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  1. #21
    L'estremista moderato
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 21)

    • a cura di Valter Vecellio

    Un uomo tutto DC e famiglia

    Di Alberto Moravia



    Cosa vuol dire Sciascia nel suo libro? Vuol dire secondo noi principalmente due cose: prima di tutto che Moro non è stato plagiato dalle BR, cioè che le lettere di Moro sono davvero di Moro, da capo a fondo. E in secondo luogo che da queste lettere viene fuori un uomo che non soltanto non è plagiato ma è anche superiore a quello che Sciascia stesso stimava fosse. In altri termini, Sciascia, dopo aver riaffermato l’autenticità delle lettere, pur controbattendo il mito del “grande statista”, lanciato in quei giorni dalla stampa italiana, e ribadendo che Moro era soprattutto anzi soltanto un notabile democristiano, gli attribuisce qualità di carattere e di intelligenza notevoli, nonché una specie di illuminazione finale: “Per il potere o del potere era vissuto fino alle nove del mattino di quel 16 marzo. Ha sperato di averne ancora: forse per tornare, per assumerlo pienamente, certamente per evitare di affrontare quella morte. Ma ora che l’hanno gli altri, ne riconosce negli altri il volto laido, stupido e feroce. Negli amici, nei fedelissimi delle ore liete; quelle macabre ore liete del potere”. Che è, secondo noi, un’interpretazione arbitraria della frase di Moro, in fondo una specie di luogo comune: “Io non desidero intorno a me, lo ripeto, gli uomini del potere”. E, a proposito di luoghi comuni, ci sia consentito di citarne un altro. Moro parla spesso, con indubbia minacciosa sincerità, del fatto che il proprio sangue “ricadrà” sulla testa di coloro che hanno voluto o per lo meno non hanno impedito la sua morte. Ma è proprio vero che il sangue “ricade”? E’ forse ricaduto il sangue sulla testa di Stalin morto nel suo letto? O sulla testa di Hitler, sulla cui testa, in realtà sono “ricadute” le bombe degli alleati? Moro, a un tratto, esclama: “…L’espulsione dallo Stato è praticata in tanti casi, anche nell’Unione Sovietica; non si vede perché qui dovrebbe essere sostituita dalla strage di Stato”. Anche qui Moro slitta senza accorgersene, con strano lapsus, in quello che pur bisognava chiamare un terribile e recente “luogo comune”. E viene fatto di domandarsi: se è vero che il sangue “ricade”, allora su chi sarà ricaduto il sangue, appunto, delle “Stragi di Stato”?



    Ma torniamo a Sciascia. Diciamo subito che sul primo punto, cioè sulla autenticità delle lettere, noi siamo d’accordo con lui; e questo non soltanto perché nelle lettere Moro si dimostra lucido e razionale; ma perché è anche lucido e razionale nel suo inconfondibile stile reticente, burocratico, opaco ed evasivo, di cui lui stesso (ed è forse la frase più commovente di tutto il carteggio) dice che è proprio suo, “per brutto che sia”.



    Invece non siamo d’accordo con Sciascia sul secondo punto, cioè sulla valutazione complessiva del personaggio di Moro. Non vogliamo vantarci di aver precorso Sciascia in certe sue intuizioni, ma soltanto notare una coincidenza: già un mese prima che Sciascia pubblicasse il suo libro, in un’intervista su “Epoca” con Cancogni, avevamo detto che a noi Moro faceva l’effetto di una specie di Polonio che si era andato a cacciare in un ingranaggio più grande di lui. Adesso ribadiamo quest’idea, dicendo che non siamo d’accordo sul secondo punto (cioè sulla valutazione del personaggio), proprio perché invece siamo d’accordo sul primo punto, cioè sull’autenticità delle lettere,



    Ci spieghiamo. A nostro parere il rigetto delle lettere da parte degli amici di Moro si spiega non già con la volontà di chiudere ogni spiraglio per delle trattative, bensì come una reazione ben più profonda e, probabilmente inconsapevole: con le sue lettere, Moro, senza volerlo, ha presentato ai democristiani allibiti uno specchio nel quale essi non hanno voluto riconoscersi. In altri termini, e pur sempre senza averne l’intenzione, Moro ha disegnato nelle lettere un ritratto del partito democristiano un po’ come lo vedono le BR. Aggiungiamo a scanso di equivoci, che in questo specchio non c’era nulla la cui rivelazione avrebbe potuto scuotere il potere. E infatti le BR sono dei moralisti con la pistola, che confondono l’assolutezza della religione con il relativismo della politica. Essi volevano processare Moro, il processo ovviamente non c’è stato; ma Moro con la spietatezza che è propria delle guerre di religione, è stato ugualmente ucciso.



    Non è facile dire quello che viene fuori dalle lettere di Aldo Moro sulla DC e che ha fatto sì che gli amici di Moro ne abbiano distolto gli occhi con orrore, affrettandosi a dire che le lettere non potevano essere né erano del Moro che conoscevano e amavano. Forse un passaggio ci aiuta a capire fino a che punto Moro è ingenuamente, candidamente, se stesso. Moro scrive nella lettera del 25 aprile, a Zaccagnini: “Nessuna notizia sul contenuto; sulle intelligenti sottigliezze di Granelli, sulle robuste argomentazioni di Misasi (quanto contavo su di esse), sulla precisa sintesi dei presidenti dei gruppi, specie dell’onorevole Piccoli”. Perché il passaggio ci sembra significativo? Perché contiene dei passaggi lusinghieri (a meno che non siano ironici, che poi sarebbe lo stesso), su alcuni personaggi del partito di maggioranza; e questi giudizi ci fanno capire tutto a un tratto qual è la scala dei valori in corso all’interno della DC. Occorre aggiungere che noi troviamo del tutto irreale questa scala di valori?



    Su un altro carattere di Moro noi dissentiamo da Sciascia: sull’insussistenza ossessiva con la quale Moro ritorna quasi a ogni lettera sull’argomento che bisognava salvargli la vita perché lui è indispensabile alla propria famiglia. Sciascia non sa spiegare questa insistenza così “privata” in una circostanza del tutto “pubblica” anche se terribile; e dilata la parola famiglia fino al senso di gruppo umano, clan, società. Ma noi siamo del parere che Moro parlava della propria famiglia; e che era convinto che l’argomento della famiglia alla quale si riteneva indispensabile, aveva un peso e un valore politici. In altri termini, affiorava qui, in Moro, in maniera affatto inconsapevole, la cultura contadina, mediterranea, nella quale la famiglia è molto più del gruppo dei congiunti più stretti. Del resto che c’è di strano? La famiglia, per un cattolico e un meridionale, è cosa diversa da ciò che è per un nordico e protestante. Il guaio semmai, è che nella concezione antica e profonda della famiglia (quella famiglia che ci ha dato la tragedia greca), oggi non resta quasi più nulla.



    Ci sarebbero molte altre cose da dire su questa che è stata chiamata giustamente da Giorgio Bocca “una tragedia italiana”, parafrasando il titolo del romanzo di Dreiser “Una tragedia americana”. Ma vorremmo soltanto aggiungere che noi siamo grati a Sciascia e a quanti come lui (per esempio Alberto Arbasino), hanno voluto occuparsi di questa terribile storia, nella quale colpisce soprattutto il contrasto tra il livello intellettuale dei protagonisti di ambo le parti e l’atrocità degli eventi. Più se ne parlerà e più ci avvicineremo al momento in cui capiremo finalmente perché la tragedia è italiana e perché l’Italia è tragicao



    21) Segue.
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  2. #22
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 22)

    • a cura di Valter Vecellio

    Il suo testamento? Un’ondata di luoghi comuni.

    Di Giorgio Bocca



    Nell’affare Moro tutti procedono per paradigmi e per aut aut: per Sciascia e per la Joyce Lussu il Modo del carcere è il solo autentico, per Scalfari è un firmatario di veline; per alcuni la morte lo ha finalmente purificato e rivelato a se stesso, per altri l’umana paura lo ha vinto, e, pace all’anima sua, degradato. E’ lo stesso meccanismo manicheo sin qui usato nei riguardi dei brigatisti rossi, o demoni o angeli vendicatori, o rivoluzionari puri o fascisti infiltrati. Diciamo più semplicemente: o amici del PCI e del compromesso storico o suoi avversati. La lotta politica è fatta di queste cose: ci siamo dentro, vi partecipiamo; ma a costo di dispiacere ancora una volta ai critici dell’”Unità” che giudicano presuntuoso il mio laicismo, il mio distacco, insisto a usare la ragione. Ebbene nella vita comune non c’è mai stato l’aut aut, il buono o il cattivo, il bello o il buono, la verità o la menzogna; c’è sempre la convivenza, la sovrapposizione, la combinazione dei diversi, dei dissimili, dei contraddittori. Se si tenesse presente questa ambiguità naturale della nostra esistenza si andrebbe più cauti nel giudicare Moro e nel definire le sue parole.



    Di preciso sappiamo che Aldo Moro è stato tenuto per oltre un mese prigioniero delle BR e sottoposto a un processo “staliniano” a porte chiuse, senza difensori, sotto minaccia di morte. Ma questo dato di fatto non autorizza né a dire che questo è il momento “vero” dell’uomo Moro, né a sentenziare che questo sia pure per costrizione, è il momento della menzogna. Moro non si è mai sentito un uomo libero nel significato evangelico del dire di sì al sì e no al no. Faceva il politico da trent’anni e i politici con il Vangelo hanno poco a che spartire. I politici democristiani che lo applaudivano in Parlamento mentre difendeva i ladri di Stato e gli omissis non applaudivano l’uomo del Vangelo, ma il politico che difendeva il suo partito e che faceva una chiamata di correo a un’opposizione o complice o pavida. Che cosa sia realmente accaduto nel carcere delle BR nessuno lo sa. La cosa più probabile è che Moro abbia continuato in carcere a essere ciò che era stato per trent’anni un uomo politico, e che abbia cercato di dire, di ammettere le cose più utili alla sua causa, alla salvezza della sua vita, al ricatto verso i partiti che lo davano per morto.



    Il Moro delle dichiarazioni dal carcere non è evidentemente il Moro dei congressi democristiani; ma non si capisce perché le sue parole debbano apparire incredibili e totalmente inventate o imposte quando ripetono cose notorie al nostro mondo politico del tipo: Andreotti è un uomo astuto che scivola fra i servizi segreti e gli affaristi, fra il Vaticano e Partito Comunista. Non è forse questo il personaggio? E che c’è di inaudito nel sostenere che Zaccagnini non è Palmerston, e che Piccoli passa da una politica all’altra come fanno da almeno vent’anni tutti i dorotei? Incredibili le lodi a Fanfani e Craxi? Incredibili per chi nega a Moro la sua qualità politica e diplomatica. Nella sua prigione Moro era certamente stato informato che Craxi e Fanfani erano l’anello debole del fronte rigorista dei partiti.



    Ma c’è qualcos’altro nell’affare Moro: c’è ancora la rimozione del terrorismo come fenomeno politico. Che cosa sottintendono coloro che parlano di un Moro succube delle BR? Sottintendono il cedimento dell’uomo alla forza malvagia, extrapolitica, demoniaca delle BR; da cui si dovrebbe trarre un giudizio o negativo o ipocritamente pietoso sull’uomo e un confronto alla linea della non trattativa, linea che peraltro condivido. Ma un conto è non trattare, un conto non ragionare.



    I sostenitori della irresponsabilità di Moro e della malvagia demoniaca ed extrapolitica delle BR dovrebbero mettersi d’accordo con se stessi; se le BR sono extrapolitiche perché si insiste a parlare di complotto internazionale? E se ci fu complotto internazionale, se qualcuno suggerì alle BR il rapimento di Moro, se qualcuno ha dato consigli sul modo di interrogare Moro e di far uscire i documenti chi può essere questo qualcuno se non la diplomazia segreta russa o la diplomazia segreta americana? E allora si capisce meglio il desiderio di rimuovere, di chiudere, di passare in giudicato: perché poi il potere imperiale americano e quello sovietico sono quelli a cui i nostri Andreotti e Berlinguer fanno le loro regolari e dovute reverenze.



    22) Segue.
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  3. #23
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 23)

    • a cura di Valter Vecellio

    Ha fatto quattro sbagli, eccoli.

    Di Antonello Trombadori



    Il dilemma non è, a mio avviso, se le lettere firmate da Moro e le deposizioni che si attribuiscono a Moro siano vere o false. E’ stato osservato dai sostenitori della falsità che quei documenti furono scritti o sottoscritti nelle condizioni di una atroce tortura se non fisica certamente psicologica. Ma questo non è argomento sufficiente per provare la falsità degli scritti e delle parole in questione. Si deve parlare della loro inattendibilità politica, che è altra cosa. Il dilemma semmai può essere quello di decidere fino a qual punto le lettere e le deposizioni sono tutta farina del sacco di Moro e da quale punto esse furono invece dettate o richieste o imposte dagli esecutori di quel “dominio pieno e incontrollato” di cui Moro parlava. Ma questa è una filologia difficilmente praticabile allo stato dei fatti.



    Quel che è certo è che sia le lettere che le deposizioni furono il risultato inevitabile d’un compromesso fatto con i suoi carcerieri da parte di un sequestrato che aveva scelto la via di uscire dalle loro mani e quindi di venire con essi a colloquio e commercio politico per trovare assieme a essi una via percorribile per la salvezza, salvezza che ovviamente non poteva essere ottenuta come per Cesare rapito dai pirati col pagamento d’una somma di sesterzi (salvo poi ad ammazzare tutti i pirati una volta sottrattosi ai loro ceppi), ma con qualcosa di molto più complesso e difficile.



    Sul piano umano la scelta di Moro è del tutto comprensibile e del resto nessuna delle forze che l’hanno contrastata ha mai emesso un giudizio morale su di essa, salvo forse alcuni eminenti personaggi della chiesa cattolica i quali hanno ricordato che “la salvezza della vita umana” non può essere posta al primo punto quando si prendono decisioni che non coinvolgono soltanto un individuale destino. E perché nessuna forza politica ha emesso un giudizio morale negativo sulla scelta di Moro? Perché solo le forze politiche che hanno compreso che la scelta di Moro non era dettata soltanto da un umano cedimento alla violenza ma anche dalla convinzione che Moro si era fatta che il modo migliore per difendere lo Stato era proprio quello da lui proposto.



    Una scelta politica, dunque, inaccettata politicamente, ma non condannata come atto di viltà o di tradimento (e qui il raffronto con quelle che furono le opposte scelte da parte dei combattenti partigiani durante la lotta contro il fascismo sarebbe del tutto moralistico e persecutorio).



    Quel che conviene dunque analizzare è la scelta di Moro sul piano politico. Sciascia ha torto quando qualifica quella scelta, e simpatizza con essa, come una scelta contro lo Stato. Ho già detto che anche la scelta di Moro è stata una scelta per lo Stato. Egli pensava di uscire dalle mani dei suoi carcerieri per poi una volta libero tornare come Cesare a misurarsi con essi nel modo più severo, ed è naturale che a essi promettesse che una volta libero si sarebbe iscritto al Gruppo misto e che magari avrebbe giustificato se non difeso le ragioni del “partito armato” dai banchi del Parlamento. Ma questo a Sciascia sfugge perché egli, a quanto se ne sa e se ne è letto, lungi dal correggere le analisi che stanno a fondamento del “Contesto” e di “Todo Modo”, per quanto riguarda l’arduo e complesso rapporto tra le forze della democrazia in Italia e l’imperativo della difesa dello Stato democratico, vorrebbe trasformare proprio Moro, bersaglio prima di quei suoi testi (e dei film che ne sono derivati) in tragico e sarcastico sostenitore delle sue tesi e delle sue convinzioni, quasi folgorato dalla verità sulla via di Damasco del brigatismo rosso.



    Io sono dell’opinione che Moro non ebbe alcuna folgorazione di quel tipo ma applico piuttosto, forse troppo sommariamente, il suo abituale metodo realistico davanti a una situazione che egli intendeva superare tagliando corto. Quello che a posteriori si deve ammettere è che Moro ha commesso almeno quattro errori proprio in ordine alla valutazione realistica della situazione nella quale si era venuto non casualmente a trovare. Li elenco schematicamente. Egli non ha calcolato che:



    1) Erano proprio i suoi carcerieri a spingerlo sulla via della richiesta della trattativa ben sapendo che essa non sarebbe stata accolta; comunque che essi avrebbero fatto in modo da renderla via via inaccoglibile (come in effetti è stato), allo scopo di mettere al riparo del rifiuto della trattativa da parte dello Stato il loro destino a ritorcere contro lo Stato (le forze politiche e soprattutto il PCI), l’accusa di non aver voluto salvare la vita di Moro. Si ricorderà che i primi comunicati dei carcerieri definirono la richiesta contenuta nelle lettere di Moro un fatto che non li riguardava, per poi arrivare spietatamente a gestire la carta della trattativa e dello scambio dei prigionieri come orribile ricatto. Nella scelta della trattativa stava già formulata la condanna a morte di Moro. Davanti al quale se mai ci fu una possibilità di salvezza fu proprio nella fermezza della opposta scelta di non fornire alcun alibi ai cuoi carcerieri e quindi di non giungere mai né a proposte né a rifiuti.



    2) Che nessuna delle forze politiche democratiche avrebbe potuto far sua la proposta della trattativa sia per motivi di equilibrio sia per convinzione. Vi fu è vero nel PSI una propensione a giudicare i fatti con diversa angolazione, ma come le altre forze politiche anche il PSI non si spostò mai dalla ipotesi di percorrere una “via umanitaria” se questa si fosse ragionevolmente presentata. Nulla di più. Se il PSI o chiunque altro fuori dal PSI e magari nella DC avesse davvero voluto percorrere l’opposta via avrebbe dovuto farlo pesare con tutta la forza delle decisioni estreme. Ma questo non vi fu. E se i carcerieri alimentarono in Moro questa speranza non fecero che aggravare, ai loro fini, il suo errore con false informazioni.



    3) Che le BR non sono soltanto il “partito armato”, una sorta di “palestinesi” d’Italia alla ricerca legittima e disperata come i palestinesi di Palestina (con quanta autonomia anche loro?) di una propria libera terra, ma qualcosa di più complesso e molto meno autonomo (Moro aveva ascoltato troppo i sostenitori del carattere unicamente nazionale e unicamente “di sinistra”, anzi “comunista” in senso estremista e anti-PCI delle BR, e troppo poco chi aveva ammonito che la storia del terrorismo insegna come ogni movimento di questo tipo si trova la somma di due componenti, una delle quali è sempre l’infiltrazione di forze estranee fino al raggiungimento dei supremi posti di direzione con la disponibilità anche al rischio estremo della morte). E che perciò non si poteva fare come aveva fatto Cesare trattando con i pirati. L’unica via da percorrere in questo caso era quella di lasciare i pirati allo scoperto e obbligarli a presentarsi davanti al giudizio del popolo e anche delle loro interne contraddizioni come assassini non protetti da alcuna giustificazione di rifiuti di scambi da parte dello Stato.



    4) Che non bisogna mai sopravvalutare le proprie possibilità di direzione anche se si è Aldo Moro e se il proprio interlocutore è la DC che da Aldo Moro aveva sempre finito con l’accogliere e applicare la direttiva politica nei momenti cruciali.



    Tutto ciò io penso a prescindere dal fatto se giusta fosse la linea di Moro della proposta di trattativa ed errata l’altra che le è stata opposta. Gli errori di Moro sono stati soprattutto errori di valutazione oggettiva dettati dalla decisa volontà di uscire vivo dal “carcere del popolo” e a un certo punto dalla piena convinzione di avercela fatta (“inspiegabilmente viene l’ordine di esecuzione”).



    Sciascia non si muove su questa linea. Sciascia assume la scelta di Moro come una scelta giusta non tanto nel tentativo di salvarsi, ma giusta in sé, come scelta “ideologica” antistatale. Sciascia commette in questo l’errore che egli stesso rimprovera a quei siciliani i quali vedono nella “mafia” una forza di giustizia contro le malefatte dello Stato. E ciò non significa che quelle malefatte non ci siano e che la mafia non ricorra talvolta, suo malgrado, a meritate punizioni. L’errore resta tanto più quando lo Stato non è più lo Stato fascista. E poi le BR non sono una mafia. Sono, con tutta l’articolazione del “partito armato”, lo strumento principale della lotta per l’abbattimento della democrazia in Italia. Per questo il loro totale isolamento ideologico e etico-politico dovrebbe accomunare tutti, e gli scrittori soprattutto, e i firmatari di opinione e di spirito pubblico, a prescindere dalla diversità, anche abissale, di linea sul modo di salvare e sviluppare lo Stato e il sistema democratico-parlamentare dei partiti politici del nostro travagliato e pericolante Paese.



    23) Segue.
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  4. #24
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 24)

    • a cura di Valter Vecellio

    Sciascia naturalmente risponde. Ai suoi critici, intervenuti su “L’Espresso”; e anche a quanti, come Eugenio Scalfari, Giovanni Spadolini, Rossana Rossanda, l’hanno fatto altrove.



    Racconta che in quei giorni aveva ricevuto una quantità di lettere, e tutte di approvazione e incoraggiamento per quel che aveva scritto ne “L’Affaire Moro”; persone comuni, di ogni estrazione sociale: operai, casalinghe, professionisti; e un po’ da tutta Italia, anche se soprattutto concentrate nelle regioni settentrionali. Una signora settantenne, che aveva combattuto la Resistenza lo chiama “compagno”, e pur sapendo che con il PCI i rapporti si vanno guastando. Ancora: in tutte le lettere si parla di Pier Paolo Pasolini, con amore e dolore. Sarebbe interessante conoscerle, quelle lettere; peccato che non se ne sia ricavata una sorta di antologia, di zibaldone. Sarebbe stato uno strumento prezioso per comprendere umori e tensioni che percorrevano gli italiani in quei giorni, molto di più che tanta saggistica a un tanto al chilo: “nessuno di quelli che mi scrivono ha mai amato l’uomo politico Moro e l’ha stimato; ma tutti sentono la sua morte come un’offerta consumata contro di loro”, osserva Sciascia. Un’offesa consumata, certamente dalle Brigate Rosse; ma anche da quella classe politica cui il Moro non amato e non stimato, apparteneva:



    “…Sentono che c’è un groviglio di menzogne e di morte che bisogna sciogliere, che bisogna recidere. A ogni lettera che apro mi sento confortato, rassicurato. Vedo “un’altra Italia”: un paese libero, pensoso, ansioso di giustizia, intento a cogliere la verità sotto gli orpelli della menzogna. Un paese che direi cristiano e insieme socialista. Laidamente cristiano, laidamente socialista: e costretto però a professare cristianesimo e socialismo quasi clandestinamente, conculcato e ricattato com’è da un falso cristianesimo, da un falso socialismo”.



    Con queste persone Sciascia intende dialogare: persone, scrive, che ancora ragionano e sperano, mantenendo così in vita quel segnale che tra lui e loro si è acceso. Persone che chiedono giustizia e verità. Con Scalfari, no; il dialogo è precluso:



    “…Ha attaccato il mio pamphlet sull’affaire Moro prima di leggerlo e leggendo male, di fretta e in furia, le mie interviste. Nello stesso numero di “Repubblica” un suo articolo di fondo mi fa dire cose che, nel resoconto delle mie due interviste pubblicato in seconda pagina, io non dicevo. Scrissi allora: “Forse Scalfari non legge “La Repubblica”. Oggi posso rivoltare la battuta. Forse “La Repubblica” non legge Scalfari”. E vengo al fatto. Non contento di aver interpretato e riprovato il mio libro prima di leggerlo, giovedì 12, senza ancora averlo letto, Scalfari mi dedicava un secondo articolo di fondo così intitolato: “Adesso Sciascia conosce la verità”. La verità secondo Scalfari, era questa: che Moro scriveva le sue lettere sulla base di “veline” che i brigatisti gli preparavano e dunque nullo era da considerare il valore dei suoi messaggi, dei suoi giudizi. Ed ecco, poiché io avevo sostenuto il contrario, il finale giudizio e la finale esortazione di Scalfari: “Che infortunio, caro Sciascia, aver supposto e affermato il contrario. Che temerario atto d’orgoglio pretendere di scrivere un’opera di verità disprezzando non soltanto il comune buon senso, ma i dati di fatto. E che peccato “mortale” attribuire, a chi affermava che il Modo delle lettere non era lui, la colpa di averlo ucciso per la seconda volta. Aver preso per autentica quella voce e su questa base aver costruito un castello di supposizioni e di condanne, quella sì, è colpa grave. Onestà intellettuale vorrebbe che un grande scrittore – conoscendo infine la verità – confessasse l’errore. E’ chiedere troppo a Leonardo Sciascia?”.

    No, non era chieder troppo. A patto, si capisce, che quella di Scalfari fosse la verità. Solo che non lo era. Pacatamente sul “Corriere della Sera” dell’indomani io lo invitavo a riflettere, a non aver fretta. Ed ecco infatti, puntualmente, su “La Repubblica” dello stesso giorno un articolo che così comincia: “Il prigioniero, dunque, era stato costretto semplicemente a copiare le bozze preparate dai brigatisti? Un’ipotesi del genere è probabilmente da escludersi…”. La verità di Scalfari, la verità che facendo appello alla mia “onestà intellettuale” voleva costringermi ad accettare, nel giro di 24 ore, era diventata, sul suo stesso giornale, un’ipotesi da escludere. Sarebbe troppo chiedere alla sua onestà professionale di riconoscere che l’infortunio è suo?”.



    Ironico Sciascia prosegue confessando che non riusciva a spiegarsi la ragione di tanto fervore inqusitoriale da parte di Scalfari, fino al 14 ottobre, quando ha letto su “La Repubblica” l’intervista a Moro, “Quel che Moro mi disse il 18 febbraio”:



    “…Luce si è fatta allora nella mia mente. Scalfari custodiva in pectore una specie di testamento politico di Moro, del suo vero Moro; ne aveva un’immagine che non voleva turbare. Me l’avesse detto un po’ prima! Non dico che non avrei scritto il pamphlet come l’ho scritto, ma ne avrei capito meglio le sue impazienze e i suoi furori. Ha lasciato invece passare il 18 marzo, il 18 aprile, il 18 maggio…Scalfari quell’intervista se l’è tenuta dentro, soffrendo indubbiamente, fino al 14 ottobre. Ma ora, che ho capito quanto ha sofferto faccio promessa solenne: non me la prenderò più, qualunque cosa dice di me e del mio pamphlet…”.



    Ironia che si trasforma in sarcasmo, quando viene il turno di Spadolini:



    “…Per il divertimento, non voglio privarmi e privare i lettori di questa citazione: “Con quell’attesa spasmodica quanto inutile della scoperta dei covi che anima le pagine più belle di un libro che nel complesso non ci persuade, il libro di Sciascia sull’intera tragedia di Moro”. Questa frase si legge in un articolo di Giovanni Spadolini, pubblicato il 6 ottobre su “La Stampa”, prima pagina. Storico, ex direttore del “Corriere della Sera”, senatore della Repubblica, Spadolini esprime dissenso riguardo a un libro che non sono non ha letto per intero, ma di cui forse distrattamente ha sbirciato i capitoli anticipati dai giornali. Se li avesse letti con attenzione, quei pochi capitoli, si sarebbe accorto, per come sono stati condotti, che nel libro non ci sarebbero state pagine sulla ricerca dei covi. E infatti non ci sono. Il fatto è che si è stabilita, attorno a questo libro fino a ieri non pubblicato, non letto, una specie di grottesca psicosi: e la registriamo con amarezza, pur nel tentativo di divertircene. Se poi ci domandiamo perché, non troviamo che inquietanti risposte. Bisognerebbe comunque che gli interessati ne traessero almeno una immediata lezione: e cioè che i giornali non durano un giorno, che non tutti finiscono nei convogli destinati alla combustione. Anche scrivere su un giornale è, direbbe Orazio, come scrivere sul bronzo”.



    Per quanto riguarda gli interventi pubblicati da “L’Espresso” Sciascia rispondeva a quello di Fedele D’Amico:



    “…soltanto a dimostrazione che all’intolleranza si deve opporre la tolleranza. Non meriterebbe risposta, arrogante e inconsistente com’è. E capisco la sua intolleranza anche se non la giustifico: uno che assomma l’esser cattolico a l’esser comunista – e non da ora – penso si consideri una specie di verbo fatto carne, una specie di immacolata concezione del compromesso storico. Ma questo non lo autorizza a dire cose insensate. Come, per esempio, questa: che viene da una mentalità qualunquista-piccolo-borghese che vuole lo Stato forte, duro, senza cedimenti. Gli Stati retti da una grande e seria borghesia sono meno duri nel difendere l’astratta principio, ma tanto più efficienti nell’applicarlo concretamente. Come Cesare coi pirati, direbbe l’onorevole Trombadori. E per il respiro di sollievo che D’Amico dice di aver tirato di fronte al comportamento della stampa italiana durante il caso Modo, c’è da consigliargli la lettura del libro ora pubblicato da Alessandro Silj, “Brigate Rosse-Stato”, edito da Vallecchi. Se dopo averlo letto, continuerà a respirare di sollievo, vuol dire che il suo caso è propriamente disperato”.



    Punzecchiature anche per l’amico Trombadori:



    “…ha scritto prima di leggere il mio libretto e, quel che è peggio, non avendo esatto ricordo dei due precedenti: “Todo Modo” e “Il Contesto”. Se tornasse a sfogliarli, si accorgerebbe che in nessuno dei due Moro è stato il mio bersaglio. Ma a parte questo, debbo dire che trovo molto interessante il suo punto di vista sugli errori di Moro. I quattro errori di Moro. E a questi quattro errori, Moro aveva una sola alternativa, sottaciuta da Trombadori, ma a noi evidente: quella di non scrivere una sola lettera e farsi ammazzare subito. Non che Trombadori pretendesse da Moro una simile scelta: ma se l’avesse fatta, un sospiro di sollievo l’avrebbe tirato anche lui…Invece Moro si è ostinato a voler vivere: e mal per lui, che non avrà i monumenti e le onoranze da protomartire del compromesso storico. E intanto ci sarebbe da fare, sul piano del possibile, una piccola osservazione: che Trombadori non si ritroverebbe a elencare gli errori di Moro se il partito della DC non avesse ristretto ai propri vertici la decisione di non trattare. Trombadori dirà che siamo al naso di Cleopatra. Ma io dico che siamo al naso di Zaccagnini o di Andreotti. Un naso a noi più vicino”.



    Moravia, infine, che Sciascia ringrazia:



    “…Finalmente uno che ha letto il libro, che ne parla con serenità. E mi richiamerò a Manzoni (scrittore che Moravia non ama, ma che spero che in questo caso non gli sarà sgradevole la citazione), per dire che quel che lui ha scritto, se l’accosto a quel che tanta gente semplice mi scrive, è ragione per me di sentirmi nel giusto, così come quando Manzoni dice: lo stato di don Abbondio, nel torto, trovava prova nel fatto che Federigo Borromeo dicesse le stesse cose che aveva detto Perpetua…”.



    24) Segue.
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  5. #25
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 25)

    • a cura di Valter Vecellio

    Sciascia riassume i termini della lunga aggressione cha ha dovuto patire nella breve, eppur densa comunicazione a un convegno su “Diffamazione come mezzo di lotta culturale e politica” del dicembre 1978. Eccone il passaggio centrale:



    “…la diffamazione, quella che la legge definisce come reato di diffamazione, è non solo l’arma abituale dei forti contro i deboli, ma p anche sporadicamente, e comportando più rischio, l’arma dei più deboli contro i forti. Voglio dire che all’endemica e sempre trionfante prepotenza dei forti, alla menzogna dei forti, qualche volta capita che i deboli imprudentemente, rischiosamente, rispondano con la stessa arma. La stessa, si capisce, rispetto al codice, soltanto rispetto al codice, poiché si impone qui una distinzione: che i forti possono con sicurezza usare la menzogna, mentre il debole ha solo un esiguo margine di difesa o di illusione di difesa, ed è la verità. Per dirla più chiaramente, più banalmente, in questo nostro Paese non è possibile a un uomo onesto mettersi astrattamente contro il reato di diffamazione, ritenerlo sempre e comunque un reato da punire duramente; ma deve ogni volta, l’uomo onesto, caso per caso, valutarne la sua sostanza e gli accidenti, farsene opinione e giudizio nella sua particolarità al di là delle leggi che lo contemplano e dei tribunali che lo giudicano. E questo è tanto più vero oggi che sembra si sia arrivati al punto che le leggi relative all’ingiuria, alla diffamazione, alla calunnia, si possono quasi considerare cadute in desuetudine per i forti e ancora vigenti per i deboli. So di esprimermi impropriamente e specialmente trovandomi a parlare davanti a dei tecnici di diritto, ma credo che una discussione sul reato di diffamazione, su come lo si vorrebbe definito e punito, non può prescindere da una visione del problema dell’emarginazione, quale viene configurandosi nella non-società italiana. E ben visibile il fatto che la vita politica italiana è dominata da una sola tensione che è di fatto negazione della politica: la ricerca dell’unanimità, dell’unanimismo. Già una non-società fatta di consorterie, corporazioni, parte e partiti forti e privilegiati era sufficientemente preoccupante, ma aveva il suo punto debole, almeno, dal nostro punto di vista rassicurante, nell’essere come centrifugata, invertebrata; ma una non-società che viene vertebrandosi nella compromissione, nel compromesso e procede verso la unanimità, è assolutamente preoccupante. Ma questa è soltanto una piccola e imprecisa digressione.

    Io sono venuto qui soltanto per raccontare una mia recente esperienza, per esporre un esempio di diffamazione nel senso in cui compromissione, compromessi e unanimità, cui necessariamente corrisponde l’emarginazione, la configurano per il futuro. Questa mia esperienza è stata fatta su questo libro pubblicato: “L’Affaire Moro”. Certamente sono state usate armi contro questo piccolo libro che non hanno niente a che fare con la critica e che molto hanno a che fare con la diffamazione. Il 14 ottobre, per esempio, l’ANSA diffondeva questo comunicato: “L’ultimo pamphlet di Leonardo Sciascia, “L’Affaire Moro”, è appena uscito e già è circondato da un’atmosfera di giallo. Il libro pubblicato dall’editore Sellerio di Palermo, era stato annunciato di 250 pagine e del costo di lire 5.000, è uscito invece articolaro in 148 pagine e al costo di 3.500. L’annotazione più sorprendente è che il libro è presentato come seconda edizione pur non essendo mai circolata la prima. Il volume, comparso soltanto oggi nelle librerie, ha trovato subito in mercato favorevolissimo”. Ora, l’annuncio fa davvero pensare che l’editore abbia dichiarato che questo libro era di 250 pagine e sarebbe costato 5.000 lire. Questo annuncio non è mai stato fatto, nel modo più assoluto, il libro è stato scritto così come è stato pubblicato; da dove possa essere venuta fuori questa notizia, non si può capire, ma ogni modo è data come a far capire che proviene dall’editore. Tra l’altro io non ho mai scritto libri di 250 pagine, la mia misura non va mai al di là delle 150 pagine, quindi si voleva adombrare non so che censura, che autocensura, che interventi che non esistevano affatto. Questo comunicato ANSA, nonostante la smentita lo stesso giorno dell’editore, non ha trovato la più ampia diffusione nei giornali, Bisogna poi dire della prima e della seconda edizione: l’editore, che è un editore piccolo, anche se raffinato come si suol dire, come dicono sempre i giornali, piccolo ma raffinato, l’editore ha delle strutture che gli permettono di tirare fuori dei libri in quattro, cinquemila copie al massimo, questa volta hanno previsto di tirarne 40.000, l’aveva affidato a una tipografia che tirava 1.000 copie al giorno. A un certo punto, dalle richieste delle Messaggerie, si sono accorti che 40.000 copie non bastavano. E allora hanno affidato a un’altra tipografia la stampa di altre migliaia di copie, mettendola come seconda edizione, poiché veniva dieci giorni dopo la prima, press’a poco. Comunque questo comunicato sul giallo inesistente su questo libro, venne ripreso da quasi tutti i giornali con titoli come questo: “Il libro di Sciascia esce e va a ruba, ma si tinge di giallo”. “A pagine ridotte il libro di Sciascia”. “Piccolo giallo pubblicitario”, tra parentesi: “Sciascia ha tagliato 102 pagine al pamphlet sul caso Moro”. “Forti tagli al libro di Sciascia su Moro”. “L’Affaire Moro” di Sciascia è uscito, ma c’è un giallo”, e così via titoli di questo genere.

    Poi tutto quello che è uscito sui giornali e che sarebbe veramente da studiare, da analizzare, ma si trovano cose di questo genere per esempio in una critica che dovrebbe essere una critica letteraria: “Sciascia non fa il nome di un altro statolatro, Sandro Pertini, forse per omissione dovuta al fatto che nel frattempo Pertini è diventato presidente della Repubblica”, questa è un’insinuazione curiosa, stranissima, perché io non faccio l’elenco degli statolatri, anzi nel libro credo che non ci sia nemmeno una volta il nome di Berlinguer, per esempio, perché ci dovesse essere il nome di Pertini, non lo capisco. Ecco, poi c’è un’altra domanda, fatta sotto forma di domanda che invece è affermazione formulata con un certo scrupolo, con una certa eleganza, da un critico che credo sarà intervenuto, dovrà intervenire in questo convegno anche, dice: “Resta infine senza una risposta esauriente la domanda: che cosa oltre alla pietà e allo sdegno ha spinto Sciascia a scrivere “L’Affaire Moro”?”. Curiosa domanda, perché la pietà da sola basterebbe a far scrivere un libro, e anche lo sdegno; tutti e due insieme, basterebbero a far scrivere libri per tutta la vita; se un recensore si domanda perché scrivo un libro oltre la pietà e lo sdegno, la risposta di chi legge la recensione creso che sia quella…Naturalmente quasi tutti hanno ignorato il fatto che i diritti di questo libro vadano all’Università di Palermo per una ricerca sul comportamento della stampa italiana durante il caso Moro, e parla di un battage di lancio editoriale eccezionale. Ma figuriamoci, il lancio editoriale non è esistito per niente, tutto si è svolto così: io me ne stavo in campagna a trenta chilometri da Palermo, venivano dei giornalisti, e io, siccome quello era il loro lavoro,mi ritenevo quasi in dovere di fare con loro l’intervista, di dare loro il pezzo che mi chiedevano, l’editore non c’entrava per niente, né poteva entrarci. Questo recensore, per esempio, conclude così: “Se l’esito economico dell’operazione “Affaire Moro” fosse, come certo sarà, dei migliori, chissà che non venga in mente di devolvere almeno una parte dei proventi di questo affare agli eredi delle vittime di via Fani, i più bisognosi!”, con punto esclamativo. E poi si arriva a questa cretineria che per ora è usata sempre in senso diffamatorio; dice: “Il libro ha un’ambiguità estremamente irritante; concorre anche la veste tipografica, curata dall’editore Sellerio, con rara eleganza, la copertina con l’acquaforte di Fabrizio Clerici, carta pesante, testo spaziato, pulito, prezzo però abbordabilissimo!”, con punto esclamativo, come se il libro fosse stato finanziato dalla CIA o dal KGB. Non si capisce che cosa si vuole insinuare. Ecco, io ho voluto raccontarlo per accenni, ma a leggere tutto quello che si è scritto diventa un divertimento abbastanza drammatico, tragico direi.

    Ho voluto raccontarvi questa esperienza. Questa è la diffamazione, io penso che sia una diffamazione, di cui sono stato oggetto per questo libro e naturalmente tutto ciò è dovuto al fatto che questo libro ha fatto una certa paura e allora credo che casi simili possano succedere e succederanno sempre più man mano che si procede verso l’unnimità”.



    25) Segue.
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  6. #26
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 26)

    • a cura di Valter Vecellio

    Emblematico lo scambio pubblico di “lettere” con lo scrittore napoletano Luigi Compagnone. L’autore dell’“Amara scienza” e del “Capriccio dell’orco”, il 25 marzo del 1978 scrive una “lettera aperta”, pubblicata da “La Stampa”: si dice felice che Sciascia abbia rotto il silenzio; da “vecchio amico Compagnone confessa che quella sua “assenza” non gli era piaciuta, vi leggeva una sorta di “scontrosa lontananza” da tutto e da tutti, cosa per lui inspiegabile:



    “…quanto più si faceva crudele questo ciclone che ci ha preso, tutti quanti, nel suo terribile occhio. Un occhio in cui si accende, ogni giorno di più, una luce di spaventosa demenza…”.



    Lo scrittore napoletano poi riferisce di una conversazione telefonica, avuta con Sciascia mesi prima:



    “…Io ti ho raccontato le mie paure, le mie angosce, e certi rifiuti totali che mi parevano il solo modo possibile di sfuggire ai nodi di una storia che ci stringeva e ci stringe da tutte le parti. Mi sentivo, insomma, e scusami il linguaggio burocratico, sulle tue stesse posizioni. Forse, mi avvicinava a te, fra l’altro, la comune origine meridionale, voglio dire quel sentimento della storia, o meglio, di “una” storia che soprattutto con noi gente del Sud è stata particolarmente e impietosamente matrigna. Non faccio del vittimismo, che poi è una forma di razzismo rovesciato, di razzismo “piagnone”. Mi riferisco, più semplicemente, alla grande ghettizzazione operata nei nostri confronti del vecchio Regno prima e – in parte – dall’unità in poi.

    Ora, a me è successo di pensarla oggi diversamente da come pensavo alcuni mesi fa. Oggi, vedi, non darei più ragione a chi rifiutasse di accettare il suo posto in una giuria popolare. Non parlerei più di diritto alla paura. Le cose stanno precipitando in tal modo che l’unico diritto che mi rimane è quello del “coraggio”. Il “silenzio” mi sembra una prigione, abitata dai mostri di dentro che talora ci governano.

    E pii, quanto più gli intellettuali tacciono, tanto più parlano “loro”, i retori, gli apologeti, quelli che seminano orrende menzogne e spargono irreali parole sulla realtà della storia. Si può obiettare che parlare è inutile, quando non si viene ascoltati. Ma l’importante è parlare. Perché non si parla soltanto per i retori, gli apologeti, i bugiardi. Si parla anche e soprattutto per una comunità, che non è composta soltanto di bugiardi, di retori, di apologeti. Da costoro, noi fummo chiamati – quando cominciammo a scrivere nelle prime pagine dei giornali – scrittori di pronto intervento. Dicevano: questi scrittori, appena si svegliano, si chiedono: oggi, contro chi e contro cosa mi devo indignare? La loro ironia ci voleva chiudere nella “invisibilità” di cui ha parlato Reggiani; chiedeva, la loro ironia, le vecchie e logore prose stupidamente belle.

    Invece Pasolini ci insegnò che si poteva, e si doveva, scrivere anche contro “il Palazzo”, contro il potere, contro lo Stato. Tu avesti il coraggio di scrivere che di questo Stato non te ne importava niente, e che per te poteva tranquillamente, e disperatamente, morire. E io, tu lo sai, fui d’accordo con te. Non più oggi. E non credo sia colpa mia se ho così rapidamente, nel giro di pochi mesi, cambiato pensiero: oggi tutto quel che succede sta succedendo con una rapidità vertiginosa e noi ne siamo coinvolti, atterriti, spremuti.

    Sì, questo Stato non è la Città del Sole; troppi gli errori, anzi le colpe, e non a caso Pasolini aveva inventato quella meravigliosa metafora del “processo”, non ha caso tu hai inventato le terribili storie dei tuoi racconti. Pure, e te lo dico con angoscia, questo Stato, è la nostra realtà, è il tragico emblema in cui noi viviamo, e possiamo anche morire.

    L’“estraneità” di cui parlava l’altro giorno Moravia, non mi convince. E troppo facile; soprattutto per Moravia, è troppo facile; perché lui, che per tanti anni ha svolto un’importantissima funzione di egemonia culturale, non può d’un tratto riparare nel golfo, sia pure straziante della “estraneità”. “Non credo”, egli ha scritto, “che questa situazione sia invidiabile e neppure, però, deprecabile, ma è una situazione che appartiene, anch’essa, aa quello che Moravia chiama “il già visto”, e che ripete un vecchio discorso: io in quanto intellettuale, non posso sentirmi implicato al pari degli altri nel già visto, nel già sentito, nel già accaduto. Io in quanto intellettuale, sento in me un’estraneità in cui a mio modo mi isolo e mi autodifendo; ci soffro sì, ma da cittadino particolare, da cittadino straziato ed “estraneo”.

    Moravia dice che si tratta di “un sentimento”; ma io direi che, come spesso succede ai sentimenti; anche questo può finire per tradursi in ideologia e, adoperiamo la vecchia espressione, in una visione del mondo; diviene filosofia. Una filosofia, però, del “già filosofato”.

    E io mi auguro, caro Leonardo, che tu questa filosofia non la debba più condividere. Ti ripeto, intanto, che ho risentito con gioia grande la tua voce; perché, vedi, oggi più che mai il nostro Paese ha bisogno di grandi idee, non di grandi silenzi”.



    Il 25 marzo, sempre su “La Stampa”, la risposta di Sciascia. Dopo aver premesso che tra quello che sente, pensa e vuole Compagnone e quel che sente, pensa e vuole lui, lo scarto appariva minimo, la riflessione che



    “…la tragedia che stiamo vivendo sia grande, che fanatismo e violenza siano da combattere con i mezzi più idonei, che la paura sia da vincere e che all’offesa si debba fermamente rispondere: siamo d’accordo. Solo che tu – mi par di capire – credi, o vuoi credere, che i nostri sentimenti, i nostri pensieri, la nostra volontà debbano partecipare a una sorta di unanimità o unanimismo in cui differenze e diffidenze, inquietudini, avversioni, finiscano col fare aumentare la confusione e col condurci più speditamente là dove l’eversione vuole che si arrivi”.



    “Abbiamo le nostre responsabilità”, scrive Sciascia, “ma assumendocele, queste responsabilità, occorre evitare di confonderle con le altrui. Occorre altresì distinguerle a ogni momento, con una memoria che nella circostanza può anche apparire feroce”. La responsabilità che Sciascia si assume è questa:



    “…di dire che quello che si sta facendo per arginare e annientare l’eversione è sbagliato e pericoloso. Sbagliato per combattere le Brigate Rosse. Pericoloso per noi tutti. Noi, tu e io, scriviamo dei libri “con dei fatti dentro”. E voglio stare ai fatti per spiegare quel che intendo quando parlo di cose sbagliate e pericolose. Ai fatti del 16 marzo. Che furono tre, anche se uno solo resta bruciante nella memoria collettiva”.



    Il 16 marzo, osserva Sciascia, “prima che esplodesse la notizia del rapimento di Moro e del massacro della sua scorta, quasi tutti i giornali avevano pubblicato una notizia: che qualcuno aveva identificato in Moro “l’Antilope Cobbler” protagonista dell’intrallazzo sugli aerei da trasporto acquistati dal governo italiano:



    “…Personalmente per l’’idea che mi sono fatto del personaggio, ti dirò che non ci ho creduto. Moro non rappresenta per nulla quello che io amo dell’Italia: ma lo vedo diverso, per fede e per modo di vita, da tutto quel che dell’Italia non amo. Diverso, soprattutto, da quelli che più gli sono vicini. Mi è insopportabile la sua lentezza, il suo dire polivalente ed ermetico; e mi pare si comunichino a tutta la vita di questo Paese. Ma basta, ad accendermi una certa simpatia, il sentire che non è un cattolico-ateo, in questo paese di cattolici-atei (di un ateismo, voglio dire, inconsapevole ma attivo).

    Ho anche un altro motivo di più personale simpatia: ma, per discrezione, lascio che lo racconti, se vuole, chi me l’ha raccontato; e cioè Gaspare Barbiellini-Amidei. Comunque: io non ci ho creduto, alla metamorfosi di Moro in antilope. Ma come credi si sia sovrapposta, nella mente dei più, in quel marzo, la notizia del rapimento alla notizia poco prima letta? Non ti pare che in quel momento potevano anche scorgere una specie di mandato di cattura spiccato ed eseguito da una segreta giustizia tanto più infallibile di quella ufficiale? Siamo in un Paese in cui la sempre più frustrata aspirazione alla giustizia ha trovato compenso nel favoleggiare di sette segrete e brigatisti che la realizzavano. Ma che avessero o no letto la notizia sull’antilope, tu sai e puoi dire con me – contro la retorica che ci sommerge – quali sono state le immediate reazioni degli strati popolari alla notizia del rapimento: compianto per gli uomini della scorta, indifferenza, o peggio, per quel che era capitato a Moro”.



    Che cosa vuol dire Sciascia?



    “…Semplicemente questo: che le due notizie, in cui se ne assommavano altre della stessa natura corse per più anni, erano un po’ troppe perché il Paese fosse capace di avere una reazione univoca, un’univoca opinione. E diciamola francamente: non fosse stato per quei cinque morti, per quei cinque che “si guadagnavano il pane”, facendo scorta all’onorevole Moro, l’opinione sarebbe stata univoca: ma per tutt’altro verso. E’ terribile, lo so: ma va detto. Per capire. Per avere misura esatta del disastro in cui stiamo. Per tentare di ricostituirci. Invece di affrontare la verità, non solo si preferì rifugiarsi nella menzogna dell’unanime indignazione, ma si fece appunto quel che non si doveva fare: approvare senza discussione – una discussione che doveva essere necessariamente spinosa – un governo vecchio, carico di tutti gli errori, e a volte più che errori, passati. Ed era il terzo fatto della giornata: che suscitava meno emozione, ma convergeva con gli altri due a rendere disperata la situazione. Dopo di che, questo governo vecchio, questo governo carico di antichi errori, della vecchia Italia: approvare delle leggi che limitassero la libertà dei cittadini.

    Da ciò, io penso, caro Luigi, che noi dobbiamo decisamente dissociarci: decisamente dire che quel che accade non va contro le BR, ma contro di noi: cittadini soltanto armati di amore alla libertà, di amore alla giustizia, e cioè di amore alla ragione. Se come da più parti si fa, vogliamo attribuire alle BR un lucido e quasi scientifico piano, bisogna anche esser conseguenti e riconoscere che anche le leggi speciali votate dal governo sono state da loro calcolate e fanno parte di quel piano. Si potrebbe anzi credere che tutto quel che in questo momento si opera nelle sfere governative e politiche fa parte del loro piano.

    E qui possiamo porci la domanda: che cosa non fa parte del loro piano? La risposta è molto semplice: non fa parte del loro piano il fatto che il governo dello Stato possa trovare l’energia di rinnovarsi radicalmente: almeno per cominciare, negli uomini; e che la macchina che si è messa in moto contro di loro sia lubrificata, invece che dalle leggi speciali, dall’intelligenza.

    Perché il problema, a livello politico come a livello poliziesco, è un problema di intelligenza. Soltanto. E poiché siamo dei letterati, poiché la letteratura è il nostro mestiere, voglio finire col ricordarti quel famoso investigatore di Poe che aveva appreso il suo metodo da un ragazzino che vinceva sempre a pari e dispari. Metodo che consisteva semplicemente, dice Poe, nell’osservare e calcolare la scaltrezza dei suoi avversari, e conseguentemente immedesimarsi in loro. Un metodo che oggi dovrebbe valere tanto per i politici e che per i poliziotti. Ma non mi pare, purtroppo, che se ne scorgano avvisi”.







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  7. #27
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 27)

    • a cura di Valter Vecellio

    Nel pieno delle polemiche sul terrorismo, e l’impegno che si chiede e si esige agli intellettuali, Sciascia si vede incollata la paternità dello slogan: “Né con lo Stato, né con le Brigate Rosse”. Una posizione che, come abbiamo visto, non era la sua, non lo era mai stata.



    Tuttavia, ancora oggi non manca chi glielo rimprovera, quello slogan. Ecco cosa ha detto Eugenio Scalfari (proprio lui!) chiamato a “ricordare” Sciascia a Palermo: “…La posizione di Sciascia, né con lo Stato né con le Brigate Rosse era sbagliatissima…”.



    Del resto, quello di attribuire a Sciascia parole mai dette, posizioni mai assunte, per Scalfari sembra essere un vizio ricorrente. Nei giorni del caso Moro, Sciascia viene accattato con particolare violenza. Il suo libro “L’Affaire Moro”, lettura consigliabile ancora oggi per capire cosa accadde e cosa si volle accadesse, viene stroncato ancora prima di essere letto. Scalfari liquida “L’Affaire Moro” su “Repubblica” addirittura un mese prima che il libro compaia nelle librerie, e attribuisce a Sciascia concetti e posizioni completamente diversi da quelli di cui lo stesso giornale dà conto in un’intervista allo scrittore, pubblicata lo stesso giorno: “Lo ha attaccato leggendo male, di fretta e furia, le mie interviste. Nello stesso numero di “Repubblica” un suo articolo di fondo mi faceva dire cose che, nel resoconto delle mie interviste in seconda pagina non dicevo…”, osserva divertito Sciascia.



    Alla vicenda, lo scrittore dedica un articolo-riflessione affidato al “Corriere della Sera”, pubblicato il 19 settembre 1978:



    “…Il meno che io possa dire è che Scalfari è stato un po’ impaziente, un po’ frettoloso. Se fosse stato più paziente, se avesse avuto meno fretta, nel libro avrebbe trovato di meglio e cioè, dal suo punto di vista, di peggio.

    Sulla base di quel tanto delle interviste che è stato diffuso dalle agenzie di stampa, ha riassunto inq quattro punti quelle che chiama le mie conclusioni. I primi due sono abbastanza approssimativi; ma il terzo e il quarto non credo si possano fondatamente estrarre da quello che ho scritto nel pamphlet e da quello che ho dichiarato nelle interviste. Del resto, nello stesso numero di “Repubblica”, seconda pagina, c’è un corretto resoconto delle interviste; e viene fuori chiaramente che non ho detto, come invece Scalfari afferma nell’articolo di fondo, che i partiti e gli uomini che non vollero le trattative con le BR sono i “veri” responsabili della morte “fisica” di Moro. Debbo dedurne che Scalfari non legge “La Repubblica”.

    In quanto al quarto punto, non capisco perché Scalfari mi voglia così apoditticamente far dire che la grandezza di Moro “è stata quella di non volersi battere per questo Stato”. Non l’ho detto, non l’ho pensato. E mi viene un sospetto: che attribuendomi gratuitamente questo pensiero, Scalfari voglia riportare la questione ai termini in cui è stata dibattuta lo scorso anno: se bisogna o no amare lo Stato; se è permesso a un cittadino, che pure osserva tutte le leggi e paga tutti i balzelli, di non amare “questo” Stato così com’è”.



    Sciascia poi aggiunge di rendersi benissimo conto di quanto fosse comodo assumere la questione nei termini di “amore o disamore allo Stato”, ma i termini della questione non erano più questi. Si tratta, piuttosto, “di amare o non amare la verità”. Scalfari di questo è ben consapevole. Al punto che



    “…a un certo punto sente il coraggio di ricorrere a una sorta di canone estetico, per mettere le mani avanti a destabilizzare (parola ormai abusata, ma che qui cade a taglio) quel tanto di verità che c’è nella mia rappresentazione del caso Moro. Espressioni come “il mistero dell’arte”, “trasformazione e ricreazione della realtà”, “commuovere la fantasia e il sentimento morale”, da lui usate nei miei riguardi e in un modo che in altro momento avrei trovato lusinghiero, debbo confessare che mi allarmano e mi preoccupano. Mi viene il sospetto, insomma, voglia dire che quello che io ho scritto sul caso Moro va lasciato cuocere nel brodo del “mistero dell’arte”, e che nulla ha a che fare con la realtà. Pericolosissimo canone, direi. Perché il vero mistero non è quello dell’arte: è quello del come e del perché Moro è morto”.



    Era in buona compagnia, Scalfari: da Indro Montanelli a Rossana Rossanda. Rossanda, per esempio, attribuisce al libro un significato del tutto opposto a quello che aveva. Giovanni Spadolini, anche; nel suo “taccuino”, su “La Stampa”, scrive dell’’“attesa spasmodica quando inutile della scoperta dei covi che anima le pagine più belle di un libro che nel complesso non ci persuade”. Piccolo particolare: nell’“Affaire Moro”, come abbiamo già visto, non ci sono pagine sulla ricerca e sulla scoperta dei covi brigatisti. Anche Montanelli si avventura in considerazioni e riflessioni senza prima aver letto il libro. Montanelli, tuttavia, è l’unico che, onestamente, paga pegno e riconosce l’errore. Lo certifica una lettera di Sciascia, pubblicata su “Il Giornale” dell’11 ottobre 1978:



    “Caro Montanelli…mi dispiace che anche tu abbia scritto di questo mio pamphlet sul caso Moro prima di conoscerlo interamente; e ancora di più mi dispiace che intitolando il tuo articolo “Todo Moro”, e riferendolo al mio “Todo Modo”, tu abbia di fatto parlato di un libro che io non ho mai scritto. “Todo Modo” non descrive, come tu invece affermi, “una vicenda sorprendentemente analoga a quella di via Fani e con un protagonista sorprendentemente simile a Moro, riprodotto in una versione così ripugnante che giustifica il delitto”. Per nulla. Protagonista di “Todo Modo” è un prete; e non ripugnante. Non c’è nel racconto un solo elemento che ricordi l’agguato di via Fani. Ma lasciando da parte quest’errore, che tu certamente riconoscerai davanti ai tuoi lettori, quel che desidero discutere con te è il personaggio Moro e il suo comportamento nella vicenda in cui è rimasto vittima.

    Dal momento in cui ho deciso di scrivere un libro sull’affaire Moro, e fino a oggi, ho vissuto e vivo come una esperienza religiosa, come un processo di reversibilità. Illuminista, per come “l’Unità” mi etichetta, laico e laicista, incommensurabilmente lontano dal Moro cattolico e dal Moro democristiano, ho sentito religiosamente il dovere di riscattare Moro prigioniero e vittima delle BR della vita in cui l’avete relegato. Anche tu, purtroppo. Ed è quello che non capisco. Capisco che questa operazione la facciano i vili. Capisco la facciano certi cattolici. Capisco che la facciano certi retori. Non capisca che la faccia un uomo libero, un laico in ogni senso laico. Che tu ti sia nettamente posto dalla parte di coloro che non volevano che lo Stato non cedesse al ricatto, lo capisco benissimo: e lo dico anche nel libro che sta per uscire. Non capisco però il bisogno di giustificare la tua posizione, in sé legittima, adducendo come controparte il comportamento di Moro. Per capire, dovrei attribuirti un senso di colpa; e quindi, anche se inconscia, una certa malafede.

    Io credo che certe tue prese di posizione che sembrano fredde o addirittura ciniche siano dettate da emotività o passione. Mi piacerebbe invece che tu avessi tanta freddezza da far tabula rasa della tua passione per lo Stato e da metterti di fronte a tutti i documenti dell’affaire come se ritrovati dal fondo di un archivio: ti apparirebbe chiaro che Moro non solo – cosa che sai già – si è comportato coerentemente al suo essere “cavallo di razza”, e di razza democristiana; ma non si è comportato vilmente. C’è un fatto semplicissimo da tener presente: quelle sue lettere che tu consideri espressione di viltà non sono dirette ai suoi nemici, ma ai suoi amici: a coloro che coerentemente al loro essere democristiani (e lasciamo stare, per carità, il loro essere cristiani) avrebbero dovuto salvarlo. Per bollare Moro di viltà dovremmo sapere come si è comportato di fronte ai suoi nemici. E nulla ci dice che si sia comportato vilmente. Al contrario, anzi: nei suoi riguardi c’è, da parte delle BR, e ravvisabile nei documenti, una crescita di rispetto. E in quanto alla fede, e sul fatto che nelle lettere parla poco di Dio e solo, come tu dici, “di striscio”. Le lettere sono di un uomo politico e dirette a uomini politici. Non scriveva al Padreterno, né le BR sarebbero state in grado di recapitarle. E di Dio, peraltro, ne parla: serenamente, invocandolo alla disperata impresa di far luce nella mente dei suoi nemici…”.



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  8. #28
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent'anni fa...28)

    • a cura di Valter Vecellio

    Per un po’ la polemica sembra acquietarsi; ma la vicenda Moro era (ed è) un nervo sensibile e scoperto, basta un niente per far riesplodere tutto. A un anno dal rapimento, Sciascia pubblica una noticina sul “Corriere della Sera”, nella quale ricorda un episodio accaduto a casa di amici. Era la sera del 9 aprile, si discuteva del rapimento di Moro e delle lettere che dal “carcere del popolo” il leader democristiano scriveva, e i suoi carcerieri recapitavano; ne erano già giunte al ministro dell’Interno Francesco Cossiga e al segretario della DC Benigno Zaccagnini:



    “…una ragazza intervenne nella discussione con una generosità e una passione che forse sul momento mi apparvero di petulanza, ma che mi diedero poi un certo travaglio, mi si offrirono alla riflessione e mi portarono a mutare sentimento e giudizio. Non era un ragionamento: era propriamente generosità, passione. Noi parlavamo della ragion di Stato, del comportamento di Moro: se si dovesse o no trattare, se fingere disponibilità alla trattativa o veramente accedervi, se un uomo come Moro aveva diritto alla paura. Tutti lo volevano salvo: ma non a prezzo del cedimento. Non a prezzo del cedimento dello Stato, alcuni; del cedimento di Moro, altri; del cedimento di entrambi, altri ancora. Ma l’intervento della ragazza sconvolgeva tutto. Nessuna valutazione, nessun giudizio, nessun calcolo reggeva di fronte alla sua passione. Erano, irrefutabili, le ragioni che la ragione non conosce. Infastidivano. Ma nella misura in colpivano. Echi di grandi parole, di grandi testi più celebrati che vissuti, erano nel suo parlare concitato e a momenti incerto. Per lei c’era soltanto quell’uomo in agonia, quell’uomo che agonizzava a mettere insieme parole che più non servivano, parole che nessuno sarebbe stato capace o avrebbe voluto riscrivere, che sarebbero state mistificate, tradite, relegate nel vaniloquio, nel delirio. C’era la creatura, denudata di ogni potere, sola di fronte alla violenza e alla morte, soltanto questo, per lei, doveva bastare a non farci dormire…”.



    Per Sciascia è come una folgorazione. Si rende conto che sono tanti i giovani che la pensano come quella ragazza:



    “…Questo messaggio di solidarietà – che forse sarebbe da definire più propriamente di tenerezza, in contrapposizione alla durezza ufficiale e pensando al “latte dell’umana tenerezza” di Shakeaspeare – ebbe voce pubblica nel giornale “Lotta Continua”: ma debbo confessare che allora ne diffidai, e non sono stato tra coloro che su quel giornale firmarono l’appello che chiedeva che lo Stato trattasse per il riscatto di Moro. Ne diffidai a torto, per come poi ho visto e si è visto: nel gruppo di Lotta Continua, in coloro che fanno il giornale redazionalmente e in coloro che lo fanno leggendolo, avveniva in quei giorni una profonda dilacerazione, un travagliato riacquisto di valori; e ne abbiamo sempre più evidente, oggigiorno, la prova. E voglio aggiungere che il discorso di Mimmo Pinto alla Camera dei deputati, una volta conclusasi tragicamente l’affaire Moro, per la verità delle cose dette, riscatta l’intero Parlamento della Repubblica, nel senso che ne fa un luogo in cui almeno una voce si è potuta levare vera e commossa”.



    Sciascia poi confessava che il caso Moro lo ha segnato:



    “…Mi ha fatto scrivere un libro in cui, come ha detto un critico francese, ho ridato a Moro la parola che i sui gli avevano tolta: i suoi amici, i suoi compagni in ortodossia e ortodossie. Mi ha portato in Parlamento, e cioè un’attività che è continua violenza su me stesso e che mi distoglie dal modo di vita che mi ero costruito e in cui pensavo di poter compiere, negli anni che mi restano, quelle due o tre cose (libri, si capisce) da sempre vagheggiate. Ma questo è problema mio: degli anni e della sorte che la sorte mi assegna. E’ certo, comunque, che anche se non riuscissi a fare più un libro, di quello che ho scritto sull’affaire Moro sono appagato come se compendiasse tutti quelli che ho fatto e che riuscirò o non riuscirò a fare. E sono sempre pronto a renderne conto. Anche agli ortodossi di tutte le ortodossie”.



    Giorni dopo, ripensando a quei giorni convulsi di un anno prima, affida sempre al “Corriere della Sera”, pubblicate il 9 maggio, le sue riflessioni dettate, come spesso gli accadeva, dalla lettura di un paio di libri:



    “… uno è quello che s’intitola “Ho fatto di tutto per salvare la vita di Moro”, e di cui è autore l’ex senatore democristiano Vittorio Cervone, l’altro indirettamente per le quattro pagine in cui, parlando di Paolo VI, viene ricordata l’accorata partecipazione del pontefice all’affaire, ed è quello di Giulio Andreotti, il cui titolo assume un modo proverbiale che nella considerazione che le morti dei papi si sono in questi ultimi anni infittite, ha un tono di umor nero: “A ogni morte di Papa”. Le quattro pagine di Andreotti in effetti si collegano (è possibile, cioè, a noi vederle in rapporto di causa ed effetto) a quella del senatore Cervone. Ma andiamo per ordine. Andreotti, dunque parla di Paolo VI e di come si è trovato, questo papa, vecchio e stanco, ma di mente lucidissima, a scrivere di fronte al caso Moro “una pagina storica di solidarietà e di amicizia fucina”.



    Proprio leggendo il libro di Andreotti, si dipana il ragionamento di Sciasci:



    “…Il fatto è questo: il papa ha ricevuto una lettera di Moro, sente di dover fare qualcosa. Scrive il messaggio ai brigatisti, implorando la salvezza di Moro. Ma evidentemente sente che ciò non basta e, il giorno precedente alla diffusione del messaggio, manda monsignor Casaroli da Andreotti: e non soltanto, a quanto ci è dato di capire, per farli leggere il messaggio. E’ facile arguire che desidera che lo Stato italiano faccia qualcosa, che mostri di voler accedere a una trattativa o che addirittura tratti. La leggera di risposta che Andreotti manda il 25 aprile, in un certo senso sollecitata dall’invio di monsignor Casaroli della fotocopia della lettera di Moro al papa, dice chiaramente che il papa qualcosa aveva chiesto al governo italiano. Andreotti, infatti, riepiloga tutte le ragioni per cui lo Stato italiano non può permettersi di trattare. Se il papa non avesse chiesto che si facesse qualcosa, sarebbe stato indelicato da parte di Andreotti fargli il riepilogo di principi e situazioni ormai sbandierati da quasi tutti i giornali. Ho usato la parola “indelicato” proprio perché Andreotti usa la parola delicatezza a giudicare l’azione svolta fino a quel momento dal papa: “Il Santo padre ha fatto per la liberazione di Moro più dell’immaginabile, con una forza e insieme con una delicatezza che hanno riportato molti di noi agli anni felici dell’Azione cattolica universitaria”. Vogliamo tentare di tradurre questo passo brutalmente? Ecco: “Il papa è stato finora molto delicato nei miei riguardi e nei riguardi dello stato italiano, continui a comportarsi così”. E’ il caso di dire che hanno capito l’antifona, il papa e monsignor Casaroli. Il senatore Cervone non è stato invece così delicato: e, come chiaramente si intravede nelle sue pagine, ha perso il seggio in Senato”.



    Da vicende simili ognuno può agevolmente ricavarne una morale, per ieri e per oggi.


    28) Segue
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  9. #29
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 29)

    • a cura di Valter Vecellio

    LA POLEMICA SCIASCIA-BERLINGUER.



    Un momento di grande polemica – e attende ancora delle scuse, che non verranno mai – fu quando Sciascia si trova implicato in una causa con il segretario del PCI Enrico Berlinguer; per quella polemica Sciascia rompe anche un’amicizia di sempre cui teneva moltissimo, quella con Renato Guttuso.



    Sciascia, in una riunione della commissione parlamentare d’inchiesta sulla vicenda Moro di cui era componente, rivela di aver appreso tempo prima, da Berlinguer, di sospetti collegamenti tra la Cecoslovacchia e il terrorismo italiano, e di una imminente espulsione di diplomatici cecoslovacchi dall’Italia. Il colloquio avviene nella sede della direzione del PCI, presente anche Guttuso. Berlinguer smentisce l’episodio, Sciascia lo conferma. Berlinguer querela per diffamazione, Sciascia contro-querela. Finisce all’italiana: un’archiviazione generale. La querela di Berlinguer contro Sciascia, stabilisce il magistrato, è infondata: non si può perseguire un parlamentare per opinioni espresse nell’esercizio delle sue funzioni. Archiviata anche la contro-querela di Sciascia, perché “la falsità dell’onorevole esclude la calunnia”. Come poi il magistrato abbia potuto definire “falsità” la versione data da Sciascia non si capisce, dal momento che il “falsario” neppure viene ascoltato. Bastano, al riguardo, la parola di Berlinguer e la successiva, coincidente testimonianza di Guttuso; il quale, posto di fronte al dilemma se scegliere la verità raccontata dall’amico, o la versione del Partito, sceglie quest’ultima.



    Bruno Caruso, un fraterno amico di Sciascia, dedica alla vicenda un breve capitolo nel suo “Le giornate romane di Leonardo Sciascia”. Conviene riproporlo, perché contiene interessanti particolari:



    “…Mentre era ancora consigliere comunale indipendente nelle liste del PCI di Palermo, Sciascia si era recato in visita da Berlinguer, in compagnia di Guttuso, alle “Botteghe Oscure”. Uscito da lì venne a colazione nel mio studio e raccontò non senza un risvolto di sincera simpatia nei confronti del segretario del PCI, a me e agli ospiti, Francesco Giunta e Tullio D’Angelo, del colloquio con Berlinguer: e forse per dimostrare quanto il segretario del PCI fosse distaccato da certe oscure faccende (del KGB), ci confidò che proprio Berlinguer gli aveva detto di essere a conoscenza di certi rapporti del terrorismo italiano con la Cecoslovacchia.

    Fatto che, per la verità in quel tempo, non era del tutto nuovo tanto che pare sia stato nientemeno che l’onorevole Andreotti, espertissimo di trame, a informare Berlinguer.

    Trascorsi gli anni, Sciascia, nella qualità di deputato radicale componente della commissione che indagava sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, ciò senza alcuna malizia l’episodio della rivelazione di Berlinguer. Il quale, però, stavolta, in piena campagna elettorale, smentì seccamente di avergli detto alcunché in proposito e, per tutta risposta, invitò Guttuso a confermare il fatto.

    Cosa che Guttuso fece prontamente sapendo di dover mentire per obbedienza di partito. Sciascia, sbalordito e più che mai costernato, confermò fermamente quanto aveva dichiarato e Berlinguer querelò Sciascia per diffamazione e inviò Guttuso dal giudice come un lacché a rendere la sua testimonianza. Leonardo Sciascia denunziò a sua volta Berlinguer per calunnia, in quanto lo aveva querelare sapendolo innocente della diffamazione. Guttuso prese apertamente le parti di Berlinguer per dovere di partito: il che vuole dire che se al potere ci fosse stato Stalin, Guttuso avrebbe mandato a morte il suo amico Sciascia. Ma fortunatamente Stalin in Italia non c’è mai stato; c’erano però gli stalinisti come lui; e Guttuso, più anziano di Berlinguer e artista non privo di autorità, avrebbe potuto imporsi e trovare una scappatoia diplomatica. Dicendo per esempio: “Sì, è vero, ma noi non ci potevamo credere”, o un’altra plausibile scusa; il fatto, invece, assunse un risvolto assai grave tanto che, con il processo messo ormai irrimediabilmente in atto, la faccenda, anziché giungere a un chiarimento, prese una piega spiacevolissima, da inquisizione e oltremodo gravosa per tutti. A peggiorare le cose, Guttuso, in televisione riepilogando pesantemente la vicenda diede a Sciascia del “mafioso” (non dimentichiamolo, Guttuso diede a Sciascia del “mafioso”), poiché per “amicizia” lo avrebbe obbligato a mentire. Ed ebbe il coraggio di fare quest’affermazione sapendo di essere proprio lui a mentire, come ebbe a confidare a varie persone, tra le quali il pittore Maurilio Catalano, l’avvocato Perna e il giudice Nasca che, a Palermo, erano stati testimoni del racconto dell’episodio fatto da Sciascia presente Guttuso, il quale per l’appunto non aveva trovato nulla da eccepire.

    Guttuso sostenne perfino con qualcuno che Sciascia s’era addirittura profittato del fatto che lui non poteva in alcun modo smentire Berlinguer. Si istruì il processo: io, Giunta e D’Angelo testimoniammo per Sciascia; il giudice non chiamò a testimoniare Catalano, Perna e Nasca, la cui testimonianza sarebbe stata determinante e che, per ordine del Procuratore Generale, sollecitato da Sciascia, dovette ascoltare; ma non ravvisando il reato di diffamazione, trovò che mancavano gli estremi per procedere nella querela. Così, forte del principio “giuridico” che due voci valgono più di una, nel dispositivo dell’istruttoria, diede torto a Sciascia e ragione a Berlinguer. Il processo fu poi archiviato perché il fatto si era svolto in sede di commissione parlamentare.

    Il potere oscuro del governo-ombra funzionava già perfettamente, ma da allora né Sciascia, né io, né alcun altro dei nostri amici siciliani volle rivedere né salutare Guttuso. Né con lo stesso Sciascia ne parlammo più, come di un fatto assai penoso che è meglio dimenticare”.



    Oggi i dossier che vengono sdoganati da Mosca ci dicono chi aveva detto il vero e chi il falso. Ma poi c’era davvero bisogno di quei dossier, per saperlo?



    Si tratta certamente di arbitraria affermazione questa, che stiamo facendo, ma abbiamo come l’impressione che anche a quel magistrato Sciascia si sia ispirato, anni dopo, per l’ultimo dei suoi racconti, “Una storia semplice”:



    “…Questore e colonnello fecero col magistrato inquirente il punto delle loro indagini. Il magistrato assunse l’aria di greve pensamento e poi disse: “Sapete che cosa penso? Che casuale per quanto si voglia l’uomo della Volvo entrò nell’ufficio del capostazione, vide quel dipinto, se ne invaghì a colpo di fulmine, fece fuori i due e se lo portò via”.

    Questore e colonnello si scambiarono perplesso e ironico sguardo. “E’ un personaggio, questo della Volvo, per cui mi è avvenuta una immediata affezione. Difficilmente sbaglio, nelle mie intuizioni. Tenetemelo bene al fresco”. Li congedò, aveva da sentire il vecchio professore Franzò.

    Uscendo il questore disse: “Dio mio!”; e il colonnello: “Terrificante!”.

    Il magistrato si era intanto alzato ad accogliere il suo vecchio professore: “Con quale piacere la rivedo, dopo tanti anni!”.

    “Tanti. E mi pesano”, convenne il professore.

    “Ma che dice? Lei non è mutato per nulla, nell’aspetto”.

    “Lei sì”, disse il professore con la solita franchezza.

    “Questo maledetto lavoro…Ma perché mi dà del Lei?”.

    “Come allora”, disse il professore.

    “Ma ormai…”.

    “No”.

    “Ma si ricorda di me?”.

    “Certo che mi ricordo”.

    “Posso permettermi di farle una domanda?...Poi gliele farò altre di altra natura…Nei componimenti d’italiano lei mi assegnava sempre un tre, perché copiavo. Ma una volta mi ha dato un cinque: perché?”.

    “Perché aveva copiato da un autore più intelligente”.

    Il magistrato scoppiò a ridere: “L’italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…”.

    “L’italiano non è l’italiano: è il ragionare”, disse il professore. “Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto”.

    La battuta era feroce. Il magistrato impallidì. E passò a un duro interrogatorio…”.



    Chissà come andava in italiano, il magistrato che si è occupato delle querele tra Sciascia e Berlinguer.



    29) Segue.
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  10. #30
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent'anni fa... 30)

    • a cura di Valter Vecellio

    Dagli amici mi guardi Iddio…



    Sciascia, quando accetta la candidatura nelle liste del Partito Radicale al Parlamento nazionale e a quello europeo offertagli da Marco Pannella, dice di essere consapevole di contraddirsi; ma lo fa, dice, “in nome della speranza”. E si tratta, spiega, di una contraddizione rispetto a precedenti affermazioni relative alla sua vocazione e decisione di essere soltanto uno scrittore, non in ordine a quello che pensa ed aveva sempre pensato. In risposta a quanti gli chiedono ragione di quella candidatura nel più anomalo dei partiti, risponde che “un uomo vivo ha diritto alla contraddizione. Mi piacerebbe anzi che l’epigrafe sulla mia vita fosse semplicemente questa: ‘Contraddisse e si contraddisse’. Una contraddizione, appunto, in nome della vita, in nome della speranza”.



    Naturalmente la sua candidatura fa “notizia”, e “rumore”, lasciando esterrefatti anche alcuni tra i suoi più intimi amici. Tra loro il pittore Renato Guttuso e Lucio Lombardo Radice. Ne nasce uno scambio di “lettere” tra i tre, ospitate da “La Repubblica”. Comincia Guttuso, il 5 maggio 1979:



    “Caro Leonardo,

    il senso di sgomento che ho provato nell’apprendere la notizia della tua candidatura nel PR mi ha fatto riflettere nella misura e qualità della mia amicizia per te.

    Gli amici, infatti, con cui ho parlato, dopo aver appreso la notizia (qualcuno anche tuo sincero ammiratore), reagirono in modo assai diverso dal mio, e io non riuscivo, e non riesco, a partecipare alla logica nella quale procedeva il loro giudizio, attinente piuttosto alla tua gestualità che alla tua essenza.

    Non suona bene al mio orecchio la frase trionfalistica e irrispettosa di Pannella secondo la quale ‘sono bastati dieci minuti per convincere l’autore di ‘Todo Modo’’. Un taumaturgo da baraccone sarebbe riuscito a ‘stregare’ un uomo della tua qualità?

    Neppure mi convince il giudizio secondo il quale un rafforzamento dei radicali indebolisce i tre maggiori partiti italiani, DC, PCI, PSI, in particolare – dicono – quest’ultimo. Ciò può avere un fondamento, ma non credo che tu abbia pensato a questo. Non mi convince la grossolana e sbrigativa tesi del ‘dispetto ai comunisti’. Tu nei confronti dei comunisti non hai fatto dispetti, ma azioni concrete, del tipo ‘dissidente sovietico’, anche se gli eventuali motivi della dissidenza dei sovietici qui mancano del tutto. Anche perché il ‘dispetto’ non ti si addice.

    Ti avevo visto, a Paleremo, tre volte, nello spazio di pochi giorni. I nostri colloqui erano stati, mi à parso, migliori dei precedenti. Su alcuni punti, per esempio il terrorismo e gli arresti degli autonomi, avevi espresso idee che condividevo; ed eri stato tu a riferirmi, con sdegno, la frase di Raoul Levi (appartenente a quel gruppo di ‘filosofi’ verso i quali, in precedenza, non ti eri mostrato ostile), secondo la quale Gramsci veniva assimilato a Mussolini, mostrando in tal modo di che lurida stoffa sia tessuto il suo vestito di filosofo.

    Mi avevi anche detto che avevi rifiutato l’offerta dei socialisti e non avresti accettato offerte radicali.

    Io ho parlato di Pannella e tu non hai confutato le cose dette da me, come hai fatto lealmente tante altre volte, a voce, per iscritto, in privato e in pubblico.

    Ammetterai che, fresco di questi incontri con te, il mio smarrimento abbia qualche motivo.

    Il 28 aprile ero ad Assisi con Fabrizio Clerici, tuo e mio caro amico, il quale può testimoniare del mio stato d’animo. Siamo andati insieme a rivedere Giotto e i recenti restauri. Nella Chiesa superiore, guardando ilquadro “Il sogno di Onorio III”, nel quale Francesco sostiene con una spalla l’edificio della Chiesa che crolla, mentre da un lato il papa sogna, Fabrizio, per correggere forse il mio malumore, disse: “San Francesco è Leonardo che sostiene il PR, mentre Pannella (Onorio) digiuna”.

    E’ vero che tu dai un grande sostegno ai radicali, anche se Onorio organizza spettacoli anche digiunando. E io mi chiedevo il perché di tanto sostegno. Perché appoggiare una sinistra “qualunque”? Una “sinistra” fatta di insoddisfazioni e di umori, di sollecitazioni di bassa lega. Perché?

    Sono certo che la tua decisione è precipitata nel momento in cui è precipitata, e certo non metterei mai in dubbio il legittimo diritto di un “uomo libero” a contraddirsi.

    Ma tu dici anche: “Avendo alle spalle alcune riflessioni”. Sarebbe stato interessante sapere se, oltre alle tue riflessioni che tutti conoscono, perché da te espresse in chiare lettere, ci siano state anche delle “riflessioni” riguardanti il PR, la persona politica di Pannella, le sue posizioni nei confronti di questo o quel problema; se tu non hai riflettuto, anche, sugli aspetti qualunquistici della sua politica, del qualunquismo di “sinistra” che trova (o lo cerca?) l’applauso di Montanelli.

    E se, quando ricordi il tuo voto a Vittorini, candidato senza garanzie per pura generosità del suo cuore (ma sia chiaro che anche la tua accettazione di candidatura è dovuta alla generosità del tuo cuore) nel gruppo radicale, tu non hai riflettuto al fatto che solo il nome unisce il PR di allora, un partito della sinistra liberale fatto di gente all’antica, seria, lontana da ogni spirito di avventura, al PR di oggi.

    Tu parli anche “degli schiavi che contano”. In che senso i radicali sarebbero “schiavi che contano”? Nel senso dei primi cristiani? O nel senso di alcuni uomini di natura indipendente che si contano tra loro? E in tal caso, non cessano di contarsi allorché sostengono un partito che annuncia, come i pugilatori intervistati prima dell’incontro, terrificanti vittorie?

    Gli schiavi, caro Leonardo, ci sono, e non si contano perché sono un’immensa moltitudine. Quella degli oppressi e degli sfruttati, su tutta la faccia della Terra. Questi schiavi hanno il loro partito, sono la grande, vera sinistra lucida e organizzata, e non una sinistra “qualunque”.

    Spero che accoglierai questa lettera per quello che è, come altre che ci siamo scambiate, di leale e rispettoso dissenso del tuo gesto d’oggi e non un atto di propaganda del candidato di un partito diverso da quello che hai deciso di appoggiare.

    Spero che non considererai questa lettera un “tirarti per i capelli”, ma solo un gesto di lealtà, conro il silenzio o un’indifferenza che non sarebbero stati lealtà”.



    Sciascia risponde il 9 maggio. L’incontro con Pannella e la candidatura, dice, non hanno minimamente mutato le sue idee e i suoi giudizi; e aggiunge che quando, subito dopo aver accettato la candidatura, ha parlato di contraddizione, rivendicando il diritto a contraddirsi, intendeva indicare una contraddizione che riguardava la sua “persona fisica”; non una contraddizione ideale, di pensiero.



    “…A tutti gli imbecilli che hanno afferrato al volo la parola contraddizione e ora me la puntano contro, non posso che rivolgere l’invito a rileggere e leggere tutto quello che ho scritto dal 1950 ad oggi. A te, mio attento e intelligentissimo lettore di sempre, lucido e cordiale giudice anche di quelle cose da cui più dissenti, non posso rivolgere un invito simile. Tu sai bene che nemmeno ora io mi contraddico.

    La tua preoccupazione e il tuo sgomento non vengono dallo scoprirmi in contraddizione, sono un modo e del tuo modo di vivere il comunismo, e del tuo modo di intendere l’amicizia. Tu dici: “La notizia della tua candidatura nel PR mi ha fatto riflettere sulla misura e qualità della mia amicizia per te”. Al contrario, il tuo essere comunista negli anni del realismo socialista, durante la polemica Vittorini-Togliatti, di fronte ai fatti di Ungheria e di Cecoslovacchia, in questi anni di compromesso storico, non mi hanno mai fatto riflettere sull’amicizia che sentivo per te anche prima di conoscerti e che poi ha trovato conferma nel conoscerti.

    Il mio più vecchio e caro amico, di un’amicizia cominciata 45 anni fa a scuola e che dura inalterata, è stato democristiano per almeno vent’anni. Tra noi c’è sempre stato un sereno ragionare sulle illusioni e delusioni sue, sulle illusioni e delusioni mie. A un certo punto non è stato più democristiano: ma perché in quel partito aveva consumato la sua esperienza ed esaurito le sue illusioni. Era il punto cui doveva, per la sua onestà, inevitabilmente, arrivare: il punto in cui lo aspettavo. E non trionfalisticamente lo aspettato, ma amaramente. E’ una persona onesta, ha combattuto la sua battaglia: e l’ha persa. Ma quel che conta nella sua vita, e conta anche per me, suo amico, è che l’ha combattuta. Il fatto che io sapessi fin dal principio quale amaro frutto avrebbe raccolto, non mi ha mai fatto sentire, nei suoi riguardi, dalla parte della verità.

    Ed è questa la ragione vera, profonda e terribile (sì, anche terribile) della tua lettera di sabato: che tu ti senti nella verità e vedi me, tuo amico, allontanarmene. Da ciò la tua apprensione, il tuo sgomento, il tuo impulso a fermarmi, a salvarmi. Sentimenti e turbamenti sinceri, che io qui e ora, in questo nostro Paese in cui si è ancora liberi di sbagliare, posso mettere in conto della tua amicizia (un modo che potrei, sempre qui e or, dire molto siciliano).

    Ma che cosa sarebbe la sua apprensione, il tuo sgomento, la tua ansietà di salvarmi l’anima, in un Paese o in un sistema dove tutte le anime debbono essere salvate e l’errore non è consentito?

    Ho scorso parecchi processi inquisitoriali, e specialmente del secolo Diciassettesimo: e ti assicuro che nella maggior parte di essi viene fuori, autentica, sincera, commossa, la volontà degli inquisitori, di salvare l’anima degli inquisiti. Non voglio con ciò dire che considero la tua lettera una specie di sopralluogo inquisitoriale su una mia decisione che tu consideri errata. La considero anzi una prova di amicizia. La mia per te è un po’ diversa: non voglio salvarti l’anima”.



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  2. Leonardo Sciascia "profeta padano"....????
    Di montecristo2006 (POL) nel forum Padania!
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 17-04-07, 17:44
  3. Vent'anni fa....
    Di Eymerich (POL) nel forum Fumetti
    Risposte: 12
    Ultimo Messaggio: 03-05-06, 14:03
  4. 25 anni fa: Guttuso a Sciascia; Sciascia a Guttuso
    Di Wolare nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 13-03-03, 20:11
  5. Leonardo Sciascia: Rompere!!!
    Di Wolare nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 13-03-03, 19:02

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