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  1. #261
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    Nuova stagione politica
    E' ora che i riformatori escano dall'angolo e rialzino la testa

    Lucia Annunziata si chiedeva sulla "Stampa" di mercoledì scorso se la Finanziaria ce l'avrebbe fatta "ad affondare definitivamente il partito democratico". Giornalista attenta e culturalmente preparata, l'ex presidente della Rai scrive infatti che la Finanziaria è pur sempre "la proiezione di un'idea di società" e che l'ultima varata "contiene anche una proposta politica" destinata a destrutturare "gli equilibri interni alla coalizione". Per la verità potrebbe anche ristrutturarli ma, viste le reazioni di queste ore, cominciando con quella clamorosa dei sindaci del centrosinistra, c'è da credere che Lucia Annunziata veda bene.

    Non è solo questione del partito democratico. Perché il tavolo che si costituirà nei prossimi giorni, e a cui parteciperanno i repubblicani con altre forze dei due schieramenti, per valutare la possibilità di modifiche comuni alla legge in questione, può avere effetti anche sul governo, a breve o a medio termine.



    Non sfugge infatti che la delusione per la manovra è tanto ampia nella stessa coalizione di maggioranza, che molti si chiedono davvero quale sia la filosofia che sorregge un tale prodotto e soprattutto se tale filosofia sia compatibile con la propria.

    Ad esempio, non partecipa al nostro tavolo, ma forse andrebbe invitato, il sindaco di Bologna Cofferati. Perché quando egli spiega che si è "favorita una discussione surreale e particolarmente negativa per il centrosinistra intorno al tema della ricchezza" e che il ministro Padoa - Schioppa intende per "ricchi" una platea formata sostanzialmente dal lavoro dipendente, dimostra una sensibilità che manca a questo governo.

    La critica di Cofferati non è dunque un lamento per i tagli ai Comuni. E' la denuncia di un errore politico, di una metafisica sbagliata, per l'appunto, a cui si è ispirato il governo o parte di esso. Da qui bisogna partire. E' evidente che più di Cofferati, ad esempio, i riformatori ed i liberali del centrosinistra sono esterrefatti. Lo è il radicale Capezzone, ma lo è anche il diessino Nicola Rossi, lo sono esponenti dell'Italia dei Valori e crediamo anche quelli della Margherita. Forse è il momento di una riflessione, sulla Finanziaria, certo, ma non solo.

    Il segretario del Pri ha parlato senza mezzi termini della possibilità di intravedere "una nuova stagione politica". Dove magari i riformisti serrino le file e la piantino di prendere bastonate dai massimalisti. Anche la comune appartenenza all'Eldr, per molti, dovrebbe poter aiutare.

    Roma, 5 ottobre 2006



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  2. #262
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    Berlusconi si è convinto
    L'opposizione il suo dovere lo compie nel Parlamento

    I repubblicani sono stati i primi a frenare l'istintivo e più che giustificato moto di avversione e di protesta contro la Finanziaria del governo, per invitare tutte le forze politiche della Casa della Libertà, ma non solo, visto l'ampio scontento registrato in Parlamento e nel Paese, ad uno sforzo politico parlamentare il più razionale possibile. E non perché i contenuti ed i toni della manovra non siano tali da autorizzare un vero e proprio '48. Lo sono, eccome. Ma perché di fronte ad una maggioranza che perde letteralmente la testa nel suo esercizio di governo, coloro che si oppongono alla manovra devono dare un assoluto senso di responsabilità, bandendo facili fughe in avanti.

    La già risicata maggioranza degli italiani che ha votato questa coalizione di governo, ha modo di mordersi le mani per la sua scelta. Cerchiamo di costruire un punto di riferimento credibile, capace anche di correggere, per quel che è possibile, la Finanziaria in Parlamento. E' un tentativo importante, positivo, che occorre portare avanti, quando con lo scendere in piazza si rischiava soltanto di recitare un copione già visto, quello scontato del muro contro muro. Visto che c'è un'ampia area di forze e personalità interdette di fronte alla Finanziaria, cerchiamo la collaborazione, piuttosto. Per questo è nato il tavolo con i Radicali ed esponenti di entrambi gli schieramenti. Ma facciamo anche un passo ulteriore: invitiamo Cofferati, i sindaci, a partecipare, facciamo capire davvero che il governo ha sbagliato impostazione e che non è solo l'opposizione a mettersi le mani nei capelli. Rendiamo un servizio utile al Paese, che ne ha davvero bisogno. Per questo abbiamo avuto un vero moto di soddisfazione nel vedere che il presidente Berlusconi ha compreso le ragioni della battaglia parlamentare ed ha accantonato l'ipotesi barricadera della piazza. E' questa la strada. Anche perché il passato governo seppe dare, in verità, un'indicazione economica corretta nella sua manovra, tale da migliorare, e non da peggiorare, i conti pubblici. Intanto perché il solo annuncio di abbassare le tasse porta i contribuenti a non far fuggire i capitali. Poi perché i vituperati condoni hanno fatto emergere un imponibile di tale consistenza da consentire l'incremento delle entrate correnti e la riduzione del rapporto deficit - Pil al 2,9% nei primi sei mesi del 2006. Il che significa che il governo Berlusconi scrisse una Finanziaria seria e che questa ancora si può e si deve scrivere.

    Roma, 6 ottobre 2006



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  3. #263
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    L'equità della Finanziaria
    Anche i ricchi piangono perché i poveri continueranno a farlo

    Il manifesto propagandistico di Rifondazione comunista, "anche i ricchi piangono", nonostante i tanti tentativi di rettifica, rischia di essere la caratterizzazione più eclatante della legge Finanziaria che sta per essere discussa in Parlamento. E dire che anche i ricchi devono piangere, significa in sostanza che ormai per i poveri non c'è più niente da fare. La filosofia della maggioranza, nella versione del Prc è: mal comune, mezzo gaudio.

    Perché se, come ha rilevato puntualmente la Corte dei Conti, vi sono troppe tasse che pesano sulla ripresa economica, non si vedono in compenso gli interventi per i poveri, e non si vedono per la semplice ragione che non ci sono: basti pensare che la Finanziaria dà più soldi al cinema che ai disabili. E non ci sono perché non ci possono essere. Se freni la crescita, non c'è equità, se non nel senso che i ricchi si impoveriscono, così come i poveri restano tali.



    Si osserva, però, come fa il commissario europeo Almunia, che la Finanziaria va nella giusta direzione della riduzione del debito; oppure, che anche il governo Berlusconi - lo ha detto il presidente di Confindustria Montezemolo a Capri - ha sprecato un'occasione per lo sviluppo economico. Ma, ammesso che le quantità della Finanziaria siano adeguate, rimane un problema di qualità. Oltre al fatto che un conto è sprecare un'occasione per crescere, un altro - e ben più grave - è mettere i bastoni fra le ruote di una ripresa possibile. Questo è quello che sta accadendo. Servirebbe allora una ricetta per la crescita da offrire al Paese. Le maggiori tasse - citiamo ancora la Corte dei Conti - la impediscono, e si vedrà presto che esse non sono in grado di combattere l'evasione, anzi. La sola minaccia di aumento delle imposte incentiva questo fenomeno, ben collaudato efficacemente in tanti settori economici del paese. Pagheranno i soliti di sempre.

    Poi bisognerebbe pur fare una riflessione sul fatto che i Paesi che crescono di più sono quelli che offrono meno garanzie di diritti sul lavoro - la Cina, l'India, in testa - dopo che sono cresciuti quelli in cui i sindacati sono integrati e funzionali al sistema produttivo - gli Usa, il Giappone. Il fatto che solo la Cgil esulti per gli obiettivi indicati dalla manovra la dice chiara su questo fronte. Il governo non solo non ha tagliato la spesa, ma c'è da aggiungere che il ritardo nell'affrontare la riforma del sistema pensionistico ha già prodotto danni rilevanti, tanto che, non aver affrontato il nodo della previdenza nella Finanziaria, per riverenza nei confronti delle corporazioni sindacali, è quantomeno scandaloso. Ma a tutto ciò si aggiunge la manovra di finanza creativa che scippa alle aziende il Tfr, compensandole a mala pena con il taglio dell'Irap, che determina una competizione tra lo Stato e le forme di previdenza complementare. E se poi questo non fosse già sufficiente a formulare un giudizio negativo, notiamo che il governo ha financo messo in cantiere una riforma della legge Biagi, che pure era riuscita ad ottenere dei risultati positivi in fatto d'occupazione.

    Occupazione precaria, si dice. Ma il posto fisso è ormai un miraggio per la maggioranza dei lavoratori, e se si reintroducono maggiori vincoli, avremo solo più disoccupati e null'altro. Senza contare che i piani nazionalizzatori del governo, vedi Telecom, scoraggiano gli investitori esteri: l'unico Paese che è cresciuto nell'Unione Europea, nonostante la crisi, è stata l'Inghilterra di Blair, proprio per la sua capacità di aprire il mercato e di incoraggiare investimenti stranieri.

    La nuova Italia di Prodi appare dunque nel buio più assoluto. Per evitare che ci rimanga a lungo, abbiamo aperto un tavolo di lavoro importante per ridiscutere all'interno dei due schieramenti le misure della Finanziaria e cercare di correggere quello che è possibile. Il professor Brunetta, in un'intervista alla "Stampa", ha stigmatizzato questo tentativo da parte di molti volenterosi, come uno sforzo da "correttori di bozze", o addirittura un tentativo di "omologazione" dell'opposizione alla maggioranza. Ma Brunetta ha anche ammesso, bontà sua, una terza ipotesi: "Oppure vogliono convincere il governo che ha sbagliato tutto e allora puntano alla caduta di Prodi". Non vediamo altra soluzione possibile se non si vuole soffocare una volta per tutte la possibilità di ripresa del Paese.

    Crediamo che nella stessa maggioranza siano molti quelli che in queste ore se ne sono convinti.

    Roma, 10 ottobre 2006



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  4. #264
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    Palazzo Chigi infastidito
    Prodi si rassegni perché il Tavolo dei volenterosi potrebbe andare avanti

    Le reazioni fra lo stizzito e l'infastidito che provengono dal presidente del Consiglio e dai suoi sodali nei confronti del Tavolo dei volenterosi, sono il segnale di una preoccupazione politica forte. E il successo di partecipazione al Tavolo, per correggere di comune accordo fra maggioranza ed opposizione la Legge Finanziaria, è indice di due cose in verità molto semplici. La prima è che la Finanziaria, così com'è, non sta in piedi, causa il suo atteggiamento vessatorio nei confronti del ceto medio. La seconda è che la maggioranza, in tali condizioni, non si sente di sostenerla. Possiamo prendere atto di questo o ignorarlo ed esorcizzarlo a bella posta, ma comunque si tratta della verità sgradita al professor Prodi. La cui linea è stata finora di modificare la Finanziaria a seconda delle proteste; meno male che c'è stata, per tutti questi mesi, la concertazione, perché altrimenti non osiamo pensare a quello che avremmo visto.



    Perché i Comuni hanno protestato: ed ecco soppressi 600 milioni di tagli annunciati. Un giorno la manovra è a 33 miliardi, un altro sopra i 34, poi si finisce di nuovo al ribasso. Non si stupisca, il governo, se non lo si prende seriamente. Financo il segretario della Cgil Epifani afferma che egli avrebbe scritto meglio la manovra rispetto a quanto hanno fatto i tecnici del ministero di via XX settembre: ci chiediamo perché Prodi non si sia preso direttamente Epifani al ministero dell'Economia. Perché mai fare ridicolizzare un tecnico stimato come Padoa Schioppa, proprio da chi gli dovrebbe essere più grato, appunto la Cgil?

    Si rassegni, Prodi, perché il Tavolo andrà avanti, visto che su fisco, pensioni, finanza locale, pubblica amministrazione, controllo della qualità della spesa pubblica, non ce n'è una che i suoi partecipanti abbiano fatto passare. Può darsi benissimo che il presidente del Consiglio pensi di blindarsi, di ricorrere ad un voto di fiducia per resistere alla pioggia di emendamenti che si annuncia sulla manovra. Ma se nemmeno di fronte ad un contesto così articolato di critiche su una legge fondamentale dello Stato - provenienti oltretutto da parti importanti della sua maggioranza - il governo è in grado di reggere il confronto, c'è da pensare davvero che per la sua decadenza ufficiale sia questione ormai di poco tempo. Ed in effetti è durato fin troppo.

    Roma, 11 ottobre 2006



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  5. #265
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    Attenzioni pericolose
    Perché l'Unione non conquisterà il Nord e perderà consensi al Sud

    Sappiamo dal primo momento che il problema dell'attuale maggioranza è il Nord del Paese. In Piemonte, in Lombardia, in Veneto il centrosinistra ha perso le elezioni. Il che è come dire sostanzialmente che le principali Regioni produttive italiane guardano in un'altra direzione e non confidano nelle capacità dell'attuale esecutivo di soddisfare i principali problemi che le riguardano. E questo era chiaro, per la verità, già dalle prime settimane della campagna elettorale, quando Prodi si confrontò con la platea degli imprenditori di Vicenza in delirio per Berlusconi. Da qui una strategia di recupero, che prevedeva l'abbattimento del cuneo fiscale, e la scelta di un ministro come Tommaso Padoa Schioppa, capace di parlare e farsi ascoltare da una platea che non è proprio quella a cui è solito rivolgersi il sottosegretario agli Esteri Donato Di Santo, con il suo linguaggio ed i suoi modi, per intenderci. Per parlare agli imprenditori ci vuole competenza, autorevolezza e intelligenza, oltre che una certa eleganza. E il ministro Padoa-Schioppa indossa perfettamente un abito per il quale era naturalmente predisposto.



    Il problema è che, no-nostante gli sforzi di Padoa Schioppa, come si è capito dall'incontro fra il titolare del dicastero economico ed il direttivo di Confindustria, ancora il feeling non c'è. Il Nord del paese è ancora piuttosto restio a dare fiducia a questo governo, gli imprenditori rimpiangono Tremonti, nonostante il cattivo carattere * Padoa-Schioppa invece è simpatico * i cittadini si comprano "Libero", i commercianti vogliono scendere in piazza e così via. E se il ministro mostra una certa tempra contrattuale, tipo quella per la quale è pronto a togliere il cuneo fiscale se si insiste a chiedere di modificare il tfr, questo gli fa acquistare autorevolezza, ma finirà per radicare gli imprenditori nelle loro già consolidate posizioni. Può darsi anche che gli imprenditori siano costretti a capitolare, ma dubitiamo che per questo possano mai sostenere il governo, perché lo scambio cuneo fiscale - tfr, ipotizzato dal ministro, dimostra che per quanto il governo voglia aiutare il Nord, questo aiuto è considerato insufficiente. Ma insomma, come titola la "Repubblica": "Ora più attenzione per il Nord".

    E il Mezzogiorno? E' dunque felice il Mezzogiorno, verso il quale il governo non mostra le preoccupazioni prodigate alla questione settentrionale? Perché, se vediamo il giudizio del centrosinistra sulle politiche per il Sud del governo Berlusconi, il Sud avrebbe dovuto esplodere da un momento all'altro. E noi siamo stati i primi nella passata legislatura ad aver posto la rilevanza della questione meridionale in un governo che invece appariva preoccupato solo di consolidare il suo rapporto già privilegiato con le regioni produttive del Paese. Lanciammo l'idea di un ministero atto al coordinamento delle politiche e degli investimenti per il Mezzogiorno, considerando insufficiente la sola realizzazione di una grande opera per quanto fosse importante, fra la Sicilia e la Calabria, quale il ponte sullo Stretto. E dobbiamo dire che, seppure alla fine della legislatura, questa nostra proposta fu contemplata. L'attuale governo ha raddoppiato i sottosegretari, ma ha abolito un ministero di importanza strategica, quale era quello che il Pri riuscì a fare insediare. Non contento, questo esecutivo ha poi fatto sapere di non ritenere una priorità il ponte sullo Stretto. Investirà, invece, nelle rete viaria e negli acquedotti, che è come dire ordinaria amministrazione, per un complesso di Regioni che godono di ottima salute. Peccato che non fosse questa l'analisi di partenza, tanto da credere che il governo non aprirà una breccia al Nord e perderà rapidamente i consensi conquistati al Sud.

    Roma, 12 ottobre 2006



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  6. #266
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    Draghi li ha arrostiti
    Il duo Prodi-Schioppa farebbe bene a ripiegare lo spartito

    Nella sua audizione di giovedì presso le Commissioni Bilancio di Camera e Senato, il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi ha tracciato senza mezzi termini una analisi che rappresenta il de profundis per l'impostazione della manovra di politica economica del duo Prodi - Padoa Schioppa. Ha detto infatti il governatore che la manovra è essenzialmente basata sul prelievo fiscale, che non ci sono tagli significativi della spesa corrente, che continuerà a crescere, come è avvenuto in questi anni, e che di conseguenza non è pensabile che l'Italia possa uscire dalla stagnazione con una manovra così configurata. Ha anche precisato, in risposta ad alcune domande, che non è detto che un prelievo fiscale così forte dia luogo a tutte le entrate che il Governo si ripromette di realizzare, perché, per usare una metafora che utilizzò a suo tempo il cancelliere socialdemocratico tedesco Schmidt, bisogna saper mungere le mucche senza ucciderle se si vuole che continuino a produrre nel tempo il latte. In questo caso invece la mucca sembrerebbe venire uccisa.



    Se poi si aggiungono alle parole ferme e chiare del governatore i giudizi dell'Abi, dell'Aiscat, delle organizzazioni dei professionisti e dei costruttori edilizi, fino a molti settori del sindacato, e ieri quello dell'ex direttore dell'"Economist", Bill Emmott, sul "Corriere della Sera", la conclusione è che il duo Lescano (come li chiamerebbe Eugenio Scalfari se dicesse quello che davvero pensa) che ha prodotto questo bel capolavoro dovrebbe, se avesse senso dello Stato, ripiegare lo spartito musicale e dedicarsi ad altro.

    Il problema riguarda i danni permanenti che questa impostazione è destinata a lasciare dietro di sé e la difficoltà che avrà il Governo che dovrà, sperabilmente entro un tempo non troppo lungo, raccoglierne l'eredità a dare al problema italiano una impostazione seria di cui vi è un urgente bisogno.

    Quello che appare certo è che il presidente del Consiglio ed il suo ministro dell'Economia appaiono sempre più isolati rispetto financo ad interlocutori che avrebbero dovuto essere punti di riferimento privilegiati. E, vista tale situazione, c'è da chiedersi se non sia quanto mai opportuno rilanciare il Tavolo dei volenterosi, le cui istanze riformatrici troverebbero un vasto consenso in tutti i principali soggetti economici e finanziari.

    Roma, 13 ottobre 2006



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  7. #267
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    Vittima di se stesso
    Dopo soli cinque mesi il premier mostra di avere il fiato corto

    L'alone di vittimismo con il quale il presidente del Consiglio ha deciso di presentarsi alla stampa spagnola è la controprova di una assoluta inadeguatezza alla guida del Paese.

    Pochi mesi di governo sono bastati perché la maggioranza degli osservatori e, ci pare di capire, anche la maggioranza degli elettori, bocciassero l'operato di Prodi. C'è da credere che le considerazioni del Governatore della Banca d'Italia sulla Finanziaria abbiano chiuso il cerchio di quello che è stato un autentico Forte Apache per il suo ministro dell'Economia. E' vero che un ministro dell'Economia si distingue quando ha tutte le categorie sociali contro; in tal caso si può pensare che svolga un'azione equilibrata ed obiettiva nell'interesse dello Stato, ma allora dovrebbe avere per lo meno il conforto del principale referente istituzionale finanziario del Paese e non invece quello della sola Cgil.



    Potesse almeno il governo vantare un'azione volta alla salvaguardia dei lavoratori più poveri a sua difesa. Ma basta leggere Geminello Alvi per capire che qui si salvaguardano i diritti degli statali e dei prepensionati, non quelli degli operai. Altrimenti, invece di fare una gravosa politica di imposizione fiscale, che avrà l'effetto di diminuire il reddito disponibile delle famiglie, avrebbero fatto "una lotta salariale seria" per la ridistribuzione del profitto. Vale davvero la pena di essere ostaggio della sinistra radicale, quando questa sembra ripercorrere la politica economica di un Luigi XVI.

    Oltre alle lacrime, il presidente del Consiglio ha un solo argomento, e glielo ha offerto il viceministro Visco: la lotta dura e senza quartiere all'evasione fiscale. Ci viene assicurato che nel giro di cinque anni agli evasori saranno spezzate le reni. Ora, per riuscirvi davvero, servirebbe un agente accanto ad ogni esercente, una spia per ogni privato lavoratore, un segugio dietro ogni conto bancario. Solo uno Stato di Polizia potrebbe infatti raggiungere questo eccellente proposito.

    Oppure bisognerebbe avere il buon senso che manca al nostro sottosegretario all'Economia e ai suoi tutori politici, per sapere che chi vuole battere davvero l'evasione fiscale impone una tassazione che non valga la pena di essere evasa. Invece assisteremo alla lotta titanica di Prodi e Visco contro i mulini a vento, poi udiremo i lamenti di Prodi perché i mulini a vento non si sconfiggono e infine gli strali di Visco contro i nemici della patria. Di buono c'è che - state sicuri - non assisteremo per 5 anni a tale pantomima. Si finisce prima.

    Roma, 16 ottobre 2006



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  8. #268
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    Perniciosa e inutile
    Se lo Stato considera il ceto medio come la mucca da mungere

    Lo abbiamo scritto con sufficiente chiarezza, lo ribadiamo perché è ormai tema politico e polemico rilevante: questa Finanziaria non solo non ci piace, ma ci preoccupa.

    Non c'è crescita economica, non ci sono riforme – ci sono promesse di riforme che è cosa diversa – non ci sono tagli o se ci sono colpiscono la scuola pubblica, mentre si finanzia la privata. Non c'è nemmeno ridistribuzione del reddito. In compenso c'è l'aumento della spesa pubblica e, cosa particolarmente odiosa, a vantaggio dei ceti sociali più protetti, nel pubblico impiego. E ci sono tasse per tutti indiscriminatamente.



    La legge Finanziaria è dunque rivelatrice del pensiero dominante di questa maggioranza: bisogna colpire la ricchezza, e non in nome dell'eguaglianza, ma in nome di un livellamento verso il basso. "I ricchi non si lamentino", ci dice il ministro Padoa-Schioppa dai banchi del Parlamento. Ma chi sarebbero i ricchi per il governo? A guardare la tassa di successione per i grandi patrimoni si parte da oltre un milione di euro. Il prezzo di un appartamento a Roma in zona Prati. Dunque il ceto medio è la mucca da mungere. Una visione inadeguata della società italiana, che dimostra come questo governo abbia parametri arcaici ideologici, inadatti ad un Paese moderno. Si è aperto il confronto con la Spagna, con la visita del premier a Zapatero. La prima cosa che salta agli occhi è che la Spagna socialista ha dato una scossa riformatrice al sistema.

    L'Italia dell'Unione sembra ancorata ad una sinistra conservatrice e nostalgica.

    Sergio Romano saluta come un passo avanti il semaforo verde alla fusione Autostrade - Albertis. Resta da capire il problema della concessione che il governo deve autorizzare. Ed è singolare che nel dubbio la commissione Ue resti al momento orientata ad aprire la procedura contro l'Italia. Un contenzioso con l'Europa sarebbe un'altra tegola per un governo che non ha certo poche gatte da pelare.

    La principale è l'evasione fiscale. Il viceministro Visco, come un crociato, si è detto certo che in cinque anni sarà debellata. Anche qui non sembra essersi reso conto che nella passata legislatura la sola proposta di ridurre le tasse aveva portato ad un incremento significativo delle entrate, tale da migliorare i conti dello Stato. E' tutto da vedere che nuove gabelle e l'aumento dell'imposizione fiscale consolidino i risultati ottenuti, piuttosto che annullarli. In questo caso il castello costruito dalla maggioranza si rivelerebbe di sole carte, buono per saltare da un momento all'altro. E' quello che in fondo spera l'opposizione: limitare i tempi di vita del governo per tornare in gioco il prima possibile.

    L'aspirazione è legittima e anche condivisibile. Ma i problemi restano. Perché è vero che la passata coalizione dimostrò maggior buon senso e si mosse in direzioni migliori, ma anche una incapacità organica ad affrontare i mali della società italiana, quelli che un tempo venivano chiamati i quattro Cavalieri dell'Apocalisse: pubblico impiego, pensioni, sanità, enti locali. In proposito la visione del segretario di Rifondazione comunista, Giordano, è molto simile a quella dell'ex ministro Alemanno, di buon parte dell'Udc, di alcuni ambienti della Lega. Si può cambiare la maggioranza di governo, ma si rischierebbe di ritrovare le stesse difficoltà della passata legislatura, aggravate dagli errori commessi nell'attuale. Per questa ragione i repubblicani devono chiedersi se non è questo il momento per cercare di costruire qualcosa di nuovo, che si rivolga ai riformatori dei due schieramenti, che forzi i confini di un bipolarismo che rischia di non essere adeguato a rilanciare il Paese. Abbiamo fatto un tentativo in questo senso con il Tavolo dei volenterosi, un'iniziativa che va ben oltre all'ipotesi di correzione della Finanziaria. Non è un caso che questo Tavolo abbia riscontrato molte ostilità e il desiderio di volerlo veder chiuso il prima possibile. Noi non abbiamo nessuna intenzione di chiuderlo.

    Crediamo, al contrario, che sia una strada per dare una svolta vera all'ingessata situazione politica italiana e impiegheremo tutti i nostri sforzi per rilanciarlo.

    La nostra impressione è che in questa istanza non resteremo soli e che sapremo andare avanti.

    Roma, 17 ottobre 2006



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  9. #269
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    Finanziaria/Nucara: a essere in pericolo e' la democrazia

    "Prodi certamente porra' la fiducia sulla Finanziaria prima alla Camera e poi al Senato.
    Il problema ormai non e' nemmeno piu' la Finanziaria, ma l'agibilita' democratica in questo nostro Paese. È del tutto pleonastico ricorrere al voto popolare. Anche il presidente del Senato, Franco Marini, fara' marcia indietro rispetto alle dichiarazioni di questi giorni sulla necessita' politica di non porre la fiducia sulla manovra". È quanto afferma il segretario del Partito repubblicano, Francesco Nucara, che aggiunge: "Facciamo appello alle forze democraticamente piu' sensibili e ai liberali del centrosinistra per non accettare diktat come e' successo per il tavolo dei volenterosi che caso mai dovrebbe diventare permanente. Se la democrazia come crediamo e' in pericolo chi se ne frega di tasse e sviluppo".

    Roma, 18 ottobre 2006 (Velino)



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  10. #270
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    Il governo della delusione s’aggrappa alla fiducia

    Bersagliato dalle proteste, penalizzato dai sondaggi, contestato anche all’interno della maggioranza, il governo punta sulla fiducia per superare lo scoglio del decreto fiscale allegato alla Finanziaria. Si tratta di un gesto disperato per tenere in piedi una coalizione sull’orlo del collasso. Che non tiene conto delle raccomandazioni del Capo dello Stato e sembra fatta apposta per avallare la tesi dei dirigenti del centro destra secondo cui l’esecutivo ha ormai le ore contate.

    tratto da http://www.opinione.it/

 

 
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