Pagina 12 di 17 PrimaPrima ... 2111213 ... UltimaUltima
Risultati da 111 a 120 di 166
  1. #111
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito http://forum.politicainrete.net/radicali/42369-leonardo-sciascia-vent-anni-fa.html

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 106)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO


    Jaki

    Jaki, che in serbo vuol dire “il forte” è pseudonimo di Joza Horvat. Più propriamente sarebbe da dire “nom de guerre”: poiché quest’uomo, anche fisicamente forte, è in guerra con sé stesso e col mondo. Da Nazarje pri Celju, piccolo paese della Slovenia, a pochi chilometri dal confine con l’Austria, piccolissimo anzi, che nel suo nome evoca idillio cristiano, e così appare nelle sue case sparse tra gli orti e dominate da una solitaria chiesa bianca, Jaki fa guerra ai demoni antichi e nuovi, alla natura e alla storia, ai mostri che la natura suscita e che il sonno della ragione produce.

    Ed ecco che abbiamo nominato Goya: “El sueno de la razon produce monstruos”, i capricci, i disastri. Il pittore che più gli si può avvicinare: per quella testimonianza ed esorcizzazione del mondo, del tempo storico, attraverso le angosce, i demoni, i fantasmi della propria coscienza, del proprio essere. Ma in Jaki è anche qualcosa di ariostesco, di avventuroso, di spavaldo: quale appunto si addice ad un uomo che sotto ad ogni mostro o disastro che rappresenta o conferma la sua vittoria firmandosi il forte. Lotta contro i mostri e li atterra: su un foglio di carta, su una lastra di rame, sui mattoni, sui piatti, sulle pareti, sui tavoli sulla neve, su qualsiasi cosa si possa disegnare o incidere: continuamente, instancabilmente con una forza e una velocità incredibili: con tecniche inventate, o che sembrano inventate, al momento: con strumenti imprevedibili. Gli basta per esempio un pezzo di carta metallizzata da scatola di biscotti: ed ecco che la spalma di nero e sul nero servendosi di uno di quei pennini con asticciola che quando noi andavamo a scuola costavano due soldi, incide minutamente in un arabesco sottilissimo e fitto, un fantastico uccello, un mostro, una crocifissione. Oppure stende su un foglio strati di quei colori a cera che si usano nelle scuole: e con mano straordinariamente ferma e veloce, servendosi di una punta qualsiasi fa sorgere da una tumefazione di colori tutta un’utopia. Oppure dategli la sezione di un tronco d’albero: e con fiamma ossidrica, colori e vernici ottiene mostruose pietrificazioni di zoologia fantastica.

    E siamo così al secondo nome, di scrittore stavolta, il cui mondo confina con quello di Jaki: Jorge Luis Borges, l’autore di quel “Manual de zoologia fantastica”, di quelle “Ficciones”, finzioni che sono labirinti di tempo e di spazio di storia e di utopia, di memoria erudita e di ossessioni. Solo che in Jaki, nelle sue cose, non stinge il minimo sospetto di quella suggestione libresca, di quella rara erudizione, di quella sottile cultura esoterica che in Borges sono peculiari. Ma della “Zoologia fantastica” di Borges passi come questo possono introdurre alla zoologia di Jaki: “L’idea del cielo come animale riapparve col Rinascimento, in Vanini; il neoplatonico Marsilio Ficino parlò dei peli, denti e ossa della terra; e Giordano Bruno stimò che i pianeti fossero grandi animali tranquilli, di sangue caldo e abitudini regolari, dotati di ragione. Al principio del secolo XVII, Keplero disputò all’occultista inglese Robert Fludd la paternità dell’idea della terra come mostro vivente “la cui respirazione di balena, corrispondente al sonno e alla veglia, produce il flusso e il riflusso del mare”. L’anatomia, l’alimentazione, il colore della memoria e la forza immaginativa e plastica del mostro furono studiate da Keplero…”. Studiate da Keplero, e rappresentate da Jaki potremmo aggiungere. E prendiamo a caso qualche animale della fauna borghesiana: “Di otto zampe dicono provvisto (o carico) il cavallo del dio Odin, Sleipnir che è di pelo grigio e va per la terra, per l’aria e per gli inferni…”; “la fama di Behemoth raggiunse i deserti dell’Arabia, dove gli uomini alterarono e ingrandirono la sua immagine. Da ippopotamo o elefante lo fecero pesce che si sostiene sopra un’acqua senza fondo, e sopra il pesce immaginarono un toro, e sopra il torno una montagna di rubino…”. Baldanders è un mostro successivo un mostro nel tempo: nel frontespizio della prima edizione del romanzo di Grimmelshausen è raffigurato un essere con testa di satiro torso d’uomo ali spiegate d’uccello e coda di pesce, che con una zampa di capra e un artiglio d’avvoltoio calpesta un mucchio di maschere, che possono essere gli individui della specie.

    Porta una spada alla cintura, e nelle mani ha un libro aperto con le figure di una corona, un veliero, una coppa, una torre, una creatura, alcuni dadi, un berretto a sonagli e un cannone: “L’agnello vegetale di Tartaria detto anche “borametz” o “polypodium borametz”, è una pianta che ha forma d’agnello, coperta di lanugine dorata. Cresce su quattro o cinque radici; le altre piante le muoiono intorno, ed essa si mantiene rigogliosa; a tagliarla, n’esce un succo sanguigno…In altri mostri si combinano specie o generi animali; nel “borametz” il regno animale e il vegetale…”; “Il centoteste è un pesce creato dal ‘karma’ di alcune parole, per la loro postuma ripercussione nel tempo. Una delle vite cinesi del Buddha riferisce che incappò nelle reti di certi pescatori. Questi dopo infiniti sforzi, trassero a riva la rete e vi trovarono un enorme pesce, con una testa di scimmia, un’altra di cavallo, un’altra di volpe, un’altra di cane, un’altra di cervo, un’altra di tigre, e così via fino a cento…”. E potremmo continuare in questo giuoco, risparmiandoci di descrivere con parole nostre gli animali mostruosi che popolano il mondo di Jaki, la sua era: l’era jakiana, come lui (scherzosamente e no) dice. Ma bisogna avvertire che se questi mostri provengono a Borges dalle favolose faune di antichi testi religiosi, di antiche storie naturali, dagli incubi e dalle invenzioni della letteratura mondiale, in Jaki esclusivamente (o quasi) sorgono, proprio come in Goya, dalla coscienza in sé inquieta e tempestosa e dalla reazione della coscienza alla realtà storica. Tutti i richiami che, di fronte alle sue cose, si possono fare a particolari momenti, nomi ed espressioni della letteratura e dell’arte, possono servire a noi; ma non hanno assolutamente alcun valore e significato per lui. Si definisce ed è, un primitivo. L’unico apporto libresco nel suo mondo è rappresentato da HG.Wells: scrittore assolutamente insufficiente a scatenare il tremendo caos, la tremenda era jakiana.

    Jaki è nato il 4 marzo del 1930 a Murska Sabota, quasi sul confine tra la Jugoslavia e l’Ungheria. La sua famiglia era stata parte di quel mondo che nel suo crepuscolo e nella sua dissoluzione aveva coinvolto tanti e diversi destini; di quel mondo di quel tempo storico, in cui nostalgie e presentimenti, dinastici miti sensuali e tragedie, ambiguità e alienazioni e metamorfosi trovavano estrema declinazione: l’impero austriaco, diciamo il mondo asburgico.

    Nella città dell’impero erano accadute stranissime cose: a Praga lussuose case di piacere improvvisamente si erano mutate in case di lutto e mediocri commessi viaggiatori in scarafaggi; a Vienna, un consigliere in pensione si era dato a scrutare ossessivamente con un binocolo militare le finestre illuminate, in cerca di celesti terresti veneri, mentre una dama di corte aveva trovato in una prostituta la sua controfigura da offrire al desiderio di un sultano, e sempre a Vienna, nell’organizzazione delle feste giubilari per l’imperatore, era venuto fuori l’uomo senza qualità. Ancora a Praga, appena scoppiata la guerra del quattordici, un richiamo di nome Schweyk, un idiota, aveva irrimediabilmente compromesso l’unione e la felicità dell’impero, il morale, delle armate combattenti, il raggiungimento della vittoria. Avvenimenti piuttosto strani, e più strani e grevi quelli che in essi si presentavano.

    In un certo modo, gli atroci simboli di Jaki, le sue spaventose allegorie e metamorfosi, provengono da quel mondo. Non sappiamo fino a che punto se ne renda conto, ma è indicativa, la sua passione a raccogliere le reliquie, a collezionare oggetti di quel tempo perduto. Quando con orgoglio di collezionista mostra il grande, pesantissimo libro di immagini offerto a Francesco Giuseppe nella festa del giubileo (quella stessa da cui rameggia il grande libro di Musil), viene sa sospettare che quelle immagini ambiguamente in lui suscitino una dorata nostalgia e una profonda paura: quella stessa ambiguità che anche a livello del comune e banale sentimento, trascorre di musica e di morte nel destino degli Asburgo.



    (da “L’Ora”, 18 settembre 1965)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  2. #112
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Marco, ottant’anni con l’altra Italia

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 107)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO


    Sempre più bandiere

    Una signora di Gallarate, cinquantadue anni, madre di quattro figli, casalinga, è finita in corte d’assiste a causa della miopia propria e del patriottismo di un vicino.

    I guai della signora, Angela Cumandi di nome, cominciarono il 4 giugno del 1963 e sono finiti soltanto l’altro ieri con una sentenza pienamente assolutoria: più di due anni di triboli, dunque, per aver scambiato, senza intenzione di vilipendio, la bandiera nazionale per uno straccio. La quale bandiera, in quel 4 giugno del ’63, pendeva a mezz’asta dal una finestra dell’appartamento del signor Bruno Bertazzo: espressione del personale cordoglio del signor Bertazzo per la morte di papa Giovanni. E c’è da credere che la signora Cumandi provasse uguale cordoglio, anche se non aveva pensato di esporlo alla finestra a mezzo di bandiera, e che contro il tricolore non avesse fatti personali o ideali: solo che, miope com’è, e forse perché a mezz’asta una bandiera tende ad afflosciarsi sul davanzale come un panno steso ad asciugare; incorse nel terribile equivoco; e il signor Bertazzo, ferito nei suoi più profondi sentimenti, ne fece immediata registrazione nero su bianco, per il locale commissariato di pubblica sicurezza. Così la povera signora Cumandi si trovò rinviata a giudizio di una corte d’assise per vilipendio alla bandiera nazionale.

    Questo piccolo fatto (grande nella vita della casalinga signora Cumandi, e penoso), fa sorgere una quantità di considerazioni e di domande. Innanzitutto. Ci volevano giusto due anni e tre mesi per constatare la miopia della signora ed accettare per buona la sua spiegazione. E poi: quand’anche accertato e provato che nella lettera e nelle intenzioni un apprezzamento nei riguardi della bandiera nazionale attinga al vilipendio, è davvero il caso di aprire una vicenda giudiziaria così lunga e così grave, così costosa al pubblico erario e che sottrae tanto tempo al più importante da fare dei giudici? Una offesa alla bandiera pronunciata involontariamente per difetto di vista o volontariamente per eccesso di esasperazione, da una massaia o da un disoccupato, non compromette l’onore nazionale che la bandiera rappresenta e tanto meno la sicurezza della nazione; mentre onore e sicurezza sono sicuramente compromessi, e la bandiera infangata, là dove un uomo politico, un burocrate, un funzionario dello Stato scende nell’intrallazzo, alla malversazione o al semplice e diffuso favoritismo, alla semplice e diffusa raccomandazione. E il termine sicurezza non usiamo qui nel senso che, per esempio, gli si dà nei casi di spionaggio: ma nel senso che è sicura, in sé e di fronte alle altre nazioni, quella nazione in cui tutti i cittadini indistintamente godono di libertà e di giustizia, in cui il governo dello Stato riscuote, in ogni sua articolazione, la fiducia dei cittadini.

    “Sempre più bandiere” è il titolo di un racconto di Evelyn Waugh, spregiudicata e spietata satira del patriottismo intrallazzista. Si svolge in Inghilterra, negli anni dell’ultima guerra, e ne è protagonista un giovane aristocratico che patriotticamente concorre allo sforzo bellico collocando profughi presso famiglie della quieta campagna inglese. La sua gran trovata è quella di avere scelto, tra i profughi, un gruppetto di ragazzi sporchi e terribili, che al solo vederlo provoca il collasso di coloro che dovrebbero ospitarlo. Alle rimostranze e implorazioni di costoro, il patriottico giovane oppone che sì, può anche toglier loro i ragazzi, ma bisogna che si dia un certo compenso ad una famiglia che soltanto per compenso sarebbe disposta a prenderli. Così, passando da una famiglia all’altra, riesce a spremere una bella sommetta di sterline: a gloria di quella bandiera che gli ingenui difendono col sangue.

    Ora non sappiamo se le leggi inglesi contemplino il vilipendio alla bandiera: ma è certo che in Inghilterra si è piuttosto attenti a quell’altro tipo di vilipendio, a quello cioè che proviene dalle malversazioni, dagli abusi, dalle distrazioni o negligenze di coloro che rappresentano i pubblici poteri. Il giovane Basil del racconto di Waugh la fa franca nei suoi intrallazzi; ma è soltanto un piccolo e persino divertente farabutto in confronto a quelli che negli ultimi anni abbiamo visto e vediamo prosperare sotto le nostre bandiere.



    Una satira lombarda

    Nell’ultimo numero di “Paragone”, Giampaolo Dossena trova nel conte Giambattista Biffi, nel suo settecentesco diario, un antenato del Dossi (e un po’ per conseguenza, anche del Gadda). E’ un saggio interessantissimo, e mette il desiderio di leggere più lunghe sequenze dell’inedito diario del conte cremonese: ma qui voglio annotare una mia divagazione, che al saggio di Dossena si lega soltanto per il fatto che in essa considero una manifestazione dello spirito lombardo (o che a me sembra tale) in Sicilia.

    Si tratta di una poesia satirica, pubblicata da Luigi Vasi in appendice al suo studio sulle origini e vicende di San Fratello (nell’ “Archivio storico siciliano”, Anno VI, 1881): una poesia scritta in morte di un tale sanfratellano che doveva essere stato un uomo di rispetto, un mafioso; e tanto il nome dell’autore dei versi quanto quello del mafioso cui erano dedicati non dovevano essere ignoti al Vasi, che anzi deliberatamente sostituisce, nel corpo della poesia, il nome del morto con un “N.N.”.

    Il dialetto di San Fratello è, come è noto, di fondo lombardo: e una poesia scritta in questo dialetto, anche se nel canone dell’ottava siciliana, fa pensare più al Porta che al Meli, irto di consonanti com’è e con due, tre o addirittura quattro vocali di seguito, e ciascuna con suono distinto. Ma fa pensare al Porta anche per lo spirito che muove la satira, per il modo in cui è articolata. Poesia, osserva il Vasi, dettata a sfogo di umori mordenti: ma mordenti sulla realtà civile e storica della Sicilia; e quindi piuttosto estranea alla tradizione della poesia, popolare e no, siciliana. La quale, si sa, quasi completamente, è venuta svolgendosi sui temi amorosi, di passione e di galanteria, e su motivi di malinconia esistenziale, raramente distraendosi nella descrizione di fatti civili di indignazione e di invettiva sociale e politica, di satira. La satira si affaccia nella poesia siciliana soltanto in una declinazione, per così dire, “ad personam”: a colpire cioè determinati personaggi, e per motivi di personale rancore, ma con la preventiva precauzione di staccarli dal contesto sociale cui appartengono.

    Questa dell’anonimo di San Fratello colpisce invece il mafioso in quanto parte della mafia; il che è segno di un sentire civile davvero inconsueto, in un tempo in cui la mafia era persino circondata da filologica omertà. E non dico che i lombardi stabilitisi a San Fratello ai tempi della conquista normanna portassero già quello spirito di cui il Porta è alta espressione: né che questo spirito, ammesso che lo portassero, si sia conservato come “in vitro” per tanti secoli. Ma con un buon margine di attendibilità si può dire che i caratteri costitutivi di questo gruppo etnico, quali si colgono nelle espressioni poetiche come nelle manifestazioni collettive, presentano decisive differenze relativamente a quelli riconosciuti ai siciliani e notevoli somiglianze con quelli riconosciuti ai lombardi.

    La poesia si apre con due versi di impagabile ironia: “Mart! Cam ‘affoddi stumatin, /Chi t’arcuogghi u garafu ‘ntra u sa giggh!” (Morte! Come ti affretti stamattina a strappare il garofano dal suo calice); il quale garofano strappato al calice sarebbe “u zu N.N.”, vecchio mafioso, di famiglia mafiosa, di cui il poeta si dà poi ad intessere le lodi: uomo di giudizio, uomo di pace, uomo osservante nelle cose di chiesa. E perciò il lutto dei cittadini di San Fratello, il compianto. Ma dopo quattro ottave e mezzo di impassibile celebrazione della virtù dell’estinto e del dolore dei concittadini, ecco gli ultimi quattro versi fulmineamente scoprire il duro giudizio: “O mau di san Blesg ‘inta i primuoi/Chi ghi viniss ai nasc paisei!/S’au sessanta azzazzavu a sci briccuoi,/Valaja chiù di d’eua di ‘nta mei”. Che vuol dire: il male di san Biagio (cioè il cancro) venga ai nostri paesani, poiché se nel sessanta avessero ammazzato tutti questi bricconi, sarebbe stato un beneficio come per i campi la pioggia nel mese di maggio. Ed è giudizio che si può anche oggi sottoscrivere.



    (da “L’Ora”, 25 settembre 1965)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  3. #113
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Marco, ottant’anni con l’altra Italia

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 108)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO

    La libertà religiosa

    Da parte laicista grida di giubilo hanno salutato l’affermazione della libertà religiosa prevalsa in Concilio; mentre da parte cattolica al giubilo della maggioranza innovatrice ha risposto il gemito della minoranza conservatrice. E come è perfettamente comprensibile che tanti cattolici abbiano avuto un gran senso di liberazione a sentire affermata in Concilio la proposizione che “ciascuno sarà giudicato sul rapporto che avrà liberamente stabilito con la verità e sulla lealtà della sua ricerca e della sua adesione”, ugualmente comprensibile è che altri ne abbia avuto rammarico, come di una resa dell’autorità alla libertà. Curiosa appare invece l’esultanza laicista: quasi che la libertà religiosa fosse stata scoperta uora uora è il caso di dire dal Concilio Vaticano II. E non diciamo che non ci sia da rallegrarsi che un principio di secoli affermato, e pagato a prezzo di sangue, dalla coscienza laica, abbia finalmente toccato la Chiesa di Roma: ma dall’esterno, come per un bene finalmente raggiunto da coloro che l’avevano denegato ed avversato. Perché, anche se il clero innovatore insistentemente definisce la dichiarazione sulla libertà religiosa come espressione di “liberalismo spirituale di netta impronta evangelica” (e dunque implicitamente riconoscendo che il Vangelo è stato tradito nei secoli in cui venivano bruciati per mano del boia uomini e libri che affermavano uguale principio) è innegabile che questo ritrovamento interno del liberalismo religioso è stato condizionato dall’esterno, dal liberalismo propriamente detto. Perciò la dichiarazione conciliare i laicisti dovrebbero assumerla con più distaccata, contenuta e riflessiva esultanza: come la conferma di quei principi che alcuni per ironia, altri per convinzione, chiamano “immortali. Gli immortali principi dell’ottantanove”, del 1789.

    Quando il cinema non parlava

    Per la morte di Clara Bow, a ritrovarne le immagini, sfoglio un curioso libro di un dannunzianesimo di seconda mano, pubblicato nel 1937: “Nuovo alfabeto delle stelle”, di Marco Ramperti. Bene stampato, con belle fotografie di una cinquantina di dive; e su ciascuna Ramperti canta ricordi, similitudini, desideri, repulsioni con una oscenità che vuole essere preziosa (o con una preziosità che vuol essere oscena). Pensandoci bene, il D’Annunzio di seconda mano che vi si avverte può anche essere un Da Verona di prima mano.

    Ma di Clara Bow azzecca che “quando levava le palpebre era come se alzasse la veste”; ed è frase che si può estendere a definizione dell’erotismo nel cinema muto. Basta, infatti, svolgere la storia per immagini del cinema muto (“A pictorial history of the silent screen”) di Daniel Blum, un libro che contiene qualcosa come settemila fotografie, per avere la prova che il vecchio cinema raggiungeva effetti erotici senza dubbio più intensi di quelli raggiunti oggi, per esempio, da un Vadim, pur restando nei limiti del codice Hays e comunque della censura puritana o cattolica, e anzi li raggiungeva in forza di tali limiti. Il che dice che l’erotismo vive soltanto più intensamente, quanto più rigorosa è la censura: per cui si stabilisce una specie di complicità, non si sa fino a che punto, dall’una parte e dall’altra, inconsapevole.

    Ma bisogna anche considerare che probabilmente la carica erotica di una Clara Bow è, in un certo senso, retrospettiva; e proviene da un che di casalingo, come di un vampirismo fatto in casa con qualche ingenuo apporto “parigino”. E si potrebbe ripetere per Clara Bow e per altre vamp degli anni Venti quello che osservava Emilio Cecchi di fronte a una fotografia di ballerine della vecchia Cines: come ciascuna si distinguesse dalle altre, mentre oggi un gruppo di ballerine appare come un ingranaggio, un meccanismo, grazie all’uniformità delle diete e dei trattamenti cosiddetti di bellezza.

    Il candiero

    Mi dicono che a Palermo, nella zona della Vucciria, c’è ancora un locale dove servono del gelato al gelsomino. Di questo gelato il conte Lorenzo Magalotti, impareggiabile registratore di odori e sapori, à ricetta in versi, in quella preziosa raccolta di sue poesie pubblicata a Firenze nel 1723 sotto il nome di Lindoro Elateo: torli d’uovo appena cotti, zucchero in abbondanza, un po’ di odor di muschio e d’ambra, una trentina di gelsomini, due limoncini; il tutto bene agitato in “tersa porcellana” poi passato attraverso “finissima stamigna” poi messo nella sorbettiera e la sorbettiera calata in un pozzetto di ghiaccio: “Finché bel bello/Rimescolando/Rimaneggiando/ Questo con quello./Tra gelato e non gelato/Vedrai farsi in più di un loco./E serrarsi dappoco dappoco/Come un latte ben cagliato:/E candiero è nominato:/Tal chiamollo il Siciliano/Che pria il fe contro la sete/Del Signor di Carbognano”.

    Chi fosse il signor di Carbognano che, con tutta probabilità contemporaneo al Magalotti, godeva dei servizi di un “ripostiere” (così il marchese di Villabianca chiama i gelatari) siciliano, non sono riuscito ad appurare. So che Carbognano è terra nei pressi di Viterbo: ma chi l’avesse in signoria ai tempi del Magalotti dirà qualche opera di storia locale. Più mi incuriosisce, comunque, sapere se il gelato di gelsomino viene ancora confezionato secondo la ricetta magalottiana: se è vero che a Palermo se ne fa ancora.

    (da “L’Ora”, 2 ottobre 1965)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  4. #114
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 109)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO



    Carcere e mafia nei canti popolari

    In piena libertà, senza quelle remore, quelle preoccupazioni, quelle direttrici (e quei disguidi) che la carriera accademica impone, da anni Antonino Uccello studia le tradizioni popolari siciliane con una passione che non è fine a se stessa ma è ansiosa ricerca di una spiegazione della Sicilia di oggi, della società e dei problemi coi quali la coscienza della nazione (e più la nostra, individuale, di siciliani) si è trovata negli ultimi anni a fare i conti.

    Maestro delle elementari, Antonino Uccello ha vissuto l’esperienza del trapiantamento al nord, di una fuga: ma da qualche anno è ritornato in Sicilia, e vive tra Canicattì (dove è nato) e Palazzolo Acreide. Il suo primo lavoro di raccolta e di studio sulle tradizioni popolari è stato pubblicato a Milano, da Vanni Scheiwiller, nel 1959: “Canti del Val di Noto”. Il secondo a Firenze, da Parenti, nel 1961: “Risorgimento e società nei canti popolari siciliani”. Il terzo è uscito recentemente a Palermo, nelle edizioni “Libri siciliani” di Pasquale Marchese, libraio appunto specializzato in libri antichi e nuovi che riguardano la Sicilia e che è diventato prezioso collaboratore di tutti gli studiosi, italiani e stranieri, di cose siciliane. S’intitola, questo nuovo lavoro di Uccello, “Carcere e mafia nei canti popolari siciliani” (S’intende che ci siamo limitati a citare le pubblicazioni di Uccello in volume: tanti altri suoi studi sono sparsi in riviste più o meno specializzate; e sono poi da considerare a parte, benché non manchino di addentellati con la sua attività di studioso, con la sua genuina esperienza del mondo popolare siciliano, i volumetti di poesie che è venuto pubblicando).

    E’ bene dire subito che i canti di mafia sono i canti del sentire mafioso, come direbbe il Pitré: non declinando cioè la mafia in quanto associazione per delinquere, in quanto fenomeno sociale precisamente definibile nei suoi metodi e scopi: ché sarebbe un controsenso trovare testimonianza nei canti l’esistenza di un’associazione che fino a ieri, per interesse o per ingenuità, era considerata leggendaria, romanzesca quando non addirittura asserita per malafede, per speculazione, da una parte politica. Questo Uccello lo sa benissimo, e nettamente lo spiega: non induca dunque il titolo a pensare che lo studioso, nato e vissuto in una zona della Sicilia che ignora il tristo fenomeno, sia caduto nell’equivoco di prendere per canti di mafia i canti del sentimento mafioso. La mafia non canta, ma il sentimento mafioso, purtroppo, canta anche in tanti siciliani che mafiosi non sono. Di un tale sentimento sono espressione la ripugnanza a ricorrere alla giustizia penale anche per affermare il proprio diritto (mentre facile e continuo è il ricorso, per il proprio diritto e per il proprio torto, indifferentemente, alla giustizia civile: sfogo di una gente che già Cicerone definiva “acuta et controversiae nata”) e anche per difendere la propria sicurezza; l’omertà, la tendenza ad operare di persona o per segreti tramiti ai fini della vendetta o del risarcimento, lo scarso rispetto per l’altrui o pubblica proprietà; l’inclinazione a corrompere i pubblici poteri, cioè gli individui che li rappresentano, la pietà familiare e l’amicizia spinte agli estremi; il disprezzo verso il traditore, il delatore, lo sbirro che a volte si estrinseca nella punizione e più spesso, specie nei riguardi dello sbirro, in un distacco di fair play. Questi attributi del sentire mafioso, si possono cogliere nei più diversi momenti della poesia e dell’arte popolare, anche nella tematica religiosa e amorosa; e più, naturalmente, in quella del carcere.

    La sezione che riguarda carceri e carcerati è nella raccolta del Pitrè piuttosto esigua: una trentina di canti. Uccello ne ha raccolti più di cento, in minima parte spigolati nelle raccolte di Vigo, Pitrè, Salomone-Marino (edite) e di Corrado Avolio e Serafino Amabile Gustella (inedite), ma i più raccolti dalla viva voce di detenuti ed ex detenuti.

    Un lavoro questo di andar raccogliendo nelle carceri e nei paesi i canti di una condizione dolorosa, difficoltoso ed ingrato; e certamente oggi più difficoltoso di quando lo fosse ai tempi di Vigo e del Pitrè, quando l’esser stato in carcere o il trovarvicisi costituiva ragione di orgoglio. E le vicissitudini della ricerca – le resistenze e le confidenze, i diversi tipi umani, i dati delle loro esperienze – si può dire che circolano come racconto dentro il lavoro di esegesi.

    I canti che dicono del carcere battono su tre motivi: la disperazione, l’abbandono,il desiderio di morte, la nostalgia della donna e dell’amore, la durezza del luogo e della vigilanza, la sofferenza fisica; la buona pedagogia che il carcere elargisce, l’educazione al delitto, alla vendetta, all’omertà. Accanto a questi, ma con minor frequenza, sta il motivo dell’innocenza, dell’ingiustizia subita; e ancor meno frequente quello del pentimento e dell’aspirazione a redimersi. Particolarmente interessanti sono quelli che svolgono l’elogio del carcere in quanto luogo di educazione o addirittura in quanto “casa felice” (“Carzara, vita mia, casa filici, / lu starimi ccu tiacomu mi piaci”, e così continua senz’ombra di ironia: “Testa scippata a cu’ malinni dici, / cu’ pensa ca fa’ perdiri la paci,/ Ccà sulu trovi li frati e l’amici, ) dinari, bon manciari e allegra paci: / forasu’ ‘mmenzu di li mei ‘nnimici, / e s’un travagghiu,mordi miniaci”, e quest’ultimo verso – se fuori non lavoro muoio di fame – eloquentemente dice da quale ispirazione è mosso il canto).

    Non sono molti, sono anzi pochissimi, i canti che si possono inserire in una ideale antologia della poesia del carcere; ma nell’insieme indubbiamente costituiscono una importnte documento sociale e psicologico, “un contributo alla più puntuale impostazione e conoscenza del problema del Mezzogiorno, e degli aspetti in cui esso si configura”.



    La mafia e il dinosauro

    A proposito del dinosauro avvistato da ragazzi fantasiosi in piazza San Giovanni Bosco e per cui si volse il tempo dei cittadini, dei poliziotti, dei pompieri, un amico mi faceva osservare quanto curiosa fosse questa immediata credenza del dinosauro da parte di una popolazione che decisamente mostra di non credere alla mafia. Ma a parte questa considerazione, sul dinosauro delle grotte dei Beati Paoli ci sarebbe da parte un lungo discorso: a toccare il tema del “soprannaturale triste, direbbe Chesterton, che ha tramutato nei mostri della fantascienza i cattolici simboli della morte e del peccato,le miracolose e miracolanti apparizione.



    (da “L’Ora”, 11 ottobre 1965)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  5. #115
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 110)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO



    I documenti dell’Express

    Col numero del 18 ottobre “L’Express” ha cominciato a pubblicare un “documento” sulla mafia siciliana che altro non è che un condensato aggiornato e arricchito di quel libro di Norman Lewis, “L’Onorata società” che, secondo il settimanale francese, è l’opera meglio documentata che sia stata scritta sulla mafia. In effetti Norman Lewis ha attinto al libro di Michele Pantaleone, “Mafia e politica”, con una larghezza va molto al di là delle buone regole: e mi pare che Pantaleone e l’editore Einaudi abbiano già intentato azione legale.

    Il lavoro di Norman Lewis, uscito prima a puntate sul “New Yorker”, poi pubblicato in volume, ha avuto grossa fortuna: a puntate l’ha poi pubblicato il tedesco “Der Spiegel”, e in Francia l’editore Plon in volume ed ora in condensato “L’Express”: vale a dire tre riviste, tra le più importanti del mondo, l’hanno fatto conoscere ai loro lettori. In un certo senso, Michele Pantaleone può esserne soddisfatto.

    Ora, non so se nel condensato che “L’Express” pubblica in che misura il testo di Norman Lewis abbia subito tralignamenti e infiorature. Vi si leggono cose di questo genere: “Omerta ressemble Umilta”; “on ne pouvait courtiser telle ou telle jeune femme, sans payer la Mafia”, e così via. Ma ancora più ineffabile è la didascalia posta sotto una fotografia (bella, ma probabilmente viene da un film) in cui si vedono tante donne e un solo uomo sciamare da una casa diroccata: “Les siciliennes sortant des harems. Les étrangères ne sont pas tout à fait des créatures humaines”; che sono cose davvero incredibili, da mettere a paio con gli scherzi cretini della nostra televisione. Solo che “l’Express” è un settimanale importante (continua ad esserlo nonostante il diverso corso che dall’anno passato ha preso), e dispiace vederlo cadere in questi sciocchi luoghi comuni: mentre la nostra televisione…



    I mafiosi di Rizzotto

    L’edizione del 1885, stampata a Roma da Perino, ha come titolo “I mafiosi” e dà come autore Giuseppe Rizzotto, ma nella prima redazione in due atti pare si intitolasse “I mafiosi di la Vicaria” e vi apparisse come coautore un Gaspare Mosca di cui si sa ben poco. Come commedia di Rizzotto e Mosca la presenta, integralmente nei suoi quattro atti, Achille Mango nella vasta antologia del teatro siciliano pubblicato a Palermo nel 1961; mentre in appendice al libro “Cent’anni di mafia” Giuseppe Guida Loschiavo riporta una redazione in tre atti, con a fronte la versione in dialetto. Manca nella commedia pubblicata da Loschiavo, il primo atto dell’edizione Perino; e dal punto di vista drammatico si può dire che il lavoro regge meglio tagliando anche il quarto, il nucleo vivo restando in quei due atti che si svolgono nel carcere cioè il secondo e il terzo.

    Ma così come la commedia si presenta nell’edizione licenziata dal suo editore, ossia nei quattro atti, c’è un piccolo mistero: ed è quel personaggio denominato l’Incognito, che è poi un condannato politico. Ma conviene dire prima brevemente, che la commedia pare si svolga negli ultimi anni del regno borbonico; e ne sono protagonisti mafiosi di mezza tacca, camorristi più precisamente: campioni di una guapperia rionale prepotente e rissosa, che niente hanno a che fare con quella che allora era la grande mafia del latifondo. Il primo atto si apre infatti su una piazzetta nel quartiere dell’Albergheria, e dà una specie di antefatto: le ragioni di pettegolo “qui pro quo” per cui Giacchino Funciazza, ciabattino, va a finire nel carcere della Vicaria, dove nel secondo e terzo atto lo troviamo a spadroneggiare. Nel quarto atto assistiamo alla redenzione di Gioacchino, al suo rifiuto di partecipare a un buon colpo che i compagni gli propongono e alla sua finale professione di fede nell’onesto lavoro, “perché il lavoro è l’unico mezzo che può render felice e contento l’individuo, la famiglia e formare la grandezza d’una intera nazione”.

    A questa redenzione Gioacchino arriva grazie all’aiuto dell’Incognito incontrato alla Vicaria. E togliendo via il primo atto, come ha fatto Loschiavo (o come, probabilmente, ha fatto lo stesso Rizzotto in qualche redazione anteriore) la storia fila perfettamente: un politico, presumibilmente nobile, viene a capitare alla Vicaria tra delinquenti comuni; riceve da questi, e più dal loro capo, che è Gioacchino, espressioni di rispetto, di devozione (il che sempre si è verificato nelle carceri da parte dei “comuni” verso i politici), una volta fuori, e in un mutato clima politico, si adopera ad inserire nella società un uomo come Gioacchino, traviato più che delinquente, di caldi sentimenti umani sotto il suo prepotente e violento comportamento. Ma il fatto è (ed è qui che sta il mistero) che l’Incognito già nel primo atto era andato a cercare Gioacchino: e mentre avvolto in un mantello, cerca di individuare l’abitazione del ciabattino-camorrista, tra sé dice: “Egli non mi conosce, quindi mi sarà facile con arte studiarlo, prima d’affidarmi alla sua discrezione”. E’ chiaro, da questa frase, che non per redimerlo va a cercarlo, ma perché ne ha bisogno; e si può congetturare che Rizzotto avesse intuito un rapporto tra politico e mafioso al di là della edificante redenzione finale e che, non si sa perché, lo avesse poi lasciato cadere, come spunto superiore alle sue forze, alle sue intenzioni o semplicemente alla sua vocazione, al quieto vivere. Per cui questo personaggio resta così: sospeso, aperto a possibilità che avrebbero potuto rendere la commedia ben diversamente significante, inquietante, in un certo senso. Sembra messo lì come per una avance ricattatoria, insomma: tre atti, e tu sei un politico che redime un mafioso; quattro atti, e tu sei un politico che redime un mafioso; quattro atti e sei un politico che ricorre al mafioso; se mi pare, posso anche dire per quale ragione, nel primo atto, sei entrato nel quartiere dell’Albergheria, a cercare Gioacchino Funciazza.

    Si ha la sensazione, in definitiva, che sotto il tabarro dell’Incognito Rizzotto nascondesse la precisa identità di un uomo politico siciliano noto e potente, Francesco Crispi, come mi dice qualcuno? Difficile dirlo, come è difficile dire se Rizzotto abbia voluto rendere all’Incognito uomo politico un omaggio ingenuo e maldestro oppure carico di maliziose intenzioni.



    Il Sud negli anni Novanta

    Il numero settembre-ottobre della “Esso rivista” è dedicato all’Italia 1990, all’Italia come sarà o come potrebbe essere tra venticinque anni. I saggi, dovuti a specialisti come Argan e Rossi Doria, Arnaudi e Lenti, Galli, Insolera e Visalberghi, sono tutti interessanti; ma più, per me, quello di Francesco Compagna sulle modificazioni e prospettive di quella che si suole chiamare la questione meridionale o sulla fine della questione. Compagna entra subito nel vivo del problema: “Possiamo ben dire, fin d’ora, che la realtà degli anni Novanta sarà l’urbanizzazione del Mezzogiorno, solo se tale retribuzione delle popolazioni meridionali avverrò in gran parte all’interno dello stesso Mezzogiorno: se invece, essa avverrò in gran parte mediante l’emigrazione definitiva dal Mezzogiorno delle forze di lavoro più giovani e più intraprendenti e soprattutto dei “cervelli” avremo, come si diceva, una più o meno irrimediabile “desertificazione” del Mezzogiorno…La questione fondamentale è, dunque, la questione della priorità meridionalistica come criterio-guida delle scelte che dovranno definire il contenuto della politica di piano”.

    Allo stato attuale, la profezia più facile è senza dubbio quella della “desertificazione”: la priorità meridionalista, silenziosamente senza dare all’occhio, con alibi più o meno fondati, è stata o sta per essere accantonata. Le voci meridionalistiche ormai si levano come nel deserto, appunto in quel deserto, che sarà il meridione d’Italia tra venticinque anni.



    (da “L’Ora”, 6 novembre 1965)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  6. #116
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 111)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO

    Lo stato di necessità

    E’ ormai in tutto il mondo famosa la sentenza della Corte d’Assise di Messina che assolveva da gravissime imputazioni i frati di Mazzarino con la motivazione dello stato di necessità. E definizioni dello stato di necessità, quasi tutte in contrasto con quella che aveva dato l’Assise di Messina assolvendo i monaci, vennero allora fuori su giornali e riviste, da parte di illustri avvocati e giuristi: e concordavano nel riconoscere come azione prodotta da stato di necessità quella che sorge da un pericolo immediato, a immediata salvaguardia della propria sicurezza e incolumità.

    Ora a noi pare che non ci sia pericolo più grave ed immediato di quello di morire di fame, né più conseguente ed evidente azione prodotta da stato di necessità di quella di chi a un tale pericolo reagisce coi mezzi, più o meno leciti secondo le leggi, di cui al momento può disporre. Ma invocare in tribunale lo stato di necessità per quei vecchi e quelle vecchie di Mazzarino accusati di aver fatto, per dirla sbrigativamente, carte false allo scopo di ottenere le tremila e cinquecento lire mensili di assistenza elargite dalla Regione Siciliana “ai lavoratori di tutte le categorie che avessero superato il cinquantacinquesimo anno di età se donne e il sessantesimo se uomini e che avessero prestata opera manuale subordinata alle dipendenze di terzi per il periodo di otto anni, purché (si badi bene) non percepissero altro assegno di quiescenza, di invalidità o vecchiaia”; invocare lo stato di necessità per costoro sarebbe apparso, a dir poco, ridicolo.

    Ma vale la pena riferire il fatto, stante che i giornali se ne sono occupati soltanto nelle pagine di cronaca locale.

    Viene fuori, nell’ottobre del 1957, la legge che concede l’assegno mensile “non riversibile” ai vecchi lavoratori senza pensione. Tremila e cinquecento lire al mese, centoquindici lire al giorno: un chilo di pane quotidiano assicurato. Naturalmente bisogna provare, nero su bianco, di aver lavorato per almeno otto anni alle dipendenze di terzi: e qui cominciano i guai. Molti dei datori di lavoro sono morti, e altro rimedio non c’è che quello di produrre un atto notorio: quattro testimoni che dicano, davanti al sindaco o all’ufficiale d’anagrafe, che effettivamente l’aspirante alla lauta prebenda regionale aveva prestato la sua opera presso il defunto datore di lavoro. E si sa come sono i paesi: si sa tutto di tutti; e perciò come si legge nella prima sentenza, diversi testi avevano attestato essere a loro conoscenza fatti verificatisi in periodi di tempo in cui non erano ancora nati o si trovano in età tale da non poter essere in grado di ricordare quanto affermato.

    Ma i carabinieri vigilavano. Dice testualmente la sentenza del Tribunale Penale di Caltanissetta: “Poiché a Mazzarino numerose persone avevano ottenuto con facilità tale assegno mensile sorgeva nei militari dell’arma dei carabinieri del posto il sospetto…”; dal che si può dedurre che se l’assegno l’avesse ottenuto un numero più ristretto di persone, e con difficoltà, nessun sospetto sarebbe sorto nei militari dell’arma. Comunque, il 3 dicembre del 1961 i carabinieri rimettevano all’autorità giudiziaria le risultanze delle loro indagini; e l’autorità giudiziaria rimandava a giudizio circa novanta persone; i vecchi che, secondo essa autorità, avevano illecitamente percepito l’assegno; i testimoni (quattro per ogni vecchio) che avevano sottoscritto gli atti notori; i membri del comitato ECA e i dirigenti della Camera del Lavoro, sui quali pesava anche l’accusa di aver “costituito un’associazione per delinquere al fine di commettere più reati di truffa e di tentata truffa aggravata in danno dell’assessorato dell’amministrazione civile e della solidarietà sociale della Regione Siciliana”. Il sindaco e l’ufficiale d’anagrafe, per una ragione perfettamente comprensibile in sede di diritto ma assolutamente oscura dal punto di vista del senso comune, venivano messi fuori causa: la legge non ammetteva che essi rogassero atti notori, e il fatto che fossero a ciò incompetenti li rendeva impunibili. Sempre dal punto di vista del senso comune si sarebbe portati a credere che dall’incompetenza di chi lo roga discenda la nullità di un atto e quindi l’inesistenza del reato che ad esso si connette; ma non è così, a quanto pare.

    Il Tribunale penale condannò tutti gli imputati a pene varianti dai tre ai nove mesi di reclusione, con concessione di attenuanti e benefici; a multe tra le 35 e le 70 mila lire; al pagamento delle spese processuali. Martedì scorso il processo tornava in discussione alla Corte d’Appello, che sentenziava l’assoluzione per insufficienza di prove per 18 imputati e confermava per gli altri le pene irrogate dai primi giudici. Molto probabilmente, dunque, il processo finirà in Cassazione.

    Non abbiamo, evidentemente, alcun requisito per discutere la forma, cioè le ragioni del diritto, sia della prima come della seconda sentenza. Ma per elementare buon senso, e per avere assistito al processo d’Appello, riteniamo sia discutibile il merito. La prima e fondamentale obiezione è questa: non c’è nessuna prova contro l’affermazione che i vecchi abbiano effettivamente prestato opera manuale presso i datori di lavoro di cui si dice negli atti notori. Che questi datori di lavoro siano passati, come si suol dire, a miglior vita e che ad attestare il fatto sia intervenuto qualcuno che di quel fatto non poteva avere conoscenza o ricordo non significa niente ai fini della giustizia. Prescindendo dagli atti notori, da quanto in essi affermavano i testi, non sarebbe stato difficile per i carabinieri indagare se veramente Ridolfo Vincenzo aveva prestato lavoro presso il signor Alberti dal 1915 al 1933 o se Bongiovanni Salvatrice era stata al servizio del barone Alù negli anni 1929-1935 e dal barone La Loggia negli anni 1936-952. Se effettivamente il servizio era stato prestato, né il Ridolfo né il Bongiovanni avevano truffato le tremila e cinquecento lire mensili prodigate dalla Regione Siciliana; e tanto meno i nominati Di Bella, Cinardo, Azzolina, Pitino e Furia avevano concorso alla truffa testimoniando una cosa di cui magari non avevano scienza diretta ma certamente non falsa. Perché, ripetiamo, in un paese come Mazzarino si sa tutto di tutti: e un giovane di venticinque anni può raccontare in ogni dettaglio la vita di un uomo che ne ha settanta. E poi, una considerazione bisogna pur farla; questi vecchi nella loro vita qualche cosa l’hanno certamente fatta, è difficile pensare che abbiano passato i loro anni a oziare in piazza.

    Un processo come questo è importante quanto quelli contro Ippolito e Marotta, dice quanto vecchie siano le nostre leggi quanto inadeguate alla realtà. Si può essere certi per esempio che nessun giudice umanamente si sarebbe sentito di condannare dei poveretti, cui le tremila e cinquecento lire dell’assegno regionale arrivavano come mamma nel deserto; ma con le leggi alla mano hanno dovuto condannare. E si avverte benissimo nella prima sentenza lo sforzo dei giudici di applicare la legge senza venir meno all’umana giustizia; anche se forse, ordinando un supplemento di indagine, avrebbero potuto trovar miglior compromesso tra la giustizia e la legge.

    (da “L’Ora”, 13 novembre 1965)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  7. #117
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 112)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO



    Uno che dice male di Garibaldi

    Sono finalmente riuscito ad avere il libro che desideravo leggere da quando, per la prima volta, ne incontrai qualche brano nel libro di Agrate sulla spedizione garibaldina in Sicilia: “Da Boccadifalco a Gaeta” di padre Giuseppe Buttà. E dopo aver letto le ottocento pagine del suo libro, debbo confessare che questo padre Buttà mi piace. Non per la causa, peraltro anche allora irrimediabilmente non giusta e persa per di più, ma per l’ardore e il coraggio con cui la difende. Nel 1875, nell’Italia unita, nell’Italia che ha già i suoi intoccabili miti dell’unità, padre Buttà ha il coraggio di dire male di Garibaldi, di smontarne il mito, di testimoniare la propria fedeltà alla causa per la quale si è battuto.

    Cappellano di quel 9° battaglione Cacciatori che, al comando del maggiore Bosco, con un accanimento degno di miglior fortuna (e di più giuste ragioni), si batté contro i garibaldini appunto, come dice il titolo del libro, da Boccadifalco a Gaeta, padre Buttà ci racconta l’impresa garibaldina da un punto di vista che in questi ultimi anni abbiamo conosciuto attraverso la “Storia delle Due Sicilie” di Giacinto De Sivo e “L’Alfieri” di Alianello; con in più l’immediatezza e la passione di chi, dalla parte degli sconfitti, ha vissuto e sofferto gli avvenimenti.

    Giacinto De Sivo era, negli strumenti se non nello spirito, uno storico; ma non arriva a darci una visione convincente dei fatti. La sua fredda rabbia legittimista e reazionaria, macerata a tavolino, destituisce i fatti, ed anche i dettagli dei fatti, di ogni verità. Quando, per esempio, ci presenta un Garibaldi incerto, smarrito, pieno di paura e fortuitamente vittorioso, ci riesce difficile prestargli fede. Ma padre Buttà riesce invece a farci per un momento vedere – a noi che pure siamo cresciuti tra il “Si scopron le tombe” e le pagine dell’Abba – un Garibaldi che ha paura, che si accinge ad una fine ingloriosa: “La Masa che si trovava nel combattimento di Porta di Termini, vedendo i soldati quantunque decimati, avanzarsi imperturbabili, corse al Palazzo Pretorio e disse a Garibaldi che tutto era perduto, le squadre ed i volontari del continente in fuga, i soldati avanzarsi senza più trovare ostacoli, tra breve invadere tutta la città, e quindi il loro pericolo di essere fatti prigionieri imminente. Il Dittatore che stava dubbioso sulla sorte dei suoi, perché aveva inteso il fuoco della moschetteria sempre avvicinarsi a lui, udendo le notizie che gli recava La Masa, ex abundantia cordis, esclamò: Tradimento! Mi hanno tradito! Stava per uscire dal Palazzo Pretorio per mettersi in salvo, forse sopra qualche legno sardo o inglese che si trovavano nel porto; e veramente a quelle persone che gli si paravano innanzi anelante domandava: Qual è la strada più vicina che conduce al porto?. Però, prima di fuggire, consigliato dagli amici che lo circondavano, volle tentar di nuovo la fortuna con ottenere qualche cosa dal generale Lanza, cui mandò subito una persona fidata”.

    Questa pagina si riferisce al momento in cui la colonna von Meckel, reduce dal vano inseguimento di Corleone, investe i garibaldini, già in armistizio col generale Lanza, a Porta Termini, alla Fieravecchia. Momento veramente terribile, per Garibaldi; e avrebbe segnato la definitiva fine della sua impresa, se il generale Lanza non avesse imposto al von Meckel di fermarsi, di rispettare quell’armistizio veramente incredibile che il von Meckel ignorava. E per la prima volta, sulla pagina di padre Buttà, ci rendiamo conto che Garibaldi dovette aver paura, se non al punto di domandare la più breve via per la fuga, almeno per capire di aver perso la partita: o era un tal cretino da credersi davvero invulnerabile, come poi è stato presentato nelle diffuse agiografie, nelle oleografiche rappresentazioni.



    Le due anime

    “Più ci penso e meno capisco come hanno potuto battervi”, diceva Pancho Villa a un suo generale che tornava sconfitto. E così padre Buttà (e un po’ anche noi) nel ripensare la guerra di Sicilia, la sconfitta dell’esercito borbonico, la sconfitta di Garibaldi.

    La collera del cappellano, dopo quindici anni ancora rovente, è principalmente rivolta contro due personaggi: il generale Lanza e il ministro Liborio Romano, ai quali anche il De Sivo non risparmia sospetti e ingiurie. E veramente c’era di che: la vergogna del Lanza è veramente come dice il De Sivo “stupenda”; e tanto “stupenda” ci appare sapendo che non si era venduto a Garibaldi come lo storico e il Cappellano avevano invece sospettato. Era un inetto, un imbecille: quale poteva venir fuori da quella società, da quella corte. Don Liborio, al contrario, era piuttosto attivo, ed aveva buon fiuto. La sua personalità, anzi, presenta dei caratteri che possono servire a spiegare il Risorgimento, tutta la storia d’Italia dal 1860 ad oggi, con più credibilità di quanto possano servire personalità più clamorose. Garibaldi e Mazzini sono sì dei protagonisti del Risorgimento, ma l’anima vera ne è don Liborio. Le due anime, anzi: come dice la lapide (anche questa stupenda) che a don Liborio hanno dedicato i suoi concittadini. E vale la pena riportarla a riscontro delle due anime di cui ancor oggi, a proposito di partiti e di uomini politici, si parla:

    “Da XXIV anni/o Liborio Romano/la storia/pende irresoluta sul tuo nome./Ministro postremo del cadente Borbone di Napoli/ additavi l’esilio al tuo re/e aprivi la reggia al dittatore inerme./ Custode delle autonomie regionali/e banditore d’una Italia federata/accettavi l’unità/senza protesta, senza condizioni/e dal vecchio al nuovo principato/passavi/come se due anime ti possedessero/e due leggi morali./Ma le troncate insidie di corte/la servata incolumità pubblica/ e il diritto nazionale/che d’una in altra metropoli cercava Roma/testimoniano/che i peccati tuoi/furono i destini della patria”.

    E’ il testo più chiaro che sia mai stato scritto sulla storia contemporanea d’Italia: chi l’ha dettato sapeva il fatto suo e i fatti nostri, veramente i peccati di don Liborio sono stati e sono i destini della patria. E poiché la matematica non è un’opinione e il numero è potenza, che cosa mai potevano fare Garibaldi o Mazzini, Turati o Gramsci (tanto per fermarci ai morti) che avevano un’anima sola, contro quelli che come don Liborio, ne avevano due?



    (da “L’Ora”, 20 novembre 1965)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  8. #118
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 113)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO



    Del santificare

    Il 26 aprile del 1937, lunedì,ondate di Heinkel III e Junker 52 bombardarono e mitragliarono a “tappeto” una piccola città spagnola il cui nome, Guernica, già sacro nella storia della provincia basca, doveva assurgere a simbolo di quel che la collera degli imbecilli (l’espressione è di Bernanos) avrebbe distrutto o minacciato di distruggere in Europa e nel mondo. Di 7000 abitanti ne morirono 1654, i feriti furono 889.

    Fu per l’aviazione tedesca la prima prova di integrale distruzione, a scopo terroristico, di una città priva di obiettivi militari e anzi assolutamente indifesa. Il mondo libero ne fu atrocemente sorpreso: corrispondenti dei grandi giornali francesi, inglesi e americani ne diedero impressionante testimonianza, scrittori ed artisti espressero il loro sdegno, levarono la loro protesta (e resta immortale quella di Pablo Ricasso); e così venti sacerdoti baschi e il vicario generale della diocesi in una lettera al papa. Sul destino di questa lettera, lascia,mo la parola a Hugh Thomas, storico della guerra civile spagnola: “Due sacerdoti baschi i padri Mancheca e Augustin Souci, andarono al Vaticano con una copia di questa lettera. Quando arrivarono monsignor Mugica vescovo di Vittoria in esilio si recò da monsignor Pizzardo, sottosegretario di Stato, e chiese che Pio XII concedesse un’udienza ai due ecclesiastici. Pizzardo rispose che non era necessario dato che c’era la lettera. Mugica scrisse allora al segretario di Stato cardinale Pacelli, informandolo dell’arrivo dei sacerdoti, ma per lungo tempo non ricevette risposta. Un giorno, tuttavia un messaggero giunse dal Vaticano in tutta fretta, proprio mentre i sacerdoti stavano pranzando in un piccolo ristorante, e i due senza neppure avere il tempo di finire di mangiare, furono condotti da Pacelli, il cui segretario li informò che sarebbero stati ricevuti a condizione che conservassero il segreto sull’incontro e non accennassero alla ragione per cui si erano recati a Roma. Pacelli ricevette i due baschi restando in piedi. Quelli accennarono alla lettera per il papa e il cardinale, dicendo con tono freddo: “La Chiesa è perseguitata a Barcellona”, li mise immediatamente alla porta (testimonianza di padre Alberto Onaindia). Si ha l’impressione che l’allora segretario di Stato fosse molto più ostile di Pio XII ai baschi”.

    Non si può dire che questo atteggiamento dell’allora cardinale Pacelli corrisponda all’idea che il popolo si fa dei santi. Quest’uomo alla testimonianza di una gratuita e feroce distruzione a Guernica oppose freddamente che la chiesa è perseguitata a Barcellona, quasi avesse in mano le bilance della rappresaglia, della vendetta, e non la “buona novella” del perdono, della misericordia, dell’amore; la chiesa – non discutiamo – avrà le sue buone ragioni per proclamarlo santo; ma le stesse ragioni crediamo non avranno gli infelici, i deboli, i perseguitati per rivolgergli la loro preghiera, per implorare la sua intercessione.

    Certo bisogna però dare atto al cardinale Pacelli, a Pio XII, al futuro santo di una inflessibile coerenza: nel 1937 mette alla porta i due sacerdoti baschi che protestano contro Franco, nel 1939, da papa, telegrafa a Franco “levando il nostro cuore a Dio, ringraziamo sinceramente Vostra Eccellenza per la vittoria della Spagna cattolica”; da morto (come è stato, dicono i giornali, “autorevolmente dichiarato”) opera un miracolo su un religioso di Barcellona.

    Siamo giusti: dove meglio che a Barcellona, Pio XII avrebbe potuto esordire con un miracolo? (E dunque fermamente speriamo di conservare nel nostro cuore la sua immagine umana e paterna che Giovanni XXIII non faccia nessun miracolo e tanto meno a Barcellona).



    Un vescovo elogia Giovanni XXIII

    Il vescovo di X, uomo intelligente, spregiudicato, vivace nella conversazione ma tenacemente nostalgico dei tempi in cui benediva labari e gagliardetti e rendeva grazie alla Provvidenza per averci mandato il duce, alla notizia della morte di Giovanni XXIII, pronunciò questo secco elogio: “Era una buona forchetta”.

    La battuta ci è stata riferita da persone degnissime, e noi d’altra parte abbiamo più di una volta avuto l’onore di sentire il vescovo di X di felice memoria, per riconoscerla autenticamente consona al suo discutibile esprit…e ai suoi intendimenti più profondi. Una volta, in tempi razzisti, abbiamo persino avuto il privilegio di sentire da sua eccellenza il vescovo di X una barzelletta sugli ebrei.



    Metafisica della dogana

    Ci mandano dal Venezuela, per riprodurle nel numero di una rivista che sarà dedicata alla letteratura di quel paese, quattro o cinque stampe. Il plico viene fermato alla dogana di Palermo e ne riceviamo avviso. Il tentativo di ritirarlo da parte del tipografo che stampa la rivista non sortisce ad effetto: il plico non può essere consegnato che al destinatario personalmente. E dunque ci rechiamo a Palermo e ci presentiamo alla dogana debitamente muniti di documenti. Infatti l’impiegato al quale ci indirizzano subito ce li richiede. Certo della nostra identità fa tirar fuori il plico dal magazzino, fa un’annotazione sul rovescio dell’avviso, ci manda da un altro impiegato. Costui ci accompagna di nuovo al magazzino, apre il plico, ne estrae le stampe, domanda che cosa sono e a che servono. Diamo le spiegazioni, torniamo con lui nel suo ufficio. Aspettiamo. Finalmente l’impiegato si dà a vergare la nostra bolletta, ce ne dà una copia che sotto lo stemma della Repubblica porta una surreale dicitura: “Figlia”. Con la bolletta in mano torniamo al magazzino, la consegniamo al primo impiegato. Ignari, crediamo che a questo punto si possa prendere il plico e andarcene: e invece occorre andare in un altro ufficio, dove ci rilasciano un’altra “figlia” che non porta lo stemma della Repubblica, ma la ragione sociale della “carovana dei facchini della dogana di Palermo”. La “carovana” però risulta un po’ più esosa della Repubblica: trecento lire alla Repubblica, quattrocentocinquanta alla “carovana”. E’ giusto però riconoscere che ne valeva la pena: un robusto giovane ci accompagna, portando il plico per almeno venti metri. Fino all’ufficio della Guardia di Finanza, da dove finalmente usciamo a riveder le stelle. Che poi il plico pesasse “chilogrammi uno ed etti quattro”, non ha importanza.

    Tirando le somme: un viaggio da Caltanissetta a Palermo; un’ora negli uffici della dogana; trecento lire allo Stato; quattrocentocinquanta alla “carovana”. Ma non è questo ad inquietarci. Ci inquieta, piuttosto, questa considerazione: che la “carovana” ha indubbiamente guadagnato, ma altrettanto indubbiamente lo Stato ha perduto. Un’ora di lavoro degli impiegati della dogana lo Stato certo la paga più delle trecento lire che ha preteso da noi; senza dire che di quei due o tre stampati a “madre” e “figlia” che ci sono voluti per svincolare il plico. Ma siamo, evidentemente, in un campo puramente spirituale, metafisico, religioso: e tentare di fare i conti in un campi simile, è forse imperdonabile grettezza.

    (A conclusione del raccontino – e qui la dogana non c’entra – diremo che le stampe venute da così lontane e svincolate con tanta fatica ancora siamo a guardarle con angosciosa perplessità; e particolarmente una di un artista che certo in Venezuela gode di meritata fama, che sembra accuratamente ritagliata da un catalogo delle officine Bosch).



    (da “L’Ora”, 27 novembre 1965)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  9. #119
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…114)

    • A cura di Valter Vecellio

    Quaderno

    Caracciolo tra Casanova e Padre Elia

    Nel disordine delle mie letture c’è spesso la direttrice di una piccola, tenue fatalità: e così in questi giorni, in cui mi è capitato di leggere, subito dopo il quinto volume delle “Memorie” di Casanova, ora uscito da Mondadori, un libretto scritto da un mio concittadino a gloria di un padre Elia Lauricella morto nel 1780 in odore di santità.

    Non che nell’immacolata vita di padre Elia ci sia qualcosa che possa minimamente far pensare a Casanova, eccezion fatta per il meretricio che Casanova particolarmente frequentava e padre Elia particolarmente combatteva. L’unico rapporto tra loro è costituito (per me) da don Domenico Caracciolo, ambasciatore del Regno di Napoli a Londra nel periodo in cui vi arrivò Casanova e viceré di Sicilia negli anni in cui tra due paesi vicini, Canicattì e Racalmuto, si svolse aspra contesa per il possesso dei resti mortali di padre Elia. Per cui nella immaginazione, automaticamente, senza malizia se non forse a livello dell’inconscio, è venuto a comporsi un quadro abbastanza curioso: il Caracciolo in mezzo, con quella grinta che ha nel ritratto della sala dei viceré, a palazzo dei Normanni; e da un lato padre Elia, con una grinta non meno severa della sua e anzi addirittura disgustata, che guarda con la coda dell’occhio il gruppo che sta dall’altro lato: quelle cinque ragazze di Hannover che languidamente circondano il cavaliere di Seingalt che, a suo dire, se le era passate tutte e cinque, trionfalmente riuscendo là dove il marchese Caracciolo era rimasto scornato. Non che il Casanova meni esplicitamente vanto del suo trionfo e del fallimento del marchese: nutre per Caracciolo stima e rispetto e non disapprova per niente il fatto che abbia rifiutato di aiutare le ragazze di Hannover che a loro volta gli rifiutavano le grazie. Quando le ragazze gli confidarono che milord Baltimore, il marchese Caracciolo e milord Pembrock non hanno pietà di loro perché le considerano delle fanatiche, Casanova domanda: “Vale a dire che vi trovano amabili e pretendono che vi dobbiate prestare a spegnere i desideri che loro ispirate, e vi rifiutano il loro denaro perché, senza alcuna pietà, non gli volete concedere nessuna compiacenza. E’ questo?”. Le ragazze rispondono che le cose stanno precisamente così. E Casanova risponde, condensando in poche righe un trattato di morale libertina: “Io la penso come loro. Vi abbandoniamo ai vostri doveri. Il nostro è quello di avere cura del nostro denaro per mantenere le passioni le quali, mentre ci fanno guerra, parimenti ci procurano momenti felici. Noi non ci preoccupiamo né di avere la reputazione di esseri virtuosi né di pagare le belle che ci ammaliano con le loro grazie per poi farci languire. Oso dirvi che in questo momento la vostra disgrazia è quella di essere tutte graziose. Trovereste facilmente venti ghinee se foste brutte. Ve le darei io stesso perché allora non mi vedrei fatto segno a due critiche sanguinose. Non si dirà che ho fatto questa buona opera schiavo della mia propensione alla galanteria e neppure si potrà dire che vi ho aiutato solo sperando di ottenere quello che, col vostro sistema, non otterrò mai”.

    E si noti il “noi” di Casanova: ha subito fiutato che il Caracciolo e gli altri due gentiluomini che attentano alla virtù delle hannoveresi sono almeno in fatto di donne, della sua stessa pasta. E per quel che sappiamo di Caracciolo, non si sbagliava. Vero è che precedentemente lo aveva conosciuto a Torino, ma forse solo occasionalmente, di sfuggita: tanto vero che nelle “Memorie”, nella parte che riguarda il soggiorno a Torino, l’incontro non è registrato. Lo definisce “amabilissimo”; di “spirito”; e ad un certo punto riconosce che di saggezza il marchese ne aveva un po’ più di lui: “Il marchese Caracciolo aveva avuto ragione, a dirmi che avevo commesso una sciocca buona azione”; la quale buona azione era stata quella di aiutare una delle ragazze a riunirsi al suo amante.

    Qualche tempo dopo, Casanova e Caracciolo si incontrano di nuovo: a Spa, dove il marchese, come ha scoperto il casanovista Ilges, alloggiava nell’albergo “Corte di Prussia”. E qui il Casanova più ampiamente tesse le lodi del Caracciolo – “un uomo veramente intelligente, generoso, umano, comprensivo” – e racconta che col suo “felice carattere” il marchese aveva fatto la fortuna di un avventuriero: garantì, con ridevole falsità, del nome e della nobiltà di costui a una ricca cinquantenne, vedova inglese, che se lo sposò.

    Ora c’è da immaginare questo marchese Caracciolo, sul cui carattere e sulle cui idee concordano le testimonianze di Casanova, di Alfieri, di Marmontel, del Villabianca; c’è da immaginarlo davanti al caso delle spoglie di padre Elia Lauricella, contese da Racalmuto, che al sant’uomo aveva dato i natali, e da Canicattì, che ne aveva raccolto l’ultimo respiro. Ma sapeva l’arte di governare e si guardò bene dal mandare al diavolo i racalmutesi e i canicattinesi insieme, come per idee e temperamento sarebbe stato portato a fare. Ordinò perciò alla corte capitaniate di Canicattì di esporre le ragioni per cui la salma non era stata restituita a Racalmuto e successivamente, o perché il capitano di giustizia non rispose o perché rispose con deboli ragioni, ordinò la restituzione. Ma, dice uno storico locale, prevenuto il 27 luglio 1785 “l’ordine del viceré di consegnare a Racalmuto la salma del reverendo Lauricella, gli officiali e popolo di quella si opposero, e minacciarono una bella ribellione, sicché l’ordine non ebbe alcun effetto”; ed un altro storico precisa: “I canicattinesi insorsero e, con i giurati alla testa, impedirono che si eseguisse l’ordine del viceré che, per sedare gli animi, fu costretto ad inviare sul luogo un commissario regio”. Il quale dovette certo avere precise istruzioni di temporeggiare, di sopire: e ci riuscì a tal punto che la contesa di nuovo i canicattinesi si sollevarono a tumulto, costringendo alla fuga i racalmutesi che con autorizzazione del prefetto erano andati a prelevare la salma. Nell’aldilà, don Domenico Caracciolo avrà sogghignato dei siciliani e un po’ anche di se stesso: poiché centocinquanta anni non erano bastati a far diventare i siciliani come lui voleva farli diventare nello spazio del suo viceregno.

    Ma quest’anno, finalmente, l’annosa questione è stata risolta: i racalmutesi hanno avuto le sacre ossa di padre Elia senza che i canicattinesi muovessero un dito per trattenersele. E anzi un cittadino di Canicattì ha commentato l’avvenimento in un modo che il racalmutese padre Morreale, autore del libretto su padre Elia, dice benigno e gradito ma che a noi pare degno di incontrare l’approvazione del marchese Caracciolo: “Diamo ai racalmutesi il corpo di padre Elia: dopo parecchi anni che è rimasto qui non ha più operato miracoli; li potrà opere nel suo paese”. Quasi una questione di aria natia, quale consigliano i medici in certi casi di esaurimento.

    (“L’Ora”, 4 dicembre 1965)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  10. #120
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…114)

    • A cura di Valter Vecellio

    Quaderno



    Perché non possiamo dirci cristiani

    L’atmosfera natalizia ormai definitivamente falsa, cui le pubbliche amministrazioni e le private iniziative hanno concorso con stelle luminose, alberelli, re Magi e Zampogne, e con lo scopo precipuo di far subito dilapidare quella tredicesima mensilità lungamente attesa, ci ha rivelato ancora una volta quanto astratto ed inconsistente sia il “perché non possiamo non dirci cristiani” che il Croce affermava a titolo di un suo opuscolo. E non soltanto l’atmosfera natalizia ricreata ad un uso commerciale, ma tutta la dura, impietosa, feroce realtà che ci circonda, tanto lontana dalla buona novella, in questo 1965 anno di Cristo, quanto nell’anno zero.

    Ecco, per esempio, il giornale di qualche giorno fa. Ci ha portato oltre alle solite atroci cose che possiamo dire storiche, Viet-nam, Santo Domingo, “l’appropriata partecipazione” dei tedeschi alla difesa atomica, tre pezzi di cronaca non meno atroci. Primo: il commento di Renata Lualdi alla notizia che Renzo Ferrari, che è stato il suo amante e che presumibilmente ha ucciso per la passione che lei gli ispirava, aveva avuto l’ergastolo (diciamo presumibilmente perché nessuna sentenza di condanna riesce a toglierci il dubbio che Ferrari può non essere colpevole). “Meno male, ora è davvero finita”, ha detto la signora. E per lei è certo che è veramente finita. Ma è tutt’altro che finita per un uomo ancora giovane che davanti a sé ha soltanto il carcere e la morte (con la sola alternativa della pazzia). Secondo: la morte di quella Chiarina Toccafondi, di professione mondana. E conviene riportare l’impassibile cronaca: “Semistrangolata, legata, ficcata a forza per dodici ore tra le due reti del letto matrimoniale dove il materasso aveva ceduto sotto il suo peso. Le dodici ore e più di sofferenze, di sete, di grida disumane. Una vicina, la signora Bonaventura, l’aveva sentita urlare alle quattro del mattino, attraverso due muri e una porta chiusa. Forse sono i bambini del piano di sopra, ha pensato la signora e si è rimessa a dormire. Alle due del pomeriggio gridava ancora: non ne posso più, non ne posso più. Ma allora è proprio la Chiarina!, ha pensato la signora, ma doveva preparare il pranzo per il figlio che stava rincasando e non ha potuto farci tanto caso. Forse anche gli altri l’hanno sentita urlare, ma si sono fatti i fatti loro: tutti sapevano chi era quella donna e che…cosa faceva. Poi qualcuno si è deciso: la porta era socchiusa. E’ entrata una piccola delegazione: il portiere, un inquilino, altre due signore…”.

    Siamo al livello del Maupassant più crudo: e viene voglia di intonare inni di chiesa e di patria, così come Cornudet intona la Marsigliese nell’ultima pagina di “Boule de suif”. Terzo: il processo per il “delitto d’onore” del maestro di Piazza Armerina. E non staremo qui a riprendere il discorso sull’assurdità e stupidità del delitto d’onore e sulla inciviltà dell’articolo di legge che lo contempla, né a far caso agli applausi del pubblico verso l’imputato. Quello che ci colpisce in questo processo è quella specie di ergastolo morale che imputato, pubblico ministero e parte civile hanno lanciato contro la ragazza che è stata causa della tragedia: causa involontaria, se non è stata chiamata a correità, eppure oggetto di disprezzo, di violenza verbale e fisica (poiché dal figlio della vittima è stato anche schiaffeggiata), come se avesse materialmente commesso il delitto. Tutta l’Italia benpensante, il maestro delle elementari Gaetano Furnari, “Corriere della Sera”; il pubblico ministero, il figlio della vittima, gli avvocati, la gente che affolla l’aula giudiziaria, le brave donne di casa (sul tipo della signora Bonaventura, che sente i gemiti della Chiarina mentre si affaccenda intorno ai fornelli), tutti stanno lì a scagliare la prima e la seconda pietra su una ragazza di vent’anni che senza dubbio ha sbagliato ma che soltanto per l’atto di sciocca violenza del padre ha visto il suo errore diventare tragedia. Perché Gaetano Funari sarà come ha detto il pubblico ministero, un galantuomo, e anzi l’unico galantuomo della vicenda (applausi del pubblico), ma ha agito obbedendo ad una legge feroce e stupida quale quella dell’onore. E se avrà la sua pena per avere ucciso, e una pena non grave poiché al suo gesto arridono i motivi di “particolare valore morale”, incommensurabilmente più grave sarà la pena che per tutta la vita porterà sua figlia. E si può dire che la ragazza ha sbagliato due volte: la prima quando ha ceduto al professore, la seconda quando ha creduto di poter confidare e sperare nella ragionevolezza di suo padre. Il secondo errore è anzi più grave del primo, anche se giustificato dalla convinzione che i sentimenti e le idee di suo padre non potevano sfociare nella cieca vendetta, nell’immediata esecuzione di un risarcimento tanto sanguinoso quanto imbecille.

    Un buon padre di famiglia, un uomo onesto, un educatore esemplare: cattolico e comunista insieme, e dunque con una visione della vita sufficientemente ampia da comprendere la rassegnata comunione di una pena, il perdono e la carità da un lato, e l’accettazione di una più libera morale sessuale dall’altro. Che meraviglia dunque se la ragazza si è illusa di poter confessare a suo padre la dolorosa avventura in cui era stata travolta?

    Se dunque il professore era un uomo corrotto e l’omicida resta agli occhi dei più, e degli accusatori stessi, un galantuomo, la vera vittima di questa torbida storia è lei, Mariella Furnari. Vittima di una corruzione di cui il professor Speranza non era, purtroppo, il solo esponente; e vittima della barbara e degradante legge dell’onore di cui il maestro Furnari non è, purtroppo, l’ultimo campione. Ed è curioso che la tragedia abbia avuto protagonisti due uomini di scuola; e, più che curioso, significativo, quasi a riassumere simbolicamente la crisi di valori morali e propriamente educativi di cui la scuola soffre.

    Comunque, se veramente e profondamente un augurio sentiamo di fare, in questo tempo di auguri, è per questa ragazza schiacciata dalla feroce stupidità della morale borghese che lo facciamo, e in nome di una morale senza aggettivi: che possa trovare quella serenità cuiha diritto e quell’amore che è dovuto alla sua giovinezza, alla sua grazia e al suo dolore.


    L’aritmetica delle idee

    Parlando del maestro Furnari, del suo essere comunista e cattolico insieme, semplicisticamente forse ci siamo affidati all’aritmetica: in realtà non è certo che la somma di due idee debba dare come risultato un’idea più grande; probabilmente ne vien fuori un’idea molto più piccola, molto più angusta. Ammesso, beninteso, che la somma sia possibile. Ma ormai è di moda crederla non solo possibile, ma addirittura in corso d’attuazione.


    A proposito del piccolo divorzio

    Coloro che per principio sono per il divorzio, ma si preparano ad avversare il cosiddetto “piccolo divorzio”, proposto dall’onorevole Fortuna, adducendo a giustificazione il fatto che il piccolo divorzio non significherebbe niente nel permanere di un contesto sociale arretrato ed ingiusto come il nostro, fanno pensare a quei ladri che dichiarano che smetterebbero di rubare se davvero nessuno più rubasse. Ne conosciamo un paio, di ladri del genere: e si portano il dramma di essere onesti, a causa della disonestà degli altri. E gli altri, tutto sommato, non sono che vittime della stessa situazione.



    (“L’Ora”, 3 gennaio 1966)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

 

 
Pagina 12 di 17 PrimaPrima ... 2111213 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Leonardo Sciascia
    Di Frescobaldi nel forum Sicilia
    Risposte: 53
    Ultimo Messaggio: 27-09-08, 15:26
  2. Leonardo Sciascia "profeta padano"....????
    Di montecristo2006 (POL) nel forum Padania!
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 17-04-07, 17:44
  3. Vent'anni fa....
    Di Eymerich (POL) nel forum Fumetti
    Risposte: 12
    Ultimo Messaggio: 03-05-06, 14:03
  4. 25 anni fa: Guttuso a Sciascia; Sciascia a Guttuso
    Di Wolare nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 13-03-03, 20:11
  5. Leonardo Sciascia: Rompere!!!
    Di Wolare nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 13-03-03, 19:02

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito