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  1. #661
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    Percorso in salita
    Nessuna intesa in vista, le divisioni attraversano anche il centrosinistra

    Il Presidente Marini sta dimostrando in queste ore tutte le sue capacità di mediazione e sensibilità democratica, contattando a ritmi serrati partiti e forze sociali. Se qualcuno pensa che voglia perdere tempo si sbaglia, perché Marini ha il senso delle istituzioni e responsabilità politica.



    E doti di realismo, tanto da spiegare subito alla stampa che egli riteneva il suo compito gravoso e arduo, ma non impossibile. Certo si renderà conto che la situazione si aggrava.

    Il piano di D'Alema illustrato al "Corriere della Sera", ad esempio (prima il referendum, poi il voto), non gli è stato molto utile, perché in fondo prevede che un accordo parlamentare sulla riforma non si possa raggiungere e dunque il governo, anche se nascesse, avrebbe poco o nulla da fare. Né suona incoraggiante la dichiarazione della terza carica dello Stato, il presidente della Camera Bertinotti, che ha fatto sapere che la legislatura è politicamente finita. Parole che cadono come gelo su quelle pronunciate dal presidente incaricato che si sta muovendo per trovare "un consenso ampio, politico".

    Considerando che dall'opposizione non provengono particolari segnali di disponibilità e che Marini non ha nessuna intenzione di fare un governo che non si apra al dialogo con le principali forze politiche del paese, ecco che il suo tentativo appare frenato da sinistra come da destra.

    E le forze centriste, che pure riconoscono in Marini un amico sincero, restano come paralizzate. La crisi, di conseguenza, va avanti e non pare lasciare sbocchi.

    Il segretario del Pri Nucara, che ha guidato la delegazione nell'incontro con il presidente incaricato a Palazzo Giustiniani, ha sottolineato che i repubblicani non chiedono le elezioni anticipate, ma che pure le considerano - alla luce di questi fatti - inevitabili.

    La ragione di questo esito sempre più probabile è rafforzata dal dato che non c'è un accordo fra le forze politiche della stessa coalizione sulla bozza elaborata dal Parlamento. Basta pensare alle parole del numero due del Partito democratico, Franceschini, quando, a dispetto dell'impostazione proporzionalista alla tedesca scelta dal Parlamento, ha ricordato la sua preferenza per il semipresidenzialismo alla francese. E lo ha fatto quando l'intesa sembrava a portata di mano. Da allora tutto si è complicato ed oggettivamente diventa difficile raggiungere un accordo sulla riforma elettorale non solo fra maggioranza ed opposizione, cosa scontata, ma anche all'interno dello stesso Partito democratico, dove le idee divergono completamente.

    E' vero che le elezioni e la nuova legislatura potrebbero trovarsi sotto la mannaia referendaria, e dunque governo e Parlamento sarebbero costretti a predisporre una nuova legge elettorale cui far seguire lo scioglimento anticipato. La speranza è che un forte consenso elettorale e un tempestivo dialogo con l'opposizione - condizioni che non sono esistite in questa legislatura - permettano di intervenire con efficacia e determinazione sui principali problemi del paese.

    Roma, 1 febbraio 2008

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  2. #662
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    oddio non è che sarebbe difficile dire a quali ordini si allinea simoncelli, ma io propenderei a credere che scriva di testa sua, a torto o a ragione, di testa sua. Ho rispetto per gli interlocutori che non la pensano come me.

  3. #663
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    Il problema del dopo
    Come governare seriamente un Paese in grande difficoltà

    Prendiamo in parola ciò che ha detto l'onorevole Gianfranco Fini in un comizio ad Udine, e cioè che i veri problemi verranno il giorno dopo la vittoria delle elezioni, ammesso che le elezioni e la vittoria del centrodestra siano eventi scontati. In questo caso sicuramente gli elettori "ci metteranno alla prova" e, se vogliamo fare davvero tesoro di quello che è accaduto in passato, come ha detto Fini "non ha senso polemizzare solo per avere un po' di spazio in più sui giornali".



    Ovviamente riteniamo però che Fini si rivolga principalmente al suo partito, e ricordiamo che, all'interno del passato governo Berlusconi, Alleanza nazionale sollevò non pochi problemi, dagli ogm alla questione del "ponte di comando" nella politica economica, al punto di riuscire a ottenere le dimissioni del ministro Tremonti.

    Se non era questione di visibilità quella, allora si trattava di un aspetto più grave, riguardante magari l'"asset" strategico della stessa coalizione. Non vorremmo ricordare male, ma ci era parso di capire, del resto, che An sosteneva la tesi di un ricambio generazionale per la guida del governo, un'altra leadership.

    Lo sostenne a ritmi alterni, non sempre ufficialmente, a volte confermando questa idea a volte smentendola, ma trovando di fatto un asse con l'Udc. Ovviamente, essendo convinti, An ed Udc, alla fine della passata legislatura, che il centrodestra dovesse presentare un nuovo leader di governo, senza tuttavia indicarlo, la situazione provocò non poco sconquasso nell'elettorato. Anche se non paragonabile a quello provocato dal Pd, che ha proposto un premier diverso, una diversa coalizione e un'Italia diversa, e proprio nel pieno del governo Prodi.

    In ogni caso, anche la sola ventilata ipotesi che due dei principali partiti alleati di Forza Italia, i cui leader avevano manifestato sempre grande dichiarazioni di stima e di considerazione nei confronti del premier, alla fine della legislatura ventilassero un cambio della guardia, non ebbe un effetto positivo sui votanti, che pure dimostrarono un notevole gradimento per l'operato di Silvio Berlusconi.

    Ora, nello scorcio fortunatamente breve, perché evidentemente tende ad esaurirsi, dell'attuale legislatura, ci era parso di capire che ancora An ed Udc valutassero per il futuro soluzioni politiche diverse. Tant'è che l'onorevole Cesa ha già fatto sapere che il leader della coalizione ed il leader del governo potrebbero non coincidere. E, se ci fa piacere il ritrovato lealismo dell'onorevole Fini, vorremmo dire all'onorevole Cesa che non è questo il tempo di doppi incarichi e tanto meno quello di creare equivoci su punti di tale delicatezza. La crisi del paese è gravissima e chi si pone il problema e l'urgenza di superarla deve trovare un'intesa di fondo su come fronteggiare questa situazione, e con chi.

    Ciò vale per i partiti minori, i partiti medi, i partiti maggiori.

    Altrimenti non ci si stupisca se qualcuno inizia a dubitare sulle capacità della Cdl a gestire la crisi e ancor meno se si cercano soluzioni del tutto impreviste e fuori degli schemi ritriti del solito scontro frontale fra grandi armate litigiose al loro interno, quanto inadeguate a governare seriamente l'Italia.

    Roma, 4 febbraio 2008

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  4. #664
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    Fine dei giochi
    L'occasione buona è stata sprecata dal centrosinistra

    Il tentativo del Capo dello Stato di evitare lo scioglimento delle Camere dopo solo diciotto mesi di vita era sicuramente dovuto. In compenso, l'esito dell'incarico esplorativo affidato al presidente del Senato di formare un nuovo esecutivo era scontato.



    Il presupposto stesso di fare un governo a termine, per la sola riforma elettorale, non era una condizione sufficiente. I problemi del paese sono ben altri ed urgenti: la coalizione del centrosinistra li ha lasciati languire fino ad esserne travolta. Alla base della crisi e della fine del governo Prodi vi è questa semplice verità. Certo, il governo è caduto perché il ministro Guardasigilli, la sua famiglia, molti dirigenti del suo partito, sono stati inquisiti da una procura per un presunto reato. Ma un ministro che è anche un parlamentare eletto in Campania e radicato sul territorio come Mastella si sarà pur chiesto se era il caso di restare in un governo incapace di pulire dai rifiuti la sua regione. E in condizioni di questa drammaticità si può pensare davvero che la priorità sia la legge elettorale? Incredibile, ma è così, visto che la Consulta ha persino mosso una riserva di costituzionalità sulla stessa. Eppure questa contestata legge elettorale ha consentito la vittoria del centrosinistra; di più: ha dato al centrosinistra una maggioranza esorbitante alla Camera dove pure lo scarto era minimo rispetto ai voti ottenuti dalla coalizione avversaria. E al Senato, dove addirittura aveva prevalso il centrodestra, grazie al voto degli italiani all'estero ha ottenuto due seggi in più. Strano poi che la Consulta abbia posto il problema di costituzionalità della legge elettorale solo dopo diciotto mesi dal voto. In fondo se Prodi si fosse mai sentito minacciato dall'instabilità artificiale creata dalla legge, avrebbe potuto aprire subito un dialogo con il centrodestra invece di vantare un'autosufficienza che non aveva.

    Per queste ragioni rifiutiamo nettamente l'idea che il fallimento della coalizione sia attribuibile alla legge elettorale e non agli errori politici commessi, che sono stati infiniti. E il fatto che questi vengano ancora sminuiti, e tutti gli strali si appuntino sulla legge, dovrebbe far pensare che il centrosinistra sia incapace di emanciparsi. Ma non è così, visto che il leader del partito democratico ha posto in questione l'alleanza politica a cui pure appartiene e destabilizzato il governo.

    Evidentemente Veltroni e Franceschini hanno compreso la gravità della condizione del paese, quanto Mastella e Dini.

    Per cui se la leadership della coalizione, sancita fra l'altro da un voto popolare delle primarie, sfiducia il suo premier e ne candida un altro, tanto basta per decretare la fine politica di quella avventura che non ha dato i risultati sperati. In fondo è quello che ha ammesso Bertinotti con una dichiarazione che ha sepolto le ultime speranze di Marini: la legislatura è politicamente finita. E l'occasione persa, lo diciamo all'onorevole Veltroni, non è il governicchio elettorale di tre mesi che ha proposto, non sappiamo con quanta convinzione, ma un accordo vero con l'opposizione quando si era ancora nelle possibilità di farlo.

    Roma, 5 febbraio 2008

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  5. #665
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    Nucara: ci sarà buco nei conti pubblici, proprio come nel 2001

    "Comprendo l'imbarazzo del Ministro dell'Economia sull'andamento dei conti pubblici, ma le cifre gli danno torto. Non sappiamo - ha dichiarato il segretario del Pri Francesco Nucara - se il buco dei conti pubblici, per il 2008, sarà pari a 7 miliardi. Quello che invece è certo, è che ci sarà; come ci fu nel 2001, quando lo stesso Visco, allora Ministro del Tesoro, indicò un deficit dello 0,8 per cento che poi si dimostrò essere pari al 3,1 per cento. E fuori dai parametri di Maastricht. La storia si ripete quindi". "Con l'aggravante - ha aggiunto Nucara - dovuta al fatto che, nel frattempo, la pressione fiscale è aumentata di quasi 3 punti di Pil. Maggiori risorse che non sono bastate a placare il "partito della spesa" che è stata la vera anima del Governo guidato da Romano Prodi". A conclusione Nucara afferma: "Il lupo perde il pelo ma non il vizio".

    tratto da http://www.pri.it/12%20Febbraio%2020...tiPubblici.htm

  6. #666
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    Il tesoro che non c'è
    Inutile farsi illusioni quando la nostra economia rallenta

    E' necessario considerare i problemi economici del paese indipendentemente dall'esistenza di quello che è stato definito il "tesoretto". E non solo perché è molto probabile, alla luce di quanto avrebbe detto confidenzialmente il ministro dell'Economia ai suoi collaboratori (e poi fatto trapelare da questi ultimi a mezzo stampa), che il tesoretto non esista, proprio come non esiste l'Isola del Tesoro di Robert Louis Stevenson.



    Ma anche perché, quando un paese ha un debito pubblico della nostra portata, parlare di extragettito - anche se si tratta di undici miliardi - è quasi una cosa ridicola.
    Senza contare che l'economia italiana appare destinata a rallentare ancora, se le stime del centro studi di Confindustria (che vedono un Pil allo 0,7 per cento contro lo 0,9 della precedente previsione), si dimostrassero, come spesso è capitato, esatte.

    E le rassicurazioni del governo tese a smentire l'ipotesi - sempre lanciata da Confindustria attraverso il suo quotidiano - di circa 7 miliardi di spesa per il 2008 senza copertura, non servono a gran che. La nota del ministero dell'Economia sostiene infatti che "la legge Finanziaria e il Bilancio approvati dal Parlamento hanno coperture piene e certificate per tutte le spese che vi sono iscritte e comprendono tutte le spese che derivano dalla legislazione vigente". E se vi fossero spese non iscritte? O se i calcoli si dimostrassero inesatti?
    Le dichiarazioni dei colleghi di governo del ministro dell'Economia, dalla Bindi a Ferrero passando per Alfiero Grandi, ci sembrano non fare molto affidamento sulle capacità di previsione e di analisi contabile di Padoa - Schioppa. In ogni caso, l'abbiamo scritto ieri, lo ribadiamo oggi, la direzione giusta è quella indicata dal ministro Bersani, che non fa affidamento su tesori di vario genere, ma punta l'indice sulla necessità di ridurre la spesa pubblica.

    Purtroppo abbiamo notato che Bersani è isolato in questa direzione di marcia e che lo stesso leader del suo partito, Walter Veltroni, non pare finora particolarmente sensibile all'argomento. Ma non disperiamo. In qualche modo, anche chi ha fatto della difesa della spesa sociale il suo credo, dovrà subire qualche riconversione in materia se mai posto alla prova del governo, dato che l'Unione Europea non ci farà sconti. E, in un simile contesto, anche una politica di esclusiva pressione fiscale non potrà essere confermata a lungo.
    E' vero che l'onorevole Fassino, ospite di Giuliano Ferrara in televisione, ama pensare che il valore dell'essere umano non dipenda solo dalla capacità di sottrarsi all'imposizione fiscale. Ma il valore della crescita economica, invece, ha bisogno di minori balzelli.

    E se pure l'onorevole Fassino - che è digiuno di economia - conoscesse per lo meno un po' meglio la storia, saprebbe che, se non fosse stato per un eccesso gravoso di balzelli, la Francia sarebbe ancora sotto l'Antico Regime e lui stesso magari si presenterebbe in televisione con tanto di cipria, finti nei e parruccone.

    Roma, 13 febbraio 2008

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  7. #667
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    Citazione Originariamente Scritto da nuvolarossa Visualizza Messaggio
    Il tesoro che non c'è ...
    Da "Radio Scarpa" ci informano ... non solo non esiste il tesoretto ma sembra che, addirittura, ci sia un "buco" nei conti dello Stato di circa 10 miliardi di Euro ... 20mila miliardi di vecchie lire (una finanziaria) che e' stato sino ad oggi abilmente mascherato dai supporters catto-comunisti ... e che si palesera' solo a maggio/giugno inoltrati ... ad elezioni ormai concluse.

  8. #668
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    L'Italia e la cultura liberista I programmi proposti dai due maggiori partiti
    Il Pd si è scordato del nostro debito pubblico
    Approcci diversi su economia, crescita, energia, scuola e federalismo

    di Gianni Ravaglia

    Resta ancora senza risposta la domanda se sia possibile in Italia l'affermazione di una cultura economica liberista che smantelli gli inutili orpelli statalisti e apra il mercato ad una vera concorrenza. Le anticipazioni programmatiche, già pubblicate, dei due maggiori partiti lo confermano. Differenti sono le idee, nei due programmi, circa la difesa dell'identità nazionale e la sicurezza, l'immigrazione, la giustizia, la famiglia. Gli obiettivi di fondo della politica economica sono, invece, più o meno analoghi: recupero del potere d'acquisto, riduzione di qualche punto, in cinque anni, di spesa pubblica e imposte. Evidentemente la recessione americana ha convinto i responsabili dei maggiori partiti ad un basso profilo. Per chi, come lo scrivente, sfiduciato per l'inefficienza di tutto ciò che è statalista, è approdato alla convinzione che solo una radicale svolta liberista può estirpare i vizi della bestia onnivora e rilanciare lo sviluppo, le proposte sul tappeto non sono certo soddisfacenti. Tuttavia, pare opportuno valutare il senso di marcia. Ad un primo esame si nota che, in quei programmi, a comuni obiettivi non corrispondono comuni politiche. Anzi, è la diversità degli interventi che si intendono utilizzare per raggiungere gli obiettivi a fare la differenza e a permettere di esprimere un giudizio di credibilità di un programma rispetto all'altro. L'approccio culturale è diverso su quattro argomenti di fondo: l'economia e la crescita, l'energia, la scuola, il federalismo e il debito pubblico. Intanto, nel programma del Pd non si avverte la percezione della vera e propria emergenza che vive la carente produttività del nostro apparato produttivo, spiazzato sul piano della competitività da alti costi energetici, eccessive imposte, mancate liberalizzazioni dei servizi, disfunzioni amministrative, debito pubblico. Mentre, infatti, i Liberali, con l'abbattimento dell'Ici sulla prima casa, la riduzione dell'Irap, la detassazione degli aumenti di produttività, la liberalizzazione dei sevizi pubblici, tendono a migliorare l'offerta, incentivando imprese e lavoratori ad investire e ad acquisire maggiore potere d'acquisto producendo di più, i Democratici rispolverano la vecchia politica di aumentare la domanda a prescindere dalla produttività, con la fissazione per legge di nuovi minimi salariali e una riduzione, minima, dell'Irpef. Ricetta questa che, con una inflazione in crescita e una crisi economica alle porte, creerà più disoccupazione e più inflazione. Già questo approccio toglie ogni credibilità ai progetti veltroniani. Sull'energia, mentre i Liberali propongono il ritorno al nucleare e l'utilizzo del carbone pulito, fonti meno costose del petrolio e del gas, i Democratici propongono di produrre fino al 20% di energia dal sole e dal vento. Risultato: un ulteriore incremento dei costi energetici per cittadini e imprese. Sulla scuola, a parte l'obiettivo comune di introdurre il valore del merito, mentre i Democratici pensano di costruire onerosi campus universitari senza modificare i meccanismi che hanno generato l'attuale lassismo, i Liberali introducono il concetto di concorrenza tra istituzioni scolastiche, l'unico che può scatenare i premi al merito, attraverso la creazione di Fondazioni Universitarie aperte ai finanziamenti privati. Infine una radicale discriminante tra i due programmi sta nel diverso disegno statuale e nella soluzione del nodo del debito pubblico. Sappiamo che l'incremento della spesa pubblica avviene in massima parte ad opera degli enti decentrati e che l'abnorme debito pubblico brucia ogni anno, per interessi, circa settanta miliardi delle nostre tasse. Miliardi che vengono così sottratti ad investimenti produttivi e al nostro potere d'acquisto. Due temi, dunque, centrali per il rilancio dello sviluppo. Sui quali i Democratici, per così dire, balbettano: non una parola sul federalismo, riduzione del debito di un punto all'anno. Non ci siamo. I Liberali, invece, si propongono di intaccare strutturalmente sia l'irresponsabilità decentrata che il debito pubblico, attuando un federalismo fiscale compiuto e la messa a reddito di una parte consistente del patrimonio pubblico, con conseguente riduzione del debito e degli interessi passivi. In complesso, i Democratici si sono dati obiettivi modesti; per di più, per perseguirli, utilizzano incoerenti politiche populiste già fallite in passato. Modesti anche gli obiettivi dei Liberali; ma almeno le azioni proposte rendono credibili gli obiettivi.

    tratto da http://www.pri.it/26%20Febbraio%2020...aLiberista.htm

  9. #669

  10. #670
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    Il costo delle promesse elettorali - I calcoli de "Il Sole 24 Ore" suscitano qualche dubbio
    Le proposte del PdL non sono un libro dei sogni
    Il programma berlusconiano tiene conto dei vincoli dell'equilibrio finanziario

    di Gianfranco Polillo

    Lo sforzo de "Il Sole 24 Ore" di quantificare il costo delle "promesse elettorali" dei due schieramenti è stato lodevole. Esercizi del genere fanno bene alla democrazia. Richiedono tuttavia una serietà estrema nella quantificazione delle singole proposte, altrimenti si rischia solo di alimentare - e Walter Veltroni ne ha subito approfittato - inutili polemiche. E' giusto dire che il programma del Popolo della libertà costa tra i 72,65 e gli 87,7 miliardi di euro? Può anche essere. Ma le cifre fornite ed i calcoli sottesi sembrano negarlo. La prima cosa che non convince è l'aver trascurato la dimensione temporale. Il programma ha una durata quinquennale. Significa quindi che le risorse eventualmente da reperire oscillano tra gli 8 ed i 10 miliardi all'anno, considerate le coperture (33,35 miliardi) già indicate dal quotidiano. Non è una grande cifra se si considera che solo quest'anno, nonostante la politica del "tassa e spendi", abbiamo risparmiato più di 20 miliardi.

    Le critiche maggiori riguardano, tuttavia, le singole poste. Cominciamo dall'IVA, da pagare solo dopo l'incasso della fattura. Costo stimato 20 miliardi. Vale semmai per la cassa, ma non per la competenza. E in un discorso relativo a 5 anni di governo quello che conta è la seconda voce. Non può essere pertanto conteggiata nei risultati complessivi. Altrimenti si rischia di sommare le mele con le pere. Secondo argomento: la detassazione degli straordinari. L'articolista ne valuta il costo in 2 miliardi, quale riflesso delle minori entrate derivanti da buste paga più pesanti per coloro che già li fanno: circa 80 ore l'anno. La valutazione può essere più o meno giusta, il limite sta nel metodo seguito.

    Detassare gli straordinari ha senso solo se, grazie a questa manovra, aumenta il numero delle ore di lavoro. Altrimenti la perdita è secca. Si paga qualcosa in più per quello che già abbiamo. Un piccolo disastro non solo dal punto di vista finanziario, ma economico. La produzione complessiva, infatti, rimarrebbe la stessa. Il PIL non aumenterebbe ed avremmo solo un maggior costo del lavoro a carico delle finanze dello Stato. Ma è questo lo spirito della proposta? Evidentemente no. Dobbiamo pagare di più gli straordinari per invogliare operai ed impiegati a lavorare di più. E' possibile? Tutte le statistiche disponibili ci dicono che gli autonomi lavorano circa il 15 per cento in più dei lavoratori dipendenti, che sono oltre il 70 per cento della forza lavoro.

    Che succederebbe se questo divenisse lo standard comune a tutti i lavoratori? I salari di questi ultimi potrebbero aumentare di circa il 25 per cento. Lo Stato non solo non ci rimetterebbe una lira, perché finora questo surplus di lavoro non è stato prodotto. Ma ci guadagnerebbe, nonostante la detassazione, se non altro a causa delle maggiori entrate contributive. Che, salvo altra destinazione, ammonterebbero a circa 10 miliardi. C'è poi una conseguenza ulteriore che andrebbe calcolata, come prescrivono le procedure parlamentari. Se i lavoratori guadagnano di più è prevedibile che consumino anche di più: un effetto di carattere keynesiano che le nostre stime indicano in circa 4 miliardi di euro. Se si tirano le somme, in definitiva, quella misura non costa 2 miliardi. Ma determina maggiori entrate per 14.

    Siamo invece d'accordo sui costi impliciti nella detassazione della 13° e 14° mensilità che il quotidiano quantifica in 7,9 miliardi. Di questo dato il programma del Popolo della libertà ha tenuto conto. Tant'è che quella misura sarà solo "graduale e progressiva", nel rispetto cioè dei vincoli di bilancio. Se vi saranno le risorse, dopo aver rilanciato lo sviluppo, come indica la "prima missione", vi saranno margini per poter rispettare anche questo impegno. L'importante è che i benefici derivanti dalla maggiore crescita non vadano solo ad incrementare i profitti, ma si ripartiscano equamente tra tutti coloro che vi hanno contribuito. Infine un'ultima chicca. Per il quotidiano l'abolizione delle province comporterebbe un risparmio di 300 milioni. Non sappiamo da dove derivi questa cifra. I dati ISTAT indicano, per il 2006, una spesa complessiva di oltre 13 miliardi. Forse non tutto potrà essere risparmiato, ma tra le due indicazioni esiste una distanza siderale.

    Conclusione. Bastano gli esempi indicati, e senza considerare l'abolizione delle province, per dimostrare che il programma del Pdl ha tenuto nel debito conto i vincoli derivanti dall'equilibrio finanziario. Del resto richiamato come elemento irrinunciabile ai primi punti della "settima missione". I dati reali ne riducono l'esposizione ad un massimo di 33 – 34 miliardi in 5 anni. Se questo costituisce un "libro dei sogni", l'Italia è messa molto peggio di quanto finora è stato dato di sapere.

    tratto da http://www.pri.it/3%20Marzo%202008/P...EletSole24.htm

 

 
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