



Sull'orlo del precipizio
Senza nemmeno bisogno di fare nomi e cognomi
E' chiaro ormai a tutti che la proposta di rimuovere degli ufficiali della Finanza impegnati in alcune indagini importanti nella primavera del 2006 non era dettata dalla ragione di un semplice avvicendamento. Tanto che coloro che inizialmente hanno cercato di sminuire il significato di una vicenda che ha ormai assunto una rilevanza preminente nel quadro politico - istituzionale del Paese, sono poi stati costretti a rispolverare il mito di trame e complotti orditi nella penombra dei corpi separati dello Stato, fino a vagheggiare il ritorno della P2.
Purtroppo per loro, tale sforzo di fantasia non trova solidi appigli, perché i militari che si volevano rimuovere non sono stati rimossi per il contrario parere della procura di competenza che si avvaleva delle loro indagini. E così questa tesi del "complotto piduista" che abbiamo visto fiorire all'improvviso come una ultima trincea difensiva, si è smontata altrettanto rapidamente, perché avrebbe comportato il fatto che il "complotto piduista", fosse protetto dalla magistratura di Milano.
Per cui finalmente le cose appaiono più semplici, anche se oggettivamente gravi. Il viceministro dell'Economia ha deciso di rimuovere alcuni ufficiali della Finanza, non si sa per quali ragioni, ma ciò è nel suo diritto, e a questo tentativo pur legittimo si è opposta prima la procura e poi il comandante generale della Guardia di Finanza. I verbali resi dal comandante della Gdf nei suoi interrogatori con i magistrati sono tali da mettere in imbarazzo il viceministro dell'Economia.
E visto che, evidentemente, non si poteva rimuovere l'imbarazzo, si è rimosso il generale. Anche qui però la rimozione presenta per lo meno delle curiosità, perché offrendo un ruolo istituzionale al generale rimosso, si vuole intendere che il generale non ha mancato nei suoi doveri verso lo Stato ed il governo. Altrimenti lo si sarebbe cacciato e basta. E dunque le obiezioni del generale della Gdf, come quelle mosse a suo tempo dalla procura in questione, sono degne di rilievo e di valore presso lo stesso governo, al punto che si è arrivati a togliere, forse solo temporaneamente, le deleghe del viceministro relative alla Guardia di Finanza.
E sinceramente, se dovessimo guardare allo spettacolo offerto dalla maggioranza in questi frangenti, nemmeno tale decisione, prevedibile ed inevitabile, appare sufficiente a salvare il governo dal voto al Senato che si terrà mercoledì su tutta questa vicenda. Ma perché una questione così interna al ministero dell'Economia - in fondo si parla di avvicendamento di militari - è divenuta un paradigma fondamentale e decisivo della sopravvivenza o meno di questo governo?
Per la semplice ragione con cui un influente membro del governo stesso (che ha preferito tenersi distante, anche fisicamente, da tutta questa vicenda) aveva denunciato la crisi della politica, tanto da sembrare, nel suo profetismo catastrofico, l'Italo Svevo della "Coscienza di Zeno: "vi sarà un esplosione enorme". In effetti l'intrigo politico - giudiziario relativo alla Finanza che ha seguito queste ormai famose e preveggenti parole, appare come il brontolìo del Vesuvio che annunciò la fine di Pompei.
Gli editorialisti della grande stampa che hanno antenne sensibili appaiono particolarmente allarmati. Andrea Romano, Angelo Panebianco, descrivono una situazione logora e senza rimedi, paventando il peggio. Se appare così fragile la costruzione politico - istituzionale del paese che si è edificata in questi ultimi quindici anni, tanto da poter venire giù di colpo al primo scossone, significa però che le basi su cui si è costruita non erano così solide e che forse, per evitare errori futuri, bisognerebbe chiedersi se la furia che accompagnò il trapasso della cosiddetta prima Repubblica, non abbia lasciato un'eredità di danni enormi, di cui ora si sta per pagare il prezzo. Allora possiamo comprendere come sia sempre facile prevedere un'esplosione enorme. In fondo questa è prevista nello stesso codice naturale del cosmo e sembrerebbe segnare l'inizio e la fine di pianeti e sistemi solari. Il difficile è costruire qualcosa che non salti per aria ad appena quindici anni dalla sua nascita.
E visto che, per quanto possa essere grande l'annunziata deflagrazione del sistema politico italiano, visto che vi saranno comunque dei sopravvissuti e i repubblicani saranno fra questi, sarà loro compito preoccuparsi di erigere strutture più solide e autentiche di quelle che in fretta e furia si edificarono all'indomani del 1993, quando una classe politica intera venne decapitata da un giudizio sommario.
Roma, 5 giugno 2007
tratto da http://www.pri.it


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Tre indizi fanno una prova
Dichiarazione di Antonio Del Pennino sul caso Visco. Senato, 6 giugno 2007
Non ho alcun pregiudizio ostile nei confronti dell'Onorevole Visco, direi che ho piuttosto simpatia nei suoi riguardi, perché ricordo suo padre che è stato uno dei più diretti collaboratori di un mio maestro, l'Onorevole Oronzo Reale quando questi fu guardasigilli.
Non ho alcun pregiudizio ostile, ma non condivido la sua concezione sul ruolo della politica quale è emersa da questa vicenda.
Io non indulgo ai facili qualunquismi oggi di moda, e non contesto né il ruolo né il primato della politica , ma questi vanno collocati nelle loro giuste dimensioni, quando si tratta di rapporti con le strutture burocratiche o con le Forze Armate. In una dimensione, cioè, come mi ha insegnato Ugo La Malfa, che non interferisca con i compiti e i poteri delle strutture amministrative, rispetto alle quali il politico deve limitarsi a dare direttive generali.
So che è un confine sottile, perché se il politico rinuncia alla sua funzione di indirizzo abdica ai suoi compiti; e se invece supera questo limite, invadendo le sfere di competenza di altri organi, esorbita dai suoi poteri, realizzando un sopruso.
Ora, nel caso dell'on. Visco di cui stiamo discutendo mi sembra si configuri questa seconda ipotesi: l'ipotesi di un potere politico che ha invaso altre sfere, realizzando, non in termini penali, ma certamente in termini di responsabilità politica, un abuso di potere.
Io non entrerò nei dettagli della vicenda che hanno riguardato la richiesta di spostamento dei vertici della Guardia di Finanza della Lombardia né sulle cause che l'hanno ispirata. Su questo si sono già ampiamente intrattenuti altri colleghi.
Mi limiterò sul punto a dichiarare che considero invero strumentale la campagna posta in atto da un autorevole quotidiano nazionale che, con l'obiettivo di delegittimare i vertici della Guardia di Finanza, e di sostenere in conseguenza il Vice Ministro, che pure dichiarava di voler criticare, ha parlato di una nuova P2 che si sarebbe infiltrata negli apparati dello Stato.
Quello che mi preme sottolineare è che in questa caso si è invece espressa una concezione distorta del primato della politica.
Ma che soprattutto questa non è stata la sola occasione. Sulla base delle notizie apparse sulla stampa, essa si era già manifestata in altre due episodi, in cui vi erano state invasioni ingiustificabili di ambiti di competenza Mi riferisco innanzitutto ad un episodio che risale al 2001 e che è stato rievocato in questi giorni. L'on. Visco, allora Ministro dell'Economia, avrebbe chiesto, al Presidente della Camera Luciano Violante, di destituire il capo del servizio studi della Camera dei Deputati, reo di aver espresso, parlando a titolo personale in un seminario dell'Associazione Mario Rossi, dubbi sulla tenuta dei conti pubblici, ed ipotizzato l'esistenza di un extra - deficit.
In quella circostanza solo grazie alle procedure garantiste relative alla nomina dei consiglieri dell'amministrazione della Camera, non fu possibile "esaudire" la richiesta dell'on. Visco.
Ma ne derivò una curiosa lettera del Segretario Generale della Camera diretta a tutti i dipendenti che li richiamava al rispetto dei principi di imparzialità e terzietà nell'esercizio dei propri diritti costituzionali e politici, per evitare che l'Amministrazione della Camera si trovasse coinvolta nella competizione tra le parti politiche (sic!).
Il secondo episodio è quello denunciato sulle colonne de "Il Giornale" del 3 giugno, dall'ex direttore dell'Ansa, la prima agenzia di stampa italiana, Pierluigi Magnaschi, e relativo al suo licenziamento, sollecitato dal Governo, perché reo di aver riportato su un'agenzia del 16 luglio 2006 la notizia che era stata chiesta la decapitazione del vertice della Guardia di Finanza di Milano in relazione alla vicenda delle intercettazioni telefoniche sul caso Unipol.
Non è chiaro in questo caso se le pressioni fossero giunte dal Vice Ministro dell'Economia o da altri esponenti del Governo. Quello che comunque è evidente è che la richiesta sarebbe stata avanzata per avere l'Ansa divulgato la notizia di una pressione indebita riferibile all'Onorevole Visco.
Quindi quello di questi giorni sarebbe il terzo episodio. E come dicono i processualisti: tre indizi concordanti formano una prova.
La prova di una concezione del ruolo del potere politico che va nella direzione esattamente opposta a quella che dovrebbe essere seguita per mantenere un quadro di corretti rapporti tra organi politici e organi amministrativi, tra esponenti di Governo e organi di informazione. La dimostrazione di una intolleranza verso chi dissente propria di una certa sinistra nostrana.
Ecco perché l'attuale vicenda trascende dal singolo episodio ed assume una valenza più generale, quella di un pessimo costume cui l'attuale esecutivo si è abituato e che è pericoloso per un corretto funzionamento delle nostre istituzioni
Un corretto funzionamento che non può certo essere ripristinato fingendo che nulla sia accaduto e revocando temporaneamente all' Onorevole Visco le deleghe relative alla Guardia di Finanza solo per superare i contrasti interni alla coalizione .
Un corretto funzionamento per cui è indispensabile l'accoglimento della richiesta delle opposizioni di assicurare, non in via transitoria ma definitiva, che il corpo della Guardia di Finanza dipenda direttamente e a tutti gli effetti dal Ministro dell'Economia, ponendo così fine a un processo di lottizzazione degli apparati dello Stato, all' interno della maggioranza.
Non ci illudiamo che l'accoglimento di questa richiesta possa da sola riparare al "vulnus" che si è verificato tra il potere politico e l'arma .
I danni introdotti rischiano di essere di più vasta portata.
Ma almeno un segnale di ripensamento verrebbe dato. Temiamo però che questo Governo non vorrà, né potrà dare nemmeno questo timido segnale.
tratto da http://www.pri.it


Senza tregua
Prolificano nemici all'interno e all'esterno delle mura del governo
Avremmo voluto commentare le parole del ministro Padoa - Schioppa al Senato sul caso Visco, perché meritevoli di una certa attenzione, ma lo scenario politico si è già arricchito di nuovi elementi, perché questo governo, gliene va dato atto, non sta fermo un attimo. Se qualcuno pensava che una volta inibita la guardia di Finanza rimuovendone il comandante generale, si prendesse una pausa, si sbagliava. E' stato pubblicato il rapporto dell'Ocse che chiede all'Italia di accelerare sulla riforma della previdenza, perché il nostro paese, procedendo troppo a rilento, mette a rischio il futuro delle nuove generazioni. Tutti i paesi europei lo sottoscrivono, ma l'Italia no. Per l'Italia i dati dell'Ocse "sono fuorvianti". Qui siamo ormai come nella Russia nel '17: c'è un nemico al giorno. Ieri la Guardia di Finanza, oggi l'Ocse, domani la "Stampa", che si permette di pubblicare delle informazioni - vere o false lo accerterà la magistratura - concernenti il ministro degli Esteri D'Alema. E adesso che arriva in visita il presidente degli Stati Uniti d'America, il nemico per eccellenza del centrosinistra nostrano, non osiamo nemmeno immaginare cosa possa accadere.
Come la Russia nel ‘17, la maggioranza è assediata all'interno e all'esterno, e solo l'uso della forza può salvarla. E all'uso della forza, nei limiti degli strumenti consentiti della legge, si ricorre.
Così si comprende la scelta del governo sul caso Speciale - Guardia di Finanza. Il ministro dell'Economia, in una situazione normale, avrebbe dovuto spiegare al Senato il perché della richiesta dell'avvicendamento dei finanzieri di Milano e degli effetti di questa richiesta. Ed egli nel suo intervento vi ha in realtà accennato, parlando dell'esigenza di armonizzare un insieme di avvicendamenti della Gdf in tutta Italia e specificando che a Milano i militari dell'arma avevano una superiore anzianità di servizio rispetto ad altri.
Ora non sappiamo quali sarebbero gli altri comandi della GdF avvicendati, ma certo abbiamo ragione di ritenere che a Milano, una certa anzianità di servizio rispetto magari a Lecce, possa essere utile. Ma non c'è stato tempo di approfondire questo tema, perché il ministro ha spiegato i perché della rimozione del comandante generale dell'arma Speciale, descrivendo il comandante della Finanza come una personalità non affidabile, per non dire peggio. Ora il ministro avrà ragione nei suoi argomenti - non possiamo giudicare - ma di fatto la domanda che gli si rivolgeva era un'altra, che è rimasta inevasa: perché Speciale non voleva che venissero rimossi i finanzieri di Milano rispetto alle richieste di Visco; perché non era favorevole all'armonizzazione? Ed è rimasta inevasa, tranne per il fatto che del generale Speciale non ci si può fidare, anche se in questo caso lo stesso giudizio di Speciale era quello della procura di Milano, contraria all'avvicendamento proposto. Singolare che procura e comandante dell'Arma la pensino in modo eguale su un avvicendamento di loro competenza ed in disaccordo con il viceministro che lo aveva proposto. Questo, a nostro modesto avviso, era l'argomento che avremmo voluto vedere affrontare dal ministro Padoa - Schioppa. Anche perché, ci dispiace ripeterlo, già lo abbiamo scritto, non si capisce la ragione di proporre il generale Speciale alla Corte dei Conti, visto lo stato di servizio descritto. Un alto ufficiale che assomiglia al ritratto di Speciale fatto dal ministro, lo si caccia, non lo si invia nel consiglio della magistratura contabile dello Stato. Per cui se il governo non avesse sbagliato nel rimuovere il generale Speciale, avrebbe invece sbagliato, e di molto, nel volerlo inviare ad altro incarico. E solo il senso di responsabilità, o di dignità, del generale Speciale, che ha rifiutato la nomina propostagli, ha evitato un errore così clamoroso del governo. Forse il ministro dell'Economia ed il suo vice ministro, dovrebbero ringraziarlo.
La vicenda è stata talmente grave, gli aspetti di preoccupazione democratica di così ampio rilievo, che per il momento non intendiamo aggiungere altro ai commenti che hanno infiammato il dibattito politico. Ci ha sorpreso invece la soddisfazione piuttosto tronfia della maggioranza per aver superato un ostacolo davvero insidioso come questo. Eppure dovrebbero rendersi conto nel centrosinistra del clima irrespirabile che si sta creando nel paese, al punto di mettere a rischio gli equilibri istituzionali e di aprire una crisi irrisolvibile tra il governo ed un corpo dello Stato come la Guardia di Finanza, qualcosa che non ha precedenti nella storia repubblicana.
Roma, 7 giugno 2007
tratto da http://www.pri.it


Un intervento, quello del Ministro Padoa Schioppa, vergognoso.
E quello dovrebbe essere un Ministro serio?
Tex Willer


Risposta ad Amato
Proposta razionale ormai giunta fuori tempo massimo
Ha perfettamente ragione il ministro degli Esteri Massimo D'Alema, quando dice che il partito di lotta e di governo andava bene per i tempi di Togliatti e cioè quando il Pci sapeva di non poter assumere responsabilità nell'esecutivo ed era stato relegato all'opposizione.
Ma ora che gli eredi di quel partito, e la sinistra nel suo complesso, al governo ci stanno, la lotta farebbero bene a metterla da parte e pensare ai fatti, ai risultati. Purtroppo l'immagine che veniva data del nostro Paese sabato, durante la visita del presidente statunitense a Roma, non corrispondeva alla ferrea logica del ministro degli Esteri italiano, ma aveva più un sapore schizofrenico. Una piazza del Popolo semideserta con più bandiere che persone, che avrebbe dovuto raccogliere la protesta delle componenti radicali della sinistra del governo contro la politica della Casa Bianca. Una protesta molto esplicita, visti i manifesti con i quali Rifondazione comunista aveva tappezzato la capitale, stando ai quali si leggeva a chiare lettere: "No War, No Bush".
In parole povere Bush non era gradito come ospite e nemmeno come alleato. Bush, che invece era ricevuto più che amichevolmente dal capo del governo italiano e dallo stesso ministro degli Esteri, che non crediamo gli abbia espresso le sue perplessità sullo scudo spaziale riportate dai giornali qualche ora prima. Anzi, riscontriamo una particolare sintonia nelle posizioni del governo italiano e di quello statunitense - cosa che ci fa molto piacere. Significa che in Afghanistan penseremo anche alle iniziative di pace, ma ci assumeremo le responsabilità militari che ci competono in una situazione di guerra pregressa. Tale è stata la sintonia fra il governo e il presidente Bush, che abbiamo ascoltato una divertente dichiarazione dell'onorevole Tajani di Forza Italia, che ricordava come l'amicizia fra Berlusconi e Bush fosse più forte. Ci fa molto piacere che Bush sia amico di Berlusconi, ma è importante che nel governo, al dunque, la linea della sinistra radicale sia stata sconfessata.
Il problema, da non sottovalutare, è che il cosiddetto "popolo" della sinistra radicale ha sconfessato entrambi: e il governo che riceve l'alleato statunitense, e la componente del governo che non trae le debite conseguenze da questo. E quindi c'era una seconda manifestazione a Roma contro Bush, ben più numerosa, al di là della battaglia sulle stime delle presenze, e molto meno composta, come i cittadini del centro storico della capitale hanno potuto vedere.
Ammesso che si componga la frattura nel governo tra filo - Bush e anti - Bush, non si vede come si possa comporre la frattura, ben più ampia, fra la sinistra radicale al governo e quella movimentista al corteo. Tanto è che oggi Rifondazione comunista, i Verdi, il Pdci, si trovano davanti al rischio evidente di essere superati a sinistra. E l'onorevole D'Alema, che di queste cose se ne intende, si ricorderà del motto: "a sinistra c'è sempre qualcuno più a sinistra, che ti epura". Sta scoccando l'ora del compagno Bertinotti.
Di queste vicende, oltre a D'Alema, si intende altrettanto l'onorevole Amato che, ministro degli Interni del governo, all'indomani di un week-end di passione come quello scorso, propone, d'emblée, come un colpo di pistola sparato in aria, un accordo fra governo ed opposizione su quattro punti, e dice anche: basta pregiudizi. Anche l'onorevole Amato ha ragione; e sono D'Alema e Amato menti politiche di pragmatismo e realismo estremo. Non c'è dubbio che occorrerebbe un'intesa su questioni pratiche e di buon senso che, se non risolte, rischiano di mettere in ginocchio il Paese. Ma occorreva aspettare la giornata di sabato scorso per capirlo? Non c'erano già le condizioni immediate dopo il voto, più di un anno fa? Queste domande non le poniamo per spirito di rivalsa o animosità - che non ci appartiene - ma perché ora le condizioni sono più difficili, impossibili diremmo, se il governo non ammette nemmeno il fallimento di una politica e di una maggioranza attorcigliata su se stessa.
E' da un anno e passa che si attorcigliano: ora vai a capire qual è il filo che occorre dipanare. E malauguratamente, quando il filo è troppo aggrovigliato, non tutti hanno la voglia e la pazienza di volerlo seguire. E anche se non è affatto detto che si possano risolvere altrimenti tante delicate faccende, il tagliarlo appare pur sempre la cosa più facile.
Roma, 11 giugno 2007
tratto da http://www.pri.it


Fondi pensione: ci sono in tutto il mondo/Ma il ministro Ferrero li sconsiglia
Costruiamo, con criterio, una rendita integrativa
di Gianni Ravaglia
Il tema delle pensioni è da mesi sull'agenda politica del centrosinistra, ma ancora non è chiaro quali soluzioni si vogliano adottare. Tali incertezze hanno fatto sì che, cosa mai avvenuta in passato, il governo italiano, ormai prigioniero della sua ala comunista, si sia rifiutato di sottoscrivere le indicazioni fornite dall'Ocse proprio sul tema pensionistico. Nel contempo, il 30 giugno prossimo scadrà il termine entro il quale i lavoratori dipendenti dovranno decidere l'utilizzo del trattamento di fine rapporto. Nonostante sia ormai chiaro che coloro che hanno meno di 45 anni andranno in pensione con un reddito non superiore al 50% del proprio attuale stipendio, ad oggi, le percentuali di adesione ai fondi pensione sono esigue. Cosicché, tra qualche anno, intere generazioni di lavoratori potranno subire una drastica riduzione del proprio tenore di vita. Tale comportamento è, certo, frutto dell'incertezza di politici e sindacalisti. Certo, sono troppi, ancora, a pensare che si possa ritornare al vecchio sistema che addossava al debito pubblico l'onere pensionistico. Il fatto che tale tesi abbia contribuito non poco a generare in Italia uno dei più alti debiti pubblici del mondo, che brucia, ogni anno, decine di miliardi di interessi passivi, non pare impensierire una parte consistente della nostra classe politica. Anzi, proprio sul tema delle pensioni pare si stia giocando un'assurda e pericolosa partita tra chi ritiene che i futuri pensionati potranno diventare la nuova classe proletaria da scatenare contro il sistema capitalistico, in quanto incapace di soddisfare le loro aspettative e chi invece, conti alla mano, si sforza di delineare un sistema equilibrato, che garantisca redditi pensionistici decenti, senza caricare lo Stato, e quindi le future generazioni, di nuovi oneri. E' in questo quadro che va giudicata la tesi di chi, come il Ministro comunista Ferrero, incentiva i lavoratori a lasciare in azienda il proprio Tfr perché sia l'Inps a gestirlo. Ben sapendo che la bassa remunerazione garantita dall'Inps non sarà in grado di realizzare il montante necessario a costruire una pensione integrativa decente. Se, poi, valutiamo tale indicazione alla luce dell'altro obiettivo che si pone gran parte della nostra sinistra: la decrescita economica, cioè l'impoverimento della società e dello Stato, ci rendiamo conto che siamo di fronte alla una delle più grandi e pericolose stupidaggini economiche che l'ideologia comunista abbia messo in campo. Sta di fatto che una diffusa ignoranza delle leggi economiche e finanziarie permette ai vari Ferrero di pontificare dalle stanze del governo, mentre il lavoro dipendente e autonomo è lasciato in balia di incertezze, di inutili conflitti, di facili illusioni.
In un recente studio della Banca d'Italia si analizzano cause e rimedi di tale problematica. A cominciare dalla denuncia che in Italia, nel settore pensionistico, le attività dei fondi pensione rappresentano meno del 2,8% del Pil, rispetto al 66% della Gran Bretagna e al 100% degli Usa. Peraltro, lo studio evidenzia che coloro che ricorrono alle pensioni integrative sono: "i lavoratori più istruiti, con elevata capacità di raccogliere, assimilare ed elaborare informazioni". Di qui un invito al governo "ad accrescere il tasso di alfabetizzazione finanziaria dei lavoratori, così come avviene in altri Paesi". Tra le conoscenze di cui occorrerebbe rendere edotti i lavoratori vi è anche quella che il Tfr "ha un livello di rischio più basso ma, mediamente, il suo rendimento è di gran lunga inferiore". Infatti, la Banca d'Italia, calcolando il rendimento annuale delle varie attività finanziarie ove può essere investito il risparmio per la pensione integrativa, ci dimostra che, dal 1950 al 2006, i Bot a 12 mesi hanno reso il 7,76%, i Btp il 2,90%, le azioni italiane il 14,03% e il Tfr il 6,35%. Analoghi, se non migliori, sono gli andamenti dei mercati internazionali. Ciò significa che il lavoratore che avesse lasciato il Tfr in azienda negli anni '50, come vuole il Ministro Ferrero, e fosse andato in pensione nel 2006, avrebbe avuto un rendimento medio dei propri risparmi di gran lunga inferiore a quello del lavoratore che avesse invece deciso di aderire ad un fondo pensione investito in Bot e azioni italiane. Non è un caso che in tutte le democrazie avanzate, ove è stata introdotta la pensione integrativa, i fondi pensione siano lo strumento, per molti obbligatorio, per costruirsi una rendita integrativa alla pensione. Il 30 giugno vedremo se l'ideologismo pauperista e l'ignoranza sui temi economici l'avranno avuta vinta. Se così fosse, a pagare, ancora una volta, saranno i ceti più deboli. I quali, invece di seguire le ottuse indicazioni dei vari Ferrero, meglio farebbero ad aderire ai fondi pensione e a mobilitarsi affinché, come avviene in altri Paesi, il risparmio destinato alla pensione integrativa sia esente da tasse.
tratto da http://www.pri.it


GDF/ NUCARA: CAOS ISTITUZIONALE SENZA PRECEDENTI
Responsabilità del governo è gravissima
Roma, 13 giu. (Apcom) - "E' gravissima la responsabilità del governo, lo dimostra il fatto che ancora non c'è un altro comandante della Guardia di Finanza e si è stati costretti a rinviare la cerimonia di insediamento". Lo afferma in una nota Francesco Nucara, segretario del Pri.
"Siamo di fronte - aggiunge - ad una condizione di caos istituzionale senza precedenti e ad un degrado della vita politica".
tratto da http://notizie.alice.it/


Verso il Quirinale
Sulla strada per il Quirinale i capi del centro destra si sono accorti che chiedere le elezioni servirebbe solo a sentirsi rispondere di no. Un no fondato, visto che il governo fa pena, ma c'è, che la maggioranza si regge con lo sputo, ma c'è. E visto che Napolitano aveva chiesto, meglio dire imposto, la riforma del sistema elettorale, che non c'è. Salire al Colle, però, è utile e Casini commette un errore a non andare. Vediamo perché.
Le elezioni anticipate non si possono chiedere, ma ci vorrebbero. La legislatura è morta quando Prodi scelse la via dell'autosufficienza e della chiusura. Il governo è bloccato ed ingessa il Parlamento. La maggioranza nel Paese non l'ha mai avuta, ed ora l'ha abbondantemente persa. Sostituire Prodi con un governo depoliticizzato serve a nulla, perché le scelte che è obbligatorio fare sono politicissime, sia sui temi economici che su quelli sociali, come su quelli istituzionali ed esteri. Un governo di quel tipo finisce sempre con il volere durare, magari coperto da quelli che costruiscono castelli di sabbia su idee indefinite di grande centro. Le scelte sagge, insomma, possono essere due: o un governo che coalizzi le forze più grandi, per fare riforme importanti, o le elezioni. La prima cosa non è esclusa solo dal diniego del polo, ma anche dalla guerra in corso nella sinistra.
Come si fa ad andare alle elezioni? Si convocano i referendum elettorali. Se si raccolgono le firme poi sarà solo la Corte Costituzionale a poterli fermare, ed è questo un tema da sottoporre al Quirinale, affinché comprenda che la libertà di giudizio deve essere totale, diversamente acuendosi una crisi istituzionale che nell'ovazione dei finanzieri a Speciale ha mostrato la gravità delle crepe. I referendum sono indigeribili per un sistema di coalizioni, e la loro convocazione spinge all'esigenza di votare prima. Si dirà che i partiti più piccoli, sia della maggioranza che dell'opposizione, sono contrari. Ragionino: qualsiasi seria riforma elettorale li penalizzerebbe, mentre votare subito è per loro conveniente. Si opporrà Prodi, ma son problemi suoi.
A Napolitano va sottoposto il tema delle garanzie costituzionali, evidenziando il rischio di convulsioni troppo a lungo protratte, ed il Presidente sarebbe tenuto a qualcosa di più del cortese ascoltare.
Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it
tratto da http://it.groups.yahoo.com/group/Rep.../message/12618