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  1. #131
    L'estremista moderato
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…126)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO


    La veglia del Presidente

    Non si può dire che Hug Thomas, nella sua “Storia della guerra civile spagnola”, si sia adoperato a dare di Manuel Azana, vale a dire di una delle più alte e complesse figure di quell’ora della Spagna e del mondo, un sereno e giusto giudizio. Con una certa ipocrisia anzi, come distrattamente, o lasciando cadere qualche insinuazione o raccattando qualche diffamazione allora sollevata dalla parte fascista, finisce col mostrare una fondamentale insofferenza e antipatia; come già fin dal primo capitolo, quando dal resoconto di un drammatico dibattito alle Cortes, con uno scarto alquanto gratuito per uno storico, passa ad immaginare la malinconia del presidente: “L’eco di questo minaccioso dibattito raggiunse ogni angolo della Spagna. Giunse anche al presidente, don Manuel Azana, l’incarnazione della Repubblica, che dalla lussuosa solitudine del Palazzo nazionale assisteva malinconicamente al crollo di tutte le speranze”. In cui è evidente l’ironia di quella “incarnazione della Repubblica”, e velenosamente insinuante la giusta apposizione della qualità (“lussuosa”) alla solitudine del presidente senza dire che già vuol essere giudizio negativo quella solitudine che lascia intendere volontaria e che più avanti definirà oltre che volontaria, arrogante. E non manca, nel terzo capitolo, di raccoglier e dar credito all’accusa di eccentricità sessuale che, guarda caso, toccò anche al generale Miaja e poi a Federico Garcia Lorca: quasi che i “mal protesi nervi” fossero la caratteristica di questi tre uomini che davvero furono “incarnazione della repubblica”: il presidente, il massimo esponente militare, il grande poeta fucilato dai fascisti. E non si fa scrupolo, lo storico, di riportare a carico della eccentricità di Azana un aneddoto che ineffabilmente dichiara “forse apocrifo” (della funzione annientatrice che accuse simili hanno in paesi di “morale cattolica” come la Spagna e l’Italia sarebbe da dire in uno studio particolare: e di come combinandosi la “morale cattolica” col tipico gallismo fascista, vengano fuori dei personaggi come il generale franchista Queipo de Llano: esaltatore della virilità dei “crociati” nel senso della sessualità più volgare e zelante accusatore, nelle sue serali trasmissioni da radio Siviglia, di tutte le sgualdrine e di tutti i “maricones” che secondo lui stavano dalla parte della Repubblica. Del gallismo fascista, assottigliato fino al simbolo e rovesciato in quella sorta di impotenza umana che effettualmente era il fascismo, Vitaliano Brancati ha dato del resto esemplare rappresentazione).

    Indirettamente viene a confutare la diffamazione raccolta dal Thomas, oltre che a farci un ritratto impareggiabile dell’uomo che era Azana,l’ambasciatore americano Claude G.Bowers nell’importante libro (cui raramente il Thomas attinge) “missione in Spagna”.

    “Nel suo aspetto nulla giustificava la malignità delle vignette che attribuivano al suo volto una grossolanità inesistente. Le labbra sensuali esistevano soltanto nella fantasia dei disegnatori, giacché, per quanto piene, erano ferme, e la sua bocca aveva un’impronta di energia e di carattere. La sua carnagione, che i detrattori paragonavano addirittura all’argilla, non era certamente florida e alla luce artificiale, nell’aula delle Cortes, pareva anormalmente pallida. Era calva alla sommità del capo, ma aveva ancora abbondanti capelli grigio ferro. La sua voce, era gradevole, cordiale, sincera, virile. A tratti, quando parlava, era gradevole, cordiale, sincera, virile. A tratti, quando parlava, il suo viso si illuminava stranamente, dando un’impressione di genialità. Aveva occhi acuti, espressivi, mutevoli secondo l’umore, maniere calme, che dimostravano, per affaccendato che fosse, come nulla gli sfuggisse…Freddo, un po’ distaccato, troppo orgoglioso per abbassarsi ai meschini trucchi del demagogo non era una personalità adatta a guidare le folle. Il suo metodo di ragionamento era analogo a quello dei razionalisti francesi. Quantunque fosse spagnolo in tutto, era incapace delle esaltazioni emotive degli spagnoli…Per violenta che fosse la tempesta intorno a lui, egli restava, all’apparenza, sereno…”.

    A completare questo ritratto (o meglio: a riassumerlo), ecco un giudizio di De Madariaga: “un intellettuale orgoglioso, con qualcosa dell’eremita e una sensibilità delicatissima per i fasti della morale e dell’arte”.

    Questa “sensibilità delicatissima per i fasti della morale” (lasciando da canto quella per i fasti dell’arte, che ci porterebbe a far discorso sull’opera letteraria, che peraltro conosciamo imperfettamente, di Azana), la troviamo nei discorsi che pronunciò nel corso della sua attività politica e nel tragico periodo della presidenza, durante la guerra civile; melle “memorie”; ne “La velada en Benicarlò, dialogo sobre la guerra de Espana” (“La veglia di benicarlò, dialogo sulla guerra di Spagna”), soprattutto.

    Pubblicato a Buenos Aires nell’agosto del 1939, sei mesi dopo la definitiva vittoria di Franco, questo dialogo sta per essere ora pubblicato in traduzione italiana.

    Nella premessa Azana scrive:

    “Scrissi questo dialogo a Barcellona, due settimane prima della insurrezione anarchica del maggio 1937. Passai i quattro giorni di stato d’assedio, conseguenti all’avvenimento, a dettare il testo definitivo, estraendolo dalla trama delle cancellature. Lo pubblico ora (prima non è stato possibile) senza aggiungervi una sillaba. Se l’ulteriore corso della storia approverà o smentirà le convinzioni espresse nel dialogo, poco importa. Non è il frutto di un impeto fatidico. Non era un vaticinio. E’ una dichiarazione. Esposi raggruppate, in forma polemica, alcune opinioni molto dibattute durante la guerra spagnola, e altre che è difficile sentire nel fragore della battaglia, ma reali e con profonde radici.

    Sarebbe inutile tentare di identificare gli interlocutori, se si presume di poter riconoscere, sotto le loro maschere, volti a tutti noti. I personaggi sono inventati. Le opinioni e, come si suol dire, “lo stato d’animo” sono rigorosamente autentici, e tuttora verificabili, se ne valesse la pena. Tutti concorrono a mostrare una fase del dramma spagnolo, molto più duraturo e profondo dell’atroce vicenda della guerra. Nel tempo a venire, mutati i nomi delle cose, scaduti molti concetti, gli spagnoli non capiranno bene perché i loro padri si sono battuti fra loro per più di due anni; ma il dramma continuerà, se il carattere degli spagnoli avrà conservato la sua tragica capacità di violenza, di passione. Averlo colto così, una volta di più, nella pienezza della furia fratricida, ha portato l’animo di alcune persone a toccare disperatamente il fondo del nulla. D’altra parte è poco probabile che dopo questo viaggio, breve nel tempo, abbastanza lungo per le sue tempestose vicissitudini, la ragione e il senno dei più possano aver maturato. Più significato ha, dunque, il fatto che alcuni abbiano mantenuto, in quelle febbrili giornale, la loro indipendenza di spirito. Dal punto di vista umano, è una consolazione. Dal punto di vista spagnolo una speranza”. In cui appunto un vaticinio: oggi, trent’anni dopo gli spagnoli non capiscono più perché i loro padri si siano battuti per più di due anni; ma il loro dramma continua e continuerà.

    Quella che Garosci chiama la cornice del dialogo è questa: un viaggio in macchina da Barcellona a Valencia di un medico, due ufficiali, un ex deputato, un’attrice; e poi la sosta notturna in un albergo di Benicarlò, dove già si trovano un ex ministro, un avvocato, uno scrittore, un dirigente socialista, un propagandista. Tra questi personaggi nasce il dialogo sui temi politici,storici, morali, esistenziali che la guerra civile drammaticamente propone. E la veglia si conclude nella morte: una squadriglia di aerei scende su Benicarlò, e dell’albergo resta un mucchio di macerie da cui si innalza un fumo nero. In effetti il viaggio, la veglia nell’albergo,la fine di quel gruppo di uomini che per tutta la notte ha declinato ragioni ed angosce sulla guerra, sono elementi di simbologia drammatica costitutivi del dialogo stesso. Non a caso Azana, nella premessa, ha parlato della guerra come un viaggio. E i personaggi, tra loro, dialogando, non pervengono ad una opposizione drammatica, di punti di vista o di giudizi: finiscono anzi con l’essere “complementari” nel senso che è dalla somma dei loro giudizi edei loro punti di vista che scaturisce il “giudizio”, “il punto di vista”. L’opposizione drammatica è fuori, nell’irrazionale svolgersi delle cose; per cui il bombardamento che mette fine alla lucida e dolorosa veglia di quel gruppo di uomini, assurge a segno di “distruzione della ragione”. I personaggi del dialogo sono ragionevoli: partecipano, ciascuno secondo il proprio temperamento, la propria estrazione e formazione, la propria particolare esperienza, di quella che è per don Manuel Azana la Ragione. Egli ha voluto, in definitiva, dialogare con se stesso porsi in una specie di giuoco di specchi. Ma soprattutto sono portatori delle sue idee due personaggi, l’ex ministro Garcés e lo scrittore Morales.

    Di fronte ad una realtà confusa, contraddittoria, violenta fino all’atrocità, il punto di vista del razionalista non può che attingere ad un pessimismo profondo. E così il presidente della Repubblica spagnola, nel maggio del 1937, della lotta che insanguina la nazione altra idea non salva che quella della legittimità, del diritto, idea che è necessario difendere, anche se “questa necessità, questo dovere, costituisce di per sé una disgrazia irreparabile, pari alla mostruosità dell’attentato”. E questa frase crediamo sia la più alta, la più nobile, la più perfetta esaltazione di principi morali che un capo di Stato e un uomo di parte abbiano mai pronunciato.



    (“L’Ora”, 25 ottobre 1966)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  2. #132
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    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…127)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO


    Una vita di Ignazio di Loyola

    L’estate scorsa, lavorando ad una vita del poeta siciliano Antonio Veneziano, mi sono trovato a considerare quanto poco sapessi di Ignazio di Lodola e della Compagnia di Gesù, e che forse nella mia condizione era buona parte della cultura laica, genericamente informata ad uno spirito di avversione che, in quanto a conoscenza, non va molto al di là di certi estremi casistica e di comportamento giocati sul machiavellismo e l’ipocrisia, di cui la Compagnia, in determinati momenti e attraverso determinati esponenti, indubbiamente si sarà resa responsabile se così larga e volgare fama ne è rimasta. D’altra parte, però, la generica avversione verso il gesuitismo (di estrazione voltairiana) è stata in me temperata da una certa simpatia per quello che i gesuiti operarono e denunciarono durante la conquista spagnola delle Americhe, per certe loro esperienze comunitarie se non propriamente comuniste che vi condussero e per quel tanto di “chisciottesco” che Unamuno appassionatamente colse nella vita di Ignazio di Loyola.

    Guardando alla formazione culturale di Antonio Veneziano, che per otto anni fu allievo e novizio nelle scuole e nei collegi della Compagnia a Monreale, Palermo, Messina e Roma, due notizie particolarmente mi impressionarono: che Giacomo Lainez, uno dei primi compagni di Ignazio, presso questi caldeggiò l’apertura di una scuola a Monreale che dovette avere carattere più di scuola pubblica che di collegio gesuitico, se già al primo anno contava ben duecentoquaranta allievi (siamo nel 1532 e la popolazione di Monreale non era certo superiore ai seimila); e che “lo stesso S.Ignazio, per non moltiplicare le cattedre quando si pativa difetto di un numero di eccellenti maestri, aveva stabilito che solo in Messina doveva tenersi un corso completo di studi letterari”: criterio tutto sano, e oggi talmente in disuso, che mi colpì di ammirazione per colui che allora fermamente lo impose. Insomma, mi era venuta voglia di saperne di più sui gesuiti, sulle loro scuole, sulla vita e la personalità di Ignazio di Lodola. Ed ecco, per cominciare, questa biografia scritta da Guido Pallotta: “Lodola: l’uomo – il leader”, ora pubblicata dall’editore romano Privitera.

    Probabilmente gli storici di mestiere troveranno pregiudizialmente riprovevole che un giornalista si metta a far storia: ma il fatto è che il libro di Pallotta si legge, e si legge bene. E’ un racconto chiaro, scrupoloso, rispettoso (forse eccessivamente rispettoso, se ad un certo punto ha esitazione ad affermare che Ignazio, nella “veglia” del 24 marzo 1522, seguì la regola dei cavalieri d’arme: il che Unamuno esplicitamente disse): e ne vien fuori il personaggio vivo, nell’idea che lo muove, e nell’ambiente in cui si muove. Forse il difetto del lavoro di Pallotta è quello di poggiare su una informazione un po’ troppo – come dire? – “interna”, di memorialisti e storici della Compagnia di Gesù; ma è un difetto che si giustifica, credo, con l’intenzione di darsi e dare una spiegazione appunto “interna” dell’avventura e del successo di Ignazio di Lodola e della Compagnia.


    Un fotografo nella guerra

    Nelle sue “Esperienze della guerra di Spagna”, Herbert L.Matthews, che quelle esperienze visse come inviato del “New York Times” scrive: “E oggi, in qualsiasi parte del mondo io incontri un uomo o una donna che abbia combattuto per la libertà di Spagna, posso esser certo che sarà un’anima amica: Costancia de la Mora e Gustav Regler a Città del Messico, Ernest e Marta Hemingway a New York, don Juan Negrin ed Hans Kahle a Londra, Randolfo Pacciardi a Roma, Robert Capa in qualche fronte di guerra…”. Alcune di queste anime amiche non sono più, il fotografo Robert Capa morto appunto su un fronte di guerra: a Thai Binh, davanti Doal Than, in Vietnam allora in rivolta contro i francesi alle tre del pomeriggio del 25 maggio 1954. Fu ucciso, pare, dallo scoppio di una mina, mentre andava avanti per fotografare. Aveva quarantun anni, era ungherese di nascita (aveva fatto esperienza della dittatura di Horty e perciò odiava ogni forma di tirannia) e americano di cittadinanza, aveva cominciato a fare il mestiere di fotografo intorno al 1930, la sua prima grande esperienza di guerra era stata la guerra civile spagnola, e da allora non aveva perso l’occasione di trovarsi su un fronte di guerra, e nei momenti più gravi e decisivi. Ma più che la guerra in sé, sulla quale aveva l’idea hemingwayana che è combattuta dalla più bella gente e vi muoiono i migliori, lo interessavano “i disastri della guerra”: la guerra vista attraverso quell’umanità sola, indifesa, desolata che la guerra sommuove e sbalestra ed annienta con la forza della fatalità, del destino. Giustamente memorabili e famose restano certe sue fotografie della guerra sui fronti, e basti ricordare quella del miliziano colpito nel momento in cui si lancia all’attacco; ma la sua partecipazione più ansiosa e pietosa è pienamente registrata in certe altre colte nelle retrovie e nei rastrellamenti come quella ragazzina rannicchiata sui sacchi, coperta da un giaccone, che guarda verso l’obiettivo coi suoi grandi occhi neri seguono tutti i miei movimenti”) o quel contadino di Troina che viene fuori con le braccia levate davanti ai due soldati americani.

    Una antologia delle più significative fotografie di Capa è stata pubblicata recentemente da Grossman negli Stati Uniti e da Ugo Mursia in Italia: “Images of war”, “Immagini della guerra”. Steinbeck che ha dettato una breve premessa, dichiara “non mi intendo di fotografia”. Nemmeno io. Ma dell’uomo, dell’uomo umano, ragionevole, pietoso, partecipe dell’altrui sofferenza, un poco lo si: e Capa era un uomo così. Le sue fotografie dunque erano esemplari, là dove la desolazione e l’orrore si rapprendono in un volto, in una figura, in un gruppo di creature con “irresistibile pietà” (l’espressione è di Steinbeck). Professionalmente il suo risultato più alto è senz’altro la fotografia del miliziano colpito nello slancio dell’assalto; ma per l’uomo che Capa era dicono più le fotografie dell’esodo lungo la “carrettiera” di Francia, i bambini, le donne, gli uomini inermi e disfatti, e altre simili a queste della campagna di Sicilia.

    La sezione del libro dedicata alla guerra in Sicilia è per noi particolarmente toccante: non solo nelle fotografie, ma anche nelle notazioni che lo accompagnano. Notazioni che hanno il piglio, l’immediatezza e l’indelebile concisione di quei corsivi che intermezzano “I quarantanove racconti” di Hemingway; ed anche una vena di arguzia,di affettuosa ironia. Questa noticina, per esempio, accompagna la fotografia – molto conosciuta – del vecchio pastore siciliano che indica la strada al giovane soldato americano: “Non conoscevo una parola d’italiano e dovetti aiutarmi con lo spagnolo per spiegare al vecchio che solo il mio bisnonno era siciliano. In risposta ebbi un fiume di parole strane, Ce n’era una che non smetteva di ripetere: Bruc-a-lin. Uno del reparto interloquì, puntando il dito su se stesso: Io Brooklyn. La conversazione diventò più facile, e si stabilì che agli americani piacciono i siciliani e i siciliani amano gli americani; che agli americani non piacciono i tedeschi e che i siciliani odiano i tedeschi. Esauriti così i preliminari, venni al punto dove vi trovavamo? C’erano tedeschi in giro?”.

    E’ poi impagabile, in margine alle fotografie della kermesse cittadina all’entrata delle truppe americane, quella pagina sulla resa di Palermo: protagonisti il generale Patton (credo) e un generale di brigata italiano: con Patton che vuole la resa e il generale italiano che non può dargliela perché si era arreso quattro ore prima a un generale di divisione americano che era entrato in città dal lato opposto. Situazione di enorme grottesco risolta da Capa (che faceva da interprete) con questo suggerimento di buon senso: che l’arrendersi una seconda volta doveva riuscire al generale italiano più facile che la prima. E così fu.



    (“L’Ora”, 3 dicembre 1966)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  3. #133
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    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…128)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO


    Guadalajara

    “Gli italianos sono diventati ‘italo’ perché il resto l’hanno perduto a Guadalajara”: amenità come questa ancora circolano in Spagna, con una insistenza e un gusto cui ugualmente concorrono franchisti e antifranchisti, della generazione che visse la guerra civile e della nuova. Indubbiamente l’orgoglio nazionale degli spagnoli sta al di sopra delle divisioni civili e politiche: ma nel ricordo sempre vivo e beffardo della disfatta degli italiani a Guadalajara forse gioca, in subordine all’orgoglio, il profondo bisogno di “rimuovere” il ricordo della guerra fratricida, di mistificarla nella sconfitta inflitta dagli spagnoli, cioè da un popolo che sotto qualsiasi bandiera di parte esprime le ataviche qualità del coraggio e dell’onore, all’esercito italiano. Che poi l’esercito italiano fosse composto di poveri contadini cui il fascismo aveva offerto il lavoro della guerra e che a combatterlo si trovassero anche, accanto ai repubblicani spagnoli, italiani antifascisti, è questione che non trova considerazione nel sentimento popolare spagnolo, e forse non soltanto nel sentimento popolare. E del resto un po’ dovunque nel mondo Guadalajara è il nome di una disfatta degli italiani, e non meno di Caporetto irride alle scarse virtù militari e guerrieri del nostro popolo.

    A più consapevole livello d’opinione, Guadalajara dà invece nome alla prima sconfitta del fascismo: e non si nega che in essa abbiano agito elementi di debolezza, di impreparazione e di improvvisazione, di velleitarismo ottuso e di degradate e degradanti concezioni di cui l’esercito italiano dall’unità ad oggi ha dato prove purtroppo non rare; ma l’assumere Guadalajara come sconfitta del fascismo è storicamente più esatto che assumerla come sconfitta dell’Italia. Se un’Italia c’era, a Guadalajara, era quella che nel nome di Garibaldi combatteva contro il fascismo: ma non ne siamo proprio sicuri, così come non siamo sicuri che rappresentassero l’Italia, la volontà e l’aspirazione del popolo italiano, coloro che nel nome di Garibaldi e di Mazzini fecero l’Unità e l’indipendenza del Paese. Per conseguenza abbiamo non lieve dubbio sull’effettiva unità d’Italia; e non per niente il generale Roatta, tanto per fare un esempio, in un proclama dell’estate del 1943 assicurava ai siciliani che gli italiani, unitamente ai camerati tedeschi, li avrebbe difesi dagli anglo-americani che stavano per sbarcare. Particolare che qui ricordiamo a proposito: che appunto Roatta preparò il piano dell’attacco contro Madrid che doveva risolversi nella battaglia di Guadalajara. Lo preparò a gloria del fascismo e a mortificazione di Franco: e con la sensibilità di cui diede poi prova anche in Sicilia, non tenne in alcun conto dell’amor proprio degli spagnoli alleati e degli spagnoli che voleva battere; ed è comprensibile che entrambe le parti abbiano tratto dalla sua disfatta la più incontenibile soddisfazione. Per Galeazzo Ciano, Roatta era il più intelligente dei generali: ma un tale giudizio non era basato su fatti propriamente militari e di guerra, muoveva invece da prove di abilità che il generale gli aveva dato nel dirigere il Servizio Informazioni Militari, il SIM oggi diventato SIFAR. E si capisce: anche il giudizio sul generale De Lorenzo, portato al vertice dell’esercito italiano, e maturato nella classe dirigente politica, oggi, su fatti che a quanto pare consistevano soltanto nel raccogliere dati su incontri e abitudini e vizi di uomini politici dei partiti governativi e d’opposizione. Che è segno di una coerenza, nelle cose di casa nostra, che non riusciamo ad apprezzare.

    Ma questa vuol essere soltanto una nota sul libro di Olao Conforti, ora pubblicato da Mursia, in cui la battaglia di Guadalajara viene ricostruita e raccontata attraverso una straordinaria ricerca di documenti, memorie e testimonianze. E’ crediamo, il primo tentativo di dare un quadro completo e articolato non solo dello svolgimento della battaglia, ma anche delle cause immediate per cui la battaglia ebbe esito favorevole ai repubblicani spagnoli. I quali, da prte loro, non seppero portarla a fondo e sfruttarla per come dovevano: farne cioè negli effetti della propaganda, dell’opinione. E su questo mancato sfruttamento Conforti avanza il sospetto di una specie di collusione sentimentale, di una complicità, se non effettiva almeno intenzionale, tra i generali spagnoli rimasti fedeli alla Repubblica e quelli che alla Repubblica si erano ribellati: una specie di solidarietà di classe e di categoria, per cui il generale lealista, rimasto tale o per forza di circostanze o per dissensi personali e rancori del tipo di quelli che da noi dividevano un Badoglio da un Graziani, si trovava a difendere la Repubblica con un sentimento di ripugnanza pari a quello di coloro che contro la Repubblica si erano sollevati. Fenomeno abbastanza comprensibile; e alimentato, nello schieramento Repubblicano, dalla legittima diffidenza che le classi popolari e i politici sentivano nei riguardi dei militari di carriera e che si manifestava in un disprezzo spesso gratuito e in ogni caso impolitico. E il sospetto di Conforti soprattutto tocca il generale Rojo, creatura di Prieto (cioè dell’uomo politico più equivoco,più disposto al compromesso); e di Rojo restano inspiegabili l’iniziativa di un colloquio con Moscardo, dentro l’Alcazar assediato, e la mancanza di iniziativa a Guadalajara; oltre che il ritorno in Spagna, negli ultimi anni della sua vita, per atto di clemenza di Franco.

    Un tale sospetto può anche trovare conferma nel fatto che Franco sia rimasto spettatore impassibile, non ad altro interessato che alla umiliazione dell’esercito italiano, durante lo svolgimento della battaglia: e bisognò che l’ambasciatore italiano chiedesse senza mezzi termini il suo aiuto per farlo decidere a mandare le sue truppe a dare il cambio alle stremate truppe italiane. Atteggiamento che sarebbe da considerare insensato di fronte alla probabilità che l’avversario portasse a fondo il suo attacco; ma evidentemente Franco non nutriva apprensioni in questo senso: o perché conosceva benissimo la psicologia, il temperamento, le concezioni strategiche dei suoi colleghi che servivano la Repubblica, o perché sapeva con certezza che si sarebbero fermati, o perché non aveva nemmeno lui una chiara visione delle cose. Ipotesi, quest’ultima, forse la più attendibile: e imparzialmente applicabile a tutti i generali di mestiere, in ogni tempo e per tutte le battaglie di cui sono vittoriosamente o meno, protagonisti.

    Guadalajara, insomma, è stata una battaglia in cui giocarono, a favore della Repubblica, due elementi. Il valore delle brigate antifasciste internazionali e la momentanea superiorità aerea e di mezzi d’assalto. Se ne può aggiungere un terzo, e riguarda gli italiani sconfitti: la loro totale estraneità alle ragioni di quella guerra non solo, ma anche il modo in cui erano stati reclutati, l’atroce inganno di cui erano vittime. C’era sì qualche vecchio manganellatore emiliano o toscano, ma i più erano contadini del meridione che si erano arruolati per avere lavoro nell’Etiopia appena conquistata. E pochissimi ancora, tra quelli che hanno combattuto in Spagna, si rendono conto di aver fatto una guerra non meno fratricida, contro la loro stessa classe, di quella degli spagnoli tra loro.



    (“L’Ora”, 27 giugno 1967)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  4. #134
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…129)

    • A cura di Valter Vecellio

    Conclusa la pubblicazione del “Quaderno”, la raccolta delle note che Leonardo Sciascia scrisse per il quotidiano “L’Ora” di Palermo tra il 1064 e il 1967, proseguiamo con altre note “sparse” e poco conosciute, ma non per questo meno significative. Quella che segue, segnalataci da un altro “feroce” aficionado sciasciano, il nostro amico Fabrizio Tosti, è l’introduzione a un volume di Benedetto Radice: “Nino Bixio a Bronte”, di questi tempi di celebrazioni un po’ posticce e forzose, particolarmente attuale: sia il volume, che non è di facile reperimento (è raro imbattervici anche nei repertori delle librerie antiquarie), che la nota di Sciascia. Ad ogni modo, il volume del 1963, è stato pubblicato dall’editore Salvatore Sciascia di Caltanissetta, omonimo di Leonardo, che per lui lavorò per molto tempo, sia pubblicando i suoi primi lavori (“Il fiore della poesia romanesca (Belli, Pascarella, Trilussa, Dell’Arco), con premessa di P.P.Pasolini”), “Pirandello e il piarandellismo, con lettere inedite di Pirandello a Tilgher), sia come consulente editoriale, sia, infine, come direttore di una delle più belle riviste dell’epoca, “Galleria”.

    “Nino Bixio a Bronte” è stato pubblicato nella collana “Lo smeraldo”, il n.18.



    NINO BIXIO A BRONTE, di Benedetto Radice - edizione Salvatore Sciascia - 1963.
    Introduzione di Leonardo Sciascia


    “Il paragone del serpe che depone la spoglia è ormai vecchio arnese retorico, e pure non ne trovo di meglio a significare il villano che, durante la messe, dà un calcio alla mitezza dell’indole, alla tranquillità abituale, al rispetto verso le classi più rispettate, e assume il ghigno feroce, il linguaggio a fil di rasoio, gli atti provocatori di un demagogo. Il villano quando si reca a mietere porta con sé l’asino, il cane, la moglie o una parente, e se non ne ha, ne fitta qualcuna; guarda dall’alto al basso, insulta, provoca, satirizza sul vino, sul pane, sul companatico che imbandisce il proprietario del fondo, e pure non cessa dal mangiare cinque volte, e dal bere ventiquattro in un giorno; e a spese del proprietario deve mangiare anche la moglie, che spigola pel marito, e il cane che in un mese si rifocilla delle astinenze di un anno, e l’asino che spesso è legato in modo da sbocconcellare i covoni. Il padrone sputa amaro come il veleno, ma guai se sbocchi in un rimprovero, in una rimostranza, in un semplice avvertimento: il mietitore alza la voce, risponde agro e superbo, e, slegando l’asino, s’incammina a partire: e allora il padrone a supplicarlo, e quasi quasi a chiedergli scusa. Quando passa qualcuno per quei viottoli, uomo o donna, prete o cappello, si alza un sonorissimo concerto di urli, tramezzo ai quali si armonizza una sfuriata d’ingiurie… Se poi passa uno sbirro, povero lui! Più non son urli, ed ingiurie, ma una tempesta di fischi e di pietre”.



    Così Serafino Amabile Guastella nell’introduzione ai “Canti popolari del circondario di Modica” (Modica, 1876). E allo stesso Guastella dobbiamo la trascrizione di un “canto della messe”, cioè della mietitura, che è il più straordinario documento, il più diretto, in cui ci si possa imbattere relativamente al contadino siciliano qual era nel secolo scorso e fino alla seconda guerra mondiale: qual era effettivamente, sotto le apparenze di una religiosa rassegnazione all’immutabile destino. E vale la pena riportarla per intero, a farla conoscere al di fuori della cerchia degli specialisti in cui finora, crediamo, è rimasta:



    Quant’è beddu ‘u bon campari!/ Prima ‘u metri (mietere), pu’ ‘u pisari (trebbiare):/ Lu pisari cu lu metri,/ Picchì l’uomu ‘unn’è ri petri.
    -No, ri petri nun è l’uomu,/ Lu lumiuni nun è uovu./ Nun è uovu lu lumiuni,/ Nun è fauci (falce) lu zappuni.
    Lu zappuni nun è fauci,/ A li mastri (artigiani) pugni e cauci./ Pugna e cauci a li mastrazzi,/ Li linzola ‘un su’ bisazzi (bisacce).
    Li bisazzi ‘un su’ linzola,/ Fauci r’oru vola vola./ Vola vola ni sta ‘mpara (contrada),/ Cutiddati a li nutara.
    ‘E nutara cutiddati,/ Li cutedda nun su’ spati./ Nun su’ spati li cutedda,/ Lu panaru (paniere) ‘unn’è crivedda (crivello).
    La crivedda ‘unn’è panaru,/ Ni li detti (debiti) è lu massaru./ Lu massaru è ni li detti,/ Nun su tenci (tinche) li mulietti (cefali)./ E li tenci hannu li spini,/ Lampi e trona (tuoni) a li parrini (preti).
    ‘E parrini lampi e trona,/ C’è cu canta c’è cu sona,/ C’ cu sona c’è cu canta,/ C’è cu scippa (sradica) c’è cu cianta (pianta).
    C’è cu cianta c’è cu scippa:/ Ni la messi nun si sicca./ Nun si sicca ni la messi,/ La massara fila e tessi.
    Fila e tessi la massara,/ Latri tutti i mulinara./ Mulinara tutti latri,/ Cunzirioti (conciapelli) santipatri (lestofanti).
    Santipatri cunziroti,/ Facci giarni (gialle) li batioti (monache)./ Li batioti facci giarni,/ Lu capraru ha peni ranni.
    Peni ranni ha lu capraru,/ La muggieri (moglie) ci arrubbaru./ Ci arrubbaru la muggieri,/ Arsi tutti i cavaleri.
    Cavaleri arsi tutti,/ cu ni scorcia (scortica) cu ni futti./ Cu ni futti cu ni scorcia,/ Lu lampiuni nun è torcia.
    Nun è torcia lu lampiuni,/ Lu staffieri è cascittuni (spia)./ Cascittuni è lu staffieri,/ Tira cutri (ruffiano) è lu varvieri.
    Lu varvieri è tira cutri,/ Li jimenti (giumente) nun su’ putri (puledri)./ Nun su’ putri li jumenti,/ Lu scursuni ‘unn’è sirpenti.
    Lu sirpenti ‘unn’è scursuni,/ Lignu tuortu ‘u muraturi./ Muraturi lignu tuortu,/ Lu scarparu è veru puorcu.
    Veri puorci li scarpara,/ Culi apierti li sculara./ Li sculara culi apierti,/ Lu scursuni ‘un ‘un su’ lucerti.
    Li lucerti ‘un su’ scursuna,/ Buttanieri i cucuzzuna (frati)./ Cucuzzuna buttanieri,/ Pisi fausi li cianchieri (macellai).
    Li cianchieri pisi fausi,/ Li cammisi (camicie) nun su’ causi (calzoni)./ Nun su’ causi li cammisi,/ Li sbirrazzi tutti ‘mpisi (impiccati).
    Tutti ‘mpisi li sbirrazzi,/ Li piccieri (bicchieri) nun su’ tazzi./ Nun su’ tazzi li piccieri,/ Lu spizziali mancia e seri (siede).
    Manica e seri lu spizziali,/ La fasola nun è sali,/ Nun è sali la fasola,/ La sasizza (salsiccia) ‘un è stiggiola (interiora legate).
    La stiggiola ‘un è sasizza,/ La palumma nun è jizza (lumaca)./ Nun è jizza la palumma,/ Ciaramedda (ciaramella) senza trumma (tromba).
    Senza trumma ciaramedda,/ Nun è vacca la vitedda./ La vitedda nun è vacca,/ Nun c’è donna senza tacca (macchia).
    Senza tacca nun c’è donna,/ Nun c’è omu senza corna./ E li corna su’ gintili,/ Nesci (esce) marzu e trasi (entra) aprili.
    Trasi aprili e nesci marzu,/ La quaggiata (latte cagliato) ‘unn’è tumazzu (formaggio)./ Lu tumazzu ‘unn’è quaggiata,/ N’arrivau la bon’annata.
    Bon’annata n’arrivau,/ E la francia (fame) s’accapau (si soffocò)./ S’accapau, finiù la francia,/ Lu viddanu sciala e mancia.
    Sciala e mancia lu viddanu,/ Oru e argentu ni stu cianu (pianura)./ Ni stu cianu oru e argentu,/ Vola vola co’ ‘u vientu.
    Vola vola fauci fina,/ La campagna è tutta cina (piena)./ Tutta cina è di lauri,/ Pi laurari (lodare) a lu Signuri:/ Lu Signuri pi laurari,/ Quant’è beddu ‘u bon campari.
    Tutrutrù tutrutrù,/ Quattru scuti (scudi) un puorcu fu (costò)./ E fu un puorcu quattru scuti,/ Poviri e ricchi siemu curnuti. (1)



    E’ il canto della scatenata anarchia contadina, dell’odio verso ogni altra classe e categoria sociale, della devastazione di ogni valore, anche del valore stesso cui il mondo contadino dava, e continuava a dare, tragico tributo: la fedeltà della donna, l’onore. Al Guastella pare di trovarsi di fronte ad un altro uomo; ad un uomo ben diverso – nelle esigenze, nel comportamento, nel linguaggio – da quello che per tutta un’annata ha curvatola schiena nel lavoro di zappa, ha pagato le decime e i balzelli, ha tremato davanti ai padroni e ai campieri, si è inginocchiato davanti al prete, ha implorato bottegai e mastri di fargli credito.
    Ma è, in realtà, l’uomo che poteva venir fuori dalla pelle dell’altro: solo che Serafino Amabile Guastella, nobile di Chiaromonte Gulfi, non è in grado di accorgersene; di capire che sotto l’apparente mitezza, la tranquillità, il rispetto non poteva non nascondersi l’affilato disprezzo, il bruciante rancore, la feroce rivolta. Le condizioni del “bracciale” di campagna erano tali, e tale la considerazione in cui gli altri – dal nobile allo sbirro, dal prete al conciapelli – lo tenevano, che viene perfettamente in taglio questo passo di La Bruyère: “Si vedono certi animali selvaggi, maschi e femmine, in giro per le campagne, neri, lividi, nudi e bruciati dal sole, curvi sul terreno che rimuovono e scavano con una straordinaria ostinazione. La loro voce, però, è quasi del tutto articolata e quando si drizzano, mostrano un viso umano: ché in effetti sono degli uomini, e a notte sopraggiunta si ritirano nelle loro tane, dove vivono di pane nero, di acqua e di radici. Essi risparmiano agli altri uomini la fatica di seminare, di arare e di raccogliere per vivere; e meritano così di non mancare di quel pane che hanno seminato”.



    Giustamente Courier avvertiva: “badate che egli parla delle persone felici, di quelle che avevano del pane”; e lo stesso avvertimento vale per quanto riguarda il contadino siciliano. Dai tempi di La Bruyère fin quasi ai nostri.



    Il decurionato civico di Bronte, cioè il consiglio comunale, riteneva infatti felici le persone che si trovavano nella condizione descritta dal La Bruyère. Il raccogliere le galle di quercia e i fichi selvaggi, i capperi, i funghi, le mignatte e le rane, non solamente per uso proprio ma anche per farne “discreto mercimonio a un prezzo vantaggioso” era, secondo i decurioni, nell’anno 1842 di nostra redenzione, il massimo di felicità cui il “bracciale” disoccupato potesse aspirare.
    I periodi di occupazione del bracciante agricolo erano quelli della semina, della prima e della seconda zappa, della mietitura e trebbiatura: non più di cento giorni all’anno, e con un salario miserevole, di solito anticipato dai padroni, in grano e legumi, al principio dell’inverno e poi per tutta l’annata scontato col lavoro: spietata forma di usura generalmente esercitata dai proprietari fino a pochi anni addietro. Per il resto, al bracciante non restava che dedicarsi all’industria”: ché industrioso o industriale era chiamato chi a quel “discreto mercimonio” si dedicava.



    Ma non pare che gli interessati sentissero la felicità di una tale condizione, come i decurioni (non soltanto quelli di Bronte) credevano; e ne troviamo esempio in un tal Carmelo Giordano che, uscendo da una taverna, pronunciava queste, per lui fatali, parole: ”Se gira la palla, le bocce ed i cappellucci devono andare per aria”, che il commissario Cacciola, trovandosi per caso a passare sentì e nel giusto senso interpretò: “Riflettendo che quelle parole – se gira la palla – possono alludere a cambiamento di politica, e quell’altre – le bocce ed i cappellucci per aria – sembrano riferirsi alle teste degli uomini attaccati al Governo, ho creduto mio dovere fare arrestare…” (gennaio 1850).



    La fame è cattiva consigliera. E se al Giordano ispirava quel feroce vagheggiamento delle teste ( con cappelli) per aria, in Gaetano Spitalieri provocava più selvagge reazioni: ”Rosalia Catania in Spitalieri per sua querela a carico del proprio figlio Gaetano Spitalieri, si dava ad esporre che questi, la sera del giorno 11 suddetto mese, contro i sentimenti di natura osava percuoterla a pugni, e gettandola a terra la malmenava per i capelli, ciò pel motivo di non aver trovato cosa da mangiare. L’incolpato Spitalieri nel suo interrogatorio nemmeno sapeva negarlo, ma si assillava dicendo che era ubriaco” (febbraio 1850).



    Su gente come questa cadevano contravvenzioni (generalmente per evasioni al balzello del macinato e quasi sempre convertite in carcere), pignoramenti per usure non pagate, tassazioni arbitrarie, accuse di furto (di solito per legna raccolta nei boschi ducali o comunali). Senza dire delle libertà sessuali che i “galantuomini” si concedevano con le ragazze del popolo: e basti considerare che nel 1853 c’erano a Bronte (su circa 10.000 abitanti) 38 balie comunali, nutrici cioè dei bastardi di ruota.



    Per dare un’idea di come si procedeva nelle tassazioni, stralciamo da due ricorsi: ”Come si poté tassare il supplicante per once due e tarì quindici quando i primari del paese, e specialmente i decurioni, possessori di gran vigneti e possessioni si trovano tassati per pochi baiocchi, mentre dovevano essere significati in una grandiosa somma? E Giuseppe Minio Basciglio viene di sentire di essere stato considerato nel ruolo del vino e vino mosto. Riuscirebbe troppo lunga voler raccontare la industriosa maniera per vivere la vita con la sua famiglia. Non possiede vigneti, non possiede terre adatte all’agricoltura, ma solo si adatta a raccogliere e vendere delle erbe selvatiche in quella pubblica piazza come ognuno potrà farne attestato” (aprile 1853). E quando i guardaboschi della signora duchessa di Bronte o quelli del comune sorprendevano qualcuno a far legna, erano guai grossi: un’ammenda pari al valore dell’albero vivo e non della legna, e non meno di un mese di carcere. Si trovano registrate ammende fino a 39 ducati: somma che il bracciante non riusciva a buscare in tutta una vita.



    La signora duchessa stava in Inghilterra: e a Bronte, ad amministrare il gran feudo che graziosamente Ferdinando (III di Sicilia, IV di Napoli, I delle Due Sicilie) aveva donato all’ammiraglio Nelson, stavano, come già il loro padre, Guglielmo e Franco Thovez, inglesi ma ormai così ben ambientati da poter essere considerati nobili del paese. Ed è a loro che si deve il particolare rigore che Garibaldi raccomandò a Bixio per la repressione della rivolta di Bronte e che Bixio ferocemente applicò: alle sollecitazioni del console inglese, a usa volta dai fratelli Thovez sollecitato.



    Sui fatti di Bronte dell’estate 1860, sulla verità dei fatti, gravò la testimonianza della letteratura garibaldina e il complice silenzio di una storiografia che s’avvolgeva nel mito di Garibaldi, dei Mille, del popolo siciliano liberato: finché uno studioso di Bronte, il professor Benedetto Radice, non pubblicò nell’Archivio Storico per la Sicilia Orientale” (anno VII, fascicolo I, 1910) una monografia intitolata “Nino Bixio a Bronte”; e già, a dar ragione delle cause remote della rivolta, aveva pubblicato (1906, Archivio Storico Siciliano) il saggio “Bronte nella rivoluzione del 1820”.



    E non è che non si sapesse dell’ingiustizia e della ferocia che contrassegnarono la repressione: ma era come una specie di “scheletro nell’armadio”; tutti sapevano che c’era, solo che non bisognava parlarne: per prudenza, per delicatezza, perché i panni sporchi, non che lavarsi in famiglia, non si lavano addirittura. E non è che il Radice avesse della storia del risorgimento e del garibaldinismo una visione refrattaria a quella che il De Sanctis chiama la sfera brillante della libertà e della nazionalità: soltanto era mosso dalla “carità del natio loco”, gratuitamente marchiato d’infamia dagli scrittori garibaldini, e dall’umana simpatia e pietà per quell’avvocato Lombardo che Bixio sbrigativamente aveva fatto fucilare come capo della rivolta: ed era stato sì il capo della fazione “comunista”, ma della rivolta, e specialmente dei sanguinosi eccessi in cui sfociò, non si poteva considerare più responsabile dei suoi avversari della fazione “ducale”.



    Ma mentre andava raccogliendo testimonianze, ricordi, documenti, il Radice veniva acquistando, almeno nei riguardi di Bixio, traboccante indignazione morale; lasciando a noi, suoi lettori di oggi, un elemento di più per quella indignazione storica in cui involgiamo il presente in quanto frutto del passato, di “quel” passato. Ed è vero che si adopera, il Radice, a non sottrarre del tutto la figura di Bixio al mito “lampo e fulmine”, alla leggenda di “Ajace dell’età nostra”; ma quando scrive, con giusto e fine giudizio, che “la rivoluzione gli fu propizia per salvarlo forse da una fine ignobile"” ben poco resta di quel mito, di quella leggenda.



    Sui fatti di Bronte, pur non tacendo a carico di Bixio anche i più rivoltanti dettagli (come, per esempio, l’atroce risposta al ragazzo che chiedeva il permesso di portare al Lombardo delle uova, alla vigilia dell’esecuzione: “Non ha bisogno di uova, domani avrà due palle in fronte”), il Radice insomma si china come su “un’ingiustizia che poteva esser veduta da quelli stessi che la commettevano”: così come il Manzoni, cui questa frase appartiene, sul processo degli untori.
    E dire al Radice che l’ingiustizia di Bronte poteva anche esser veduta da quelli che la commettevano ma non per ciò essere evitata, che era nell’ordine di una concezione dello Stato – padronale, di classe – cui il garibaldinismo più o meno coscientemente concorreva, sarebbe stato come dire al Manzoni che il processo agli untori appunto veniva a provare l’assenza, nelle cose umane, nella storia, della sua Provvidenza.



    Il Radice aveva sei anni nel 1860; Giovanni Verga ne aveva venti: e i suoi ricordi della rivolta di Bronte e del circondario etneo, della repressione garibaldina, del processone che poi si tenne a Catania, dovevano essere ben vivi quando, nel 1882, scrisse la novella “Libertà”. Non sarebbe per noi una sorpresa, anzi, se dalle sue carte venisse fuori qualche redazione della novella di data più remota; o degli appunti, delle note, che in qualche modo dessero conferma a questo nostro sospetto: che in “Libertà” le ragioni dell’arte, cioè di una superiore mistificazione che è poi superiore verità, abbiano coinciso con le ragioni di una mistificazione risorgimentale cui il Verga, monarchico e crispino, si sentiva tenuto. Tale mistificazione, e addirittura una radicale omertà, consigliava il sentimento della nazione “anche di quella parte della nazione che poteva effettualmente considerarsi “vinta”), oltre che il proprio di “galantuomo”, nel senso che lo stesso Verga dà alla parola “galantuomo”; senza dire dei protagonisti: da Bixio, che alla Camera, appena due anni dopo i fatti, dava di sé immagine ben diversa da quella che il popolo di Bronte ricordava (“Potrei citare fatti dolorosi in cui mi son trovato nella necessità di far fucilare. Nel fatto di Bronte potrei provare che ho impedito, ho minacciato quelli che volevano la fucilazione… gli accusati sono stati giudicati dai tribunali del paese… e solo quando il tribunale ebbe pronunziato, dico, furono dolorosamente fatti fucilare da me”), al maggiore De Felice, presidente della commissione di guerra che giudicò il Lombardo e gli altri, che nel suo diario non scrisse nota sull’avvenimento, al colonnello Sclavo che così scriveva al Radice: ”Egregio professore, io vorrei che riuscisse a provare l’innocenza del Lombardo, ed anche di tutti gli altri, il che sarà assai difficile!… Non rivanghiamo su quel triste passato! Ciò che a Lei occorrerà lo troverà nella vita di Nino Bixio di G. Guerzoni, a pagina 212 copiato fedelmente dal diario dell’Eroe. Io spero che pensandoci bene non ritornerà ai fatti dell’agosto 1860, nel 6, 7, 8, 9 agosto a Bronte” (data della lettera: 8 aprile 1907 (2).



    A darci la chiave della mistificazione di Verga è un piccolo particolare, che non si può cogliere se non si conosce la realtà dei fatti. Ecco il passo della novella da cui questo particolare vien fuori: ”Il generale fece portare della paglia nella chiesa, e mise a dormire i suoi ragazzi come un padre. La mattina, prima dell’alba, se non si levavano al suono della tromba, egli entrava nella chiesa a cavallo, sacramentando come un turco. Questo era l’uomo. E subito ordinò che glie ne fucilassero cinque o sei, Pippo, il nano, Pizzanello, i primi che capitarono”.
    Abbiamo messo in corsivo il nano: ché è questo il punto. Verga sapeva bene che non si trattava di un nano ma di un pazzo: il pazzo del paese, un innocuo pazzo soltanto colpevole di aver vagato per le strade con la testa cinta da un fazzoletto tricolore profetizzando, prima che la rivolta esplodesse, sciagura ai “galantuomini”; quel Nunzio Ciraldo Fraiunco che non ci sarebbe stato bisogno di una perizia per dichiarare totalmente infermo di mente e la cui fucilazione costituisce la pagina più atroce di questa atroce vicenda.E si vedano le “Memorie di uno dei Mille” di Francesco Grandi, che il Radice non poté conoscere (sono state in parte pubblicate su “Il Ponte” qualche anno fa”): dove si racconta che per tutto il percorrere della prigione al luogo della fucilazione il Fraiunco non fece che baciare uno scapolare che portava al collo e dire al garibaldino che gli stava vicino “La Madonna mi salverà”; e non fu colpito dalla scarica, per cui si gettò ai piedi di Bixio gridando “La Madonna mi ha fatto la grazie, ora fatemela voi”; e Bixio, al sergente Niutti, “Ammazzate questa canaglia”.



    Ci si può obiettare che, a carico di Bixio, Verga fece di peggio, nella novella: eliminò quel simulacro di processo, gli fece sbrigativamente ordinare la fucilazione dei “primi che capitarono”; ma in effetti non è così: ché la rappresentazione, sia pure in una sola frase, del processo, lo avrebbe obbligato a caricare il generale di feroce ipocrisia; e voleva invece, a conferma della leggenda, darlo soltanto, e con indulgenza, come un intemperante. E come la sua coscienza, certamente, era turbata, non volle turbare quella del lettore scrivendo “il pazzo”; e scrisse “il nano”, dissimulando in una minorazione fisica la minorazione mentale; e anche in ciò, si noti bene, affiorando quel suo profondo sentire popolare: il pazzo investito di sacertà e il nano ritenuto invece essere pieno di malizia e di cattiveria.



    Ancora una obiezione, e fondamentale: e se Verga non avesse avuto dei fatti che una conoscenza vaga, approssimativa; una versione qua e là raccolta e con gli anni, nel ricordo, vivissima come sintesi tragica ma sbiadita ed incerta nei dettagli reali?



    A parte il fatto che la fucilazione di un pazzo è elemento senza dubbio mnemonicamente più forte della fucilazione di un nano (o di uno detto “il nano” per soprannome: come “la nana” che dà titolo a un romanzo del siciliano Navarro della Miraglia), il ricordo di Verga non è per niente offuscato in altri dettagli. Anzi, noi che abbiamo familiarità con le carte del processo, siamo portati a credere che lo scrittore lo abbia seguito da spettatore, e ne abbia conservato in appunti o indelebilmente nella memoria un intenso ricordo. Quei giurati Verga certamente li ha visti, quei giudici che “sonnecchiavano dietro le lenti dei loro occhiali, che agghiacciavano il cuore”, quegli avvocati; e gli imputati stipati nella gabbia. Oltre l’arte, che in questa novella è grande, si sente l’evento fisico, ottico; la “cosa vista”. E c’è un particolare che poteva sì, da quel grande scrittore che era, inventare o intuire, ma il fatto è che è stato detto nel processo, da uno degli imputati (giudici e giurati avranno sogghignato di incredulità, ma il giovane Verga ne avrà sentito la profonda e tragica verità): “Il taglialegna, dalla pietà, gli menò un gran colpo di scure colle due mani, quasi avesse dovuto abbattere un rovere di cinquant’anni – e tremava come una foglia”. L’uccisione, questa, del giovane figlio del notaio: il notaio Cannata, uno dei più odiosi notabili di Bronte. Ed esattamente Verga ricorda come il notaio morì – “si era rialzato due o tre volte prima di strascinarsi a finire nel mondezzaio” – come esattamente ricorda l’esclamazione di uno dei rivoltosi, a scrollarsi del rimorso di avere ucciso il ragazzo incolpevole: “Bah! Egli sarebbe stato notaio anche lui!”.



    Ma la mistificazione più grande (in cui, ripetiamo, le ragioni della sua arte venivano a coincidere con le ragioni diciamo risorgimentali, cioè di una specie di omertà sulla effettuale realtà del risorgimento) è nell’avere eliminato dalla scena l’avvocato Lombardo: personaggio che non poteva non affascinarlo in quanto portatore di un destino, in quanto “vinto”. Né poteva, Verga, confonderlo col personaggio che ne fece la letteratura garibaldina (Abba: “l’avvocato Lombardo, un vecchio di sessant’anni, capo della tregenda infame”): ché il Lombardo era ben conosciuto negli ambienti liberali catanesi, e nessuno a Catania avrebbe mai creduto alla storia, accreditata presso Bixio dai notabili di Bronte e diffusa a scarico di coscienza tra i garibaldini di un Lombardo reazionario, o “realista"”(cioè partigiano di Francesco II: quasi i siciliani non stessero per avere un altro re). E diamo qui, poiché nel saggio ha ritenuto di non doverla riportare per intero, la lettera che il senatore Carnazza-Amari diresse al Radice: ”Gent.mo Signore, in risposta alla Sua dell’11 corrente mi permetto significarle che io sono figlio di Sebastiano Carnazza e che è possibile che l’avvocato Sanfilippo abbia inteso leggere a mio padre lettere al medesimo dirette da Nicolò Lombardo, perché entrambi erano amici e in corrispondenza epistolare, ma queste lettere io ora non possiedo.
    E’ possibile, ma io non so, almeno non mi ricordo, se mio padre abbia difeso alla Corte d’Assise del 1863 i brontesi. Ricordo benissimo che Nicolò Lombardo era molto amico di mio padre e da lui e da contemporanei era ritenuto come il capo del partito Liberale a Bronte.
    Anzi, benché io era ragazzo, poiché le impressioni dell’infanzia restano indelebili, ricordo che nei primi giorni della rivoluzione del 1848 il Lombardo venne in Catania per prendere opportuni accordi con mio padre e con i liberali. Non posso certamente ricordare tutta la conversazione avvenuta, anche perché alla mia età non poteva comprenderla interamente, ma restommi impresso il fatto; e parmi di vedere ancora il Lombardo tutto animato, aitante della persona, con folta barba, nera come l’ebano, lo sguardo scintillante, parlare animosamente.
    Durante e dopo la rivoluzione egli fu frequentemente da mio padre. Quando fu fucilato nessuno sospettò che ciò fosse avvenuto perché reputato borbonico, ma invece come eccessivamente rivoluzionario; e molti ebbero ragione di credere che quella fucilazione abbia avuto causa in un fatale errore di Bixio, il quale in quel momento febbrile accolse come verità iniqui istillamenti fattigli dai nemici del Lombardo”. (Ma ad evitare il “fatale errore” Lombardo aveva detto a Bixio: “Domandi a Catania chi sono io”).



    L’avvocato Lombardo, quel personaggio che effettivamente il Lombardo era stato, avrà inquietato e la coscienza civile e la coscienza artistica di Verga. Dal punto di vista dell’arte, l’apparizione del Lombardo avrebbe dissolto l’atroce coralità della novella; né d’altra parte il Verga era portato ad assumere personaggi intellettuali, e per di più “eccessivamente rivoluzionari”. Dal punto di vista dell’intendimento civile, cui per condizione sociale e culturale era legato, gli sarà poi parso che la rappresentazione di un simile personaggio, e delle circostanze di cui fu vittima, venisse a minacciare di “leggenda nera” la storia, dopotutto gloriosa, dell’unità d’Italia.



    Ed il fatto che di un tale personaggio si sia liberato del tutto, che l’abbia così decisamente rimosso, ci fa congetturare in lui una inquietudine, un travaglio. O forse questa nostra congettura muove nel grande amore che abbiamo per Verga, dalla profonda pietas che Lombardo ci ispira.



    Chi sui fatti di Bronte aveva chiarissime idee (anche se le espresse con contorto linguaggio) era l’avvocato Michele Tenerelli Contessa, difensore degli imputati. La sua arringa veniva a tradurre in termini rigorosamente giuridici, in argomentazione di diritto, le più profonde istanze della vera, effettiva, concreta rivoluzione liberale (e diciamo liberale nel senso gobettiano). Poiché nemmeno il Radice ha tenuto conto di questa arringa (e a noi proviene dalle sue carte) ne diamo di seguito quello che ci pare il passo fondamentale:



    ”Or quando proverò che le stragi perpetrate in Bronte dal 2 al 5 agosto 1860 anziché rivelare opposizione al diritto obiettivato nella legge rivoluzionaria, rivelano piuttosto una brutale convalidazione, una feroce affermazione di una legge scritta a caratteri di sangue, il sangue sparso da Calatafimi a Milazzo, la vittoria della difesa sull’accusa non sarà più dubbia.
    Ci troviamo nel caso di considerare un’azione, la quale malgrado porga le apparenze di un fatto criminoso, pure era una conferma, una brutale convalidazione della rivoluzione; fatto che non era conseguenza del movimento ma s’inviscerava nella riscossa medesima. In una parola, ci troviamo nel caso ove non si può considerare reato un’azione la quale, quantunque porga le apparenze di un fatto criminoso dinanzi alla giustizia, pure è comandato dalla legge – è permesso dalla legge. Ciò posto, la teorica della impunità dei reati commessi contro gli elege o pubblici nemici – la teorica della legittimità della propria difesa, saranno da me applicate onde escludere la caratteristica di reità in un’azione che se punita da Dio perché inumana, non può condannarsi da voi. Alle prove.



    Il programma di Marsala chiamava il popolo ad insorgere colle armi in pugno, contro il comune nemico. Or bene, chi era questo nemico? Il Borbone. Ma desso era fuori, né poteva cadere sotto i nostri artigli per poterne fare un altro Luigi XVI; gl’inimici erano tutti coloro che con qual si sia mezzo contrastassero il trionfo della rivoluzione. Ma fin qui la riscossa esprimeva un concetto confuso di tanti principii in lotta, quello di nazionalità splendeva di maggior luce, ma il popolo lo spalleggiava senza comprenderlo, si batteva con entusiasmo per il fascino di una grande idea, per l’istinto di vincere o morire sotto gli occhi del Dittatore, dell’idolo suo. Fino a questo momento non erasi sviluppato nessuno dei suoi interessi, la rivoluzione marcia avanti seguendo come ombra il suo eroe. Ebbene, tramontano alcuni giorni e senza abdicare l’elemento nazionale, si fa intellettiva: ed un decreto destituisce tutti gl’individui che avessero servito lungo la restaurazione; e a questa misura logica e rivoluzionaria i principii del movimento si analizzano, la sfera dei nemici si estende e si rende comprensibile. Ma l’elemento nazionale ed intellettivo, procedendo vittorioso fra mille ostacoli, non poteva completare la rivoluzione, né questa monca nelle sue aspirazioni avrebbe potuto sbarazzarsi di tutti gl’intoppi morali e materiali che ne ingombrassero i passi gloriosi: fu mestieri farsi ancora democratica, allorché il Dittatore ordinò la divisione delle terre comunali…
    Tutti coloro che ostacolavano l’attuazione di questi principii, tutti erano intrinsecamente dichiarati rei di lesa nazionalità: poiché che altro faceva la rivoluzione se non tradurre in atto quelle giuste idee, quei giusti desiderii che non avevano voluto concretare regolarmente i governi abbattuti? Quindi le leggi rivoluzionarie mentre realizzavano i principii della rivoluzione, condannavano coloro che ostacolavano la manifestazione obiettiva e reale di tali principii, come quei brontesi che si erano opposti a riconoscere questi diritti della plebe, malgrado che il governo borbonico li avesse voluto soddisfare!



    Signori giurati, la borghesia brontese, non paga di avere per vent’anni avversato con tutti i modi ingiusti l’attuazione di questi bisogni, taluni dei quali erano stati riconosciuti e soddisfatti dal Borbone, come si è detto, e poi mercè l’opera loro avversa, rea ed inumana non effettuati; oggi, dopo essere stata dichiarata nemica della rivoluzione in virtù delle leggi dittatoriali medesime, seguiva a contrastare l’esecuzione della legge rivoluzionaria… Un esempio metterà suggello alle mie argomentazioni. Immaginiamo che una banda di briganti invada oggi (badate, oggi) un comune del napoletano, e per sorpresa si impadronisca della pubblica amministrazione; e in seguito esca e armata mano arresti chi le si potesse opporre, covrendo questo atto reazionario colla bandiera tricolore come prima aveva ingannato nell’afferrare il potere servendosi del medesimo vessillo… Tutti i ladri insomma che con la loro opera corrisposero a capello con i principii della restaurazione e, mediante la corruttela e la immoralità la puntellarono, tutti erano briganti, tranne quelli che servirono, ripeto, la restaurazione come governo di fatto, al pari dei toscani che servirono il granduca…”. (3)



    Evidentemente, questa arringa non convinse né i giudici né i giurati, quei “dodici galantuomini” che “certo si dicevano che l’avevano scappata bella a non essere stati dei galantuomini di quel paesetto lassù, quando avevano fatto la libertà”. E venticinque imputati si ebbero l’ergastolo, uno vent’anni di lavori forzati e due dieci, cinque i dieci anni se li ebbero di semplice reclusione.



    Forse parve anche a Giovanni Verga, questa difesa del Tenerelli Contessa, un armeggiare d’avvocato, una chiacchiera.


    1) Per la lettura di questo canto diamo un essenziale glossario: ché la traduzione letteraria di solito porta il lettore a saltare il testo: Métri,mietere; pisari, trebbiare; fàuci, falce; mastri, artigiani; càuci, calci; biscazzi, bisacce; ‘mpara, contrada; panaru, paniere; crivedda, crivello; détti, debiti; tenci, tinche; muletti, cefali; parrini, preti; trona, tuoni; scippa, sradica; cianta, pianta; cunzirioti, conciapelli; santipatri, lestofanti; giorni, gialle; batioti, monache; muggieri, moglie; scorcia, scortica; cascittuni, spia; tira cutri, ruffiano; varvieri, barbiere; jimenti, giumente; putri, poliedri, buttanieri, puttanieri; cucuzzuna, frati; fàusi, falsi; cianchieri, macellai; càmmisi, camicie; càusi, calzoni; ‘mpisi, impiccati; picchieri, bicchieri; seri, siede; sasizza, salciccia, stiggiola, le interiora degli agnelli o dei capretti legati con budella ed omento; jizza, lumaca (?); ciaramedda, ciaramella; trumma, tromba; tacca, macchia; quaggiata, latte cagliato; tumazzu, formaggio; francia, fame; s’accapau, si soffocò, finì; cianu, pianura; cina, piena; laùri, messe; laurari, lodare; scuti, scudi; fu, qui vale costò.
    2) Questo documento ed altri che qui pubblichiamo, li dobbiamo alla cortesia dell’avvocato Renato Radice.
    3) L’arringa del Tenerelli Contessa fu pubblicata nel 1863 dalla Tipografia La Fenice di Musumeci, Catania: Difesa pronunziata d’innanzi la Corte d’Assise del Circolo di Catania per la causa degli eccidi avvenuti nell’agosto 1860 in Bronte. Nel passo che abbiamo riportato,ci siamo permessi qualche lieve correzione: formale, di ortografia.
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…130)

    • A cura di Valter Vecellio

    Il lungo articolo che di seguito pubblichiamo, anche questo segnalatoci dal nostro amico Fabrizio Tosti, è stato pubblicato su “Storia illustrata nel fascicolo dell’aprile 1972. Un articolo dove Sciascia racconta il fenomeno “Cosa Nostra”. E’ la conferma di come Sciascia avesse una straordinaria, rara qualità: laddove tanti guardavano, lui vedeva.

    La storia della Mafia

    di Leonardo Sciascia

    pubblicato su Storia Illustrata - anno XVI - n.173 - aprile 1972

    II primo vocabolario del dialetto siciliano che registra la parola mafia è quello del Traina, pubblicato nel 1868: e la dà come nuova, importata in Sicilia dai piemontesi, cioè dai funzionari e soldati venuti in Sicilia dopo Garibaldi, ma proveniente forse dalla Toscana, dove maffia (due effe) vuol dire miseria e smàferi vuol dire sgherri. Il Traina trova che queste due parole, questi due significati, convergono nel tipo umano che in Sicilia è detto mafioso. Il mafioso ha baldanza e prepotenza da sgherro ma è anche un miserabile, poiché « miseria vera è credersi grand'uomo per la sola forza bruta, ciò che mostra invece gran brutalità, cioè l'essere gran bestia ». Mafia è dunque « apparente ardire, sicurtà d'animo ». E nient'altro. Così pensava anche il più grande studioso di tradizioni popolari siciliane, il palermitano Giuseppe Pitrè:


    «La mafia non è setta né associazione, non ha regolamenti né statuti. Il mafioso non è un ladro, non è un malandrino; e se nella nuova fortuna toccata alla parola, la qualità di mafioso è stata applicata al ladro, ed al malandrino, ciò è perché il non sempre colto pubblico non ha avuto tempo di ragionare sul valore della parola, né s'è curato di sapere che nel modo di sentire del ladro e del malandrino il mafioso è soltanto un uomo coraggioso e valente, che non porta mosca sul naso, nel qual senso l'essere mafioso è necessario, anzi indispensabile.

    La mafia è la coscienza del proprio essere, l'esagerato concetto della forza individuale, unica e sola arbitra di ogni contrasto, di ogni urto d'interessi e d'idee; donde la insofferenza della superiorità e peggio ancora della prepotenza altrui. Il mafioso vuol essere rispettato e rispetta quasi sempre. Se è offeso non si rimette alla legge, alla giustizia, ma sa farsi personalmente ragione da sé; e quando non ne ha la forza, col mezzo di altri del medesimo sentire di lui».

    Il Pitrè anzi, rispetto al Traina, toglie al mafioso brutalità e prepotenza e le attribuisce agli altri, a quelli contro cui il mafioso si ribella; sicché la mafia altro non sarebbe che un sentimento di libertà, un atteggiamento di fierezza, contro le angherie dei potenti e la inettitudine della legge e dei pubblici poteri. In conclusione: il Traina come il Pitrè, come tanti altri studiosi e giudici e uomini politici siciliani, tendono a negare la mafia in quanto associazione e ad ammetterla in quanto «ipertrofia dell'io» (definizione del giurista siciliano Giuseppe Maggiore), dell'io dei singoli siciliani.

    L'invenzione della mafia come associazione per delinquere ha anzi, secondo un magistrato siciliano, un responsabile: quel Giuseppe Rizzotto che nel 1862 scrisse la commedia I mafiusi di la Vicaria (la Vicaria era una prigione palermitana). L'artista esagerando con la sua arte tragica, a base di speculazione, i pretesi costumi dei galeotti nelle prigioni di Palermo, riuscì fatalmente ad accreditare e diffondere la stolta credenza » che la mafia fosse un'associazione di delinquenti, scrive il magistrato. E conclude: «Dio perdoni al Rizzotto, che da molti anni è scomparso dalla scena della vita, il danno enorme arrecato alla nostra Sicilia. E le conseguenze tristissime di questo danno io provai quando, nel corso della mia carriera, ebbi la fortuna della destinazione alla Procura Generale di Torino».

    E si può essere d'accordo che la sua destinazione alla Procura Generale di Torino, invece che a quella di Palermo, sia stata una fortuna anche per la Sicilia, dove all'incirca in quegli anni c'è stato un procuratore le cui requisitorie nei processi contro la mafia, acute e implacabili, si possono leggere come uno dei più seri contributi allo studio del fenomeno: l'agrigentino Alessandro Mirabile.

    Il procuratore generale Mirabile pensava esattamente il contrario del Pitrè: cioè che la mafia fosse setta, associazione; e con precisa costituzione (ovviamente non scritta), con regole rigorose, con segni di riconoscimento tra gli affiliati. Oltre che sulla propria esperienza, fondava questa affermazione su un memoriale (che bisognerebbe ricercare negli archivi giudiziari) scritto da Bernardino Verro, che nella prima giovinezza pare fosse entrato a far parte della mafia: e diventato poi socialista - una delle più belle figure del socialismo siciliano, in quel movimento detto dei « fasci » che fu duramente represso dal governo del siciliano Crispi - fu della mafia strenuo avversario fino alla morte. Nato a Corleone (paese anche oggi ben noto per fatti di mafia), a quarantotto anni, in pieno giorno, fu ucciso, in una strada del paese di cui era diventato sindaco, il 3 novembre 1915.

    Questi nomi: Verro, Mirabile e, su tutti, quello di Napoleone Colajanni, studioso di problemi sociali e deputato del partito repubblicano, dicono che non tutti i siciliani negavano l'esistenza della mafia come associazione criminale né ritenevano fosse offesa per la Sicilia il parlarne. Pubblicamente anzi la denunciavano e la combattevano, considerando sciocco e dannoso il principio che il male di cui una popolazione è afflitta bisogna nasconderlo o minimizzarlo. I mali sociali sono, infatti, proprio come le malattie individuali: nasconderli, negarli, minimizzarli vuole dire soprattutto non volerli curare, non volere liberarsene.

    Quei siciliani che come Pitrè, come Luigi Capuana, ancor oggi ritengono che la mafia sia soltanto atteggiamento di spavalderia individuale, amor proprio, senso dell'onore, sete di giustizia e modo di farsi giustizia in un paese afflitto da una secolare carenza dell'amministrazione statale, naturalmente affermano che tutti i fatti di delinquenza associata in Sicilia non sono diversi da quelli che avvengono in altre regioni d'Italia e in altri paesi europei, né più gravi, né più numerosi. Per loro, la parola mafia non va applicata ai fatti delinquenziali.

    Alcuni, anche in buona fede, credono che applicando la parola alla cosa - la parola mafia, o l'espressione, venuta in uso in questi ultimi anni, di « Cosa nostra » - si tenda a creare una distinzione razzistica, un pregiudizio, nei riguardi di tutta la popolazione siciliana, da cui discendono la denigrazione, la diffidenza, l'irrisione anche verso il singolo siciliano che si trova a vivere fuori della propria terra.

    E' ingiusto, dicono costoro, che una banda di rapinatori sia considerata una semplice banda di rapinatori a Milano o a Marsiglia o a Londra e una «cosca mafiosa» («cosca» è la corona di foglie del carciofo) a Palermo; che a Milano o a Marsiglia o a Londra siano indicati come colpevoli di un fatto delittuoso soltanto coloro che l'hanno effettivamente preparato ed eseguito, mentre un identico fatto, se accade a Palermo, si ritiene adombri una concatenazione di responsabilità e complicità più vasta, sfuggente, indefinibile - come se tutta la popolazione della città e dell'isola avesse oscuramente partecipato al fatto e ne proteggesse i colpevoli. Bisogna dunque, dicono questi difensori del buon nome della Sicilia, togliere la parola alla cosa, guardare alla cosa per come si presenta nei limiti dell'esecuzione, al fatto criminale in sé.

    Ma la parola mafia (che in origine avrà avuto il significato che le attribuisce il Pitrè; e il più antico documento in cui la troviamo, del 1658, la dà come soprannome di una «magàra», cioè di una donna dedita a pratiche di magia), la parola è stata applicata alla cosa, o la cosa ha preso quel nome, in forza di una distinzione qualitativa che i fatti criminali assumono in Sicilia rispetto a quelli di altre regioni, di altri paesi. Non tutti, si capisce; e non in tutta la Sicilia.

    Questa distinzione già vien fuori nel 1838, quando ancora non esisteva la parola nel senso oggi in uso, da una relazione di don Pietro Ulloa (quello stesso che scrisse poi opere storiche sul regno dei Borboni, cui fu fedelissimo), allora procuratore generale a Trapani: «Non c'è impiegato in Sicilia che non sia prostrato al cenno di un prepotente e che non abbia pensato a trarre profitto dal suo ufficio. Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi. Ci sono in molti paesi delle fra specie di sette che diconsi partiti, senza riunione, senz'altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di far esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggerlo, ora d'incolpare un innocente. Il popolo è venuto a convenzione coi rei. Come accadono furti, escono dei mediatori a offrire transazioni per il recupero degli oggetti rubati. Molti alti magistrati coprono queste fratellanza di una protezione impenetrabile, come lo Scarlata, giudice della Gran Corte Civile di Palermo, come il Siracusa alto magistrato... Non è possibile indurre le guardie cittadine a perlustrare le strade; né di trovare testimoni per i reati commessi in pieno giorno. Al centro di tale stato di dissoluzione c'è una capitale col suo lusso e le sue pretensioni feudali in mezzo al secolo XIX, città nella quale vivono quarantamila proletari, la cui sussistenza dipende dal lusso e dal capriccio dei grandi. In questo ombelico della Sicilia si vendono gli uffici pubblici, si corrompe la giustizia, si fomenta l'ignoranza...».


    Leggeremo mai, negli archivi della commissione parlamentare antimafia attualmente in funzione, una relazione acuta e spregiudicata come questa di don Pietro Ulloa?

    Gli elementi che distingueranno la mafia da ogni altro tipo di delinquenza organizzata, l'Ulloa li aveva individuati e sottoposti all'attenzione dei governo di Napoli (che naturalmente non ne tenne alcun conto, come poi i governi dell'Italia unita non tennero alcun conto delle relazioni Franchetti-Sonnino, di quella parlamentare del 1875-76, dei discorsi di Colajanni alla Cartiera dei Deputati, dei rapporti dei prefetti onesti e dell'Arnia dei carabinieri). Questi elementi si possono riassumere in uno: la corruzione dei pubblici poteri, l'infiltrazione dell'occulto potere di una associazione, che promuove il bene dei propri associati contro il bene dell'intero organismo sociale, nel potere statale.

    All'Ulloa non sfugge la causa prima di una tale situazione: che è la condizione sociale ed economica della Sicilia, ancora feudale in pieno secolo XIX. E appunto la mafia, che nasceva dalla feudalità e ne assumeva la forma (il capo mafia al posto del signore feudale, ad esercitare quel privilegio detto del «mero e misto impero » che era dei signore feudale: e cioè il diritto di vita e di morte sugli abitanti dei paesi e delle campagne, il diritto di imporre tasse anche arbitrarie); appunto la mafia doveva operare un movimento che si può assomigliare al passaggio da una società feudale a una società borghese; quel passaggio che in Francia si realizzò attraverso la rivoluzione del 1789 e in altri Paesi attraverso quello che fu detto « l'assolutismo illuminato», cioè quelle trasformazioni che i sovrani (l'imperatore d'Austria, il granduca di Toscana) seppero apportare nei loro regni decidendo dall'alto e spesso contro la stessa classe aristocratica che era stata il loro sostegno.

    La Sicilia non aveva avuto una rivoluzione né aveva conosciuto « l'assolutismo illuminato »: la terra passò dai baroni ai «borghesi» (borghesi tra virgolette, ché in Sicilia non si può dire esista una borghesia vera e propria) attraverso operazioni di tipo mafioso. I contadini promossi a «campieri» (specie di carabinieri del feudo alle dipendenze del barone) e da «campieri» a «gabelloti» (cioè ad affittuari delle terre), intimorendo i baroni, facendo loro dei prestiti con usure ingenti, derubandoli del reddito, riuscirono ad impadronirsi della terra. Ma, servi divenuti padroni, i loro vizi furono quelli dei loro antichi padroni: volevano soltanto la terra, terra quanto più estesa possibile; e si contentavano del reddito che la terra aveva sempre dato. Non volevano trasformarla, bonificarla, migliorarla. Il reddito della terra veniva investito in altra terra. «Terra quanto vedi e casa quanto stai», dice un proverbio siciliano; e cioè contentati di una casa anche piccola, ma se puoi compra tutta la terra che vedi. Già un viceré illuminato, il napoletano Domenico Caracciolo che fu in Sicilia dal 1781 al 1784, aveva notato come questa fosse l'unica regione d'Europa in cui il denaro guadagnato sulla terra diventava altra terra, non veniva cioè impiegato per migliorare la terra o per far nascere industrie o incrementare i commerci. E così è accaduto fin quasi ai giorni nostri.

    E’ come la sola possibile rivoluzione borghese che potesse avere la Sicilia, ha scritto lo studioso inglese Eric J. Hobsbawm e alla sua analisi si può trovare riscontro nel romanzo Il gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, e precisamente nel personaggio di Calogero Sedara. Ad un certo punto del romanzo, il principe scrittore fa dire al principe protagonista: «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti le iene». Queste iene, questi sciacalli, hanno saputo soltanto operare nella dissoluzione della classe aristocratica, e ne hanno approfittato. E quando si sono trovati al posto degli aristocratici, cioè a dirigere la cosa pubblica, ad essere classe dirigente. hanno continuato a comportarsi come sciacalli, come iene: a dilaniare e divorare i beni pubblici così come avevano fatto coi beni dei loro antichi padroni. Insomma: la classe borghesemafiosa, di cui è campione Calogero Sedara non sa costruire: sa soltanto divorare.

    Da ciò deriva che all'interno di tale classe c'è un continuo conflitto, un continuo processo di sostituzione. Fondandosi sulla violenza e sulla frode, il potere di un gruppo mafioso è facilmente vulnerabile nel momento in cui sta per assestarsi, per votarsi all'ordine costituito: basta una nuova ondata di violenza, di frode. I delitti della mafia sono perciò, di solito, «interni: conflitti tra una nuova generazione e la vecchia, tra gruppi che sono già arrivati al potere, alla ricchezza, al decoro, e gruppi che vogliono arrivare. L'arrivo, dunque, spesso coincide con l'annientamento (anche fisico), con la fine.

    La più completa ed essenziale definizione che si può dare della mafia crediamo sia questa: la mafia è una associazione per delinquere, con fini di illecito arricchimento per i propri associati, che si pone come intermediazione parassitaria, e imposta con mezzi di violenza, tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato. Nata indubbiamente nel feudo, nella campagna, come mediazione tra il padrone e il contadino, cioè svolgendo funzione poliziesca e vessatoria sul contadino per conto del padrone, e al tempo stesso derubando il padrone, abbiamo visto come già nel 1838 il fenomeno fosse diventato cittadino: di città come Palermo, come Trapani.

    Per avere un'idea di che cosa fosse in origine la mafia, basta pensare alle considerazioni che il Manzoni, nei Promessi sposi svolge sul fenomeno della «braveria». Sgherri del tipo dei bravi, al servizio degli interessi e dei capricci dei nobili, in Sicilia furono i prototipi dei mafiosi. In Lombardia, caduto il dominio spagnolo e subentrato quello austriaco, attraverso riforme sociali e trasformazioni economiche, e soprattutto grazie alla correttezza dei funzionari statali e quindi di tutto l'apparato amministrativo dello Stato, la «braveria» fu naturalmente eliminata dal corpo sociale.

    In Sicilia, perdurando le condizioni del dominio spagnolo anche quando gli spagnoli non ci furono più, resistendo le strutture sociali della feudalità (e, per di più, di una feudalità piena di puntigli, avida di privilegi, rissosa, anarchica), quella che in origine era «braveria» diventò nel tempo quella che oggi conosciamo come mafia. Tramontato il « mero e misto impero » dei signori feudali, l'amministrazione statale che veniva a sostituirlo si rivelava debole, inefficiente, corruttibile - fatta com'era di funzionari incapaci e mal pagati, che dovevano il loro impiego a qualcuno (cui restavano, come dice l'Ulloa, «prostrati») o che l'avevano addirittura acquistato e perciò si ritenevano, ed erano, autorizzati a rivalersi sulla parte più debole, meno temibile, dei loro amministrati.

    Uno Stato quale che sia, quali che siano i principi o la classe che effettualmente rappresenta, sempre funziona (o non funziona) attraverso i suoi funzionari. In Sicilia un funzionario che si mostrasse sagace e onesto, resistente alla corruzione o alla pressione dei potenti, veniva o isolato o espulso come corpo estraneo. Il « trasferimento » è stata, e forse è ancora, l'arnia del potere mafioso contro il funzionario che non stava al gioco.


    Una storia della mafia altro non sarebbe, dunque, che una storia della complicità dello Stato, dai Borboni ai Savoia alla Repubblica, nella formazione e affermazione di una classe di potere improduttiva, parassitaria. Questa classe, che già nella prima metà dell'Ottocento l'Ulloa definisce e denuncia, nella seconda metà del secolo trova terreno di più rigoglioso sviluppo nell'unità d'Italia e nel sistema democratico.

    Quando, nelle rievocazioni dell'impresa di Garibaldi, si parla di « picciotti », la parola non va intesa nel senso di una gioventù che spontaneamente corre sotto le bandiere garibaldine, a combattere contro la tirannide borbonica; ma nel senso di una coscrizione, di un reclutamento, operato dalla classe borghese-mafiosa, e dagli ultimi baroni, tra i contadini del feudo. E del resto anche oggi, nel gergo mafioso, col termine « picciotti » si indicano gli esecutori di ordini scellerati, i sicari. « Picciotti » quelli della battaglia di Milazzo, nel luglio dei 1860; e « picciotti » quelli che nell'ottobre 1970 entrarono, travestiti da infermieri, in un ospedale palermitano per. finire con una raffica di mitra un ferito la cui sopravvivenza costituiva pericolo per l'associazione mafiosa. E ancora « picciotti » quelli che il 16 settembre 1970 hanno rapito il giornalista Mauro De Mauro, che stava conducendo un'inchiesta su Mattei, e « picciotti » gli esecutori dell'assassinio del procuratore Scaglione, lo scorso anno.


    Si capisce che non mancarono, alla grande avventura di Garibaldi in Sicilia, volontari veri, consapevoli; ma le bande che venivano dalla campagna obbedivano soltanto alla volontà dei capi, del tutto ignorando la causa per cui si combatteva, le aspirazioni che si volevano realizzare. Le quali aspirazioni, da parte di quella che Hobsbawm chiama « la nuova classe dominante dell'economia agricola siciliana, i gabellotti ed i loro collaboratori cittadini », si riducevano in fondo a una sola: che la Sicilia diventasse una colonia agricola del Nord commerciale e industriale. Il che, ovviamente, non dispiaceva alla classe commerciale e industriale del Nord: e da ciò una più accentuata complicità dello Stato italiano nell'affermazione e consolidamento della classe borghese-mafiosa siciliana.

    Il « sistema », l'instaurazione della macchina elettorale, fece il resto. La mafia vi si associò indissolubilmente. Ed è soltanto col sorgere dei partiti di sinistra che la lotta elettorale nella Sicilia occidentale assume, da rivalità di interessi particolari e di « cosche », carattere politico. La mafia fu subito contro il nascente partito socialista; e avversò anche quel partito popolare dei cattolici che poi divenne la Democrazia Cristiana. Riguardo al fascismo, la mafia si mantenne in diffidente attesa nei primi anni. Quando cominciò a muoversi per inserirvisi, era troppo tardi: Mussolini, che aveva il culto dello Stato, era arrivato a scoprire che la mafia era come un altro Stato.

    Si racconta che la rivelazione gli venne dalla visita a un paese in provincia di Palermo, dove era sindaco un mafioso; e il sindaco ebbe l'ingenuità di dirgli che non occorrevano tanti carabinieri, tante guardie, ché a proteggere il capo del governo, il duce dell'Italia. fascista, bastava lui solo, la sua autorità, il suo prestigio. Mussolini si informò, seppe chi era il sindaco e cosa era la mafia e ordinò una radicale repressione, mandando in Sicilia, con pieni poteri, il prefetto Cesare Mori. Funzionario indubbiamente capace e disponendo dì un'autorità praticamente illimitata, Mori attaccò la mafia ad ogni livello: a livello degli esecutori come a livello dei capi, i metodi di cui si servì ripugnano alla coscienza civile: ma considerando che anche oggi con l'istituzione della commissione parlamentare antimafia le sole azioni che vengono compiute contro la mafia sono di tipo repressivo e non rispondenti ai principi della Costituzione repubblicana, e per di più si svolgono soltanto a livello degli esecutori, bisogna riconoscere che l'operazione di Mori fu quanto meno più radicale né si arrestò di fronte ai mafiosi di rango sociale elevato.

    Colpiti dal fascismo, i mafiosi si diedero all'antifascismo. Se in Sicilia si fosse verificata, dopo la caduta di Mussolini e durante l'occupazione tedesca, la lotta armata contro il nazifascismo, la costituzione di brigate partigiane e insomma quel movimento di Resistenza che si è verificato nel nord Italia, i mafiosi indubbiamente ne sarebbero stati i capi più autorevoli e valorosi. In Sicilia invece sbarcarono, il 10 luglio del 1943, quindici giorni prima che Mussolini venisse destituito, le truppe anglo-americane.

    Nella Sicilia occidentale, prevalentemente occupata dalle truppe americane i mafiosi furono subito chiamati all'amministrazione civile. Pare che i servizi segreti dell'esercito americano, tramite i mafiosi siciliani d'America, avessero già da prima stabilito contatti con loro, ricevuto informazioni. Famosi gangster siculo-americani, come quel Salvatore Lucania detto Lucky Luciano, oriundo di Lercara in provincia di Palermo, avevano creato rapporti di collaborazione tra mafia siciliana e servizio segreto americano e infatti Lucania, che si trovava in prigione negli Stati Uniti, fu poi liberato e restituito all'Italia (dove trascorse, da rispettato benestante, i suoi ultimi anni di vita).

    I rapporti tra la mafia siciliana e quella degli Stati Uniti, fondata e prevalentemente diretta da siciliani, sono stati sempre continui e intensi. Chi vuol saperne di più, cerchi il libro del giornalista americano Ed Reid intitolato La mafia pubblicato in edizione italiana nel 1956. Secondo il Reid la mafia fu esportata dalla Sicilia negli Stati Uniti dai fratelli Vito e Giovanni Giannola e dal loro amico Alfonso Panizzola, nel 1915; e la prima città americana cui fu applicato il sistema di sfruttamento della mafia, Saint Louis nel Missouri. Noi siamo del parere che bisognerebbe andare più indietro nel tempo, alla fine del secolo XIX e ai primi del nostro. Comunque la mafia, che si riteneva prodotta da una società contadina arretrata e miserabile quale quella siciliana, radicandosi e prosperando nella società americana, ad alto livello d'industrializzazione e a un grado di benessere il più alto del mondo, si rivelò fenomeno più complesso e vitale: un sistema analogo al sistema capitalistico.

    Per dare un'idea di come uno Stato possa divenire inefficiente di fronte alla mafia vale la pena riportare un episodio che riguarda Vito Genovese, mafioso siciliano d'America. Vito Genovese, in America ricercato per omicidio, si trovava in Sicilia nel 1943-44, sistemato come interprete presso il Governo Militare Alleato. Un poliziotto di nome Dickey, che gli dava la caccia, riesce finalmente a trovarlo. Facendosi aiutare da due soldati inglesi (inglesi, si badi, non americani) lo arresta; gli trova addosso lettere credenziali, firmate da ufficiali americani, che dicevano il Genovese « profondamente onesto, degno di fiducia, leale e di sicuro affidamento per il servizio ».

    Una volta arrestato, cominciano i guai: non per il Genovese, ma per il Dickey. Né le autorità americane né quelle italiane vogliono saper niente dell’arresto. Il povero agente si trascina dietro per circa sei mesi l'arrestato; e riesce a portarlo a New York soltanto quando il teste che accusava di omicidio il Genovese è morto di veleno (come il luogotenente del bandito Giuliano, Gaspare Pisciotta, nel carcere di Palermo) in una prigione americana.

    Soltanto allora, cioè quando Genovese poteva essere assolto, Dickey poté assolvere il suo compito. E ci fermiamo a questo solo episodio « americano »: e non, come si suol dire, per carità di patria; ma perché troppi, e ugualmente esemplari, dovremmo raccontarne di casa nostra.
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  6. #136
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…131)

    di A cura di Valter Vecellio

    Incontro con lo “zio di Sicilia”

    Di Leonardo Sciascia



    L’articolo che segue, “Incontro con lo ‘zio di Sicilia’ (lo “zio” era un vero e proprio “padrino”, don Peppino Genco Russo, capomafia di Mussomeli, esponente di quella Cosa Nostra che si suole chiamare “contadina”, antecedente a quella “cittadina” e dei corleonesi), venne scritto da Leonardo sciascia nel 1965, e pubblicato su “Mondo nuovo”.



    Caltanissetta, giugno - Da circa sei mesi un amico, un avvocato, ci promette un incontro con don Peppino Genco Russo: e ieri finalmente l’abbiamo avuto, nello studio dell’amico avvocato dove già don Peppino, tra vasi sicilioti e greci, con un bel ritratto di dama settecentesca come sfondo, è stato da un giornalista cileno splendidamente fotografato.


    Don Peppino vive a Mussomeli, ma di solito è in giro per la Sicilia a metter pace, ad agevolare pratiche, a raccomandare, ad assistere: ieri era a Caltanissetta per un affare del principe B., oggi sarà a Sciacca, domani chissà dove. Qualche giorno addietro gli era toccato andare fino a S., per raccomandare una ragazza orfana ad un professore: per una materia la ragazza non poteva arrivare alla laurea.


    Don Peppino è andato a trovare il professore, o un amico del professore, e ha detto: “Bisogna chiudere un occhio, si tratta di un caso penoso: non sarà la prima volta che si chiude un occhio, o tutti e due gli occhi. Promuovetela: se bocciata deve essere, la boccerà la vita”.
    La pensava così anche Carducci.



    Don Peppino è un ragionatore. Da un lungo discorso sa subito estrarre una sintesi, di ogni contrasto sa trovare la soluzione o compromesso. Una volta, tra una decina di avvocati, i più bei nomi del foro siciliano, poiché la questione andava per le lunghe e l’accordo era lontano, don Peppino si alzò ad analizzare la vertenza e a proporre la soluzione. Quando finì di parlare, il professor S. dell’Università di Palermo disse: “Peppi ha parlato”, cioè: “Tutto è chiaro, non ho nulla da aggiungere”.



    E’ un uomo di 67 anni (ma ne dimostra meno), di complessione robusta, di colorito scuro: il cappello gli conferisce un che di acre, di cupo. Senza cappello, sprofondato in una poltrona, un bicchiere di birra in una mano e la pipa nell’altra, è subito diverso dalle immagini che ne diffondono i giornali. Solo gli occhi restano, anche quando sorride, lontani: come in fondo ad una prospettiva di antica diffidenza, di insondabile malizia. Sarebbe sciocco chiedere a quest’uomo astutissimo, agguattato a cogliere anche le domande più indirette e le allusioni più vaghe, che cosa è la mafia, che cosa ne pensa della mafia, e se è vero che ne è il capo.


    “Non sono nato dopo mezzogiorno”, dice don Peppino: e vuol dire: “Non sono nato all’oscuro, vedo ogni cosa, ogni cosa capisco”. E poiché nemmeno noi siamo nati dopo mezzogiorno, sappiamo che è meglio parlare d’altro, cercare di capire che tipo d’uomo è, le sue preferenze e i suoi giudizi relativamente a cose e fatti che con la mafia hanno niente o poco a che fare.



    Poiché l’amico avvocato ci aveva presentati senza attribuirci l’intenzione d’intervistarlo, dopo due minuti don Peppino, guardando con sorridente malizia l’amico, dice: “Questa è una intervista”.

    Noi ammettiamo che forse è una intervista, ma che non avremmo mai scritto niente di diverso di quanto lui ci avrebbe detto.


    - La prima intervista - dice don Peppino - l’ho avuta il giorno della morte di mio compare buon’anima…
    - Don Calò - diciamo noi.

    - Don Calò - ripete don Peppino.

    - Due giornalisti mi mandano a dire che vogliono parlarmi. Li faccio venire e dico loro: non mi domandate niente, non dico niente, non so niente. Solo una cosa vi posso dire: che la buon’anima di mio compare era l’uomo più onesto e caritatevole che si possa immaginare.



    Parliamo un po’ dei giornalisti che scrivono di cose che non vedono, o le cose che vedono deformano, e parole che non avete mai dette vi fanno dire. Don Peppino è soprattutto urtato dal fatto che un giornalista abbia detto vecchia e umida la sua casa di Mussomeli. Ci invita ad andare a Mussomeli: non per constatare che vecchia e umida la sua casa non è, ma per il piacere di farci conoscere il paese e di ospitarci.


    Chiediamo a don Peppino cosa pensa del caso Tandoy. Lapidariamente risponde: “E’ una bardasciata”. Bardasciata, come la parola italiana bardassa, ragazzo, viene dall’arabo bardag, ma qui ha senso spregiativo soltanto, come dire: roba insensata, sciocca; e da gente di piccolo affare.



    Tentiamo di dire, con franchezza, quel che noi sappiamo e pensiamo della mafia: per saggiare, fin dove è possibile, la reazione di don Peppino. Ma ci previene con una esemplificazione: - Noi ora ci stiamo conoscendo, stiamo bevendo la birra e chiacchierando amichevolmente. Lei è di Racalmuto. Domani, mettiamo, a me capita di dover sbrigare qualcosa a Raclamuto: mi ricordo che c’è lei, vengo a trovarla, lei mi agevola come può nella cosa che ho da sbrigare. E poi a lei può capitare di aver qualcosa da fare a Mussomeli: cerca di me, e io sono a sua disposizione. Siamo diventati amici, no?… Questo è tutto: sarà mafia, non sarà mafia, non lo so… Io dico: è amicizia… Persone che si incontrano, che si prendono reciprocamente in simpatia, che si aiutano… C’è una lite: accordiamola; un aiuto da dare: diamolo… Se questa volete chiamarla mafia, io dico: sono mafioso. La verità è che nessuno ha capito niente fino ad ora.
    Parlano di organizzazione: e dov’è questa organizzazione? Ci sono persone indicate come mafiose, e sono democristiane; altre, pure indicate come mafiose, e sono comuniste. E’ segno di organizzazione, questo?


    - Forse - diciamo - la mafia è un po’ come la Chiesa, che sostiene le destre ma non esclude eventuali concordati con le sinistre. E poi c’è il fatto che lei ha una particolare e vasta autorità: e si pensa perciò ad una organizzazione.

    - La mia autorità risiede nel fatto che conosco molta gente, ho larghi rapporti, amicizie numerose…



    Da giovane si è imposto per non comuni qualità di coraggio e di forza fisica: abbatteva un toro, letteralmente, prendendolo per le corna. Ora si impone per l’astuzia, per la grezza ma non inefficace diplomazia, per la capacità di districare garbugli e dare giudizi “di pace”. Certo avrà più da fare che il nostro ministro degli esteri.


    Durante il fascismo se ne stette appartato: arrestato nel 1927 da Mori, ebbe una condanna a quattro anni senza una specifica imputazione; poi, libero, si diede a badare alle sue terre, agli animali e ai raccolti. Gli chiediamo un giudizio sul fascismo. Ho fatto il carcere senza aver commesso nulla, senza nemmeno essere imputato di un preciso reato – dice. Gli chiediamo un giudizio che prescinde dal suo caso personale. Dice: - In ogni paese comandavano i pagliacci: ma non si può negare che c’era una situazione d’ordine.

    - E della Democrazia Cristiana, cosa pensa?

    - La Democrazia Cristiana…- dice don Peppino, perplesso. - La Democrazia Cristiana… Ecco: io sono sempre stato per… (e qui il nome di un deputato democristiano siciliano), sempre, non mi sono mai spostato di un millimetro.

    - Per amicizia o perché ne condivide la linea?

    - Per amicizia e perché ne condivido la linea - Una pausa, poi afferma recisamente: - Fanfani non mi piace.

    - Lei è decisamente contro le sinistre?

    - Contro i comunisti.

    - Perché?

    - Perché non dicono la verità, perché imbrogliano le carte.



    Continua a parlare, e il succo delle sue argomentazioni è questo: che è assolutamente pessimista sulle possibilità che il mondo cambi, che l’umanità trovi ordine di giustizia. E crediamo che questo suo giudizio sia sincero: con un’esperienza come la sua, dentro una società come quella siciliana, non crediamo possa essere ottimista nel considerare la natura umana, la vita associata e ogni speranza di rinnovamento.


    - L’umanità è quella che è: ci sono i forti e i deboli, i furbi e gli allocchi. Sotto una pergola alte, solo la statura alta o l’ingegno consentono di arrivare ai grappoli.

    - Ma intendiamoci: io - dice don Peppino - sono per il bene del popolo; e lei venga a Mussomeli e domandi chi è che paga il salario più alto ai braccianti, le risponderanno: Peppi Genco. Io ogni mattina, prima di prendere il mio caffè, lo faccio portare agli operai; e se in campagna ho una bottiglia di vino, io resto senza vino, ma il contadino deve averlo… Questo voglio io: il bene del popolo.

    - Insomma - diciamo - lei non fa che del bene…

    - E trascuro le mie cose, i miei interessi per farlo. Voglio il benessere del popolo e la giustizia. Niente vendette. Quando vennero gli americani, un tale venne da me con una lista di quattordici persone da passare agli americani: quattordici fascisti di Mussomeli da fare arrestare e deportare. Io presi la lista e la feci a pezzi: niente vendette.
    E così mi sono regolato anche nel Comitato di liberazione. Erano tempi brutti: c’erano anche bande che infestavano le campagne: ma a Mussomeli non è accaduto niente, nemmeno una gallina hanno rubato. Avrei fatto tremare le ossa al primo che avesse osato fare una mala azione…



    Quest’ultima frase pronuncia con gelida forza. Anche per questa sola frase, per il modo come la pronuncia, valeva la pena incontrare don Peppino Genco Russo.



    (Da “Mondo nuovo”, giugno 1965)
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  7. #137
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    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…132)

    • A cura di Valter Vecellio

    Questione giustizia oggi una nuova stagione per le riforme?

    (Intervento al Convegno del 26-27-28 febbraio 1988, organizzato dal Centro siciliano Sturzo e dall’Istituto Gramsci siciliano, e successivamente raccolti in volume a cura di Marianna Li Calzi).



    Io sono qui, ho il privilegio di sedere a questa tavola, non meritato in un certo senso, ed anche da incompetente, da persona che sta fuori. Mino Maccari, che oltre ad essere uno straordinario pittore è anche un uomo di spirito, disse una volta che le tavole rotonde dovrebbero essere con le sedie girevoli. Consideratemi su una girevole e quindi che guardo ad altre parti, che, forse, mi interessano meno.



    Tra le cose più interessanti che ho sentito ieri sera è stato il nome di Salvatore Satta ed il richiamo a certi concetti suoi, fatto da un giovane magistrato. Ecco, sulla base di quel che conosco di Satta e di quel che sento, riguardo al diritto, riguardo alla giustizia, io devo dire che parole come emergenza e garantismo le respingo nettamente. C’è il diritto e non è possibile di fronte al diritto che ci siano emergenza e garantismo. Io ripugno quando mi sento dire che sono un garantista. Io non sono un garantista, sono uno che crede nel diritto, che crede nella giustizia.



    Anni addietro, negli anni che si dicono oggi di piombo, un giornalista italiano ha intervistato il capo della polizia francese sulle leggi antiterrorismo che si invocavano o si facevano in Italia, sulle leggi speciali. Il capo della polizia ha detto “Ma che cosa fanno questi terroristi? Rubano? Ammazzano? Bene, c’è il Codice Penale”. Detto da parte del capo della polizia, che per definizione è un organismo che vuole sempre più poteri, questa mi sembra una frase addirittura sublime. Si è parlato qui, di collaborazione, di cooperazione; il dottor Geraci ha detto che bisogna inventare qualcosa.


    Io direi che bisogna inventare in questo Paese la tolleranza che non esiste più, è in via di distruzione. Ci sono tanti elementi di riscontro per questa mia affermazione. C’è una straordinaria intolleranza nei riguardi di chi è di parere diverso; e c’è l’insorgere di una sindrome che io chiamo la sindrome Thompson, riferendomi ad una famosa lettera di Gustave Flaubert ad un amico, in cui dice “Ad Alessandria, un certo Thompson di Sanderland ha inciso il suo nome sulla colonna di Pompeo in lettere alte sei piedi. Si legge alla distanza di un quarto di lega, non c’è modo di vedere la colonna senza vedere il nome di Thompson, e quindi senza pensare a Thompson. Questo cretino si è incorporato al monumento e lo perpetua con lui.”
    Questa sindrome mi pare che si vada diffondendo in Italia ed è molto pericolosa. Si dice esibizionismo, si dice protagonismo, può avere tutti i nomi che si vuole, ma Flaubert fa di Thompson il sinonimo di cretino. Come diceva Longanesi un cretino è un cretino, due cretini sono due cretini, diecimila cretini sono una forza storica. E allora bisogna guardarsi da questo, che i cretini non diventino migliaia.



    Questo fenomeno si registra in tutte le categorie della vita sociale italiana, il fenomeno del thompsonismo, che si può anche dire intolleranza perché non è tolleranza quella di andare ad incidere il proprio nome sulla colonna di Pompeo, è una forma di violenza.
    L’anno scorso, quando io ho pubblicato quell’articolo sul “Corriere”, che ha suscitato un certo putiferio, diciamo, su una rivista di diritto “Il nuovo diritto”, un magistrato, il dottor Lo Tito, ha scritto una articolo in cui mi metteva sotto la protezione dell’articolo 21 della Costituzione. Ed io credo che in questo senso sia, per esempio, un caso limite quello del preside della facoltà di giurisprudenza di Palermo, che per aver detto la sua opinione sui maxiprocessi non è stato forse respinto ai margini della società civile come me, ma forse è stato come Filippo Argenti, nel canto ottavo dell’Inferno, messo nella palude siciliana e mafiosa. Io dico che se il preside di una facoltà giuridica, professore di Diritto Penale, non ha il diritto di dire la sua su un tipo di processo, vuol dire che un povero cittadino che si permette di non essere del parere dei maxiprocessi, altro che palude insomma, può essere impiccato.



    Insomma, questo è un mio intervento, come dicevo, su sedia girevole. Ma l’altro ieri, sulla “Repubblica”, ho letto una lettera firmata dal Primo Presidente aggiunto della Corte di Cassazione in cui si lamenta un articolo pubblicato su un quotidiano italiano, anzi credo due articoli, che mi ha lasciato veramente esterrefatto. Perché ad un certo punto dice “probabilmente è la prima volta che l’organo supremo di giurisdizione di un Paese civile sia stato qualificato strumento di un’organizzazione criminale”. Forse è la prima volta, ma bisogna vedere perché ciò può accadere. Io non voglio una risposta da un processo di vilipendio, voglio una risposta molto più concreta, più vera, perché questo accade in Italia; a costo di essere tacciato di illuminista ritardatario, notando bene che posso essere in ritardo io, ma non l’illuminismo che serve ancora molto.



    Debbo dire che la domanda che si fa Voltaire alla voce giustizia, nel dizionario filosofico, è di un’attualità sconfortante, perché dice “Come è che quello che si punisce a Loreto non si punisce a Ragusa?”. Ragusa è la Dubrovnik di oggi, insomma non la Ragusa nostra, quindi Voltaire si riferiva a due Stati diversi. Oggi questa è una domanda che ci possiamo fare per l’Italia. Quante giustizie ci sono? Che cosa c’è tra la giustizia di prima istanza e quella della Cassazione? E’ mai possibile che un cittadino non sa se viene giudicato a Ragusa o viene giudicato a Loreto? Queste sono le domande fondamentali.



    Alle riforme che volete che vi dica? Io ci credo poco perché la prima riforma deve partire da dentro di noi, se non c’è questo, è inutile fare riforme, anzi bisogna invocare che non si facciano, perché quello che si è fatto, in materia di riforme, ha portato le cose al peggio la sanità ne è una dimostrazione clamorosa.
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  8. #138
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…133)

    • A cura di Valter Vecellio

    Napoleone un’intervista impossibile



    Nel 1982 Leonardo Sciascia scrisse una “intervista impossibile” a più voci per la RAI-TV. All’immaginario talk show partecipano Napoleone Bonaparte, Chateaubriand, Savinio e un giovane d’oggi. Di questo testo in televisione non se ne fece niente e nel gennaio del 1989, dieci mesi prima che lo scrittore morisse, la pièce fu pubblicata dall’Espresso in un suo supplemento dedicato al bicentenario della Rivoluzione Francese; successivamente in “Leonardo Sciascia – La memoria il futuro”, a cura di Matteo Collura, almanacco Bompiani, 1999.



    PRESENTATORE Signore e signori, dame e gentiluomini, femministe e femministi, uomini d’ordine ed eversori, terroriste e terroristi d’ogni terrore, mafiosi, brigatisti, camorristi, artisti d’ogni tendenza, letterati con lettere e letterati “sanza lettere”, uomini dei campi - se ancora ce ne sono - e uomini delle officine - anche se in cassa d’integrazione tra qualche momento sarà tra noi, con voi, un personaggio che tutti conoscete e che - ne siate o no consapevoli - ardete dal desiderio di conoscere meglio; un personaggio che si nasconde in una piccola nicchia della vostra mente, del vostro cuore minuscolo come un soldatino di piombo… Ecco un soldatino appunto, ma subito riconoscibile anche dentro una numerosa collezione di soldatini perché un po’ più piccolo degli altri e un po’ più in età; per la sagoma minuta e al tempo stesso grave, appesantita; per un suo atteggiamento che pittori e poeti hanno reso famoso…

    Questo personaggio è nato nell’anno 1769, il giorno 15 del mese di agosto.

    Tenete mente alla data di nascita non solo per cavarne il diletto di un oroscopo retrospettivo, visto che ormai di oroscopi ci dilettiamo anche oltre il diletto, quasi nella sola fede che ci conforta, ma anche tenendo conto dello scherzo che Stephen Vincent Benét, scrittore del nostro tempo, ha giocato al personaggio con cui stiamo per intrattenerci.

    Lo scherzo s’appartiene alla sfera dell’ucronia, che è a sua volta un più vasto scherzo inventato - crediamo - da Pascal e consiste nel vedere la storia discendere dalle cose che potevano essere e non sono state invece che da quelle che sono state.

    Se il naso di Cleopatra fosse stato più lungo di pochi millimetri - si domandava Pascal - quale sarebbe stata la storia del mondo? E che cosa sarebbe stato il nostro personaggio se invece che il 15 agosto del 1769 fosse nato il 15 agosto del 1749?

    Benét risponde che sarebbe stato un semplice ufficiale di artiglieria che, faticosamente arrivato al grado di maggiore nell’esercito di Luigi XVI, si sarebbe ritirato in un desolato paese di provincia e avrebbe passato il suo tempo rifacendo in casa, sulle carte, battaglie già avvenute e dando loro - grazie ad ardite manovre e ad un rivoluzionario impiego delle artiglierie - esito diverso da quello che effettivamente avevano avuto. Una grama e maniacale esistenza, insomma.

    Ma questo scherzo ci invoglia a una prosecuzione e se fosse nato nel 1789, e cioè vent’anni dopo, e cioè l’anno della rivoluzione, che cosa sarebbe stato Napoleone Bonaparte? Sarebbe stato - crediamo - quel che da giovane e per l’intera sua vita sognò di essere scrittore.



    SAVINIO Napoleone diventò quello che tutti sanno, ma non riuscì a diventare quello che nel suo intimo desiderava un letterato. Comincia a quindici anni, per non dire dei tentativi precedenti, con una specie di memoriale giovanile (curiosa l’analogia col “memoriale” della fine) intitolato Tappe della mia vita. Più tardi scrive una Storia della Corsica in forma epistolare. Scrive La lettera a Buttafuoco. Scrive un piccolo romanzo Clisson et Eugénie. Scrive un dialogo Le souper de Beaucaire. E quando non scrive si propone di scrivere, come nel proclama ai soldati dopo Waterloo “Se ho consentito a sopravvivere, è per servire ancora al vostra gloria. Scriverò le grandi cose che abbiamo compiute assieme”.
    E quando non scrive egli stesso, fa scrivere ad altri, come a Sant’Elena. In una confessione sincera dei suoi desideri riposti, Napoleone avrebbe scambiato Arcole, Wagram, Austelitz per un’opera letteraria che sfidasse i secoli, pari a quelle dei grandi autori che egli tanto amava…



    NAPOLEONE Signor di Chateaubriand! (Imperiosamente). Signor di Chateaubriand! (Quasi implorante) Non viene mai. Forse si vergogna di non essere venuto a Sant’Elena; e specialmente da quando è arrivato André Malraux, che glie lo rimprovera.



    CHATEAUBRIAND André Malraux commette l’errore di scambiarvi col generale De Gaulle. Se continuate a sentirlo, finirete con lo sdoppiarvi sarete anche De Gaulle. O meglio sarà De Gaulle ad essere voi… Comunque eccomi qui.

    (Rivolto agli spettatori) Nell’etere in cui voi vagate e ci costringete a vagare, con questo strumento dell’intelligenza che sta diventando un mostro moltiplicatore della stupidità umana, i richiami sono irresistibili e obbliganti… Eccomi dunque a voi – (Verso gli spettatori) e voi…



    NAPOLEONE Signor di Chateaubriand! (Con tono di cordiale rimprovero) No, non è per rimproverarvi di non essere venuto a Sant’Elena che vi voglio qui – anche se, scritto da voi il memoriale… Ma lasciamo andare a me basta quella pagina delle vostre Memorie d’oltretomba del giorno in cui sono stato sconfitto a Waterloo. E’ una grande pagina, la più grande e ardua confessione che un uomo, uno scrittore, abbia mai fatta…(Al presentatore) Volete avere la bontà di leggerla?



    PRESENTATORE Il 18 giugno, verso mezzogiorno, uscii da Gand per la via di Bruxelles andavo a terminare la mia passeggiata solitaria sulla strada carraia.
    Avevo con me i Commentari di Giulio Cesare e , immerso nella lettura, camminavo lentamente. Ero a più di una lega dalla città, quando credetti di udire un rombo sordo mi fermai e guardai il cielo coperto di nuvole, incerto se proseguire o tornare verso Gand, nel timore di un temporale. Stetti in ascolto ma non udii che lo strido di una gallinella fra i giunchi e il suono di un orologio da un sobborgo. Continuai il mio cammino non avevo però fatto trenta passi che il rombo ricominciò… Mi trovavo davanti a un pioppo piantato all’angolo di un campo di luppolo. Attraversai la strada e mi appoggiai in piedi al tronco dell’albero, col viso rivolto a Bruxelles. Il vento del sud, che si era levato in quel momento, mi recò più distinto il rumore dell’artiglieria.
    Questa grande battaglia, ancora senza nome, di cui udivo gli echi ai piedi di un pioppo, e per cui un orologio di sobborgo aveva suonato i rintocchi funebri, era la battaglia di Waterloo! Ascoltatore silenzioso e solitario, io ero più commosso che se mi fossi trovato nella mischia lì, il pericolo, il fuoco, l’incalzare della morte non mi avrebbero lasciato il tempo di meditare; ma così solo, sotto un albero, come il pastore delle greggi che mi passavano intorno, mi sentii oppresso dal peso delle riflessioni. Quale battaglia si svolgeva? Era definitiva? Napoleone vi era in persona?… Benché un successo di Napoleone mi avrebbe arrecato un esilio perpetuo, in quel momento il pensiero della patria vinceva tutti gli altri i miei voti erano per l’oppressore della Francia…”



    NAPOLEONE Signor di Chateaubriand avete pregato per la mia vittoria?



    CHATEAUBRIAND Sì, ho pregato.



    NAPOLEONE E avete pregato soltanto per la Francia? Non avete pregato anche per la rivoluzione?



    CHATEAUBRIAND Non eravate più la rivoluzione.



    NAPOLEONE Lo ero ancora e voi avete pregato per la mia vittoria nella paura che la Francia della restaurazione, l’Europa della restaurazione, non sarebbero più state quelle della rivoluzione. Qualcuno ha poi detto che il mondo si divide in coloro che considerano Waterloo come una vittoria e in coloro che la considerano come una sconfitta quel giorno, alle porte di Gand, voi siete entrato per sempre tra coloro che la considerano una sconfitta. In quel solo punto, in quel solo momento, voi avete rovesciato tutta la vostra vita nell’errore… signor di Chateaubriand, sono mancato molto alla vostra vita. E voi alla mia. Ma basta quella pagina, quella confessione la più grande e spietata che sia mai stata scritta. Mi compensa del fatto di non essere stato scrittore né Alessandro né Cesare ne hanno fatta scrivere una simile. Del resto, se fossi stato scrittore, non sarei riuscito a scrivere come voi. Avrei scritto, credo, come quell’altro quel console di Francia che amava le cronache italiane quanto io quelle corse. E avrei voluto, invece, scrivere come voi… ma che importa? Voi avete espresso un duro giudizio sui miei scritti, ma avete concluso che anche se mancavo di educazione e ignoravo le regole fondamentali del francese, i miei bollettini avevano l’eloquenza della vittoria e davano la parola d’ordine all’universo… Per metà straniero avete detto. E lo ero. Ma anche se per metà straniero alla Francia, non lo ero alla rivoluzione. Questo è il punto.



    GIOVANE Sì, è proprio questo il punto la rivoluzione. l signor di Chateaubriand leggeva i Commentari di Cesare ascoltando i rumori della battaglia di Waterloo e nel momento in cui, di fatto vincitore, stava per entrare invece tra gli sconfitti, voi avete parlato di Alessandro e di Cesare… Ecco il cesarismo… Non vi pare che nel momento in cui il cesarismo appare - o riappare - la rivoluzione sia bella e finita?



    NAPOLEONE Di cesarismo io non riesco a vedere che quello di Cesare. Ma posso rispondervi con parole che sono state scritte più di un secolo dopo, anche se quel che più di un secolo dopo è accaduto dovrebbe portare chi le ha scritte, e voi che lo amate… O non lo amate più?… Dovrebbe portarvi a una diversa visione delle cose. E’ un testo che dovrebbe esservi noto.



    GIOVANE Di chi è?



    NAPOLEONE Non velo dico. Vi do soltanto l’avvio per indovinarlo a mia impressione se si fosse trovato alle porte di Budapest come il signor di Chateaubriand alle porte di Gand…



    GIOVANE Quando?



    NAPOLEONE (A Chateaubriand) Mi chiede quando… Non ai tempi di Eugenio di Savoia, si capisce… Se si fosse trovato nei pressi di Budapest mentre vi rumoreggiava la battaglia, come il signor di Chateaubriand avrebbe a quel punto rovesciato le sue convenzioni, la sua vita…



    CHATEAUBRIAND Non ne sarei così sicuro.



    NAPOLEONE Vi pare troppo presto, a Budapest? Possiamo spostarci a Varsavia…



    CHATEAUBRIAND Non vi spostate e, soprattutto, non lo spostate.



    GIOVANE Ma che gioco è questo? Parlate di luoghi e di tempi?



    NAPOLEONE La conoscenza consente delle abbreviazioni parliamo di luoghi che sono tempi. Ma lasciamo andare. Ecco il testo che presumo vi sia noto.



    CHATEAUBRIAND Che presumete non gli sia noto.



    NAPOLEONE Siete malizioso. Eccolo “Si può dire che il cesarismo o bonapartismo esprime una situazione in cui le forze in lotta si equilibrano in modo catastrofico, cioè si equilibrano in modo che la continuazione della lotta non può concludersi che con la distruzione reciproca.
    Quando la forza progressiva A lotta con la forza regressiva B, può avvenire non solo che A vinca B o B vinca A, può avvenire anche che non vinca né A né B, ma si svenino reciprocamente e una terza forza C intervenga dall’esterno assoggettando ciò che resta di A e di B…”.



    GIOVANE Gramsci! Ma ha ragione il signor di Chateaubriand non lo spostate.



    NAPOLEONE E’ appunto non spostandolo che veramente lo si sposta. Comunque, se volete, tenetelo fermo. Io non sposto nemmeno una virgola, citandolo. E dunque “Nell’Italia dopo la morte di Lorenzo il Magnifico è appunto successo questo, come era successo nel mondo antico con le invasioni barbariche. Ma il cesarismo, se esprime sempre la soluzione arbitrale, affidata a una grande personalità, di una situazione storico-politica, di un equilibrio delle forze a tendenza catastrofica, non ha sempre lo stesso significato storico. Ci può essere un cesarismo progressivo e un cesarismo regressivo, e il significato esatto di ogni forma di cesarismo, in ultima analisi, può essere ricostruito dalla storia concreta e non da uno schema sociologico. E’ progressivo il cesarismo quando il suo intervento aiuta la forza progressiva a trionfare, sia pure con certi compromessi limitativi della vittoria; è regressivo quando il suo intervento aiuta a trionfare la forza regressiva, anche in questo caso con certi compromessi e limitazioni, che però hanno un valore, una portata e un significato diversi che nel caso precedente…”.



    CHATEAUBRIAND “Ei fe’ silenzio ed arbitro si assise in mezzo a lor…” capisco che vi vada a genio, il testo di Gramsci. E il “fe’ silenzio” è da intendere che voi avete operato senza rendere conto a nessuno, ma al silenzio avete costretto tutti gli altri. Questo è il punto che mi ha diviso e mi divide da voi. Al giovane) Voi che ne pensate?



    GIOVANE Bisogna distinguere se, per così dire, l’arbitraggio è progressivo…



    CHATEAUBRIAND Ma questo lo si sa dopo. Intanto, la sofferenza, il silenzio…



    GIOVANE L’azione, il fare…



    CHATEAUBRIAND Senza conoscere il fine, senza sapere che cosa si sta edificando.



    GIOVANE Non è vero, si sa anche senza sapere…



    NAPOLEONE Giusto. Ma non deviamo il discorso. E non è vero, caro visconte, che il testo che sto citando mi vada a genio. Vengo anzi al punto che non mi va a genio per nulla “Cesare e Napoleone I sono esempi di cesarismo progressivo. Napoleone III (e anche Bismarck) di cesarismo regressivo. Si tratta di vedere se nella dialettica “rivoluzione-restaurazione” è l’elemento rivoluzione o quello restaurazione che prevale, poiché è certo che nel movimento storico non si torna mai indietro…”. Ma qui voglio dire che si può ammettere come vero che nel movimento della storia non si torna mai indietro. Non si torna mai indietro, d’accordo; ma sarebbe da aggiungere purtroppo! Poiché c’è qualcosa di peggio del non tornare indietro ed è l’andare avanti senza scorgere fossati, pozzi e mura. Da me a voi (al giovane) il movimento storico non ha fatto che cascarvi o sbattervi. E grazie, soprattutto, al cesarismo progressivo… Non mi va, dunque, il “cesarismo o bonapartismo”. O si parla di cesarismo o si parla di bonapartismo; o si parla di mussolinismo, se si vuole, come il nostro voleva, parlare di un prevalere dell’elemento restaurazione e darne un esempio. Parlare indifferentemente di cesarismo e di bonapartismo o, sull’altro versante, di bonapartismo piccolo (mi soccorre Victor Hugo ad aggettivarlo) o di mussolinismo, non mi pare corretto. Va bene, dunque, il cesarismo di Cesare, e il bonapartismo di Bonaparte. Non ce ne sono altri, non ce ne possono essere altri. E il gioco di farmi nascere prima o dopo, o di non farmi nascere addirittura, ha questo di sensato e di istruttivo che degli elementi imponderabili si sono imponderabilmente incrociati alla mia vita, al mio destino, diventando destino di un popolo, di più popoli irripetibilmente…



    GIOVANE “Democrito che il mondo a caso pone” e voi ponete a caso anche la storia.



    NAPOLEONE Mi rallegro che abbiate citato Dante; e spero che il merito non sia soltanto di Carmelo Bene che ve lo legge… Comunque sì, appunto un caso, irripetibile, unico… Bisogna che ne prendiate conoscenza e coscienza la storia non ha leggi, regole, rapporti di causa ed effetto.
    Ogni teoria o ideologia che si può cavare dal passato serve soltanto a capire quel passato, non a prevedere l’avvenire e a prepararvisi. Lo storico si affanna a scoprirli i rapporti di causa ed effetto; lo storicismo vi si illude e vi si avvolge. Ma nulla nella storia somiglia alla natura nei suoi cicli, nelle sue stagioni, nelle sue ore di tenebra e di luce. Si può assomigliare, la storia, forse, alle imprevedibili e atroci zampate che la natura sa dare ai terremoti, ai cicloni; e dico forse. Ma soprattutto si può assomigliare alla natura umana che la produce contraddittoria, vacillante, vana più spesso che concreta, pronta ad accendersi di passione ma ancora più pronta a spegnersi nell’egoismo, ad addentare una qualsiasi offa, nutrendosene o avvelenandosene… La storia! L’idea, il concetto, la nozione che voi avete della storia risiedono soltanto nella rivoluzione che io ho portato avanti. C’è stata la rivoluzione e ci sono stato io nessun’altra coincidenza, nessun altro caso è paragonabile a questo. Non era mai accaduto e non accadrà mai più… Guardate a tutte le piccole e grandi rivoluzioni - a tutti quei piccoli o grandi eventi cui date nome di rivoluzione - che sono avvenute dopo la mia…



    GIOVANE Non era la vostra era del popolo, delle masse.



    NAPOLEONE Non parlate di masse. A meno che, i n fatto di masse, non vogliate rimettervi a Hitler e Mussolini come maestri…



    GIOVANE Sono stati vostri allievi.



    NAPOLEONE Eh no! A parte quel che io ne penso, state dimenticando che io, per voi, rappresento il cesarismo progressivo. O volete passarmi al regressivo?



    CHATEAUBRIAND Equamente vi metterei tra i buoni e tra i cattivi.



    NAPOLEONE Nella vostra equità. Ma la vostra equità a lui non serve. Credo anzi che la disprezzi. L’ho disprezzata anch’io, in nome della rivoluzione.



    CHATEAUBRIAND Dunque siete d’accordo.



    NAPOLEONE Con la piccola differenza che lui è un rivoluzionario senza rivoluzione.



    GIOVANE La rivoluzione c’è.



    NAPOLEONE C’è?



    GIOVANE Ci sarà, non può non avvenire.



    NAPOLEONE Come dopo la notte viene il giorno. Ci risiamo le cause, gli effetti; le masse che non sbagliano… La sola parola “massa” mi dà i brividi. Posso, se mai, arrivare a parlare di popolo. Ma preferisco parlare di esercito, di soldati… Il mio esercito, i miei soldati un popolo fatto di individui, ciascuno col proprio coraggio, le proprie ambizioni, il proprio equilibrio tra coscienza e obbedienza, la propria volontà di dominarsi e di dominare, le proprie ferite…



    CHATEAUBRIAND La propria morte… Venticinquemila morti a Waterloo e soltanto nel vostro esercito.



    NAPOLEONE Che in quel momento era anche il vostro, non dimenticatelo… Venticinquemila morti credete che non me ne ricordi, che non mi pesino? Ma i terremoti di Lisbona e di Messina hanno fatto più vittime e senza spostare di un solo passo in avanti la condizione umana… Ma badate bene ho parlato del mio esercito, dei miei soldati. E debbo confessare che proprio a Waterloo ho sentito che non era più la stessa cosa, che l’esercito che comandavo non era più l’esercito della rivoluzione e il mio, che quei soldati non erano più della rivoluzione e miei, anche se per mia volontà stavano affrontando la morte.



    GIOVANE La rivoluzione era già da un pezzo finita.



    NAPOLEONE Ma con l’ultima mia vittoria. Le sconfitte che seguirono erano mie, non della rivoluzione… Sì, i morti di Waterloo mi pesano.



    CHATEAUBRIAND Soltanto quelli?



    GIOVANE Ma a parte Waterloo, voi insomma legittimate ogni vostra azione e vi assolvete di tutto in nome della rivoluzione.



    NAPOLEONE Di quel caso unico e irripetibile che è stata la rivoluzione che io mi sono trovato a difendere, a garantire, a portare avanti.



    GIOVANE Unico e irripetibile, in definitiva, perché unico e irripetibile è stato Napoleone Bonaparte.



    NAPOLEONE Provate anche voi ad immaginare quel che sarebbe stato se io non fossi mai nato.



    GIOVANE Un simile gioco per me è assurdo. E questo assurdo - lasciando da canto Pascal e il naso di Cleopatra - siete stato voi, in effetti, a proporlo al mondo e perché avete fatto della vostra vita quel che nessuno fino allora aveva osato fare e che nessuno poi è riuscito a fare così pienamente… “Fare della propria vita il proprio capolavoro” sapete di chi è questa frase? Di un bonapartista regressivo e non ce l’ha fatta…E perché voi stesso, come milioni di persone che vi hanno amato e odiato al tempo stesso, che da vicino o da lontano vi hanno ammirato, vi siete posto il problema del non esserci, sulla scena del mondo; di quel che il mondo sarebbe stato senza di voi. E soltanto voi siete arrivato a rispondervi nettamente, drasticamente, che meglio per il mondo sarebbe stato se non foste mai nato.



    NAPOLEONE E’ stato un momento, un particolare stato d’animo.



    GIOVANE Sarà stato un momento, ma non era uno stato d’animo era un pensiero.



    NAPOLEONE Vedo che vi siete preparato ai quiz napoleonici ormai le blandizie della televisione valgono più di quanto un tempo valeva la dura scuola… Tirate dunque fuori la frase, il tempo, il luogo, la persona cui l’ho detta.



    GIOVANE Voi sapete bene dove, quando e a chi l’avete detta. Non vedo ci sia ragione di prendermi in giro, se lo so anch’io.



    NAPOLEONE I telespettatori, mio caro, i telespettatori avete dimenticato che siamo qui per loro e che loro amano questi giochi?



    GIOVANE Va bene… A Ermenoville, passeggiando con Girardin. Non so la data, ma eravate comunque molto giovane. E avevate detto “Sarebbe stato meglio se Rousseau e io non fossimo mai nati”.

    NAPOLEONE Citazione imprecisa, molto imprecisa. La frase è un po’ più lunga e dubitativa. L’avete accorciata e stravolta a vostro beneficio. Ho detto “L’avvenire dirà se non sarebbe stato meglio, per la pace della terra, che né Rousseau né io fossimo mai esistiti”. L’avvenire siete voi perché volete sottrarvi al giudizio? Avanti, dunque sarebbe stato meglio se io e Rousseau non fossimo mai nati?



    GIOVANE Non voglio sottrarmi voi siete qui per essere intervistato, non io. E la mia curiosità, come credo quella di tutti, è di sapere come questa verità vi è balenata, come questo pensiero, questa apprensione è maturata in voi…



    NAPOLEONE Potrei rispondervi con due battute di uguale sostanza ma di diversa forma “Perché presentivo che sarebbero nati Marx e Freud”; “Perché non sapevo che sarebbero nati Marx e Freud”. Attaccatevi a quella che vi rende di più.



    GIOVANE Ma quale è la vera?



    NAPOLEONE Tutte e due o nessuna delle due riferita al momento in cui ho detto quella frase. Importante è che la sostanza ne sia vera ora, per voi.



    GIOVANE No, non è vera.



    NAPOLEONE Non è ancora vera?



    GIOVANE Non è vera.



    NAPOLEONE Capisco. Ma lo sarà… Torniamo, comunque, a Rousseau e a me. A vostro giudizio, sarebbe stato meglio se non fossimo mai nati?



    GIOVANE Ma siete nati, ci siete stati… E però stando al gioco e considerando, come voi avete precisato, la pace del mondo, direi che si sarebbe stati meglio senza di voi, ma non senza Rousseau.



    NAPOLEONE E siamo a un altro gioco quello della torre. Buttate giù me, e vi tenete Rousseau. Ma non potete. Rousseau l’avrei buttato giù io, tenendomi Voltaire. Ma non ho potuto. E se io non ho potuto buttar giù Rousseau, come potete voi buttar giù me senza buttare anche Rousseau?



    CHATEAUBRIAND Senza Rousseau…



    NAPOLEONE Lo so. Ma lasciatemelo vagheggiare, un mondo senza Rousseau.



    CHATEAUBRIAND Cioè senza di voi.



    NAPOLEONE Anche senza di me, senza la rivoluzione, senza le vittorie, senza la gloria, senza le Vite di Plutarco e senza le vostre Memorie d’oltretomba, senza…



    CHATEAUBRIAND Siete impazzito.



    NAPOLEONE Lasciatemi impazzire della mia pazzia di fronte alla pazzia del mondo. Voi lo dovreste sapere quanto è triste la grandezza… Ecco, esco dalle pagine dei memoriali, di quelli veri e di quelli apocrifi; dalle pagine di Costant, da quelle della signora de Stael, dalle vostre, da quelle del console Beyle e da quelle di Tolstoj… Non sono nato il 15 agosto del 1769; ma ancor meno mi piacerebbe essere nato vent’anni prima o vent’anni dopo Non sono mai esistito, ecco tutto. Del resto, il signor Pérès, bibliotecario di Agen, ne era certo già nel 1827… E fate attenzione se a sei anni da quella che vien data come data della mia morte, c’è un uomo di severi studi e di non corta memoria, un bibliotecario, che certifica la mia non-esistenza, non credo sia possibile dubitarne… Non sono mai esistito… (Al presentatore) Volete essere così gentile da leggere ai signori qualche pagina dell’opuscolo del signor Pérès?



    PRESENTATORE “Napoleone Bonaparte, sul quale tanto si è detto e scritto, non è mai esistito. E’ solo un personaggio allegorico. E’ la personificazione del sole. E la prova della nostra affermazione sarà raggiunta dimostrando come tutto ciò che si è detto su Napoleone il Grande è derivato dal Grande Astro. Esaminiamo quindi sommariamente quello che ci dicono di quest’uomo meraviglioso. Ci dicono che si chiamava Napoleone Bonaparte; che era nato in un’isola del Mediterraneo; che sua madre si chiamava Letizia; che aveva tre sorelle e quattro fratelli, tre dei quali diventarono re; che ebbe due mogli, una delle quali gli dette un figlio; che mise fine a una grande rivoluzione…”



    NAPOLEONE Fermatevi. E’ un punto che va corretto “Che portò avanti una grande rivoluzione”.



    GIOVANE Ci avete ripensato? Volete rientrare nell’esistenza?



    CHATEAUBRIAND Non ne è mai uscito. Non vi accorgete che ha scelto la sua esistenza migliore, che è poi la peggiore?



    NAPOLEONE Non per me, l’ho scelta. E nemmeno per voi, signor di Chateaubriand. L’ho scelta (al giovane, ai telespettatori) per voi, per voi che qualche mese addietro, su questo stesso schermo in cui mi vedete, vi siete goduta la guerra delle Malvine o Falkland che si voglia dire, che in pantofole o in poltrona, o a tavola davanti a un piatto fumante, vi siete goduto il napoleonismo da quattro soldi della signora Thatcher e del generale Galtieri, dell’ammiraglio inglese che parlava di una passeggiata militare e del generale argentino che si proponeva di resistere fino all’ultimo uomo…



    PRESENTATORE Debbo continuare a leggere?



    NAPOLEONE Ma sì, continuate.



    PRESENTATORE “Che aveva sotto di sé sedici marescialli imperiali, dodici dei quali in attività di servizio; che trionfò nel Mezzogiorno e fu sconfitto a Nord; che infine, dopo un regno durato dodici anni, iniziato al suo arrivo dall’Oriente, sparì nei mari dell’Occidente.
    Rimane dunque da vedere se queste varie particolarità sono riferibili al sole e noi speriamo che chiunque leggerà queste pagine ne sarà convinto. Innanzi tutto, è universalmente noto che il sole è chiamato dai poeti Apollon; ora la differenza tra Apollon e Napoléon non è grande e apparirà anzi minore risalendo al significato dei nomi e alla loro origine.
    E’ risaputo che la parola “Apollon” significa sterminatore…” (Su quest’ultima frase il volume della voce si va affievolendo; e vi si intrama, lontana ormai, la voce di Napoleone.)



    NAPOLEONE Continuate a leggere, continuate…
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…134)

    • A cura di Valter Vecellio

    Quella che segue è la “Nota” che Leonardo Sciascia ha scritto a premessa de “Ls Storia della colonna infame” di Alessandro Manzoni, edizione Sellerio 1981


    In un frammento del “Gazzettino del Bel Mondo”, Foscolo dice: “Addison vide in Milano la colonna infame eretta nel 1630, a ignominia di un barbiere e di un commissario di sanità condannati al taglio della mano, ad essere squarciati a brani con tanaglie roventi, rotti sulla ruota e sgozzati dopo sei ore di agonia. La peste desolava allora la città; e quei due miseri furono accusati di avere sparso veleni e malie per le strade ad accrescere la pubblica sventura. E a che pro?


    I posteri, vergognando della ferocia stolida dei loro maggiori, rasero la colonna infame innanzi la rivoluzione. Addison la vide nel 1700, e ricopiando l’iscrizione, che gli parve di elegante latinità, narra bonariamente il fatto, come s’ei l’avesse creduto. Eppure era uomo investigatore!

    Or non avrebbe egli illuminato i suoi concittadini e i posteri, se si fosse interessato d’altro che della bella latinità? Ché se avesse interrogato gli uomini illuminati d’allora, e indagato la verità, avrebbe potuto trovare le stesse ragioni che Bayle notò di quell’infelice avvenimento”.



    Ma a che prendersela con l’Addison, in quel caso viaggiatore svagato e soltanto attento al bel latino, se nemmeno il bell’italiano di Manzoni, illuminando quel fatto, è riuscito a portarlo alla coscienza dei suoi concittadini, contemporanei e posteri?


    Se ancora questo piccolo grande libro resta tra i meno conosciuti della letteratura italiana?
    Ma andiamo per ordine.



    La credenza che peste e colera venissero artatamente sparsi tra la popolazione è antica. La registra Livio, per come ricorda Pietro Verri nelle sue “Osservazioni sulla tortura”, che appunto muovono dai funesti casi cui la credenza dette luogo nel 1630:


    “Veggiamo i saggi Romani istessi, al tempo in cui erano rozzi, cioè l’anno di Roma 428 sotto Claudio Marcello e Cajo Valerio, attribuire la pestilenza che gli afflisse a’veleni apprestati da una troppo inverisimile congiura di matrone romane”.


    Al tempo in cui erano rozzi: perché pare che, meno rozzi, tra loro non sia più insorta quella credenza. E c’è da credere si fosse del tutto spenta nei secoli successivi, e fino al XIII e XIV. Non ne troviamo traccia, infatti, nei cronisti, che pure abbondano di notizie sulle epidemie pestifere, del due e trecento.


    Nelle loro pagine, le tremende epidemie non trovano altra causa che il volere di Dio o l’influsso degli astri; e la propagazione del morbo ad altro non è attribuita che agli scambi e ai viaggi.

    Per tutti, Giovanni Boccaccio: “Dico adunque che già erano gli anni della Fruttifera Incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nell’egregia città di Firenze, oltre ad ogni altra italica nobilissima, pervenne la mortifera pestilenza, la quale o per operazion de’ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata, quelle d’innumerabile quantità di viventi avendo private, senza restare d’un luogo in un altro continuandosi, inverso Occidente miserabilmente s’era ampliata”.
    La giusta ira di Dio o il movimento dei corpi celesti. Ma nel secolo XVII ecco ridivampare e diffondersi quella lontana credenza: ben più ricca, articolata, dettagliata e, perfino, codificata.

    Una ricaduta nella rozzezza, nell’oscurità, non basta a spiegarne il violento ritorno. Ci sarebbe da formulare una ipotesi suggestiva: che la credenza sia insorta come una specie di contrappasso diretto alla “ragion di stato”; cioè nel momento in cui veniva ad essere constatata, e conseguentemente dottrinata, la separazione della politica dalla morale.
    Ma ci vorrebbe, ad affermare una simile ipotesi, più meditazione e ricerca. Quel che sappiamo quasi con certezza, qui ed ora, è che nel secolo XIV nessuno avanza il sospetto di una peste manufatta e diffusa, da persone convenientemente immunizzate, per decisione del potere (visibile o invisibile) o di una associazione cospirativa contro il potere o di un gruppo delinquenziale che si propone, nella calamità, più facile depredazione; mentre nel secolo XVII un tale sospetto non solo viene formulato ma arriva alla certezza medica e giuridica, tramandandosi – non più, per fortuna, sul piano della scienza medica e leguleia – fino a un tempo cui arrivano i nostri ricordi.



    Del colera del 1885-86 e della “spagnola” ultima mortale epidemia che si è avuta in Italia subito dopo la guerra del 15-18, abbiamo infatti sentito favoleggiare come di provvedimenti, per così dire, malthusiani; e della “spagnola”, venuta dopo il grande macello della guerra, si diceva fosse effetto di un conto da cui ancora risultava eccedenza di popolazione, essendo la guerra, per errato calcolo, finita un po’ prima di quanto doveva: e dunque la correzione, da parte dei governi, per quel tanto, né più né meno, che ci voleva a far tornare il conto.
    La convinzione che la mortalità fosse voluta e programmata dal governo era talmente radicata che ad opporvi il fatto che anche alti funzionari governativi ne morivano, la risposta era che avevano sbagliato bottiglia: che avevano cioè attinto al veleno invece che al controveleno (più brevemente detto “contro” o “contra”).


    Questa opinione che nel colera dell’85-86 diede sanguinosi esiti in Sicilia, trova una curiosa registrazione nelle “Memorie del vecchio maresciallo” di Mario La Cava (1958). Dopo aver ricordato che “il primo che morì a Catania fu il prefetto, e dissero: sbagliò bottiglia”, alla domanda: “Ma si pensava davvero che ci fossero di quelli che spargevano il veleno nella popolazione?”, l’ex maresciallo dei carabinieri risponde: “Tutti lo credevano e, a dire la verità, anch’io penso che qualcosa ci fosse…”.



    Ma la peste che spopolò Milano nel 1630 non fu soltanto attribuita ai calcoli avant la lettre malthusiani del governo. Poiché i cattivi governi, quando si trovano di fronte a situazioni che non sanno o non possono risolvere, e nemmeno si provano ad affrontare, hanno sempre avuto la risorsa del nemico esterno cui far carico di ogni disagio e di ogni calamità, l’opinione dei milanesi fu mossa contro la Francia allora nemica alla Spagna dei cui domini lo Stato di Milano era parte.


    Ma la presenza, segnalata e mai individuata, degli agenti francesi, non spegneva del tutto il sospetto che lo stesso re Filippo IV, e coloro che a Milano lo rappresentavano, avessero dato mano allo spopolamento: e da ciò l’accanimento dei governanti e dei giudici, quando si trovarono davanti a coloro che la voce pubblica indicava come propagatori del morbo.
    Tuttavia, la squallida personalità di costoro fece sì che l’opinione dei più ripiegasse sulla cospirazione non politica (interna o esterna) ma delinquenziale: e che il gruppo degli untori ad altro non mirasse, seminando la morte, che al disordine, alle ruberie, ai saccheggi.



    La figura dell’untore, che già si era materializzata nella peste del 1576, quando colto sul fatto (dice il Nicolini: ma quale fatto?) un ignoto fu impiccato (e restò memoria, indubbiamente apocrifa, a discarico della coscienza collettiva, avesse rivelato sul punto di essere afforcato la ricetta di un antidoto: e non sussisteva dubbio conoscesse dunque quella del veleno); la figura dell’untore ebbe in quella del 1630 una più tragica, moltiplicata e prolungata apoteosi. E non solo a Milano.



    Ma su quella di Milano, sulle memorie cittadine che ne restavano, sulle carte che la descrivevano, si abbatteva nel secolo successivo lo sdegno di Pietro Verri, illuminista; e ancora un secolo dopo, nel XIX, la non meno sdegnata ma più dolorosa e inquieta e acuta meditazione di Alessandro Manzoni, cattolico.



    Più vicini che all’illuminista ci sentiamo oggi al cattolico. Pietro Verri guarda all’oscurità dei tempi e alle tremende istituzioni, Manzoni alle responsabilità individuali.


    La giustezza della visione manzoniana possiamo verificarla stabilendo una analogia tra i campi di sterminio nazisti e i processi contro gli untori, i supplizi, la morte. Quando il Nicolini (che più volte avremo occasione di richiamare per il suo libro su “Peste e untori”, 1937) dice che “l’istruttoria venne delegata a un Monti e a un Visconti, ch’è quanto dire a uomini di cui tutta Milano venerava l’integrità, l’illibatezza, l’ingegno, l’amore pel bene pubblico, lo spirito di sacrificio e il grande coraggio civile”, coraggio civile a parte, e cioè in meno, viene da pensare a quel libro di Charles Rohmer, “L’altro”, che è quanto di più terribile ci sia rimasto nella memoria e nella coscienza di tutta la letteratura sugli orrori nazisti pubblicata dal 1945 in poi: “una dimostrazione per assurdo, in cui è proprio la parte di umanità rimasta nei burocrati del Male, la loro capacità di sentire ed agire come tutti noi, a dare l’esatta misura della loro negatività” (parole, quasi certamente, di Vittorini: nella presentazione editoriale della traduzione italiana).


    Non si accorge, il Nicolini, che quel di cui c’è da tremare è appunto questo: che quei giudici erano onesti e intelligenti quanto gli aguzzini di Rohmer erano buoni padri di famiglia, sentimentali, amanti della musica, rispettosi degli animali. Quei giudici furono “burocrati del Male”: e sapendo di farlo.



    Che si potesse, come oggi in un laboratorio batteriologico, manufare la peste e diffonderla, intanto era questione controversa. Il Tadino, medico, ci credeva: ma allora non c’era differenza tra uno che si diceva o dicevano medico e una qualsiasi persona colta.


    Le conoscenze del Tadino, in fatto di medicina, non erano diverse né superiori a quelle di un don Ferrante: il quale risulta personaggio comico, caricatura, nelle pagine dei “Promessi sposi”, col senno di poi; ma è, in effetti, il ritratto del Tadino, tal quale. Anzi: il Tadino vedeva la peste scendere dalle stelle e andare a finire nelle ampolle degli untori; don Ferrante invece si fermava alle stelle, e morì prendendosela con le stelle e non con gli untori.



    Ma contro il Tadino che ci credeva, altri non ci credevano. L’opinione del cardinale Federigo Borromeo non era del tutto netta: “Egli incomincia a paragonare la strage di Milano con quella di Gerusalemme al tempo de’ Maccabei, quando il re Antioco, ministro dell’ira divina, la desolò; e le attribuisce entrambe ai giusti e clementi giudizi d’Iddio, affermando che quei castighi furono prove della benignità e misericordia di lui, perché il popolo Ebreo ed i Milanesi divenissero migliori… Quanto a inganni ed artifici di principi e re stranieri per diffonderlo, ed a congiure per devastare Milano, egli nega ve ne siano stati.


    Circa l’unto venefico per spargere la peste, le misture avvelenate, i venefici, egli lascia in dubbio se realmente ve ne furono, ovvero se li abbia sognati la vanità ed il timore degli uomini. Purnondimeno mostrasi proclive a dar fede a quanto fu detto e creduto, che alcuni facinorosi e insani immaginassero la scelleraggine degli unti nella speranza di rubare; e paragona la loro follia alla stoltezza di certe arti.



    Che mai non fantasticano gli astrologi e gli alchimisti? Così del pari gli untori avevano forse vagheggiato un immenso bottino e cambiamento di fortuna qualora si estinguessero le famiglie e si distruggessero le case; ad ogni modo è cosa incerta ed ancora nascosta nel mistero, ciò solo è sicuro ed evidente, che la peste afflisse Milano per volere celeste, affinché i cittadini si emendassero”.



    Così il Ripamonti, “istoriografo” ufficiale della peste, riassume l’opinione di Federico Borromeo; e citando, più avanti, direttamente dal manoscritto “De Pestilentia” in cui Federico lasciò breve resoconto di quei fatti:


    “Agevolmente e volentieri si mischia la verità colla menzogna, le cose veridiche colle false; quindi intorno la peste manufatta molto fu detto che può essere creduto e confutato con pari facilità.. E noi abbiamo ammesse alcune cose, mentre siam d’avviso che a certe altre si possa negare credenza.


    Non esitiamo di affermare per sicuro che furonvi molti i quali per iscusarsi della loro riprovevole negligenza, divulgavano che venne loro attaccata la peste cogli unguenti, mentre la contrassero coll’alito od il contatto”.



    Non c’è dubbio che il cardinale abbia, sulla diffusione della peste, idee più chiare di quelle del protomedico; ma – senza volere essere irriverenti verso un uomo che non fu sordo alla pietà come alla ragione – si ha l’impressione che, non fosse questione di bottega, crederebbe anche alle unzioni, così come crede agli untori.


    Ma tra la bottega degli untori e la propria, tra la peste creata e amministrata dagli uomini e la peste inviata come dono-punizione da Dio, il cardinale non può che scegliere la propria, e alimentarle credito.


    Ammette dunque gli untori: che cioè ci sia stata della gente intenzionata, per dirla manzonianamente, a “spiantare Milano”; ma per squallida e folle operazione di magia, senza averne effettivamente i mezzi. E si poteva l’intenzione, fondata sull’ignoranza e la follia, per quanto malvagia fosse, punire tanto atrocemente? Il cardinale non si pronuncia. Né si pronuncia il Ripamonti, che pure lascia intravedere una più decisa opinione contro la credenza.
    Ma aveva già passato i suoi guai col Sant’Uffizio: e da quella esperienza era venuto fuori prudente, circospetto. Perciò:



    “Or mi si fa innanzi un argomento incerto e difficile a svolgere… Ov’io volessi dire che non vi furono untori, e che indarno si attribuiscono alle frodi e alle arti degli uomini i decreti della Provvidenza e d i celesti castighi, molti griderebbero tosto empia la mia storia, e me irreligioso e sprezzatore delle leggi.


    L’opposta opinione è ora invalsa negli animi: la plebe credula, com’è suo stile, ed i superbi nobili essi pure, seguendo la corrente, sono tenaci in dar fede a questo vago rumore, come se avessero a difendere la religione e la patria. Ingrata ed inutile fatica sarebbe per me il combattere siffatta credenza…”



    Siamo alle solite: la religione e la patria. Abbiamo comunque, nero su bianco, l’opinione di due persone – il presule della chiesa lombarda, l’uomo di lettere ufficialmente incaricato di far la storia di quegli eventi – che non credettero alle unzioni. Quante altre ce ne saranno state dello stesso avviso?


    Certo, erano persone la cui opinione doveva avere una qualche influenza. Ma in ogni caso, bastano il Borromeo e il Ripamonti a dirci che i tempi non erano poi così oscuri e che un uomo intelligente ed onesto poteva e doveva, specialmente esercitando ufficio di giudice, arrivare se non alla convinzione del secondo almeno a quella del primo.


    E secondo il Nicolini quei due gentiluomini che condannarono i presunti untori, il Monti e il Visconti, avevano ingegno, erano onesti. Due qualità che, nel caso, non potevano coesistere: perché è possibile fossero onesti ma imbecilli: o che fossero disonesti essendo intelligenti.



    Ma non c’è causa, per quanto irrimediabilmente persa, che non trovi un suo difensore: anche dopo tre secoli. Contro Verri e contro Manzoni, in difesa dei giudici che avevano torturato e condannato ad atroce morte degli innocenti imputati di un delitto che anche allora, da alcune menti razionanti, era considerato impossibile, ecco levarsi ai giorni nostri Fausto Nicolini.



    “Fondato sul presupposto che le sole prove effettive di reità raccolte contro gl’imputati furono le loro confessioni e denunce reciproche, strappate con la tortura o con la paura di questa, il Verri aveva attribuito l’errore giudiziario, che li trasse a morte tanto orrorrosa, all’inconcludente barbarie così di quel mezzo probatorio come dei tempi nei quali era parso naturale e indispensabile, contro i quali tempi, da buon illuminista, egli imprecava.
    Che, a prescindere da qualche inesattezza nel presupposto, è un esempio cospicuo d’una conclusione totalmente illogica appiccicata a un ragionamento più o meno logico”.



    E qui ci par di capire che la tesi del Verri viene liquidata in nome del più pedante storicismo; per il fatto che c’erano, l’oscurità nelle menti e la tortura nelle istituzioni, non potevano non esserci – e prendersela con quegli uomini, con quelle istituzioni, è come prendersela con un fatto di natura, un terremoto, un nubifragio. Non tiene per nulla in conto, il Nicolini, che il Verri faceva una battaglia; una battaglia che ancora oggi va combattuta: contro uomini come quelli, contro istituzioni come quelle.


    Poiché il passato, il suo errore, il suo male, non è mai passato: e dobbiamo continuamente viverlo e giudicarlo nel presente, se vogliamo davvero essere storicisti.


    Il passato che non c’è più – l’istituto della tortura abolito, il fascismo come passeggera febbre di vaccinazione – s’appartiene a uno storicismo di profonda malafede se non di profonda stupidità. La tortura c’è ancora. E il fascismo c’è sempre.



    Liquidato, di passata, il Verri, Nicolini s’impegna di punto a liquidare la “Storia della Colonna Infame”. Il suo principale argomento, tutto sommato, non è però che questo: gli imputati avevano, come si suol dire in linguaggio poliziesco-giudiziario, dei precedenti.
    Non tutti; né, si capisce, in fatto di unzioni. Il Migliavacca padre aveva precedenti come lenone, manipolatore di medicamenti contro il mal francese, fratricida (e come mai, per un simile reato non era stato giustiziato?); e aveva persino subito processo dal Sant’Uffizio, poiché una volta, travestito da frate, si era infilato in un confessionale della chiesa di Sant’Ambrogio a godere dei peccati che le penitenti gli sciorinavano all’orecchio: il che, come ognuno vede, era sufficiente a dargli patente di untore anche dubitando delle unzioni o non credendoci addirittura.


    Anche il Baruello e il Bertone praticavano il lenocinio e, in più la facevano da bravi. In quanto al Piazza i suoi vicini di casa lo dicono “giotto”, cioè dedito al malfare: e si sa quanto probante sia la testimonianza di un vicino di casa, quando uno sventurato è fermamente tenuto dagli artigli della giustizia.



    Tutti infine, anche il Mora, sono definiti dagli avvocati del Padilla “di natura perversa, soliti a commettere gravissimi delitti, male affetti a Sua Maestà, e alla giustizia”: e il Nicolini si meraviglia che il Manzoni non abbia tenuto conto di una tale giudizio, stante che agli avvocati del Padilla mostra di prestar fede.


    Non si meraviglia, anzi, ma lo accusa: “ai quali il Manzoni presta intera fede quando la loro tesi coincida con la sua”.


    Ma la tesi dei difensori del Padilla era che il loro cliente, innocente, era stato tirato dentro il processo, come complice, come mandante, d agente che appunto non aveva scrupoli a coinvolgere un innocente: e quindi di natura perversa, per ciò stesso, a parte i precedenti che i più di loro si ritrovavano.


    Il Manzoni non difende il solo Padilla: difende tutti poiché – cosa che il Nicolini nella sua acribia-acrisia sembra dimenticare, anche se del tutto ovvia – tutti sono innocenti.
    E perché, di fronte alla certa innocenza di tutti, avrebbe dovuto mettersi a far conto dei precedenti? Se mai, poteva farne conto a carico dei giudici: ché sempre i precedenti, quando un giudice non li respinge per mettersi di fronte al solo e nudo caso che deve giudicare, hanno offuscato e traviato il giudizio.



    Altro argomento del Nicolini, in discarico ai giudici e a carico degli imputati, è che non tutte le confessioni avvennero sotto tortura: ma o prima o dopo o nelle pause. Singolare argomento, e da uomo che non riesce a vedere al di là delle carte gli uomini, gli individui, i personaggi: la loro estrazione, il loro diverso carattere, la maggiore o minore forza d’animo, la maggiore o minore sensibilità al dolore fisico, la paura in ciascuno più o meno forte, il diverso grado di credulità o di fiducia. E additare l’esempio del giovane figlio del Migliavacca, “che né lusinghe né forza di tormenti indussero mai ad accusare bugiardamente sé e altri” (ma fu afforcato come gli altri), e che gli altri imputati avrebbero potuto seguirlo, è a dir poco ingenuo.



    Ma tra tanta, diciamo, ingenuità; tra tanta, direbbe il Manzoni, scarsa conoscenza del cuore umano, c’è nel saggio del Nicolini un breve passo che sommamente ci interessa:
    “poiché il Manzoni non solo s’ostinò in quel tentativo disgraziato, ma, dopo un’incubazione di circa vent’anni, dié anche alle stampe, rifatta, ampliata, e molto accentuata, quella dissertazione infelice, è mai possibile non concludere che in lui il moralismo fosse mille e mille volte più prepotente non solo della logica (violata, come ognun vede, nel modo più palmare), ma persino delle sue credenze religiose?”.



    Quel tentativo disgraziato, quella dissertazione infelice: sono, a dirla francamente, sciocchezze da ricercatore d’archivio intriso di estetica crociana che non riesce a vedere né i fatti nella loro totalità e nel loro significato né l’opera nella sua interna e intera logica e poesia.
    Ma la domanda finale ha (è il caso di dire: finalmente) un senso; può aprire, a rispondere affermativamente, un discorso.


    Il moralismo – termine oggi in disgrazia, che come una goccia d’acqua si vaporizza se cade sulle roventi ingiustizie dei nostri anni, e quel breve vapore si dice qualunquismo – il moralismo appunto è in Manzoni molto più prepotente delle sue credenze religiose. E dalla Colonna Infame, più che dal romanzo (al romanzo bisogna tornare dopo aver letta l’appendice), questa verità appare in tutta evidenza.



    In uno scritto del 1927 sui “Promessi sposi” Hofmannsthal ad un certo punto dice: “Questa altissima vitalità, che è anche un culmine di discrezione, viene attuata da una rappresentazione estremamente modesta, penetrante e precisa, che nel tono somiglia a una relazione che un amministratore (sia egli amministratore di beni terreni o di anime) fornirebbe a uno più alto, per informarlo in maniera veramente precisa perché egli ne possa cavare un giudizio”.

    Non sappiamo se Hofmannsthal lesse mai la “Storia della Colonna Infame”: si sarebbe accorto che non soltanto nel tono ma fondamentalmente, in essenza, è una relazione; e non a “uno più alto” ma a se stesso e ai suoi simili.


    I “Promessi sposi” pur essendo, come dice ancora Hofmannsthal, “per sua costituzione un libro laico”, è come un fiume che scorre alla foce, in tutto il suo corso segnato sulla mappa della fede: già segnato e ora percorso. Ma la “Storia della Colonna Infame” ne è la deviazione imprevista, l’ingorgo, il punto malsicuro del fondo e delle rive.



    La ragione per cui il Manzoni espunge dal romanzo la “Storia” non è soltanto tecnica – cioè quella ragione di cui lungamente, sull’edizione dei “promessi Sposi” del 1827, Goethe discorre con Eckermann. La ragione è che sui documenti del processo, sull’analisi e le postille di Verri, Manzoni entrò, per dirla banalmente, in crisi.


    La forma, che non era soltanto forma, e cioè il romanzo storico, il componimento misto di storia e d’invenzione, gli sarà apparsa inadeguata e precaria; e la materia dissonante al corso del romanzo, non regolabile ad esso, sfuggente, incerta, disperata. E c’è da credere procedessero di pari passo, in margine alla sublime decantazione o decantata sublimazione (da nevrosi, si capisce) in cui andava rifacendo il romanzo, l’abbozzo della “Colonna Infame” e la stesura del discorso sul romanzo storico.


    Due grandi incongruenze, a considerare che venivano dallo stesso uomo che stava tenacemente attaccato a rifare e affilare un componimento misto mentre ne intravedeva e decretava la provvisorietà e ne preparava uno, per così dire, integrale, da cui l’invenzione veniva decisamente esclusa.



    Il dissenso del Giordani appare del tutto comprensibile, per allora: “Facilmente mi accorderei seco (cioè col Manzoni) circa i romanzi storici come si chiaman ora, né piangerei se il mondo non ne vedesse di più. Ma non consento di porre in quel genere i Promessi sposi… e ben vorrei che Manzoni (ch’egli solissimo può) ne facesse un secondo. Del resto la sua sentenza su tutte le finzioni è nobilissima; è degna dell’intelletto giunto al suo equatore; e la ricevo nell’anima; anzi già l’avevo, e mi giova di vederla confermata da lui”.



    Aveva ragione il Giordani, che “I promessi sposi” non andava intruppato in quel genere; ma aveva le sue ragioni il Manzoni, che invece ce lo vedeva o temeva ci finisse (e da ciò il suo lavoro per farlo meno romanzo, per farne altra cosa che romanzo: qual è). E queste ragioni gli venivano, con tutta probabilità, dalla aver tra le mani la materia della Colonna Infame, di cui non poteva assolutamente fare quel secondo romanzo che il Giordani auspicava.
    Davvero l’intelletto del Manzoni era giunto al suo equatore: ma nella Colonna Infame che il Giordani ancora non poteva conoscere, quando scriveva all’amico Grillenzoni (1832), e che certo non pienamente apprezzò quando la conobbe. Come tutti, del resto: ché nell’enorme bibliografia sull’opera manzoniana quella che dapprima Manzoni chiamò “appendice storica sulla Colonna Infame” appunto è trattata da appendice, con disattenzione e superficialità.
    Fanno eccezione, per quel che sappiamo, due saggi: uno di Giancarlo Vigorelli, pubblicato nel 1942 come introduzione a una ristampa della Colonna; l’altro di Renzo Negri, “Il romanzo-inchiesta del Manzoni” pubblicato nel 1974, anch’esso come introduzione al testo della Colonna Infame. (E viene da rimpiangere che Alberto Moravia non abbia letto I promessi sposi partendo dalla Colonna, in quel suo discorso, per tanti versi interessante, che fa da introduzione all’edizione einaudiana del romanzo; illustrata, non congenialmente, da Guttuso; nel cui segno meglio sarebbe stato messo a fuoco quel mondo “perverso e affannoso” che si agita nel processo agli untori).



    Quello scherno di cortesia, di modestia, di umiltà (e sarebbe da parodiare: ne aveva tanta di umiltà da mettersi al disotto di tutti, ma non da mettersi in pari con qualcuno) che si dispiega eccessivo nell’epistolario manzoniano, ed è nevrotica difesa a separazione dell’uomo dall’opera che ritroveremo esasperata in Pirandello, crediamo che per quanto riguarda la Colonna Infame non si disgiunga da una concreta preoccupazione, che si è poi puntualmente realizzata.
    Rispondendo a Francesco Saverio Del Carretto (e fa una certa impressione trovare l’aborrito ministro di polizia del Regno delle Due Sicilie che rende un servizio a Manzoni e parla di libri), che gli aveva scritto di essersi prenotato per più copie della Colonna Infame e che l’aspettava desideroso, Manzoni diceva: “qualche giornale, seguendo non so qual falso rumore, ne ha parlato come lavoro di lungo studio, e di qualche importanza; ma in fatto è pochissima cosa per ogni verso, e certamente il pubblico, alla lettura, anzi alla semplice vista di esso, farà scontar questo vanto anticipato all’autore, che non ci ha colpa”.



    Sapeva benissimo che la Storia non era pochissima cosa che per un solo verso: quello della mole; ma non giuocava la solita modestia, nella previsione dell’insuccesso. Conosceva benissimo gli italiani, poiché ne conosceva la storia.


    Non c’era mai stato niente di simile, in Italia; e quando qualcuno, più di un secolo dopo, si attenterà a riprendere il “genere” (poiché Manzoni, come esattamente dice il Negri, prefigura il “genere” dell’odierno racconto-inchiesta di ambiente giudiziario), “le silence s’est fait”: come allora.



    Ma la previsione non attenuò la delusione. E quando finalmente incontra un consenso pieno ed entusiastico, del francese Adolphe de Circout che gli comunica anche quello di Lamartine e di Augustin Thierry, ecco che Manzoni si apre a confidare, ma sempre con estrema discrezione e con sapiente ritrosia, che l’insuccesso non ha scalfito la sua fiducia nella piccola opera: “Jugez après cela, Monsieur, quel plaisir a du me faire une voix inattendue et éloquente qui a bien voulu me dire que je ne m’étais pas tuot à fait trompé. Sans vouloir nier, et sans puvoir meme démeler la part que l’amour propre peut avoir dans un tel plaisir, j’ose croire, qu’il y a aussi quelque chose de plus noble et de moins personnel dans la consolation, que l’on épruve en s’entendant assurer que ce qui, après un examen minutieux, comme au premier cuop-d’oeil, a semblé vrai er important à la conscience, n’était pas tout à fait illusion”.





    “Quel che è sembrato vero e importante alla coscienza”. Alla sua coscienza, alla nostra. Alla nostra di oggi, alla nostra di fronte alla “cosa” e alle cose di oggi.


    E per finire nella più bruciante attualità – di fronte alle leggi sul terrorismo e alla semi-impunità che promettono ai terroristi impropriamente detti pentiti – si rileggano, del terzo capitolo, le considerazioni che il Manzoni muove riguardo alla promessa di impunità al Piazza:
    “Ma la passione è pur troppo abile e coraggiosa a trovar nuove strade, per iscansar quella del diritto, quand’è lunga e incerta. Avevan cominciato con la tortura dello spasimo, ricominciarono con una tortura d’un altro genere…”; ed era quella dell’impunità promessa, che più della tortura poté convincere il Piazza ad accusare falsamente, ad associare altri, come lui innocenti, al suo atroce destino.
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…135)

    • A cura di Valter Vecellio

    Sciascia tra rinnovamento e muro del compromesso

    (da “Cose di Sicilia e di siciliani” di Giorgio Frasca Polara, Sellerio editore, Palermo 2004 collana La memoria 621, euro 10,00)



    Nel giugno del 1966, in occasione del ventesimo anniversario della nascita della Repubblica, “L’Unità” promosse un’inchiesta tra gli intellettuali italiani. A me tocco di chiedere un’intervista a Leonardo Sciascia, che aveva appena pubblicato un nuovo romanzo, “A ciascuno il suo”, il primo in cui l’autore sperimentasse la tecnica del giallo.


    Al rigido schema domanda-risposta Sciascia preferì quello più libero del colloquio. Eccolo.
    Un’altra premessa: quando il direttore dell’epoca, Mario Alicata, lesse in bozze le parole di Sciascia (non ancora consigliere comunale di Palermo con il PCI, e non ancora deputato con i radicali) non ne condivise parecchie, e ben s’intenderà quali.


    Glielo fece amichevolmente sapere, mio tramite. Ma le pubblico egualmente tutte, con ampio risalto e con il titolo che qui torna. (Prevengo l’obiezione che, in effetti, alcuni temi siano superati. Superati alcuni temi, ma non l’approccio ad essi di quest’uomo di tenace concetto e di acuta preveggenza: si vedano le fugaci considerazioni sull’Europa).



    L’avvio del colloquio, di qualsiasi colloquio, con Leonardo Sciascia, è delicato, difficile. I suoi ostinati silenzi, il pervicace rifiuto di una insincera presenza “pubblica”, la meditata timidezza non sono, da parte sua, manifestazione d’insensibilità (e del resto il posto civile che occupa nella letteratura e nella saggistica sta a testimoniarlo), quanto piuttosto di un’istintiva percezione delle difficoltà che incontra una natura tipicamente volterriana a rendere il proprio pensiero, i propri giudizi, in termini politici.



    Quando poi la brutale insistenza del cronista lo costringe ad affrontare il tema, i temi di un bilancio di vent’anni di repubblica, la ritrosia di Sciascia diventa quasi sgomento. Uno sgomento che ha, per sua stessa ammissione, una origine nell’ininterrotta esperienza siciliana.
    “E’ così, e me ne sono accorto in questi ultimi tempi: sono assolutamente condizionato dalle cose siciliane. A tal punto me ne rendo conto che, per la prima volta nella mia vita, ho pensato all’emigrazione come ad una prospettiva di libertà. Talora, sempre più spesso, fuggo a Parigi. Ma poi mi rassegno: le mie radici sono qui, in Sicilia. Ma quanti sono i siciliani che, in preda ad odioamore per la loro terra, ne fuggono?”.



    Con il discorso che ora gli proponiamo di avviare, questo condizionamento assume la forma del pregiudizio:

    “La Sicilia è stata e resta il banco di prova della democrazia italiana. E il fallimento constatato nell’effettuale realtà della Sicilia, coinvolge, per me, tutti gli elementi, le forze, i princìpi della vita democratica italiana”.


    Questo pregiudizio, potrà forse spiegare, ma non giustificare e glielo dico, perché Sciascia sia portato a vedere sempre le cose sotto un’accentuata specie morale (“se non addirittura moralistica, qualunquistica come oggi si suole dire”, m’interrompe)?


    L’avverti subito, questa matrice, appena si entra nel vivo del discorso. Il bilancio non è certo facile, anzi “ciascuno lo farà a suo modo” – accenna Sciascia con voce incerta – “sul punto delle proprie delusioni o speranze, delle proprie sconfitte o conquiste, dei tradimenti commessi e subiti. Perché ognuno” aggiunge quasi con imbarazzo, nell’assestarsi sull’antica poltrona, “ha tradito qualcosa, in maggiore o minore misura; e ognuno di noi ha subito più di un tradimento: dalle persone, dalle cose, dalla storia stessa.


    E, in definitiva, la delusione più grande, la sconfitta di ciascuno e di tutti, si può dire sia questa: l’avere scoperto che la storia può tradire, ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano, molto lontano”.


    E in un certo senso questo discorso darebbe, dà, la misura dell’attualità di certe cose di Sciascia sul passato remoto o prossimo, e sul presente, dalle Parrocchie di Regalpetra (che nel 1956 laureò scrittore Leonardo Sciascia, l’insegnante di Regalbuto che si presentava sperando di aver dato con quel suo libro “il senso di quanto sia lontana questa vita dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione”) a Il giorno della civetta, al Consiglio d’Egitto, alla Morte dell’inquisitore, al più recente A ciascuno il suo.



    “Certo”, ammette tuttavia, “l’Italia è cambiata, è un paese assai diverso persino da com’era appena dieci anni fa, non venti. Sotto la confusione si avvertono, ben precise, istanze di un popolo, di un paese che vuole diventare davvero moderno, veramente civile, veramente libero. Ma il guaio è che c’è come un muro contro cui queste istanze oggi s’infrangono. E’ il muro del compromesso, del patteggiamento, dell’ammicco per un’intesa, magari solo futura. C’è come una frattura tra il popolo e la gran parte dei “politici”, tra il corpo elettorale e quello degli eletti…”

    La cruda premessa, buttava là quasi distrattamente, servirà ancora a Sciascia per inseguire con “settaria”, paradossale coerenza i temi più attuali dell’oggi. Ma questa frattura – obietto – non è casuale: c’è ben chi preme per imporre, in un disegno molto ampio, il “disimpegno” delle masse.

    Si possono forse generalizzare le responsabilità senza regalare così un alibi a chi effettivamente ha determinato e vuol manovrare questa crisi? La risposta è negativa, ma problematica.

    Alla ammissione che, effettivamente, le responsabilità hanno nomi precisi e origini definite, Sciascia collega subito un tema – il dialogo – che gli urge proprio per cercare dispiegare quella cruda premessa.



    “Prendi ad esempio il cosiddetto dialogo tra marxisti e cattolici. Ma in un paese come il nostro in cui il testimone di Geova è condannato perché rifiuta di prestare un giuramento che la sua fede gli vieta; dove l’obiettore di coscienza viene sbattuto in fortezza; dove chi si sposa solo con il rito civile può essere, quasi impunemente, accusato da un vescovo di concubinaggio, in un paese insomma dove non si è ancora riusciti a realizzare quella tolleranza che è ormai stabili patrimonio di tutte le nazioni civili, come si fa, dico, a pensare al dialogo?”
    All’ipotesi di essere additato come un anticlericale di vecchia maniera (“non lo sono, e bada che sono tutt’altro che un anticomunista”) Sciascia replica quasi sconfortato: “Il mio cosiddetto anticlericalismo nasce anzi da una specie di ansietà religiosa. Per dirla con Mauriac, mi offende il fatto che dei princìpi così alti vengano tanto bassamente professati”.



    Setto questo, Sciascia non esita però ad ammettere che, effettivamente, “dopo papa Giovanni, e dopo questo Concilio, la Chiesa non è più quella di Pio XII”, e che “anche nella DC cominciano ad affiorare fermenti nuovi, personalità di una certa apertura morale, di una sensibilità civile e di un coraggio che meritano considerazione e rispetto”.
    “Eppure io ritengo”, s’affretta però ad aggiungere, “che questi fermenti e queste personalità riceverebbero maggior aiuto da un’opposizione più rigorosa, sempre fedele ai propri princìpi, che non da un avvicinamento insufficientemente meditato”.



    La ragione di questa cautela sta, per Sciascia, nel fatto che “ogni conquista del popolo italiano è stata sempre raggiunta contro la Chiesa cattolica, e mai con il suo aiuto. Le prospettive, insomma, si sono aperte per forza d’opposizione, per la decisa volontà del popolo italiano, manifestata anche sulle piazze, di difendere la libertà e la democrazia.
    Non nego che, sul piano internazionale ci sia stato un momento di genuino dialogo per la presenza di tre grandi personalità come Giovanni XXIII, Krusciov e Kennedy. Ma sono minimi i riflessi che questo momento ha avuto in Italia, sulle cose italiane”.



    Il tema del compromesso, e ancor di più dei “cedimenti” torna a serpeggiare, ingigantito e talora più lucido, nel discorso che Sciascia affronta subito dopo: quello sul centrosinistra e quello (“per tanti aspetti conseguente”) dell’unificazione socialdemocratica.


    Il discorso non nasce in modo casuale: insistiamo sul fatto che il dialogo tra marxisti e cattolici, pur tra le remore e le difficoltà con cui si sviluppa, costituisca oggi un punto fermo (e una prospettiva) ben più consistente e realistico della cosiddetta apertura a sinistra.
    Sciascia annuisce e subito si colgono nel suo ragionamento preoccupazione e stizza per quella “apertura” “così condizionata e perdente”. Perché “un fatto senza dubbio importante, forse storico, come il centrosinistra tra democristiani e socialisti si è realizzato sul terreno del compromesso, senza nessuna preoccupazione e con molti, troppi cedimenti”.



    Insomma, “dopo settant’anni di opposizione, il PSI aveva il diritto di entrare nel governo per così dire a vele spiegate. E invece c’è entrato, e ci sta, in un modo che dà alimento al fondamentale scetticismo degli italiani. Qual è infatti il giudizio che si sente più frequentemente sul centrosinistra? Che ‘sono tutti uguali’; che cioè, in un potere gestito in questo modo così uguale al passato, naufraga ogni principio e ogni idea di rinnovamento. Questa è la più grossa colpa del centrosinistra.


    Io capisco benissimo che la posizione dei socialisti, una volta imbarcati nel governo, sia drammaticamente difficile. Ma il punto era di non arrivare al dramma, di prepararsi, di attrezzarsi sapendo quel che li aspettava”.



    Sembra a Sciascia che, tra gli altri “errori socialisti”, ci sia anche quello di non aver tenuto conto che, in venti anni, la DC aveva avuto modo, nella pratica, di formarsi una classe di governo, “gente che ormai ha acquisito esperienza, mestiere anche, persino stile, se non altro lo stile che viene dalla sazietà.


    E poco male che questo dramma lo vivano solo i socialisti. Fatto è che quel che sta succedendo alimenta una specie di disgregazione progressiva, un effetto simile a quel che può produrre il gollismo e che, paradossalmente, in Francia invece non ha prodotto.


    C’è stato un film, qualche anno addietro, che forse era proprio un presentimento di quest’effetto, ‘Il passaggio del Reno’. Bene”, aggiunge Sciascia con un lieve, amaro sorriso, “oggi ognuno è disposto a passare il Reno per suo conto, se non lo ha già passato senza curarsi degli altri, non ritenendosi più parte di un destino generale. Bomba atomica o no. Ma questo non è solo un problema italiano: semmai in Italia, e in Sicilia particolarmente, mi sembra che questo fenomeno sia in preoccupante fase crescente”.



    Ecco che, per la seconda volta, Sciascia, uomo di tenace concetto, torna a riferirsi ai casi della Sicilia assunti a simbolo più che solo a punto concreto di riferimento. Anche questo non è un fatto casuale.


    In quello che definisce “esercizio pedagogico all’indifferenza”, la classe dirigente siciliana è stata, e continua ad essere, all’avanguardia: “Tutti i fatti negativi della vita politica nazionale sono stati anticipati e sperimentati qui, in corpore vili, quasi per assicurarsi che fossero veramente negativi e quindi di valida realizzazione sul piano nazionale.
    Ecco perché quel che è accaduto e accade in Sicilia condiziona irrimediabilmente i miei giudizi e forse mi impedisce una più serena visione delle cose italiane”.



    L’argomento suggerisce un accenno alla crisi profonda che sta vivendo l’istituto autonomistico. Leonardo Sciascia non rifugge del partecipare alle iniziative che un largo schieramento di forze ha preso e prende per un rilancio, anche autocritico, dell’autonomismo.


    Ma non si contenta, quelle iniziative non gli bastano: perché “bisogna che ci si renda conto che i termini della polemica sono cambiati. La polemica non è più soltanto con lo stato ‘accentratore’ ma con l’Europa. Tante cose sono cambiate, tante stanno per cambiare, ma temo che non sempre anche i comunisti riescano a intuire tempestivamente cosa cambia e in quale modo. Prima che cambi, naturalmente”.



    Da qui, da questo richiamo, ad affrontare il tema della condizione (e dei mutamenti della condizione) della cultura e dell’intellettuale, il passo è molto breve.


    “Anche qui c’è una grande confusione, un grande frastornamento, ma con effetti diversi da settore a settore. Per le arti figurative, e più ancora per la saggistica, mi sembra che le conseguenze siano meno disastrose che nel campo della letteratura per così dire creativa. Certo cose, che credevamo essere dei punti fermi al tempo del Politecnico e anche più tardi, ora non lo sono più. O almeno cercano di farci credere che non siano più tanto fermi.
    Industria culturale, persuasori occulti, sfruttamento di pseudo-concetti, sociologismi: indubbiamente si sta tentando di complicare le cose. Così, ad un certo momento, in una tradizione come quella della nostra cultura – aretinesca nel costume, e tutta dedita ai valori formali non solo in letteratura ma anche in quelle che si usavano chiamare le scienze morali – si è tornati a dare la preminenza ai valori formali, tanto dannosi soprattutto in Italia dove occorreva praticare ancora un certo disprezzo per la letteratura (ciò che si era effettivamente cominciato a fare nell’immediato dopoguerra) e vivere invece, lavorare sulla realtà.



    Sciascia si chiede sgomento come “in un paese come il nostro che ha tanti e così gravi problemi” si possa giungere “ad una tale, questa sì davvero, alienazione, a questo allontanarsi dalla realtà per seguire prevalentemente valori di forma, di lingua, eccetera”.
    Sciascia pensa invece che la forma debba nascere, nasca, con le cose da dire, che una lingua italiana media, di tutti, sia già quella di Pirandello, di Saba, di Moravia.
    “Ma forse è proprio questo il punto”, aggiunge: “le cose non si vuole dirle, si crede che sia inutile dirle. E la colpa di questo stato di cose non è soltanto dei letterati, o più in generale degli intellettuali”.


    Riaffiora così, abbastanza esplicitamente, un altro tema che a Sciascia sta a cuore, e che anche ora affronta di petto, polemicamente e sotto specie morale: “Se l’intellettuale italiano, per tradizione, non è (genericamente parlando) capace di scegliere nettamente un partito in cui stare, d’altra parte nemmeno i partiti sono capaci di scegliere, e soprattutto di operare tra gli intellettuali con costanza, con rispetto, con precisione. E’ la solita storia, un capitolo essenziale della storia del potere: i partiti cercano di strumentalizzare gli intellettuali, e gli intellettuali cercano di strumentalizzare i partiti… E qualche intellettuale, bisogna pur dirlo, ci riesce benissimo…”.



    Sciascia schiaccia l’ultima sigaretta, americana e senza filtro. Poi sorride lievemente. Infine, prevenendomi, dice: “No, non sono un pessimista. Né un qualunquista. Soltanto, continuo ad arrabbiarmi su una Sicilia che non riesce ancora a diventare Europa. E soprattutto su un’Italia che rischia di diventare Sicilia…”.



    Sin qui il colloquio, nella versione pubblicata dopo un’attenta, meticolosa rilettura di Leonardo Sciascia. Quegli accenni alla DC troveranno ben maggiore spazio (e ben più feroce critica) nel romanzo “Todo modo” (1974) e, più tardi, ne “L’affaire Moro” (1978). Ne resteranno isolati anche e soprattutto gli accenni alla Sicilia come terreno di esperimento in corpore vili e all’Italia che rischia di diventare Sicilia. Sono un’anticipazione di un più compiuto ragionamento. Che coverà a lungo nell’animo di Leonardo Sciascia.


    Sino a farsi organico solo nel 1979, in La Sicilia come metafora, il libro-intervista con Marcelle Padovani: “C’è stato un progressivo superamento dei miei orizzonti, e poco alla volta non mi sono più sentito siciliano, o meglio non più solamente siciliano. Sono piuttosto uno scrittore italiano che conosce bene la realtà della Sicilia, e che continua ad essere convinto che la Sicilia offra la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani , ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo moderno”.
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

 

 
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