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  1. #581
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    Le mani libere
    Se si destruttura la coalizione di un governo a rischio è il Paese

    "Non è che c'è chi può avere le mani libere mentre noi stiamo qui a fare la guardia al bidone". Con queste parole Rifondazione comunista ha abbandonato il tavolo del welfare, quello convocato dal governo per mettere a punto le ultime controversie nate sul famoso protocollo prima del passaggio in Aula a Montecitorio.



    Mentre l'opinione pubblica si preoccupa di cosa succede nell'opposizione, dei rapporti fra Fini e Berlusconi e della nascita del nuovo partito, ci si dimentica che la maggioranza, che pure ha un dovere di governo verso il Paese, versa in una condizione di assoluta instabilità. E se è fisiologico per l'opposizione ristrutturarsi nel corso di una legislatura, come è avvenuto altre volte (ma questo non comporta particolari responsabilità nei confronti del paese) la ristrutturazione della maggioranza produce il rischio concreto dell'ingovernabilità. Come del resto si sta abbondantemente vedendo.

    Ciò non significa che non si trovi - in un'altra delle maratone negoziali che hanno caratterizzato l'azione di Palazzo Chigi in questo scorcio di legislatura - un accordo utile. Ma che tale utilità è ad esclusivo beneficio del governo e a danno del paese. E' singolare che il presidente del Consiglio parli oggi della necessità di avviare le riforme. E come sarebbe possibile, quando la controversia che ha paralizzato il centrosinistra in questi mesi non si risolve se non sfogandosi sul governo? Il vice premier D'Alema ha detto recentemente che il premier sbagliò a non proporre egli stesso un governo di larghe intese all'indomani del voto politico del 2005, non rendendosi conto che la maggioranza era troppo debole e lacerata per portare avanti un programma di alto profilo. Ma ora è tardi per soluzioni del genere, tanto che Berlusconi ha aperto alla discussione sulla legge elettorale solo a condizione di votare subito dopo. E' difficile dargli torto, anche se i contatti di queste ore - e di quelle prossime - farebbero pensare a scenari molto più complessi. Fumo negli occhi. I margini di manovra per tessere accordi in un quadro politico così logorato sono minimi. E se mai Veltroni e Berlusconi trovassero un'intesa anche solo per la legge elettorale, senza mettere in questione il governo, cosa ovviamente impossibile per il leader del nuovo Partito della libertà, allora sarebbero gli esclusi del centrosinistra a rovesciare il tavolo e chiedere le elezioni anticipate con la vecchia legge. Per questo Berlusconi potrebbe ottenere il voto anticipato e rinsaldare come leader indiscusso la sua coalizione, mentre il centrosinistra si sfarinerebbe con la caduta del governo.

    Il welfare è il tema più caldo, visto il dissenso a 180 gradi fra Dini e Rifondazione.

    Considerati i chiari di luna attuali, avremmo suggerito maggiore prudenza agli alleati che, all'indomani del braccio di ferro al Senato, hanno sottolineato la sconfitta della Cdl e la tenuta del governo. A noi è parso presto per dirlo: le vicende sul protocollo lo dimostrano. Il centrosinistra rivela tutta la sua debolezza organica, tale da far dubitare che Prodi o Veltroni siano in grado di trovare lo slancio per una coalizione che appare sempre più slegata e orientata su sponde diverse e lontane.

    Roma, 21 novembre 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  2. #582
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    WELFARE; IL DDL IN AULA ALLA CAMERA. PRODI: TROVEREMO L'ACCORDO
    Si lavora a maxi-emendamento su cui dovrebbe essere posta fiducia

    Roma, 26 nov. (Apcom) - Sono ore decisive per il destino del ddl Welfare, che oggi sbarca nell'Aula della Camera per un esame su cui, domani, dovrebbe intervenire la richiesta di fiducia del governo. Nel corso della discussione generale sul provvedimento, in aula, il repubblicano Giorgio La Malfa ha chiesto un rinvio dell'esame del provvedimento poiché, ha spiegato, non si sa ancora "quale sarà il testo" oggetto della discussione (se quello 'fedele' al Protocollo frutto dell'accordo con le parti sociali, se quello uscito dalla commissione Lavoro di Montecitorio o una 'sintesi' delle due versioni).

    La fiducia dovrebbe dunque essere posta su un maxi-emendamento a cui l'esecutivo sta lavorando per una sintesi tra il testo approvato dalla commissione Lavoro e il ddl che recepisce il Protocollo. Una sintesi che permetta di raggiungere l'equilibrio nella maggioranza e di non deludere le aspettative di Confindustria e sindacati. Il premier Romano Prodi si è detto fiducioso sulla possibilità di trovare "l'accordo senza stravolgere il Protocollo" e domani potrebbe incontrare le parti sociali.

    Il coordinatore nazionale dei Comunisti Italiani Marco Rizzo mette però sull'avviso: il welfare "è l'ultima prova sulla validità di questo governo. Non è più possibile subire la lotta di classe dei poteri forti contro la stragrande maggioranza della popolazione".

    tratto da http://notizie.alice.it/notizie/top_...,13524024.html

  3. #583
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    Nucara: Prodi ne tragga le conseguenze

    Questa è la dichiarazione di voto del segretario del Pri Francesco Nucara

    "Gli osservatori più attenti hanno visto nell'apposizione del voto di fiducia una sconfitta di tutto il Parlamento. In Commissione lavoro si era raggiunta un'intesa che il Governo ha stravolto riproponendo il testo originario, concordato con le forze sociali. Quell'accordo ha quindi prevalso sulle prerogative tipiche del Parlamento: che è sede della sovranità popolare. Si è creato un pericoloso precedente che lo stesso presidente della Camera ha voluto stigmatizzare. In futuro dovremo essere più attenti nel marcare i confini che devono esistere tra una consultazione popolare, per quanto estesa ed importante essa sia, e i principi fondamentali della nostra Costituzione. Sarebbe tuttavia sbagliato non comprendere le ragioni di questa prevaricazione. La maggioranza politica non esiste più. Le sue divisioni sono talmente profonde da determinare la paralisi di qualsiasi decisione di merito. E' allora inevitabile che sulla dialettica parlamentare prevalgono pulsioni esterne. Condizionamenti che impediscono alle istituzioni di funzionare correttamente. Così la crisi politica rischia di trasformarsi in una crisi della democrazia. Questo è forse l'aspetto più preoccupante. Quando un governo non è più in grado di garantire una sintesi politica, può sopravvivere solo divorando le istituzioni. Il Presidente Prodi prenda atto che non ha più una maggioranza parlamentare e ne tragga per il bene del Paese le inevitabili conseguenze. Sarebbe un gesto di responsabilità apprezzabile".

    Roma, 28 novembre 2007

    tratto da http://www.pri.it/28%20Novembre%2020...otoWelfare.htm

  4. #584
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    La grande attesa
    In evidenza la necessità di superare il governo Prodi

    C'era una grande attesa per l'incontro fra Berlusconi e Veltroni nel mondo politico, come si capiva, oltre che dalle dichiarazioni che hanno segnato la giornata di venerdì, dall'editoriale della "Stampa" a firma di Riccardo Barenghi. Che scriveva: "Se accadesse che i due leader riuscissero a mettersi d'accordo sulla riforma elettorale e magari anche su quel minimo di modifiche costituzionali ormai irrinviabili, la storia potrebbe cambiare di colpo".



    Questa prospettiva di novità si è però scontrata con una dose di realismo pessimista.

    Lo stesso Barenghi riconosceva: "Che poi tutto questo vada in porto, che sia giusto e che sia gradito dagli elettori dei due proto-fondatori della Terza Repubblica, sarà tutto da verificare".

    Ed è vero, perché le distanze sono rimaste tante e così i problemi. E magari non perché "il Cavaliere non è molto affidabile" e "può cambiare idea da un momento all'altro". Ma perché un eventuale accordo fra il leader del principale partito dell'opposizione e il capo del Pd avrebbe segnato di fatto la fine del governo Prodi, che già di suo non sta benissimo.

    Barenghi aveva dunque ragione a pensare che fosse Veltroni a rischiare di più, non per gli accordi presi con l'avversario storico per antonomasia del centrosinistra, ma per gli effetti che questi avrebbero avuto sul governo e la maggioranza. E d'altra parte - aggiungiamo noi - se Veltroni si limitasse ad una ricognizione politica con le forze dell'opposizione sulla disponibilità ad una riforma elettorale (su cui al momento non si sono trovati punti di convergenza) la sua leadership si vaporizzerebbe in fretta. Qualcuno ha già osservato infatti che se egli dovesse restare impegnato nel sostenere il governo per tutto il tempo restante della legislatura, finirebbe col subire un colpo fatale.

    Per Berlusconi invece la situazione è più agevole. Intanto incassa un riconoscimento politico pieno dalla parte che glielo ha sempre negato. Poi può chiedere, a ragione, che occorre una svolta che l'attuale governo non è in grado di dare. E' vero che la maggioranza, nonostante tutte le tensioni che la percorrono e le "mani libere" proclamate a gran voce dalle sue componenti, al dunque ha sempre dimostrato di saper tenere. Ma questa sua resistenza, oltre ad apparire come quella degna di una ridotta assediata, avrebbe sempre più il sapore del passato che non vuole passare. Avevamo già notato che il Pd, con i suoi manifesti promozionali, chiede invece un'Italia nuova. E questa Italia nuova non potrà aspettare infinitamente, fino al momento di apparire vecchia.Per cui, se un'intesa fra Veltroni e Berlusconi resta in alto mare, si avvicina comunque la fine del governo: l'implosione si è già prodotta e se ne aspetta solo la formalizzazione. In quel momento sarà difficile imbastire un qualche accordo anche di breve termine sulla sola legge elettorale. E le elezioni apparirebbero più vicine.

    Di questo ci sembra si siano accorti anche Fini e Casini che, dopo aver premuto sull'acceleratore della rottura della CdL, ora ci sembrano aver innestato la marcia indietro. Se la deriva elettorale apparisse inevitabile è quindi consigliabile che l'opposizione si ritrovi compatta.

    Roma, 30 novembre 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  5. #585

  6. #586
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    Il governo delle tasse - Romano Prodi autore di uno dei più ampi aumenti delle imposte
    Un esecutivo che soffoca le forze produttive

    di Gianni Ravaglia

    Nonostante l'euro forte, l'aumento dei prezzi in dollari delle materie prime e di quelle energetiche comincia a pesare sull'inflazione europea e italiana. A condizioni invariate, si può supporre che l'aumento dei prezzi del 2,4%, il più alto toccato dal giugno 2004, non sia che l'inizio di un trend ascendente. Se poi saranno confermati i dati che segnalano, per l'Italia, una riduzione della produzione industriale e del prodotto interno, ci troveremmo di fronte a ciò che gli economisti chiamano stagflazione.

    Una realtà che vede la somma, in un vortice perverso, di inflazione e stagnazione. Per i cittadini, significa avere una decurtazione del potere d'acquisito dei propri salari, congiunta ad una decrescita, tanto cara agli ideologi dell'ambientalismo, che comporta crisi aziendali e disoccupazione. Rincorsa salari-prezzi-salari, disavanzi pubblici crescenti, vincoli amministrativi sui prezzi, rigidità del mercato del lavoro, sono gli interventi che le associazioni dei consumatori di origine sindacale e i sindacati hanno ricominciato a chiedere. Hanno dimenticato gli errori commessi negli anni settanta, quando, con tali politiche, l'inflazione raggiunse il 20%. Allora i governi si fecero travolgere dalle pressioni sindacali e dalla crisi petrolifera e imposero scelte dirigistiche sui prezzi, chiusure alla concorrenza internazionale, debito pubblico crescente. Poi venne il tracollo. Cui seguirono nuove regole finanziarie, l'abbandono del punto unico di contingenza e lo smantellamento delle fallimentari aziende pubbliche, ma i nodi di fondo che bloccavano la competitività del Sistema Italia, non furono sciolti. L'unica misura, per così dire, innovativa, è stata quella di aumentare le imposte.

    La pressione fiscale (tasse più contributi) sul Pil dal 26,8% che era nel 1970, ha raggiunto, oggi, il 43%. Una crescita che non è stata utilizzata per ridurre il debito pubblico. Esso, infatti, è passato dal 38% del Pil nel 1970 al 57% nel 1975, per poi raddoppiare nei successivi trent'anni. Per contro, sono invece aumentate le spese della potente casta statalista. Spese che incidevano per un 33% sul Pil nel 1970, mentre oggi raggiungono il 50%. L'irresponsabilità politica e finanziaria che ha minato le fondamenta del nostro equilibrio economico, tanto da farci temere il peggio ad ogni input negativo dell'economia internazionale, è cominciata in quegli anni con il compromesso storico e la concertazione governo-sindacati-grande industria. Un sistema di potere ancora oggi al comando che, per tutelare, male, se stesso, ha sconfitto gli interessi nazionali. Non si dovrebbe mai dimenticare che tale sistema, negli indici dei paesi industrializzati, ci ha regalato due Oscar alla carriera: quello della minor crescita economica e quello del maggior debito pubblico. Un sistema che, in passato, quando l'orgia delle spese diventava insopportabile, per recuperare competitività, svalutava il potere d'acquisto della lira. Questa valvola, che truffava i cittadini per nascondere gli errori, con l'Euro non esiste più. Se la si volesse usare di nuovo, faremmo la fine dell'Argentina. La competitività ce la dobbiamo guadagnare con politiche virtuose. Ma Prodi, degno erede dei drogati da spesa pubblica, ad eccezione delle limitate liberalizzazioni, fino ad ora, non ha fatto altro che ripetere, amplificandoli, gli errori del passato. Ad una delle più ampie manovre di crescita della tassazione che si ricordi, ha fatto seguire una delle più estese manovre di aumento della spesa corrente. Ha tolto ossigeno a tutta la società produttiva per remunerare i propri clienti. Con l'aggravante di aver bloccato ogni investimento infrastrutturale ed energetico. L'immagine del suo sorridente faccione, al seguito delle imprese italiane che stanno delocalizzando in Cina e in India, al pari di quella seria e compunta con la quale ha inibito investimenti esteri in Italia, sono emblematiche del tragico fallimento di una politica e di una alleanza. Sintomatico della perversione cui può condurre l'assenza di un progetto politico che guardi all'interesse nazionale è stato anche il recente sciopero generale dei trasporti. I sindacati del pubblico impiego hanno voluto fermare l'Italia per ottenere, dai propri rappresentanti al potere, ancora più risorse, da prelevare dalle tasche di quegli stessi cittadini che hanno lasciato a piedi, per garantire la sopravvivenza di aziende decotte quali l'Alitalia o del tutto inefficienti come le ferrovie e le aziende di trasporto pubblico. Non hanno ancora capito che l'inflazione è una brutta bestia. Se continuerà a crescere, la Banca Europea aumenterà i tassi, chi ha un mutuo pagherà di più, le imprese investiranno meno, la disoccupazione crescerà, il potere d'acquisto di pensionati e lavoratori diminuirà e lo Stato, ancor più indebitato, avrà minori risorse da distribuire. E Veltroni vuole tenere in piedi Prodi ancora per un anno? Se così fosse, Berlusconi non potrà che ringraziare.

    tratto da http://www.pri.it/3%20Dicembre%20200...iaGovTasse.htm

  7. #587
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    La rana e lo scorpione
    Palazzo Chigi e il ritorno del fantasma del 1998

    Sarà un caso, ma all'indomani dell'intervista su "la Repubblica" del leader di Rifondazione Bertinotti sul governo che ha fallito e Prodi "poeta morente", il governo è stato subito battuto al Senato. Si tratta di questioni procedurali che non necessariamente determinano un risvolto politico: ma lo stato di agitazione nel centrosinistra sembra oramai senza scampo.



    La presa di posizione di Bertinotti è stata parafrasata a Palazzo Chigi con la fiaba di Fedro sulla rana e lo scorpione. La rana traghetta lo scorpione che non sa nuotare sul suo dorso e lo scorpione, ciononostante, la morde.

    La natura e l'istinto sono più forti di ogni logica. La rana è Prodi e lo scorpione è Bertinotti. E' successo nel 1998 e la storia, che appartiene al mito della narrativa, oltretutto, potrebbe tornare a ripetersi. La natura di Bertinotti è infatti quella dell'opposizione. Ora che il sindacato sembra pronto a rompere con il governo sui contratti ed il costo del lavoro e ad indire uno sciopero generale, Bertinotti non vuole più vedere in sofferenza il suo partito. Che di bocconi amari ne ha ingoiati a iosa negli ultimi tempi, dall'Afghanistan al welfare: i sondaggi sulle intenzioni di voto sono eloquenti.

    Ma, a leggere bene, la posizione di Rc non è solo politica. E' anche di sopravvivenza. Bertinotti non ha infatti apprezzato Prodi come paladino dei partiti minori della coalizione. A suo dire il premier non si renderebbe conto che, messosi di traverso all'intesa sulla legge elettorale, spalancherebbe le porte al referendum. E' questo ciò che Bertinotti vuole evitare. Per cui, per una volta, la minaccia di crisi e di elezioni è davvero concreta. E, nella logica ferrea dello scorpione Bertinotti, questa volta sarebbe solo la rana a morire, perché è stata morsa quando ancora non era nel mezzo del fiume.

    Bertinotti conta di poter tornare sulla riva e trovare una nuova soluzione. Egli infatti, intellettualmente, è già oltre all'Unione. E va detto che in questo suo essere oltre, non è solo. Oltre è anche Veltroni, e lo ha dimostrato nel dialogo con Berlusconi. E' qui che è nata la crisi politica terminale del governo: perché il leader del principale partito della maggioranza, che chiede un'Italia nuova, quando incontra uno dei principali leader dell'opposizione - se non il leader stesso dell'opposizione - dimostra che, per quanto concerne le riforme, la maggioranza non è più autonoma e autosufficiente.

    E così crolla il paradigma del governo Prodi e si guarda al di là dello stesso. Tutto questo viene confermato dalla dottrina delle "mani libere" che, da Dini ai socialisti di Boselli, è stata adottata nelle file della coalizione. Siamo giunti agli ultimi fuochi. Può darsi anche che il governo passi il Natale e il suo portavoce Sirchia invii a tutti un altro simpatico bigliettino con sopra un panettone e la scritta "e due!". Ma a gennaio bisognerà fare i conti. Da una parte vi saranno i limiti del governo. Dall'altra le diverse ambizioni dei partiti che lo sostengono. In mezzo il malcontento popolare che si confronta con l'incubo di nuove stangate sui beni di prima necessità, dal prezzo della spesa a quello dell'elettricità e del gas. Quale sarà l'esito, a questo punto pare davvero certo. Affoga solo la rana.

    Roma, 6 dicembre 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  8. #588

  9. #589
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    Il salto nel buio
    Con la crisi istituzionale si è aperta anche quella politica

    Il nostro giornale aveva avuto modo di sottolineare più volte nel corso di quest'anno come il governo Prodi e la coalizione politica che lo sostiene - o lo sosteneva - avessero messo a rischio lo stesso tessuto istituzionale della Repubblica.



    Questo lo si era visto fin dal primo momento con la scelta di far salire ai vertici delle istituzioni esponenti, per quanto fossero prestigiosi, provenienti dalla maggioranza, senza preoccuparsi di offrire le giuste garanzie all'opposizione, che pure aveva ottenuto i consensi di poco meno della metà del corpo elettorale.

    E poi successivamente scegliendo di "militarizzare" le cariche dei senatori a vita, divenute tutte aggiuntive alla maggioranza di centrosinistra e utili per garantirle le condizioni necessarie ad andare avanti nei vari passaggi parlamentari. Non di meno è stato fatto con la Rai, dove si è mantenuto il presidente di garanzia nominato con il precedente governo, perché trattavasi appunto di una personalità proveniente dai Ds.

    Non contento, il governo ha pensato bene di far decadere un consigliere d'amministrazione della passata maggioranza. Il Tar ha, come era prevedibile, annullato tale decisione, e il ministero dell'Economia è entrato in conflitto con il Tar, fino alla definitiva ratifica del Consiglio di Stato. Ma sembra che si possa evitare il conflitto con il Consiglio di Stato, e di ciò siamo compiaciuti.

    Nel frattempo si è aperta la polemica con il presidente della Camera - attraverso la replica del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Micheli - dopo un'intervista in cui l'onorevole Bertinotti ha definito Prodi "un poeta morente" e di fatto sancito la fine politica ed il fallimento dell'attuale centrosinistra. Ovviamente il governo poteva scegliere di dimettersi di fronte ad un attacco a viso aperto dalla terza carica dello Stato, che è anche il leader del secondo partito della coalizione, ora che Ds e Margherita insieme formano il primo. Ma, come si sapeva, a Palazzo Chigi non si scompongono per le parole di Dini, non si scompongono per quelle di Boselli, non battono ciglio per quelle di Mastella. Allora avrebbero fatto bene ad ignorare anche quelle di Bertinotti, invece di replicare con termini nei quali si dice alla terza carica dello Stato di non avere, per l'appunto, senso dello Stato.

    In questa maniera Palazzo Chigi non solo ha aggravato la crisi politica, mettendo in discussione l'elezione del presidente della Camera fatta a suo tempo dalla maggioranza (in pratica il centrosinistra ha mandato a rappresentare lo Stato chi è privo del senso dello stesso, almeno secondo il parere ultimo del governo) ma ha anche definitivamente trasformato l'agonia politica in crisi istituzionale. Questa è una deriva pericolosissima per la Repubblica, la peggiore che si potesse temere e che pure è stata imboccata precipitosamente. Dubitiamo molto, a questo punto, che la sola riforma elettorale sia plausibile. E' poi vero che per correggere una situazione di questa eccezionale gravità servirebbero uno sforzo ed una responsabilità di molti. Purtroppo pochi, oramai, sembrano dimostrare le qualità necessarie a superare una tale disastrato scenario, mettendolo al riparo da danni ulteriori.

    Roma, 7 dicembre 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  10. #590
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    Crisi istituzionale, Nucara: "Deriva pericolosa per il Paese".

    “All’indomani delle parole dell’onorevole Bertinotti il presidente del Consiglio avrebbe fatto bene a rassegnare le dimissioni. Così come avrebbe fatto bene a rassegnare le dimissioni dopo le parole pronunciate dal senatore Dini la settimana scorsa, o quelle degli onorevoli Boselli pochi giorni dopo, o ancora quelle di Mastella, sempre. Oppure Prodi avrebbe potuto ignorare le parole di Bertinotti esattamente come ha fatto nei casi precedentemente elencati. Palazzo Chigi invece ha scelto con la replica del sottosegretario Micheli di trasformare la crisi politica in crisi istituzionale. Questo non salverà il governo e prepara una deriva pericolosissima per il Paese la cui responsabilità ricade interamente sul premier”.

    tratto da http://francesco-nucara.blogspot.com...ra-deriva.html

 

 
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