LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…126)
• A cura di Valter Vecellio
QUADERNO
La veglia del Presidente
Non si può dire che Hug Thomas, nella sua “Storia della guerra civile spagnola”, si sia adoperato a dare di Manuel Azana, vale a dire di una delle più alte e complesse figure di quell’ora della Spagna e del mondo, un sereno e giusto giudizio. Con una certa ipocrisia anzi, come distrattamente, o lasciando cadere qualche insinuazione o raccattando qualche diffamazione allora sollevata dalla parte fascista, finisce col mostrare una fondamentale insofferenza e antipatia; come già fin dal primo capitolo, quando dal resoconto di un drammatico dibattito alle Cortes, con uno scarto alquanto gratuito per uno storico, passa ad immaginare la malinconia del presidente: “L’eco di questo minaccioso dibattito raggiunse ogni angolo della Spagna. Giunse anche al presidente, don Manuel Azana, l’incarnazione della Repubblica, che dalla lussuosa solitudine del Palazzo nazionale assisteva malinconicamente al crollo di tutte le speranze”. In cui è evidente l’ironia di quella “incarnazione della Repubblica”, e velenosamente insinuante la giusta apposizione della qualità (“lussuosa”) alla solitudine del presidente senza dire che già vuol essere giudizio negativo quella solitudine che lascia intendere volontaria e che più avanti definirà oltre che volontaria, arrogante. E non manca, nel terzo capitolo, di raccoglier e dar credito all’accusa di eccentricità sessuale che, guarda caso, toccò anche al generale Miaja e poi a Federico Garcia Lorca: quasi che i “mal protesi nervi” fossero la caratteristica di questi tre uomini che davvero furono “incarnazione della repubblica”: il presidente, il massimo esponente militare, il grande poeta fucilato dai fascisti. E non si fa scrupolo, lo storico, di riportare a carico della eccentricità di Azana un aneddoto che ineffabilmente dichiara “forse apocrifo” (della funzione annientatrice che accuse simili hanno in paesi di “morale cattolica” come la Spagna e l’Italia sarebbe da dire in uno studio particolare: e di come combinandosi la “morale cattolica” col tipico gallismo fascista, vengano fuori dei personaggi come il generale franchista Queipo de Llano: esaltatore della virilità dei “crociati” nel senso della sessualità più volgare e zelante accusatore, nelle sue serali trasmissioni da radio Siviglia, di tutte le sgualdrine e di tutti i “maricones” che secondo lui stavano dalla parte della Repubblica. Del gallismo fascista, assottigliato fino al simbolo e rovesciato in quella sorta di impotenza umana che effettualmente era il fascismo, Vitaliano Brancati ha dato del resto esemplare rappresentazione).
Indirettamente viene a confutare la diffamazione raccolta dal Thomas, oltre che a farci un ritratto impareggiabile dell’uomo che era Azana,l’ambasciatore americano Claude G.Bowers nell’importante libro (cui raramente il Thomas attinge) “missione in Spagna”.
“Nel suo aspetto nulla giustificava la malignità delle vignette che attribuivano al suo volto una grossolanità inesistente. Le labbra sensuali esistevano soltanto nella fantasia dei disegnatori, giacché, per quanto piene, erano ferme, e la sua bocca aveva un’impronta di energia e di carattere. La sua carnagione, che i detrattori paragonavano addirittura all’argilla, non era certamente florida e alla luce artificiale, nell’aula delle Cortes, pareva anormalmente pallida. Era calva alla sommità del capo, ma aveva ancora abbondanti capelli grigio ferro. La sua voce, era gradevole, cordiale, sincera, virile. A tratti, quando parlava, era gradevole, cordiale, sincera, virile. A tratti, quando parlava, il suo viso si illuminava stranamente, dando un’impressione di genialità. Aveva occhi acuti, espressivi, mutevoli secondo l’umore, maniere calme, che dimostravano, per affaccendato che fosse, come nulla gli sfuggisse…Freddo, un po’ distaccato, troppo orgoglioso per abbassarsi ai meschini trucchi del demagogo non era una personalità adatta a guidare le folle. Il suo metodo di ragionamento era analogo a quello dei razionalisti francesi. Quantunque fosse spagnolo in tutto, era incapace delle esaltazioni emotive degli spagnoli…Per violenta che fosse la tempesta intorno a lui, egli restava, all’apparenza, sereno…”.
A completare questo ritratto (o meglio: a riassumerlo), ecco un giudizio di De Madariaga: “un intellettuale orgoglioso, con qualcosa dell’eremita e una sensibilità delicatissima per i fasti della morale e dell’arte”.
Questa “sensibilità delicatissima per i fasti della morale” (lasciando da canto quella per i fasti dell’arte, che ci porterebbe a far discorso sull’opera letteraria, che peraltro conosciamo imperfettamente, di Azana), la troviamo nei discorsi che pronunciò nel corso della sua attività politica e nel tragico periodo della presidenza, durante la guerra civile; melle “memorie”; ne “La velada en Benicarlò, dialogo sobre la guerra de Espana” (“La veglia di benicarlò, dialogo sulla guerra di Spagna”), soprattutto.
Pubblicato a Buenos Aires nell’agosto del 1939, sei mesi dopo la definitiva vittoria di Franco, questo dialogo sta per essere ora pubblicato in traduzione italiana.
Nella premessa Azana scrive:
“Scrissi questo dialogo a Barcellona, due settimane prima della insurrezione anarchica del maggio 1937. Passai i quattro giorni di stato d’assedio, conseguenti all’avvenimento, a dettare il testo definitivo, estraendolo dalla trama delle cancellature. Lo pubblico ora (prima non è stato possibile) senza aggiungervi una sillaba. Se l’ulteriore corso della storia approverà o smentirà le convinzioni espresse nel dialogo, poco importa. Non è il frutto di un impeto fatidico. Non era un vaticinio. E’ una dichiarazione. Esposi raggruppate, in forma polemica, alcune opinioni molto dibattute durante la guerra spagnola, e altre che è difficile sentire nel fragore della battaglia, ma reali e con profonde radici.
Sarebbe inutile tentare di identificare gli interlocutori, se si presume di poter riconoscere, sotto le loro maschere, volti a tutti noti. I personaggi sono inventati. Le opinioni e, come si suol dire, “lo stato d’animo” sono rigorosamente autentici, e tuttora verificabili, se ne valesse la pena. Tutti concorrono a mostrare una fase del dramma spagnolo, molto più duraturo e profondo dell’atroce vicenda della guerra. Nel tempo a venire, mutati i nomi delle cose, scaduti molti concetti, gli spagnoli non capiranno bene perché i loro padri si sono battuti fra loro per più di due anni; ma il dramma continuerà, se il carattere degli spagnoli avrà conservato la sua tragica capacità di violenza, di passione. Averlo colto così, una volta di più, nella pienezza della furia fratricida, ha portato l’animo di alcune persone a toccare disperatamente il fondo del nulla. D’altra parte è poco probabile che dopo questo viaggio, breve nel tempo, abbastanza lungo per le sue tempestose vicissitudini, la ragione e il senno dei più possano aver maturato. Più significato ha, dunque, il fatto che alcuni abbiano mantenuto, in quelle febbrili giornale, la loro indipendenza di spirito. Dal punto di vista umano, è una consolazione. Dal punto di vista spagnolo una speranza”. In cui appunto un vaticinio: oggi, trent’anni dopo gli spagnoli non capiscono più perché i loro padri si siano battuti per più di due anni; ma il loro dramma continua e continuerà.
Quella che Garosci chiama la cornice del dialogo è questa: un viaggio in macchina da Barcellona a Valencia di un medico, due ufficiali, un ex deputato, un’attrice; e poi la sosta notturna in un albergo di Benicarlò, dove già si trovano un ex ministro, un avvocato, uno scrittore, un dirigente socialista, un propagandista. Tra questi personaggi nasce il dialogo sui temi politici,storici, morali, esistenziali che la guerra civile drammaticamente propone. E la veglia si conclude nella morte: una squadriglia di aerei scende su Benicarlò, e dell’albergo resta un mucchio di macerie da cui si innalza un fumo nero. In effetti il viaggio, la veglia nell’albergo,la fine di quel gruppo di uomini che per tutta la notte ha declinato ragioni ed angosce sulla guerra, sono elementi di simbologia drammatica costitutivi del dialogo stesso. Non a caso Azana, nella premessa, ha parlato della guerra come un viaggio. E i personaggi, tra loro, dialogando, non pervengono ad una opposizione drammatica, di punti di vista o di giudizi: finiscono anzi con l’essere “complementari” nel senso che è dalla somma dei loro giudizi edei loro punti di vista che scaturisce il “giudizio”, “il punto di vista”. L’opposizione drammatica è fuori, nell’irrazionale svolgersi delle cose; per cui il bombardamento che mette fine alla lucida e dolorosa veglia di quel gruppo di uomini, assurge a segno di “distruzione della ragione”. I personaggi del dialogo sono ragionevoli: partecipano, ciascuno secondo il proprio temperamento, la propria estrazione e formazione, la propria particolare esperienza, di quella che è per don Manuel Azana la Ragione. Egli ha voluto, in definitiva, dialogare con se stesso porsi in una specie di giuoco di specchi. Ma soprattutto sono portatori delle sue idee due personaggi, l’ex ministro Garcés e lo scrittore Morales.
Di fronte ad una realtà confusa, contraddittoria, violenta fino all’atrocità, il punto di vista del razionalista non può che attingere ad un pessimismo profondo. E così il presidente della Repubblica spagnola, nel maggio del 1937, della lotta che insanguina la nazione altra idea non salva che quella della legittimità, del diritto, idea che è necessario difendere, anche se “questa necessità, questo dovere, costituisce di per sé una disgrazia irreparabile, pari alla mostruosità dell’attentato”. E questa frase crediamo sia la più alta, la più nobile, la più perfetta esaltazione di principi morali che un capo di Stato e un uomo di parte abbiano mai pronunciato.
(“L’Ora”, 25 ottobre 1966)




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