Le mani libere
Se si destruttura la coalizione di un governo a rischio è il Paese
"Non è che c'è chi può avere le mani libere mentre noi stiamo qui a fare la guardia al bidone". Con queste parole Rifondazione comunista ha abbandonato il tavolo del welfare, quello convocato dal governo per mettere a punto le ultime controversie nate sul famoso protocollo prima del passaggio in Aula a Montecitorio.
Mentre l'opinione pubblica si preoccupa di cosa succede nell'opposizione, dei rapporti fra Fini e Berlusconi e della nascita del nuovo partito, ci si dimentica che la maggioranza, che pure ha un dovere di governo verso il Paese, versa in una condizione di assoluta instabilità. E se è fisiologico per l'opposizione ristrutturarsi nel corso di una legislatura, come è avvenuto altre volte (ma questo non comporta particolari responsabilità nei confronti del paese) la ristrutturazione della maggioranza produce il rischio concreto dell'ingovernabilità. Come del resto si sta abbondantemente vedendo.
Ciò non significa che non si trovi - in un'altra delle maratone negoziali che hanno caratterizzato l'azione di Palazzo Chigi in questo scorcio di legislatura - un accordo utile. Ma che tale utilità è ad esclusivo beneficio del governo e a danno del paese. E' singolare che il presidente del Consiglio parli oggi della necessità di avviare le riforme. E come sarebbe possibile, quando la controversia che ha paralizzato il centrosinistra in questi mesi non si risolve se non sfogandosi sul governo? Il vice premier D'Alema ha detto recentemente che il premier sbagliò a non proporre egli stesso un governo di larghe intese all'indomani del voto politico del 2005, non rendendosi conto che la maggioranza era troppo debole e lacerata per portare avanti un programma di alto profilo. Ma ora è tardi per soluzioni del genere, tanto che Berlusconi ha aperto alla discussione sulla legge elettorale solo a condizione di votare subito dopo. E' difficile dargli torto, anche se i contatti di queste ore - e di quelle prossime - farebbero pensare a scenari molto più complessi. Fumo negli occhi. I margini di manovra per tessere accordi in un quadro politico così logorato sono minimi. E se mai Veltroni e Berlusconi trovassero un'intesa anche solo per la legge elettorale, senza mettere in questione il governo, cosa ovviamente impossibile per il leader del nuovo Partito della libertà, allora sarebbero gli esclusi del centrosinistra a rovesciare il tavolo e chiedere le elezioni anticipate con la vecchia legge. Per questo Berlusconi potrebbe ottenere il voto anticipato e rinsaldare come leader indiscusso la sua coalizione, mentre il centrosinistra si sfarinerebbe con la caduta del governo.
Il welfare è il tema più caldo, visto il dissenso a 180 gradi fra Dini e Rifondazione.
Considerati i chiari di luna attuali, avremmo suggerito maggiore prudenza agli alleati che, all'indomani del braccio di ferro al Senato, hanno sottolineato la sconfitta della Cdl e la tenuta del governo. A noi è parso presto per dirlo: le vicende sul protocollo lo dimostrano. Il centrosinistra rivela tutta la sua debolezza organica, tale da far dubitare che Prodi o Veltroni siano in grado di trovare lo slancio per una coalizione che appare sempre più slegata e orientata su sponde diverse e lontane.
Roma, 21 novembre 2007
tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html





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