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  1. #681
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    I dubbi del "Financial Times"
    Riprendere il cammino e lasciarsi alle spalle una situazione impietosa

    Il "Financial Times" dedica la sua attenzione alle ultime ore della campagna elettorale italiana, offrendo una radiografia della situazione piuttosto impietosa. Per il quotidiano londinese in queste settimane si è manifestata "fino in fondo la crisi e lo sconforto degli italiani": e viene avanzato più di un dubbio su chi davvero sarà in grado di salvare l'Italia da se stessa.



    Attenzione: secondo "Ft" non si tratta solo di "un problema economico, nonostante la recessione sia alle porte", bensì "di una paura ben più profonda". Secondo il giudizio del quotidiano, "l'Italia sta realmente attraversando un momento di serio declino, almeno rispetto al resto d'Europa". E le soluzioni programmatiche sul piatto elettorale non convincono i raffinati osservatori inglesi.

    Dal loro punto di vista Berlusconi è un leader consumato – e questo è già più generoso di quanto di solito si scrive del Cavaliere sul-l'"Economist" - e "se dovesse vincere vorrebbe dire che Walter Veltroni ha fallito nel prendere le distanze dalle disfunzioni della coalizione di centro-sinistra guidata dal primo ministro uscente Romano Prodi".

    Dopo aver visto l'entusiasmo con cui Massimo D'Alema ha detto giovedì scorso a Napoli che, se il Pd vince le elezioni, il governo riprende il suo cammino, c'è da pensare che in verità non vi sarebbe alcuna distanza tra l'esecutivo Prodi e quello Veltroni, tanto da apparire sorprendente la sortita del ministro degli Esteri dimissionario. Il quotidiano britannico è in ogni caso convinto che Veltroni abbia poche chance di vittoria; tuttavia scrive che "se Berlusconi riuscisse ad arrivare a Palazzo Chigi governerebbe con una sottile maggioranza al Senato che lo renderebbe dipendente dai suoi alleati". E questo è uno scenario possibile, che confermerebbe la caratteristica italiana di costruire governi di coalizione. Berlusconi ha fatto uno sforzo di omogeneità politica e potrebbe rinsaldare i rapporti con l'Udc, ad esempio, e questo non sarebbe poi un dramma. E' vero che, come scrive "Ft", "l'Italia dimostrerebbe di essere molto diversa dal resto d'Europa", ma questo non significa che essa non sarebbe in grado di essere governata.

    E resta da vedere quali ricette sarebbero messe in atto. Da quello che ha detto Berlusconi nella sua ultima apparizione televisiva pre - elettorale, l'abolizione dell'Ici sulla prima casa dovrebbe essere il primo provvedimento attuativo del nuovo governo. Un segnale considerevole per ciò che può rappresentare in termini di potere d'acquisto delle famiglie italiane e dunque per la ripresa dei consumi. Se poi l'abolizione dell'Ici non fosse realizzata in brevissimo tempo, è chiaro che l'impalcatura del programma del Pdl su-birebbe un colpo gravissimo, ma è un po' presto per fasciarsi la testa. Piuttosto occorrerebbe far capire agli inglesi che le proposte del Pdl non rappresentano magari grandi novità - ed è vero - ma che pure non sono mai state realizzate.

    L'ultimo governo Berlusconi era a buon punto, ma perse di una manciata di voti le elezioni del 2006. Se gli italiani capiscono che fu sbagliato avergli tolto la fiducia, sarà quel governo e non quello Prodi a riprendere il cammino interrotto.

    Roma, 11 aprile 2008

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  2. #682
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    Un paese normale
    Maggioranza netta a Montecitorio e a Palazzo Madama

    Forse non sarà ancora un paese normale, come lo possono essere altri nostri vicini europei, quello che si presenta dopo il voto del 13 e del 14 aprile. Certo appare un paese normalizzato. L'Italia infatti oggi presenta una maggioranza netta alla Camera come al Senato, presumibilmente compatta e che ha dato comunque già prova di saperlo essere.



    Inoltre ha un leader certo e riconosciuto come tale, quali possano essere i suoi difetti e la sua età. Silvio Berlusconi ha vinto per la terza volta le elezioni e mai in un modo tanto netto e significativo. Anche a dimostrazione che le polemiche sulla legge elettorale sollevate fino all'ultimo momento utile da Veltroni e dai suoi erano pretesti piuttosto vani per mascherare l'incapacità strutturale del precedente governo. Ma con una maggioranza così nitida e motivata, vi è anche un'opposizione compatta. Magari con scarsi margini di manovra sulla base dei numeri, ma forte a sufficienza per far sapere cosa pensa sui principali problemi del paese e sul modo in cui vanno affrontati. Il clima generale è molto civile, con il riconoscimento della netta vittoria da parte dello sconfitto e la disponibilità del vincitore ad un'apertura ai vinti sul tema delle riforme. Infine quello che nessuno si aspettava, ma per cui forse nemmeno ci si strappa troppo le vesti, e cioè l'esclusione e l'emarginazione della sinistra radicale dalle Camere. E' vero che i due nuovi principali partiti che domineranno il Parlamento - lasciando da parte la Lega che ha avuto un successo oltre ogni attesa - dovranno dimostrare alla prova dei fatti una sufficiente coesione interna; ma, quali che potranno essere le fibrillazioni, è difficile vedere ostacoli nell'azione del futuro governo che, come si sa, sarà molto impegnativa e gravosa.

    Berlusconi ha fatto bene ad indire subito un Consiglio dei ministri a Napoli, perché bisognerà in fretta sbarazzarsi delle tonnellate di rifiuti che opprimono la Campania e che hanno demolito l'immagine internazionale dell'Italia in poche settimane. Non aver fatto i conti con questa verità e con il disagio degli abitanti della Regione è forse uno dei motivi più rilevanti della sconfitta del centrosinistra, al netto di tutte le altre insufficienze e dei gravi ritardi del governo Prodi. Il dibattito parlamentare, in questo contesto, sarà probabilmente molto sacrificato e lo sarà anche perché tutta un'area politica rilevante nel Paese è scomparsa in un colpo solo dalle istituzioni della Repubblica. Ma questa situazione non è frutto del caso. I cittadini hanno espresso una loro chiara indicazione per "il fare", stanchi delle discussioni astratte ed infruttuose a cui evidentemente hanno assistito troppo a lungo negli anni, mentre i problemi marcivano. Questo è il dato reale. Il successo di Berlusconi nasce da qui e le diatribe in cui è sprofondata la coalizione che aveva vinto le elezioni due anni fa sono solo servite al suo rilancio.

    Rappresenta, oggi, l'ultima speranza del Paese; e per questo andrà aiutato. L'attività politica è, per ora almeno, ridotta alla semplice capacità di riuscire in questa impresa.

    Roma, 15 aprile 2008

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  3. #683
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    La vittoria del PdL
    Tre nodi che vanno sciolti per evitare di rimanere delusi

    Il Popolo della libertà ha vinto e convinto. L'alieno Veltroni non è stato creduto. Gli italiani hanno respinto al mittente anche le pagliacciate di quei professori che dalle colonne del "Corriere della Sera" hanno invitato ad esprimere un voto arlecchino.



    Non abbiamo più comunisti in Parlamento. Siamo finalmente diventati una democrazia europea. Ciò significa, però, che Berlusconi non ha più scuse. Anche per smentire tutti i pregiudizi del suo essere "inadatto", dovrà dimostrare la propria vaglia di statista, affrontando tre nodi non più rinviabili. Il centro studi di Luca Ricolfi ha valutato che, a legislazione vigente, la disorganizzazione dello Stato brucia ogni anno 80 miliardi. Se poi ai tagli degli sprechi a legislazione vigente aggiungessimo quella riforma dello Stato, con il taglio del personale politico, dei centri di spesa inutili come province, comunità montane, consigli del decentramento, - tagli che peraltro i maggiori partiti si sono impegnati a fare - l'Italia potrebbe veramente voltare pagina. La seconda sfida, come ha scritto Giulio Tremonti, è quella di abrogare il ‘68. Che significa cancellare la cultura dell'appiattimento verso il basso che, nella scuola come nella società, ha portato all'annullamento dell'autorità del sapere e del gusto del rischio per crescere. E' la sfida per invertire quel processo, denunciato da Roger Scruton, di avversione per la propria casa e la propria identità, di disprezzo per la mentalità borghese e la sua cultura nazionale. Un processo in base al quale ciò che era nostro diventa loro, per il solo fatto che sono immigrati, così creando insicurezza, paura del futuro, il venir meno della stessa autorità dello Stato. La sfida è sconfiggere quella cultura che Marcello Veneziani ha chiamato di "intolleranza permissiva". Permissiva sul piano dei valori, dei doveri, dei costumi e dei linguaggi, intollerante verso chi non si riconosce in tale modello ideologico. Della quale la violenta opposizione alla campagna elettorale di Giovanni Ferrara è stato l'esempio più eclatante. Una sfida, questa, rimasta colpevolmente in ombra, a differenza di quanto è avvenuto in Francia, dove Nicolas Sarkozy, con il suo slogan "libertà, autorità, sicurezza", ne ha fatto tema di fondo della propria vittoria. Senza misurarsi con tali sfide, non si andrà da nessuna parte. Sciogliere questi due nodi rappresenta la premessa per affrontare il terzo: quello di una crescita duratura della produttività e del potere d'acquisto. Senza intaccare nel profondo i costi della politica, della disorganizzazione, degli sprechi, dell'opulenza istituzionale, non si libererà il paese dalla mano morta statalista che lo tiene bloccato da decenni. Senza ridare autorità al sapere, al merito, alla competitività, al gusto del rischio, alla nostra identità, alla voglia di conquistare un futuro migliore, non ci saranno gli stimoli per rovesciare quel processo di decadenza che il culturame sessantottino ci ha propinato. Non sarà impresa semplice. La denuncia di Berlusconi circa la prevalenza della sinistra in gran parte dei gangli vitali dello Stato ha una sua ragion d'essere e va accompagnata dall'apertura di un grande dibattito culturale. Che smascheri il fatto che nelle università, nella scuola in genere, negli apparati dello Stato, dove cioè non si è esposti alla concorrenza internazionale e non esistono parametri per misurare la qualità del lavoro e del pensiero, la cultura sessantottina, ancora prevalente, blocca ogni possibilità di sviluppo. Al contrario di quanto ha scritto Scalfari su "Repubblica" lì c'è il vero tappo che ci ha portato al declino. Il declino è dovuto agli scalfariani che in due anni hanno strappato dalle tasche dei cittadini oltre settanta miliardi di nuove tasse senza diminuire il deficit. Chiusa la parentesi del massacro prodiano, l'Italia che si oppone al declino con il proprio lavoro, che vuole abrogare il '68, che vuole governare la globalizzazione e sfidare la concorrenza internazionale, che vuole studiare ed essere giudicata per ciò che vale, è tornata a vincere, dando l'ultima opportunità a chi meglio rappresenta questi valori. Berlusconi ha il dovere di non deluderla nuovamente. Abolisca pure l'Ici e detassi gli aumenti di produttività nel primo Consiglio dei ministri, come ha promesso, ma se vuole dare il segno del cambiamento, accanto a tali scelte ci metta anche il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego e una manovra d'urto contro gli sprechi della pubblica amministrazione. E lanci la sfida alla cultura della decadenza sessantottina nel suo discorso di investitura. Sarebbe questo il miglior segnale per dire alla Nazione che un ciclo di decadenza si è chiuso e che un nuovo futuro sta per cominciare.

    di Gianni Ravaglia
    Roma, 17 aprile 2008

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  4. #684
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    Ugo La Malfa e le cicale
    Sono necessarie misure impopolari per rilanciare l'Italia

    C'è un concetto sui cui Silvio Berlusconi insiste spesso in questi giorni, da ultimo nella conferenza stampa di mercoledì scorso, e sul quale i commentatori tendono a sorvolare. E' quello della necessità di "misure impopolari", di "sacrifici e tagli" imposti dalla difficile condizione economica, sia internazionale che interna.



    E' peraltro lo stesso concetto che il leader del Pdl ha più volte ribadito in campagna elettorale, di fatto contrapponendolo ai sogni che invece il suo avversario politico dispensava a piene mani.

    Su questa cautela - che è in linea con la realtà del paese, con le difficoltà della sua economia, con la condizione dei conti pubblici - non possiamo che concordare. Il Berlusconi prudente e concreto, consapevole fino in fondo dei problemi che lo attendono nei prossimi mesi, è un Berlusconi che ci piace. Sembra quasi aver metabolizzato i severi richiami che Ugo La Malfa era solito indirizzare alle cicale dell'epoca e che valsero al leader repubblicano il soprannome di Cassandra. Così come non possiamo non concordare sul fatto che i sacrifici e i tagli dovranno riguardare, in primo luogo, la pubblica amministrazione. E' qui che si concentra la gran parte degli sprechi, delle inefficienze, dei ritardi che il paese ha accumulato nel tempo.

    Vogliamo solo aggiungere che questi sprechi, queste inefficienze, questi ritardi si sono concentrati negli ultimi anni soprattutto nel settore pubblico periferico. Basta guardare gli andamenti della spesa ripartita per i tre principali comparti (amministrazioni centrali, enti periferici, previdenza) per constatare che mentre è declinata l'incidenza del primo, è cresciuta invece in maniera sostanziale quella degli altri due. E che quindi è improbabile ottenere un effettivo successo nella lotta agli sprechi se i tentativi di tagliare la spesa dovessero concentrarsi solo nelle amministrazioni centrali.

    Ed ecco allora una proposta concreta su cui lavorare: l'abolizione delle province. Una proposta che comporterebbe un risparmio strutturale tra i sette e i dieci miliardi di euro all'anno; e che, tra l'altro, sarebbe tutt'altro che impopolare. Su questo tema sono ritornati spesso, durante la campagna elettorale, autorevoli esponenti del Pdl; e anche l'opposizione non sembrerebbe pregiudizialmente contraria (anzi, l'Udc di Casini ne ha fatto uno dei temi centrali del proprio programma). Perfino un autorevole intellettuale francese, Jean-Paul Fitoussi, l'ha suggerita nel corso di un recente dibattito radiofonico sostenendo – e giustamente – che in Italia i livelli di governo sono troppi.

    Certo, sopprimere le province comporta una revisione costituzionale. Ma in due anni l'intero processo potrebbe essere condotto a termine, semplificando così il funzionamento dell'amministrazione nel suo insieme e tagliando in maniera sostanziosa la spesa pubblica. Nel frattempo, si potrebbe prorogare di un anno l'attività degli attuali consigli provinciali ed evitare che il loro rinnovo – previsto per la primavera del 2009 – precostituisca le condizioni per allungare i tempi di una riforma così significativa.

    Esiste già in Parlamento, presentata dal gruppo repubblicano nel corso della passata legislatura, una proposta di legge che ha per oggetto l'abolizione delle province. Potrebbe essere questo un primo testo su cui avviare la discussione e il lavoro parlamentare. Non perdiamo un'occasione che potrebbe imprimere una svolta di sostanza e di immagine all'intero paese!

    di Italico Santoro
    Roma, 18 aprile 2008

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  5. #685
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    Dopo lo tsunami delle urne - Gli scenari che potrebbero emergere dal nuovo assetto
    La semplificazione non risolve tutti i problemi

    di Giancarlo Tartaglia

    Dal risultato elettorale di domenica più di un commentatore ha tratto la conclusione che ormai il nostro sistema politico si è assestato, come per incanto, sul binario del bipartitismo, avendo il Partito democratico e il Popolo della libertà superato complessivamente il 70 per cento dei voti. Ma, come ci ammoniva Paolo Ungari, in politica nulla è mai definitivo. Nelle prime elezioni della nostra età repubblicana la Democrazia Cristiana e il Fronte Popolare raccolsero quasi l'80 per cento dei suffragi. Poteva sembrare un buon viatico per il bipartitismo. Ma De Gasperi - che pure aveva ottenuto il 48,5% e la maggioranza assoluta in Parlamento, non volle rinunciare al contributo, se non dei voti (di cui non aveva bisogno), delle idee del Partito repubblicano, di quello liberale e di quello socialdemocratico, assicurando loro ruolo e visibilità e avviando l'Italia sul binario di quel pluralismo centrista che ha scritto le pagine più alte e significative della nostra storia democratica.

    Oggi sembra che questi valori non debbano avere più cittadinanza in nome di una semplificazione del quadro politico voluta dagli elettori. Ma è proprio così? Siamo certi che i due partiti a "vocazione maggioritaria" abbiano davanti a loro e nelle loro mani il futuro del nostro Paese? In proposito abbiamo molti dubbi.

    Sul fronte del centro-sinistra il risultato più rilevante non è stata tanto l'affermazione, scontata e comunque al di sotto delle aspettative (35%?), del neo partito veltroniano, quanto la scomparsa dal Parlamento della sinistra comunista e ambientalista, oltre che del Partito socialista, e la crescita inquietante dell'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Lo scenario che si presenta a sinistra non è, perciò, rassicurante. Lo sbarramento elettorale ha eliminato dalla rappresentanza parlamentare una parte consistente e significativa dello schieramento politico italiano. Questo vuol dire che i comunisti sono scomparsi? Sarebbe troppo semplice e anche troppo facile se si pensasse che con una legge elettorale si possa cancellare una parte del Paese. Un'area comunista esiste, è incontestabile, e se non ha spazi di rappresentatività in Parlamento li troverà altrove, con grossi interrogativi per la stabilità del sistema. "Dobbiamo tornare ai cancelli delle fabbriche", ha detto Bertinotti a conclusione dell'esito elettorale. Non è una minaccia, è un programma lucido e preciso. Ma l'assenza dal Parlamento della sinistra comunista produrrà, con molta probabilità, un altro effetto. In politica non esistono vuoti. Se uno spazio si libera, qualcuno lo occupa. Chi potrà occupare lo spazio lasciato dalla sinistra comunista? Non ci sono altri soggetti se non il Pd e l'IdV. E', quindi, inevitabile che una parte del Partito democratico tenderà inesorabilmente a coprire lo spazio di rappresentanza lasciato dalla sinistra comunista. Ma non sarà questo l'unico problema.

    L'Italia dei Valori ha avuto un insperabile successo. Effimero, riteniamo, e frutto del sistema elettorale. Quanti della sinistra radicale, in nome dell'odio antiberlusconiano, hanno preferito votare per lo schieramento veltroniano per timore che potesse vincere Berlusconi? Molti, visto il risultato dell'Arcobaleno. Ma hanno scelto non a caso, in polemica con Veltroni, le liste di Di Pietro, che li garantiva con il suo accecante giustizialismo. Una presenza così consistente del dipietrismo nell'area di centro-sinistra non aiuta certo a stabilizzare quell'immagine di moderatismo che Veltroni si è sforzato di assicurare al suo partito. Soprattutto se, come era negli impegni preelettorali, l'IdV dovesse confluire nel Partito democratico.

    Esistono, come se non bastasse, anche altre incognite. Cosa farà la pattuglia radicale eletta nel Pd? Si annullerà, come promette, nel nuovo partito? Ne dubitiamo. E in caso affermativo come potrà convivere con quella cultura di matrice cattolica che è uno degli assi fondanti del neo Partito democratico?

    E ancora. Resisterà Veltroni, che in questi mesi ha accreditato l'immagine di un partito in netta antitesi con l'ulivo prodiano, alla fredda vendetta del prodismo?

    Per non dimenticare la presenza in Parlamento dell'Unione di Centro di Casini. Se Casini, come è pensabile, dovesse marcare le distanze dal centro-destra e schierarsi all'opposizione, costituirebbe un ulteriore problema per Veltroni. E' da escludere, come auspica Follini, che l'UDC entri nel Partito democratico. E' più probabile che diventi, al contrario, un'attrazione per quell'ala cattolica del Partito democratico che si sentiva rappresentata da Prodi, ma che vive con sofferenza la leadership di Veltroni.

    Per economia di spazio, ci fermiamo qui. Anche se molto ci sarebbe da dire proprio sulla nebulosità programmatica del Partito democratico e sulla sua confusione ideologica. Ma gli interrogativi che abbiamo sollevato ci sembrano sufficienti a motivare i dubbi sulla tenuta del partito "a vocazione maggioritaria " del centro-sinistra.

    Non diverso è il giudizio sul partito vincitore delle elezioni. Berlusconi ha vinto per la terza volta. Non ci sarà una quarta volta. Non per motivi politici, ma per semplici motivi anagrafici. Il Popolo della libertà non è un partito, bensì un cartello elettorale legato alla figura carismatica del suo leader. Cosa resterà di questo partito quando Berlusconi andrà in pensione? Cosa nascerà dalle sue ceneri? Oggi anch'esso si presenta con "vocazione maggioritaria", ma con quali contenuti? Nessuno disconosce a Fini e ad Alleanza nazionale di aver definitivamente e irrevocabilmente chiuso i conti con il passato. Nessuno, che non sia mosso da furore ideologico, può negare a lui e al suo partito di essere sinceri democratici. Ma la cultura che Fini esprime è quella dello statalismo e dell'assistenzialismo, certo legittima, ma difficilmente coniugabile con una visione liberale. Fini rappresenta in buona parte il Popolo della libertà. L'appannamento della matrice liberale che era alla base della nascita di Forza Italia e che si è persa nel nuovo partito, non è un elemento che possa tranquillizzarci.

    In conclusione. Siamo solo all'inizio di una riflessione che dovrà essere certamente più approfondita, anche alla luce delle inevitabili evoluzioni del quadro politico, ma credo che gli elementi che abbiamo sotto gli occhi ci possano consentire già di trarre una valutazione su due aspetti non marginali: il bipartitismo uscito dalle urne è fragile e inconsistente e non è destinato a durare; la cultura liberale aspetta ancora una sua visibile e riconoscibile identità politica.

    tratto da http://www.pri.it/new/18%20Aprile%20...miElezioni.htm

  6. #686
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    Nuove Camere al via
    Si apre la XVI legislatura della Repubblica

    Con l'insediamento delle nuove Camere, e l'elezione dei rispettivi Presidenti, si apre oggi la sedicesima legislatura della Repubblica. Dal punto di vista dei rapporti di forza, la situazione di oggi ricorda quella dell'ormai lontano 1947, quando la Democrazia cristiana conquistò la maggioranza assoluta e il Fronte popolare fu confinato all'opposizione.



    Il governo, quindi, dovrebbe essere facilitato nel perseguimento dei suoi obiettivi, dal risanamento finanziario alla crescita economica, dal federalismo fiscale alle riforme istituzionali, dalla politica della sicurezza a quella dell'immigrazione. Anche l'adozione di misure impopolari – che per primo il futuro premier considera inevitabili – non dovrebbe incontrare eccessive resistenze, almeno in sede parlamentare.

    Se si guarda, insomma, al risultato elettorale da cui sono scaturite le Camere che oggi si insediano, esistono tutte le condizioni perché il governo al quale dovranno accordare la fiducia possa essere un buon governo. E non a caso gli esecutivi centristi presieduti da Alcide De Gasperi, che guidarono il paese dopo il 1948, sono considerati tra i più incisivi della storia repubblicana per la qualità e la quantità delle riforme che riuscirono a fare. E che furono all'origine del successivo "miracolo economico", in pratica del grande balzo dell'Italia nel mondo moderno.

    Anche oggi sarebbe necessario un salto analogo, dalla tendenza al declino che caratterizza il paese da oltre dieci anni ad una nuova fase di sviluppo. E l'ampia maggioranza di cui disporrà il prossimo governo Berlusconi, la sua conclamata compattezza, dovrebbero favorire questo processo. Non vorremmo, però, che il parallelo con il 1948 finisca per esaurirsi qui, nella constatazione di una situazione analoga solo per i rapporti di forza che intercorrono tra maggioranza e opposizione. Perché - è inutile nasconderselo - tra le due fasi storiche intercorre una grande differenza.

    Il Parlamento che inaugurò la nostra storia repubblicana affondava le sue radici nella profondità del corpo elettorale ed esprimeva una classe dirigente che si era formata non solo nel contrasto al fascismo e durante la Resistenza, ma anche e soprattutto attraverso una battaglia politica sul futuro dell'Italia che aveva mobilitato le sue energie vitali. Il Parlamento che si insedia oggi apre i suoi lavori con una ipoteca negativa, la convinzione – diffusa più di quanto non si pensi – che i rappresentanti del popolo, grazie all'attuale legge elettorale, siano stati più designati che eletti; che siano insomma espressione più dei vertici dei partiti che del popolo stesso. E che quindi possano non avere quello spessore – a un tempo culturale e politico – che è necessario per accompagnare e integrare l'azione di governo, soprattutto se quest'azione dev'essere destinata a gestire una fase "straordinaria" e non "ordinaria" nella vita del paese.

    E a diradare questa diffusa convinzione non contribuiscono certo i toni frivoli con cui certa stampa - e, purtroppo, alcuni autorevoli dirigenti politici – accompagnano l'insediamento del nuovo Parlamento. Gli italiani, nella loro stragrande maggioranza, sono alla ricerca di serietà e di rigore.

    Parafrasando un libro di recente pubblicazione, possono anche nutrire grandi speranze, ma per ora vivono soprattutto un clima di paura e di incertezza. Per ridare fiducia e indicare prospettive, è bene che il Parlamento esprima capacità di lavoro e di impegno piuttosto che frivolezze salottiere.

    Noi siamo tra quelli che coltivano speranze. Che credono fermamente nel futuro dell'Italia. E siamo perciò convinti che il Parlamento della sedicesima legislatura repubblicana sarà all'altezza del ruolo che lo attende; e saprà dare risposte vere ai drammatici problemi del paese.

    Roma, 28 aprile 2008

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  7. #687
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    Governo: Nucara dal Capo dello Stato

    "Abbiamo confermato al Presidente della Repubblica la nostra fiducia in Silvio Berlusconi che abbiamo indicato come il naturale candidato alla Presidenza del Consiglio. Siamo convinti che un governo da lui presieduto sarà pienamente rappresentativo - nel suo programma come nella sua composizione - di tutte le componenti che concorrono a formare l'unità del paese.

    Assicuriamo altresì il nostro pieno sostegno alle riforme che si renderanno necessarie per affrontare i gravi problemi italiani, a cominciare dalle misure indispensabili per rilanciare la crescita della nostra economia, con particolare riferimento al Mezzogiorno".

    tratto da http://www.pri.it/new/6%20Maggio%202...sultazioni.htm

  8. #688
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    Il IV governo Berlusconi
    Riuscirà a ridare speranza a una nazione in crisi?.


    Massimo Franco, sul "Corriere della Sera", nel suo commento dedicato alla formazione del nuovo governo scrive che questo è fatto "ad immagine e somiglianza del premier". Non saremmo così convinti del giudizio espresso, ma certo riconosciamo che la nuova compagine ministeriale riflette perfettamente le aspirazioni di Berlusconi.



    Il presidente del Consiglio ha fatto tesoro dei contrasti intercorsi nella legislatura che si aprì nel 2001. Oggi, una volta allontanata l'Udc, non vuole più trovarsi impelagato in trattative politiche con gli alleati. Berlusconi non ha cercato nemmeno personalità di alto profilo esterne alla coalizione, che poi si sono rivelate delle spine nel fianco: successe con Ruggiero prima e con Siniscalco poi.

    Il suo nuovo Gabinetto ha così un'impronta funzionale e pragmatica, in certi tratti spumeggiante, tipica di una squadra da brillante dirigente d'azienda convinto che con "il teatrino" della politica si rischia soprattutto di perdere tempo.

    Ovviamente nell'impianto ministeriale vi sono scelte certamente efficaci, con la presenza di ministri di comprovata esperienza. Per esempio, il ministro Tremonti all'Economia; e vorremmo anche sottolineare le qualità di Sacconi al Welfare. Di altri, invece, solo la Pizia potrebbe predire sull'autentica competenza. E' probabile allora che il premier ritenga, dovesse presentarsi l'evenienza, di poter essere egli stesso a sovrintendere la materia, avendo non degli interpreti ma dei buoni e fidati esecutori delle sue deliberazioni. Berlusconi confida sulle sue capacità - ne ha ben donde - e la maggioranza del paese è con lui.

    Ma attenzione. La parabola di Berlusconi non rappresenta l'autobiografia di una nazione, come pure scrivono alcuni commentatori, facendo eco a un lontano articolo di Norberto Bobbio - era il 1994 - che a sua volta riprendeva Gobetti. E' vero invece che Berlusconi rappresenta la speranza di una nazione avvilita e rattrappita su se stessa che sconta una lunghissima stagione di delusioni politiche e vuole scongiurare il declino. Per evitarlo si aggrappa a chi davvero ha saputo mostrarsi più di tutti capace di cogliere il successo. Berlusconi ora ha l'occasione per dimostrarsi non l'uomo della provvidenza, ma quello del riscatto. E' chiaro che il fallimento non è nemmeno contemplabile. Anche perché, se mai si verificasse, il paese dovrebbe ripensare tutta questa lunga stagione di sintonia con lui.

    Va detto poi che un ruolo importante nel nuovo governo è affidato alla Lega. Roberto Maroni ha le caratteristiche e le capacità per essere un ottimo ministro degli Interni; come Bossi possiede la volontà di presentare al paese una proposta di riforma federale "compatibile". Siamo inoltre felici di vedere il ritorno del senatore Calderoli - a cui siamo legati da sentimenti di amicizia e stima - ed è molto importante il ministero che gli è stato affidato. Anche se semplificare va bene, ma non vorremmo che il governo perdesse in capacità di rappresentanza e, con metodi troppo spicci, perdesse anche consensi. Ci ricordiamo volentieri di quando Berlusconi si considerava un buon erede di De Gasperi. Superare la lezione dello statista trentino appare cosa quasi inevitabile con tutti gli anni che sono passati. Ma, a dimenticarsene del tutto, potrebbe anche accadere di pentirsi.

    Roma, 8 maggio 2008

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  9. #689
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    Una breve luna di miele
    I problemi per il nuovo governo già dietro l'angolo

    Non ci ricordavamo di scontri recenti fra militanti di sinistra e di destra così violenti come quelli alla Sapienza di martedì. Non li ricordavamo almeno dalla fine degli anni ‘70. Per evitare una nuova stagione dell'odio studentesco crediamo sia necessario che il ministro degli Interni e lo stesso sindaco di Roma predispongano tutte le misure necessarie per evitare che episodi di questo genere possano riprodursi. In un'altra eventuale occasione, i danni potrebbero essere più gravi.

    E non si tratta certo di semplici provvedimenti di ordine pubblico. Ciò che è accaduto ha una natura politica. Ad esempio, se il presidente della Camera giudica vergognose le frasi che l'onorevole Almirante disse ai tempi in cui scriveva sulle riviste fasciste in "difesa" della razza, non è il caso di promuovere iniziative per dedicargli una via proprio nella città di Roma, dove oltretutto si è consumata la tragedia delle Fosse Ardeatine. E' vero che molti italiani illustri condivisero all'epoca gli stessi concetti esposti da Almirante; ma è altrettanto vero che successivamente fecero il possibile per prendere le distanze da quegli anni. Che l'onorevole Almirante sembrava invece rimpiangere.

    Con tutto il rispetto per la scelta di democrazia compiuta dal Msi, il legame che ci fu con la Repubblica sociale - e le vergogne che quel regime consumò - non consentono una celebrazione dei suoi esponenti e meno che mai la dedica di vie o piazze nelle città che furono insanguinate da nazisti e fascisti. Altrimenti è inevitabile che si incendino gli animi, con rigurgiti di violenza ancora più gravi. L'attuale coalizione di governo - ma anche il neosindaco di Roma - hanno avuto la fiducia degli italiani non sull'onda della paura (come parrebbe pensare l'onorevole Veltroni nella sua intervista al "Corriere della Sera"), ma sulla scia dell'incapacità decisionale del governo Prodi.

    Ed è singolare che l'onorevole Veltroni (ora che la campagna elettorale è finita, che la sconfitta è stata secca e che, ciononostante, se forse è stata meno secca di quanto si temeva ciò è dovuto all'aver preso le distanze dall'Unione) ancora non voglia ammettere le responsabilità del governo Prodi e preferisca lamentarsi del governo Berlusconi. Veltroni ha ragione a chiedere alla sinistra massimalista di fare autocritica. Ma almeno un minimo di autocritica dovrebbe provare a farla anche lui.

    Quello che è vero, invece, è che la luna di miele del governo con gli italiani può finire presto, magari traumaticamente. Qualche nube nel cielo sereno sta già affiorando ed è importante che il governo non perda il polso della situazione. Tenga duro in Campania per proseguire un'azione di smaltimento dei rifiuti, non si faccia più mettere in difficoltà nel Parlamento dagli assenteisti, come pure è accaduto nelle votazioni sulla tutela della fauna selvatica.

    Berlusconi, dopo la campagna elettorale, deve essersi sentito come Titano sulla vetta del mondo. E forse ne aveva ben donde. E' il caso però che ora il premier lasci le visioni della mitologia classica e riprenda il contatto con la realtà di tutti i giorni.

    Roma, 28 maggio 2008

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  10. #690
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    Una manovra da 34,8 miliardi in 3 anni:
    "Così la spesa pubblica sarà dimezzata"

    di Fabrizio Ravoni

    Tremonti: "A tutti chiediamo un passo indietro per fare un passo avanti". Berlusconi: "Un mese di duro lavoro, ma sono orgoglioso dei risultati". Tutti i segreti della finanziaria. Il retroscena: a Roma 500 milioni, alla Lega il federalismo

    Roma - Una carta prepagata per i pensionati «al minimo». Verrà consegnata alle Poste insieme alla pensione. Sarà completamente anonima. E potrà essere utilizzata «per l’acquisto di prodotti di base». Vale a dire, per i prodotti alimentari e per ottenere sconti sulle bollette elettriche.

    Verrà spesa così - spiegano Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti al termine del Consiglio dei ministri - la Robin Hood Tax. Una tassa su banche, assicurazioni e petrolieri il cui gettito sarà destinato - spiega il ministro dell’Economia - a chi soffre davvero. In modo particolare, alle compagnie petrolifere verrà applicata un’addizionale sull’Ires che riporta l’aliquota dal 27 al 33% (abbattuta dal governo Prodi) e una rivalutazione delle scorte di magazzino. Queste risorse verranno destinate ad un Fondo che servirà, attraverso la carta prepagata, ad aiutare «le persone anziane e deboli».

    «Chiediamo a tutti di fare un passo indietro per fare tutti un passo avanti», commenta il ministro. In realtà, il «passo indietro» il ministro lo chiede soprattutto ai colleghi di governo. Oggi, quando si conosceranno i dettagli della manovra triennale da quasi 35 miliardi, si scoprirà che nel 2011 la spesa pubblica corrente dovrebbe scendere di quasi il 50%. Operazione che sarà sviluppata su una legge finanziaria (per la prima volta triennale) da «quasi 100 articoli». E che ha l’obbiettivo di arrivare, nel 2011, al pareggio di bilancio, come sottolinea il presidente del Consiglio. «Abbiamo chiesto sacrifici ai bilanci dei singoli ministri che potranno comunque spostare le risorse» da una posta di bilancio ad un’altra.

    Nel Consiglio dei ministri sulla Finanziaria più breve della storia repubblicana (appena 40 minuti) il governo approva un decreto legge e un disegno di legge sulla manovra triennale «che rispetta gli impegni assunti dalla Repubblica italiana a livello europeo», commenta Tremonti; il Documento di programmazione economica e finanziaria; e una legge delega di riforma della pubblica amministrazione. Il pacchetto della manovra inizierà il suo cammino dalla Camera.

    Per il ministro dell’Economia, però, la vera riforma viene dalla legge delega sul federalismo fiscale, «vera riforma della finanza pubblica».
    «Siamo orgogliosi del lavoro svolto», commenta Berlusconi. «È il risultato di un mese di lavoro molto duro. E devo confessare - aggiunge il premier - che l’innesto nel governo di ministri giovani arricchisce la discussione. Prima pensavo che assumere l’incarico di presidente del Consiglio fosse un onere, oggi lo trovo un piacere».
    Berlusconi e Tremonti, a parte il «colpo a sorpresa» della carta prepagata, sorvolano sui contenuti della manovra: «Domani (oggi per chi legge, ndr) tutti i ministri coinvolti saranno a vostra disposizione», dice il ministro in sala stampa. Citano però alcune misure. Per esempio, la concentrazione al Cipe, alla presidenza del Consiglio, di tutti i fondi europei. L’introduzione della riforma del processo civile. «Con gli strumenti telematici sarà possibile sostituire il messo, usanza in vigore dall’Ottocento». Nella Finanziaria troverà spazio anche la «fortissima riduzione - spiega il premier - degli adempimenti burocratici che pesano su cittadini e imprese».
    Una lotta alla burocrazia che Berlusconi punta ad esportare anche a livello europeo. Nel prossimo Consiglio europeo «sarà importante l’apporto dell’Italia per poter dare all’Europa una direzione che guardi di più ai problemi dei cittadini, che sia meno lontana e meno burocratica di quella che oggi troviamo».

    Con questa manovra - aggiunge Tremonti - «volevamo dare un segno di discontinuità: nove mesi su dodici impegnati sui conti pubblici, con testi che viaggiavano da un ministero ad un altro, con tensioni interne». Tutto questo non avverrà più. L’intero pacchetto di provvedimenti dovrebbe essere approvato prima dell’estate. «Abbiamo messo a frutto la nostra precedente esperienza di cinque anni», commenta Berlusconi. Tra il 2001 e il 2006 più volte gli alleati gli chiesero atti di «discontinuità» (uno dei quali concluso con la sostituzione del ministro dell’Economia). Ora la discontinuità rispetto al passato, parte da Palazzo Chigi.

    tratto da http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=270054&PRINT=S

 

 
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