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  1. #571
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    Non ci vuole davvero molto a capire le cose meglio del ministro Melandri.
    omar proietti

  2. #572
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    Caso Sandri, Nucara: responsabilità politiche e istituzionali

    "E' evidente – afferma il segretario del PRI Francesco Nucara – che di fronte ad una disgrazia di queste proporzioni che coinvolge anche un agente con dodici anni di servizio sulle strade, il problema non può essere risolto con un capro espiatorio. C' è un deficit di preparazione delle forze dell'ordine e soprattutto in questi casi non si manda la stradale che istituzionalmente è preposta ad altri compiti. Ci sono evidenti responsabilità politiche e istituzionali in tutte le vicende che hanno infiammato le città italiane, da Bergamo a Taranto passando per Roma. Il governo ci dovrà dire se è in grado di garantire l'ordine pubblico.

    Il ministro dell'Interno, che sarà in Parlamento per riferire sui tragici avvenimenti, lo faccia in termini politici e non burocratici, spiegando quanto è successo nella giornata di domenica. A noi interessano poco le spiegazioni tecniche sulla morte del ragazzo, interessa di più sapere se questo è un Paese in cui si possono distruggere caserme o beni dello Stato (Coni) o beni dei cittadini solo perché si è tifosi. Sembriamo un Paese allo sbando, senza bussola. Diamo ragione a Pasolini, stiamo dalla parte di chi non si può consentire nemmeno il biglietto per lo stadio: dalla parte della polizia. Ai familiari del giovane Sandri il cordoglio affettuoso e molto sentito di tutti i repubblicani italiani.

    tratto da http://www.pri.it/12%20Novembre%2020...driPolizia.htm

  3. #573
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    Allo sbando
    In questo modo lo Stato resterà ostaggio della violenza

    L'intervento del ministro Amato, durante l'informativa urgente alla Camera dopo la morte del giovane Sandri, è stato debolissimo. Debole nella ricostruzione tragica della vicenda che ha portato ad un morto in autostrada: in sostanza, il ministro ha detto che, se non ci fosse stata la rissa, non ci sarebbe stato nemmeno il morto.



    Il che è come dire che se la giovane vittima restava a casa invece di partire per Milano sarebbe ancora vivo. Monsieur Lapalisse non avrebbe fatto di meglio. L'intervento è sembrato poi inquietante nella spiegazione degli eventi che sono succeduti alla tragedia: Amato ha detto che si è scelto di non reagire alle aggressioni dirette alle forze dell'ordine per evitare uno scenario ancor più cruento. Non vogliamo arrivare a dire, come il presidente Casini, che questa è la "resa dello Stato". Certo lo Stato è apparso in balia di criminali organizzati che alcune procure accusano direttamente di terrorismo. Non riusciamo a comprendere come non si possa avere dato la necessaria e severa risposta su questo fronte. Come sia possibile che si accetti di abbandonare le forze dell'ordine, le sedi istituzionali * il Coni, le caserme - e di consentire che divengano un bersaglio.

    Preoccupano infine le reticenze della questura di Arezzo sull'episodio di cui ha piena responsabilità, fino alle imbarazzanti smentite, che sono servite a pretesto della rivolta e della guerriglia.

    Incredibile, inoltre, la titubanza nelle decisioni da assumere a riguardo dello svolgimento delle partite di calcio. Il tutto dà l'idea di un governo allo sbando: impressione che l'intervento del ministro dell'Interno non ha saputo modificare in alcuna maniera.

    Ovviamente sappiamo che il ministro Amato è uomo di fine intelligenza * non a caso soprannominato "il dottor sottile" * di solide letture, di eccezionale capacità interpretativa. Ci ha fornito una versione sociologica delle questioni sul tappeto degna di un'alta cattedra universitaria della materia. Ma non è questo il compito del ministro degli Interni. Auspichi pure il dialogo per salvare tanti giovani dalle lusinghe della violenza del tifo organizzato, ma ci dica cosa, in sostanza, il governo vuole fare, quali provvedimenti ha in cantiere, quali misure repressive. Niente di niente.

    E' facile credere che quello che abbiamo vissuto nella drammatica giornata di domenica possa ripetersi domani con le medesime modalità. E che il governo torni a fare sociologia. Piuttosto siamo dell'idea che bisogna fermare gli ultrà delle tifoserie, inibire loro la presenza negli stadi e, se hanno commesso reati, metterli agli arresti. Sulla base delle ultime vicende crediamo anche che la polizia sia in grado di individuarli e stare loro addosso con la sufficiente premura. Il governo potrebbe preparare un decreto apposito. Invece abbiamo ascoltato solo chiacchiere.

    La ragione di questo disastro è semplice: questa coalizione di maggioranza non è in grado di assumere decisioni né rapide né condivise. Il presidente della Camera è riuscito perfino a paragonare una inesistente caccia all'uomo anti - rom all'attacco verso le forze dell'ordine. Parte della stessa coalizione è ossessionata dall'inchiesta sui fatti che avvennero in occasione del G8 di Genova senza nemmeno accorgersi che un protagonista di allora, quel Luca Casarini, chiama a raccolta gli ultrà per farne una degna replica. E cosa dovrebbero allora fare le forze dell'ordine: porgere l'altra guancia? Abbiamo timore che questo preveda il governo. Per tali motivi è inadeguato a fronteggiare la questione sicurezza e a difendere degnamente lo Stato democratico.

    Roma, 13 novembre 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  4. #574

  5. #575
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    Il Senato e la Finanziaria
    Comunque vada sulla manovra, meglio che Prodi abbandoni

    Non sappiamo ancora, nel momento in cui scriviamo, come si concluderà al Senato la maratona sulla Finanziaria. Non sappiamo quindi se il governo riuscirà ad ottenere la maggioranza, se risulteranno decisivi i senatori a vita, se l'opposizione metterà Prodi in difficoltà costringendolo a rassegnare le dimissioni.



    Quello che sappiamo per certo è che - a prescindere dalle votazioni sulla Finanziaria e dagli stessi sondaggi che trasmettono una profonda e crescente sfiducia degli italiani nei confronti dell'esecutivo * l'azione complessiva del governo è fortemente deficitaria. Su tutte le questioni di maggior rilievo. Il ministro dell'Economia ha dovuto ammettere a malincuore quello che tutte le istituzioni internazionali dicono da tempo, e cioè che le prospettive del nostro paese per il prossimo futuro non sono buone, che la crescita sarà modesta, che l'Italia - in termini di sviluppo * è destinata ad essere il fanalino di coda dell'Unione Europea. Sfuma così la stessa segreta speranza di Romano Prodi, quella di recuperare consensi grazie ad una ripresa economica che invece è stata finora molto contenuta e lo sarà ancora di più nei prossimi mesi a venire.

    E' stata sprecata l'occasione offerta dagli extragettito, i cosiddetti "tesoretti". Invece di utilizzare il surplus di risorse per ridurre il debito e la pressione fiscale - offrendo così un sostegno alla ripresa - le maggiori entrate sono servite ad aumentare la spesa pubblica corrente. Una spesa che sarà difficile comprimere in futuro, come l'esperienza dimostra, e che è destinata ad appesantire in modo strutturale i nostri conti pubblici.

    Quanto ai problemi della sicurezza, dell'ordine pubblico, dell'immigrazione, si naviga a vista. Il ministro dell'Interno - uomo di fine intelligenza e di grande cultura - non manca mai di offrire brillanti ricostruzioni sociologiche degli avvenimenti e delle loro motivazioni. Che non fanno, purtroppo, una politica. Le decisioni mancano o sono contraddittorie - dai provvedimenti sulla sicurezza alla violenza teppistica - costringendo perfino un uomo politico misurato come Pierferdinando Casini a denunziare la latitanza dello Stato.

    Su altri temi - dalla giustizia alla previdenza, dal mercato del lavoro alla pubblica amministrazione - il governo sembra avere innescato la retromarcia rispetto alle pur timide e insufficienti riforme avviate dal centrodestra. Per non parlare della politica estera, su cui è bene stendere un velo pietoso. L'ambiguità di fondo, che talora sconfina nella contiguità con organizzazioni terroristiche, ci ha progressivamente isolati in Europa e in Occidente. E questo isolamento si avverte ancora di più dopo la vittoria di Sarkozy ed i nuovi orientamenti internazionali della Francia, che si caratterizzano per il loro realismo nella costruzione europea e per la leale collaborazione con gli Usa nelle principali questioni sul tappeto.

    Se a tutto questo si somma l'immagine rissosa, contraddittoria, incerta che il governo offre di sé al paese, c'è da chiedersi quanto possa giovare agli italiani la sua sopravvivenza. A prescindere dalla Finanziaria e dal voto del Senato.

    Roma, 14 novembre 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  6. #576
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    Maggioranza in difficoltà
    Prodi per ora resiste. Fino a quando ?

    Lamberto Dini voterà probabilmente la legge Finanziaria, non tanto perché convinto della bontà della stessa - infatti egli non ha mai avuto dubbi e non ne ha nemmeno oggi a riguardo dell'insufficienza delle misure preposte e del fatto che esse non siano in grado di far recuperare consensi al governo - ma sostanzialmente per evitare l'esercizio provvisorio.



    Se questo fatto poi non fosse già di per sé abbastanza esauriente, egli ha detto che "c'è un quadro politico che non può non essere messo in discussione". Parole che sostanzialmente mettono il sigillo sulla lunga crisi politica della maggioranza; e tali che dovrebbero indurre il presidente del Consiglio a rassegnare le sue dimissioni nelle mani del Capo dello Stato. Perché se si mette in discussione l'attuale quadro politico significa che l'attuale maggioranza ha cessato di esistere, cosa che del resto è evidente a tutto il Paese da parecchio tempo. Il presidente Dini lo ha confermato con le sue parole in maniera definitiva. E' sinceramente difficile che il governo, incassato il voto sulla Finanziaria, possa pensare di far finta di niente e di procedere come se nulla fosse: è evidente che questo voto favorevole di Dini è l'ultimo che possa pervenire a Palazzo Madama. Di conseguenza né i senatori a vita, né insperate alchimie sarebbero sufficienti a tenere in vita un governo esausto. Federico Geremicca sulla "Stampa", magari non prevedendo fino in fondo lo scenario che si stava delineando, si è soffermato sul fatto che il fatidico giorno in cui Prodi sarebbe dovuto cadere - altrimenti Berlusconi si sarebbe indebolito - aveva subìto un ulteriore ritardo. Ed aveva descritto questo rinvio, denso di sorprese, come una testimonianza della reciproca debolezza dei due avversari.

    In verità di debole c'è solo Prodi: se pure porta a casa la legge Finanziaria, questo è l'ultimo atto di un governo che non passerà certo alla storia per i risultati conseguiti, semmai il contrario. L'onorevole Ciriaco De Mita, illustre esponente del Pd, ha detto che questo è un governo "inutile" e, in quanto inutile, "dannoso" per il Paese. Crediamo che lo stesso Veltroni abbia fretta di smarcarsi ed archiviare il prima possibile l'esperienza imbarazzante e nefasta di questo esecutivo. Berlusconi invece ha vinto la partita, perché ha scommesso sulla implosione del governo: e l'implosione ha ottenuto, indipendentemente dal voto finale. Il che però limita la portata del successo che Berlusconi avrebbe potuto ricavare se avesse tenuto in questa vicenda un profilo più basso, ovvero se non si fosse speso in prima persona nell'assicurare senatori pronti a voltare le spalle al governo in un momento decisivo come quello della Finanziaria. Questo infatti non sembra che possa avvenire. E' vero che insistere sulla caduta del governo ha contribuito ad accelerarne i ritmi della crisi, ma se Berlusconi avesse contenuto il suo entusiasmo ora sarebbe il dominus indiscusso della situazione.

    Invece, prima di arrivare alle elezioni, il leader dell'opposizione dovrà fronteggiare una situazione nuova e complessa, di cui ancora non è affatto sicura la risoluzione.

    Roma, 15 novembre 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  7. #577
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    Timore e tremore
    Aspettiamo a dire chi sono i vincitori e chi i perdenti

    Nonostante i timori ed i tremori dell'antivigilia il governo Prodi ha retto alla prova della Finanziaria in prima lettura al Senato. Saremmo però molto cauti nel dire che questo si possa davvero considerare un successo.



    Anzi, visto l'intero dibattito, le parole di Bordon, quelle di Dini, i momenti di tensione che si sono registrati in aula - anche fra esponenti del centrosinistra e il presidente del Senato - saremmo propensi a credere, al contrario di molti osservatori, che a Palazzo Madama sia andata in scena l'annunciata dissoluzione della maggioranza e non certo una sconfitta per l'opposizione, quali che fossero le aspettative maturate in queste settimane. Si dice che il presidente Dini, che pure alcuni davano in partenza verso altre sponde, alla fine abbia tenuto, facendo prevalere il suo senso di responsabilità. Nulla da ridire. Osserviamo però che a metà della giornata di giovedì la "Velina Rossa" faceva sapere che Dini stava negoziando un posto nel governo, lasciando intendere che queste erano le condizioni per il suo voto favorevole. Bassezze che indicano lo stato di degrado in cui versa la coalizione, fra sospetti e un clima di sfiducia tale da rendere francamente impossibile non solo un'unità programmatica delle forze che pure hanno la responsabilità di guidare il Paese, ma financo i rapporti necessari per un dialogo costruttivo e positivo fra le stesse.

    Fa quasi un effetto paradossale pensare che, nel momento in cui pure si ritiene indispensabile, magari a ragione, un'intesa politica ampia - la solidarietà nazionale ad esempio - per poter governare davvero il paese, nelle stesse coalizioni vengano meno i criteri di rispetto indispensabili per la convivenza fra alleati.

    Attenendoci ai fatti, come è secondo nostro costume, rileviamo che Dini, a lungo il bersaglio prediletto della sinistra, ha fatto in sede di dichiarazione di voto un discorso puntuto e sobrio. Egli ha detto che nel corso dei lavori dell'aula il suo raggruppamento è riuscito ad "avere miglioramenti", come "il superamento di discriminazioni fra i contribuenti nella riduzione dell'Ici e il ridimensionamento di una sanatoria dei precari nella Pubblica amministrazione che rischiava di travolgere il principio costituzionale dell'accesso al pubblico impiego mediante regolare concorso". Ma ha anche sottolineato che "di altro, di meglio avrebbe bisogno il Paese". E questo è un giudizio che condividiamo pienamente.

    La legge finanziaria che è stata approvata aggrava le condizioni economiche dell'Italia, mette a rischio i conti pubblici, non offre strumento alcuno per la crescita. Di più, quel tanto o quel poco che può essere considerato positivo, è passibile di subire a sua volta modifiche alla Camera. Il testo di ritorno al Senato in seconda lettura potrebbe nuovamente offrire il destro per ulteriori ripensamenti.

    Crediamo che cautela e prudenza consiglino dunque, prima di esprimere giudizi compiuti, di dire chi ha vinto e chi ha perso, di aspettare che la Finanziaria concluda il suo iter. Un iter che è ancora piuttosto complesso. Solo allora tireremo le somme.

    Roma, 16 novembre 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  8. #578

  9. #579
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    Il Palazzo e la piazza
    Crisi di governo e voto anticipato sono ancora possibili

    La lettera al "Corriere della Sera" con cui Gianfranco Fini, all'indomani dell'approvazione della Legge Finanziaria al Senato, ha voluto da un parte sottolineare gli errori di Berlusconi e dall'altra chiedere una svolta nella guida dell'opposizione, ci è parsa, indipendentemente dall'analisi politica, molto ingenerosa.



    Perché, per quanto i sentimenti contino poco in questo mondo, non scorgere nemmeno una traccia di riconoscenza, nel momento del bisogno, verso chi pure si è preoccupato di costituzionalizzare un movimento un tempo ai margini della vita istituzionale, fa un certo effetto sgradevole; considerando poi che dalla platea di An sono anche giunti i fischi all'indirizzo di Fabrizio Cicchitto: episodio che fa venir meno i rapporti di ospitalità che pure si salvaguardano. Non solo fra alleati, ma anche con i semplici interlocutori.

    Di fatto la Cdl è di fronte ad una crisi, che appare non meno grave di quella del centrosinistra. La nostra idea è che essa fosse molto meno evidente, visto che la crisi politica del governo c'è, eccome, e dunque non valeva la pena di stare a stracciarsi le vesti prima del tempo. E' vero che Berlusconi ama agitare la piazza contro questo esecutivo; e noi, più volte, ma sommessamente - come si fa fra alleati - lo abbiamo sconsigliato a riguardo: perché agitando la piazza la maggioranza si ricompatta. Però è altrettanto vero, e la cosa non ci sfugge, che, agitando il malessere popolare, oramai parecchio consistente, il ricompattamento della maggioranza appare sempre più gracile. Tanto che non siamo affatto sicuri nel sostenere la tesi secondo la quale solo proponendo un altro governo si manda a casa l'attuale. E lo dimostra il fatto che Berlusconi abbia deciso di puntare, con la sua proposta del Partito popolare delle libertà, direttamente al referendum. A dire il vero la minaccia referendaria potrebbe rivelarsi un propellente molto forte per la crisi, molto più che le ventilate larghe intese sulle riforme. In linea teorica, se Prodi e Berlusconi, Berlusconi e Veltroni, si tendessero la mano, mettessero da parte i dissidi e preparassero insieme una stagione riformista per il paese, ciò sarebbe una cosa eccellente. Ma Prodi dovrebbe accettare l'idea di formare un nuovo governo - ipotesi che pure esclude - e Veltroni di farne uno con Berlusconi, ipotesi parimenti poco probabile. E Berlusconi non pare interessato a spendersi in quello che potrebbe essere un vero fallimento, come già si è rivelato in passato.

    Allora preferisce prepararsi al referendum, come dimostra la stessa proposta del proporzionale alla tedesca da lui lanciata, sulla quale non si troverà mai un accordo parlamentare. In questo modo il leader di Forza Italia ha respinto la crisi, che sembrava investirlo, addosso alla coalizione di maggioranza, dove le formazioni minori - Mastella in testa - vedono il referendum come un capestro. Piuttosto, meglio le elezioni. Ed ecco che il voto anticipato, che dopo il serrate le file di Palazzo Madama sembrava ormai essere scongiurato e messo alla porta, si ripresenta alla finestra. Con buona pace degli onorevoli Fini e Casini.

    Roma, 19 novembre 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  10. #580
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    PPL: NUCARA (PRI), NON CI SCIOGLIAMO MA ALLEATI DI BERLUSCONI

    (AGI) - Roma, 19 nov. - “Il Pri non ha alcuna intenzione di sciogliersi pur mantenendo l’alleanza con le forze politiche con le quali ha stabilito un rapporto di leale collaborazione al governo come all’opposizione”. Lo dice il segretario del Pri, Francesco Nucara, che aggiunge: “Ora il banco di prova, se davvero si vuole aprire una stagione di dialogo sara’ la legge elettorale. Tocchera’ al centrosinistra l’onere della proposta, altrimenti diventera’ inevitabile lo sbocco referendario. Non e’ affatto vero che solo prospettando un altro governo si puo’ mandare a casa quello attuale. Infatti, anche la prospettiva referendaria, che Silvio Berlusconi sembra annunciare con la sua proposta di partito unico, potrebbe essere un’arma sufficiente per portare alla rapida crisi l’attuale maggioranza. Del resto lo stesso Fini e’ stato un dichiarato sostenitore del referendum, che appare l’estrema ratio per un accordo sulla legge elettorale. Accordo che il Parlamento finora non e’ parso in grado di trovare. Forse Fini ha cambiato idea, come del resto ha fatto anche sul partito unico”. (AGI)
    Cav

    tratto da http://www.elezioni-oggi.it/archives/00020055.html

 

 
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