

    Quando il presidente dell'Ulivo al Senato, Anna Finocchiaro, ha rimbeccato, mercoledì scorso, le critiche dell'opposizione sulle modalità del rilascio di Daniele Mastrogiacomo, abbiamo capito che la maggioranza non aveva più il polso della situazione internazionale. La senatrice Finocchiaro, asserendo che "la questione è se si deve o no trattare per riavere vivi i nostri connazionali", o che "il governo italiano ha sempre trattato" (fino a dire: "poi se in cambio di soldi o di terroristi, sempre di un elemento consistente si tratta") non ha dato buona prova della sua proverbiale sagacia. Perché il problema da porre all'attenzione è semmai con chi si tratta e a che condizioni.



    Le due Simone erano state rapite da una specie di banda di briganti di strada che, con un po' di soldi, si sono messi in un buono stato d'animo. Ma Baldoni, prigioniero di un gruppo jihadista è morto, e così Quattrocchi, i cui compagni sono stati liberati da un commando statunitense. Quindi la scelta di trattare con i terroristi è sempre molto delicata - da noi mai auspicata e anzi osteggiata - soprattutto se la trattativa va a loro essenziale vantaggio.

    Quest'ultimo, disgraziatamente, è il caso in cui rientra la liberazione di Mastrogiacomo.

    Non solo vi sono stati quattro talebani liberati che ora sono nuovamente sul campo contro le forze occidentali (e vi sono indiscrezioni che in realtà i talebani siano di più, e per ora vogliamo attenerci alla versione ufficiale del governo italiano) ma, cosa ancora più grave, vi è stata la disponibilità di un segretario di un partito della maggioranza a riconoscere gli stessi talebani come interlocutori di una futura conferenza di pace. Abbiamo già avuto modo di scrivere, e lo continueremo a scrivere, che una tale proposta sarebbe piaciuta ai nazisti trascinati a Norimberga. In fondo ci sperava Hermann Gohering.

    L'amministrazione americana non la contemplò, allora, per loro, e non la contempla oggi per gli amici di Bin Laden, che pone sullo stesso piano dei nazisti.

    La senatrice Finocchiaro ha dimostrato che la maggioranza e parte del governo - non certo il ministro della Difesa, ad esempio, che è stato lucidissimo in questa vicenda, tanto da finire emarginato - non si rendevano conto con chi si fosse svolta la trattativa. Ne è stato però consapevole almeno il presidente della Commissione esteri della Camera, il diessino Umberto Ranieri che, sul "Riformista" ha scritto: "Daniele è salvo, ma il prezzo è alto".

    A nostro sincero avviso, il prezzo è davvero troppo alto, tale da aver compromesso il prestigio internazionale di questo governo. Lo si capisce dalle reazioni inglesi e da quelle tedesche, prima ancora che da quelle americane, che sono giunte dopo che il ministro degli Esteri D'Alema si era presentato a Washington convinto di avere il pallino della partita in mano. Lo aveva, tanto che per la prima volta nella storia della repubblica antifascista, leggiamo fonti del governo statunitense che attribuiscono al ministro degli Esteri italiano la patente di "bugiardo". Può darsi che gli Stati Uniti si fossero mostrati più comprensivi nei confronti delle nostre esigenze, di quanto lo fossero inglesi e tedeschi, e abbiano mostrato una disponibilità ad accondiscendere alle richieste dei talebani. Ma questo solo a patto di una maggiore operatività delle nostre truppe in Afghanistan. Può darsi anche che il ministro degli Esteri italiano abbia lasciato intuire una sua disponibilità a tale soluzione.

    E' certo però che, incassato il rilascio, le regole per i nostri soldati non sono cambiate e dunque lo schiaffo agli alleati è risuonato due volte. Da qui la pesante replica statunitense. Cosa voglia o possa fare il governo in queste condizioni è davvero arduo dirlo.

    Abbiamo visto cosa pensa il ministro della Difesa Parisi di tutta questa vicenda e non riusciamo a capire come si possano comporre le preoccupazioni di Parisi con la giuliva ondata pacifista e trattativista che ha investito la maggioranza in queste ore. Soprattutto dobbiamo capire cosa faremo, noi opposizione, a fronte della richiesta di un voto di rifinanziamento di una missione che ha sempre meno le caratteristiche militari - che pure aveva come proprie - e che i nostri alleati occidentali, ancora, pretenderebbero di vedere ribadite.

    Decideremo la nostra linea di condotta nella Direzione del partito lunedì prossimo, secondo il senso di responsabilità e di lealtà atlantica che hanno sempre caratterizzato le scelte di politica estera dei repubblicani.

    Roma, 22 marzo 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  6. #426
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    Predefinito Sottoscrivo pienamente parola per parola

    "Andatevene e liberateci dalla vostra presenza"
    parole che si addicono perfettamente allo sciagurato governo italiano
    un articolo di Giorgio Israel


    “Siete stati seduti qui per troppo tempo per quel poco di bene che avete fatto. Andatevene e liberateci dalla vostra presenza. In nome di Dio, andatevene”. Queste parole, con cui Oliver Cromwell sciolse il parlamento inglese nel 1653 si addicono perfettamente a questo sciagurato governo che è stato seduto qui pochissimo tempo e ha fatto molto più male che bene, conducendo il paese nella condizione più umiliante in cui mai si sia trovato dal dopoguerra ad oggi. Qui non è questione di assumere una posizione politica. In piena neutralità di scelte per questo o quello schieramento, va detto che nulla di peggio di così può accadere se ci liberiamo di questa indegna corte dei miracoli.

    Come ha scritto Giuliano Ferrara sul Foglio hanno ridotto il paese a un Grand Hotel & d’Italie, che potrebbe benissimo essere gestito da un barista (con tutto il rispetto per i baristi). Il nostro ministro degli Esteri ha fatto una figura penosa andando al Consiglio di Sicurezza dell’ONU a tenere un discorso presentato come epocale, con la scia attorno di una serie di eventi a dir poco squalificanti: la liberazione di Daniele Mastrogiacomo a un prezzo esorbitante; la sceneggiata disgustosa di costui in turbante e djellabah che definisce una “Guantanamo” la prigione in cui l’hanno tenuto in catene, mentre gli decapitavano davanti un essere umano; il nauseante coro di chi, in patria, anche in alto loco, ha cantato e ballato per la liberazione senza dire una parola degli orrori e dei lati oscuri che l’hanno accompagnata; il segretario del maggior partito di governo che parla di una conferenza di pace aperta ai tagliatori di teste, con qualche sciagurato che commenta che questa è stata una mossa decisiva e intelligente per liberare il giornalista; un esponente della maggioranza che dichiara che i talebani hanno dato una lezione di politica e di savoir faire; un ineffabile presidente della Camera che avanza il grottesco concetto di “diplomazia dei movimenti”; un sottosegretario che giustifica il taglio della testa, perché – signora mia – quando si comincia una guerra si sa come si comincia e non si sa come si finisce; un altro sottosegretario che si affretta a telefonare al capo del governo palestinese dominato da Hamas per assicurargli ogni amorevole cura; un terzo sottosegretario agli esteri che proclama che il nuovo governo palestinese è una straordinaria opportunità; e chi più ne ha più ne metta, il tutto condito da un vocìo antiamericano generalizzato.

    Chissà cosa si aspettava il nostro Tayllerand in sedicesimo, in queste condizioni? Quando era primo ministro usava come arma diplomatica i piatti di Vissani. Stavolta ha tentato di sedurre “bye bye Condi” al ristorante Aquarelle. Una buona cena fa sempre piacere. Dopo si passa alle cose serie ed è venuta dal Dipartimento di Stato una bastonata da lasciare secchi. Come se non bastasse, ci si sono messi anche gli inglesi, esprimendo esplicitamente il loro dissenso. Divisioni tra mondo anglosassone e vecchia e saggia Europa? Manco per niente. In Germania si è parlato di “errore enorme, che incoraggia a nuovi rapimenti” e anche l’Olanda ha proclamato: “non cederemo mai a questi ricatti”. Una vera grandinata. Una vera e propria vergogna mondiale.

    A noi, per i temi di cui qui ci occupiamo, importa sottolineare che un governo così nefasto e irresponsabile per la sicurezza di Israele non si era mai visto in Italia. Speriamo che tutti se ne rendano conto e che esista ancora la volontà di essere una nazione civile, e non un triviale Grand Hotel & d’Italie, per mettere alla porta questa accolita di irresponsabili."
    omar proietti

  7. #427
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    Giustificazione dubbia
    Salvare una vita umana può metterne a repentaglio altre migliaia

    La Direzione nazionale del partito, lunedì prossimo, avrà un compito molto delicato, perché concernente gli sviluppi recenti della situazione internazionale e l'impegno dei militari italiani oltre confine. Il contesto, che dobbiamo valutare, è come la disponibilità del governo italiano e della maggioranza nel riconoscere nei talebani un interlocutore, abbia creato più di una apprensione nei paesi alleati. Inghilterra e Germania in testa: Londra e Berlino considerano i talebani dei terroristi e non sono disposte a riconoscere loro nessun ruolo. L'Italia, che invita a rimetterne in libertà alcuni esponenti per riavere un suo connazionale loro prigioniero, si è esposta oltre il lecito nei confronti dei paesi europei che hanno i loro soldati nell'area.



    E ci si chiede quali siano le conseguenze sul piano dei rapporti anche con gli Stati Uniti che, altrettanto, non hanno gradito tanta disinvoltura: e lo hanno dichiarato.

    Il fatto, poi, che si sia fatto conoscere tale disappunto con qualche giorno di ritardo ed attraverso fonti non ufficiali, non è dovuto, come pure qualche ottimista ha ritenuto di pensare, ad un malumore di scarsa rilevanza. Al contrario, alla speranza che si possa e si voglia ancora correggere l'errore commesso.

    Per quanto l'Italia sia un paese amico e se ne abbia grande rispetto, ci sono dei limiti nei quali svolgere una comune missione politica dell'importanza della guerra al terrorismo. Forse il governo italiano, di fronte all'ansia di voler salvare la vita di Daniele Mastrogiacomo, se lo è dimenticato. Il ministro degli Esteri D'Alema ha detto che il governo italiano una trattativa diretta non l'ha mai fatta. E' vero, ma nel senso che l'ha fatta un organismo non governativo che ha trasmesso all'Italia un elenco di prigionieri talebani da liberare per riavere il suo connazionale prigioniero, e che l'Italia, a sua volta, ha trasmesso detto elenco al governo afghano, il quale, sua sponte, ha ritenuto evidentemente che i talebani indicati non fossero così pericolosi. Ammesso che si possa davvero ritenere credibile la non trattativa diretta con i talebani, così come esposta dal ministro degli Esteri, egli ha tuttavia, in tal modo, fatto sapere che il legittimo governo afghano trattiene nelle sue carceri persone senza motivo, dato che non sarebbero pericolose, nonostante che queste, appena tornate libere, si siano premurate di far sapere che riprenderanno le armi contro quel governo e le truppe occidentali che lo sostengono.

    Forse il ministro degli Esteri dovrebbe avere una maggiore cautela nell'esporre fatti di questa rilevanza. Capiamo bene, del resto, che egli ritenga fondamentale la necessità di salvare le vite umane. Questo viene detto, evidentemente, come risposta alle osservazioni di tedeschi, inglesi, americani, ai quali delle vite umane non importerebbe niente. In sostanza D'Alema, nelle sue giustificazioni, avrebbe peggiorato la posizione dell'Italia, criticando il governo afghano - che non sa valutare le sue scelte - e prendendo le distanze dagli alleati, che non hanno abbastanza rispetto per la vita umana. Ci domandiamo se ne ha davvero chi invece non si preoccupa, col suo agire, di rafforzare i terroristi, facendo scarcerare elementi pronti a combattere.

    Ma questo è soltanto un corno della questione; l'altro è rappresentato dal fatto che c'è stata un'accusa pubblica da parte degli Stati Uniti nei confronti del ministro degli Esteri. Abbiamo il dubbio che, per recuperare le condizioni di fiducia e di collaborazione positiva con gli Usa, il governo italiano debba soltanto porsi il problema di un nuovo capo della diplomazia, visto che l'attuale appare aver compromesso i rapporti con gli alleati, così come sembra intenzionato, sulla base delle sue dichiarazioni, a seguire la stessa linea. Se si trattasse solo di questo sarebbe abbastanza facile per la Direzione repubblicana concludere che il governo non merita il sostegno al rifinanziamento della missione in Afghanistan, perché la condizione è tale che i nostri soldati non hanno più ruolo e sono più facilmente esposti agli attacchi. Bisogna però anche considerare che, con il rifinanziamento alla missione in Afghanistan, si vota anche il rifinanziamento delle altre missioni internazionali dell'Italia. Un voto contrario potrebbe provocare un immediato ritiro di tutti i nostri soldati, ma, magari, non la caduta di un intero governo che sbaglia la politica estera in Afghanistan. Abbiamo ancora qualche giorno per pensarci, e vale la pena sfruttare tutto il tempo a fondo.

    Roma, 23 marzo 2007

    tratto da http://www.pri.it

  8. #428
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    AFGHANISTAN/ NUCARA (PRI): GOVERNO E MAGGIORANZA RRESPONSABILI
    Da loro condotta creati seri problemi internazionali

    Roma, 25 mar. (APCom) - "Irresponsabile è stata la condotta della maggioranza e del governo sulle questioni internazionali tale da aver procurato un problema serio non solo all'opposizione, che ora si interroga giustamente su come comportarsi a fronte di quanto è accaduto, ma soprattutto agli altri paesi occidentali". E' quanto sostiene il segretario del Pri Francesco Nucara, osservando come oggi "il ministro degli Esteri italiano ci dice che i problemi con gli Usa e gli alleati sono superati. Lo speriamo. Ma è chiaro conclude - che se i nostri soldati in Afghanistan non avranno la piena possibilità di fronteggiare adeguatamente una situazione di guerra, ne dubitiamo".

    tratto da http://notizie.alice.it/home/index.html

  9. #429
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  10. #430
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    AFGHANISTAN/ LA MALFA: SENZA AUTOSUFFICIENZA E' PROBLEMA POLITICO
    Dopo caso Mastrogiacomo giudizio su governo è del tutto negativo

    Roma, 26 mar. (Apcom) - "Dal punto di vista costituzionale e regolamentare la maggioranza esiste anche con i voti dei senatori a vita e con i voti di senatori di opposizione, politicamente però è diverso se la maggioranza di centrosinistra è divisa". Questo il giudizio di Giorgio La Malfa a proposito del voto al Senato sul decreto per il rifinanziamento della missione in Afghanistan. "Una maggioranza a pezzi - prosegue l'esponente del Pri - sta compromettendo l'immagine del nostro paese all'estero, perciò prima si cambia governo meglio è".

    La Malfa è molto critico verso il governo anche per il caso Mastrogiacomo: "La vicenda del sequestro modifica ulteriormente la politica estera del governo in un senso che non ci piace. Si è trattato di una posizione inaccettabile e il giudizio politico, al di là della decisione che prenderemo sul voto, non può che essere negativo".

    tratto da http://notizie.alice.it/home/index.html

 

 
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