Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 21)
• a cura di Valter Vecellio
Un uomo tutto DC e famiglia
Di Alberto Moravia
Cosa vuol dire Sciascia nel suo libro? Vuol dire secondo noi principalmente due cose: prima di tutto che Moro non è stato plagiato dalle BR, cioè che le lettere di Moro sono davvero di Moro, da capo a fondo. E in secondo luogo che da queste lettere viene fuori un uomo che non soltanto non è plagiato ma è anche superiore a quello che Sciascia stesso stimava fosse. In altri termini, Sciascia, dopo aver riaffermato l’autenticità delle lettere, pur controbattendo il mito del “grande statista”, lanciato in quei giorni dalla stampa italiana, e ribadendo che Moro era soprattutto anzi soltanto un notabile democristiano, gli attribuisce qualità di carattere e di intelligenza notevoli, nonché una specie di illuminazione finale: “Per il potere o del potere era vissuto fino alle nove del mattino di quel 16 marzo. Ha sperato di averne ancora: forse per tornare, per assumerlo pienamente, certamente per evitare di affrontare quella morte. Ma ora che l’hanno gli altri, ne riconosce negli altri il volto laido, stupido e feroce. Negli amici, nei fedelissimi delle ore liete; quelle macabre ore liete del potere”. Che è, secondo noi, un’interpretazione arbitraria della frase di Moro, in fondo una specie di luogo comune: “Io non desidero intorno a me, lo ripeto, gli uomini del potere”. E, a proposito di luoghi comuni, ci sia consentito di citarne un altro. Moro parla spesso, con indubbia minacciosa sincerità, del fatto che il proprio sangue “ricadrà” sulla testa di coloro che hanno voluto o per lo meno non hanno impedito la sua morte. Ma è proprio vero che il sangue “ricade”? E’ forse ricaduto il sangue sulla testa di Stalin morto nel suo letto? O sulla testa di Hitler, sulla cui testa, in realtà sono “ricadute” le bombe degli alleati? Moro, a un tratto, esclama: “…L’espulsione dallo Stato è praticata in tanti casi, anche nell’Unione Sovietica; non si vede perché qui dovrebbe essere sostituita dalla strage di Stato”. Anche qui Moro slitta senza accorgersene, con strano lapsus, in quello che pur bisognava chiamare un terribile e recente “luogo comune”. E viene fatto di domandarsi: se è vero che il sangue “ricade”, allora su chi sarà ricaduto il sangue, appunto, delle “Stragi di Stato”?
Ma torniamo a Sciascia. Diciamo subito che sul primo punto, cioè sulla autenticità delle lettere, noi siamo d’accordo con lui; e questo non soltanto perché nelle lettere Moro si dimostra lucido e razionale; ma perché è anche lucido e razionale nel suo inconfondibile stile reticente, burocratico, opaco ed evasivo, di cui lui stesso (ed è forse la frase più commovente di tutto il carteggio) dice che è proprio suo, “per brutto che sia”.
Invece non siamo d’accordo con Sciascia sul secondo punto, cioè sulla valutazione complessiva del personaggio di Moro. Non vogliamo vantarci di aver precorso Sciascia in certe sue intuizioni, ma soltanto notare una coincidenza: già un mese prima che Sciascia pubblicasse il suo libro, in un’intervista su “Epoca” con Cancogni, avevamo detto che a noi Moro faceva l’effetto di una specie di Polonio che si era andato a cacciare in un ingranaggio più grande di lui. Adesso ribadiamo quest’idea, dicendo che non siamo d’accordo sul secondo punto (cioè sulla valutazione del personaggio), proprio perché invece siamo d’accordo sul primo punto, cioè sull’autenticità delle lettere,
Ci spieghiamo. A nostro parere il rigetto delle lettere da parte degli amici di Moro si spiega non già con la volontà di chiudere ogni spiraglio per delle trattative, bensì come una reazione ben più profonda e, probabilmente inconsapevole: con le sue lettere, Moro, senza volerlo, ha presentato ai democristiani allibiti uno specchio nel quale essi non hanno voluto riconoscersi. In altri termini, e pur sempre senza averne l’intenzione, Moro ha disegnato nelle lettere un ritratto del partito democristiano un po’ come lo vedono le BR. Aggiungiamo a scanso di equivoci, che in questo specchio non c’era nulla la cui rivelazione avrebbe potuto scuotere il potere. E infatti le BR sono dei moralisti con la pistola, che confondono l’assolutezza della religione con il relativismo della politica. Essi volevano processare Moro, il processo ovviamente non c’è stato; ma Moro con la spietatezza che è propria delle guerre di religione, è stato ugualmente ucciso.
Non è facile dire quello che viene fuori dalle lettere di Aldo Moro sulla DC e che ha fatto sì che gli amici di Moro ne abbiano distolto gli occhi con orrore, affrettandosi a dire che le lettere non potevano essere né erano del Moro che conoscevano e amavano. Forse un passaggio ci aiuta a capire fino a che punto Moro è ingenuamente, candidamente, se stesso. Moro scrive nella lettera del 25 aprile, a Zaccagnini: “Nessuna notizia sul contenuto; sulle intelligenti sottigliezze di Granelli, sulle robuste argomentazioni di Misasi (quanto contavo su di esse), sulla precisa sintesi dei presidenti dei gruppi, specie dell’onorevole Piccoli”. Perché il passaggio ci sembra significativo? Perché contiene dei passaggi lusinghieri (a meno che non siano ironici, che poi sarebbe lo stesso), su alcuni personaggi del partito di maggioranza; e questi giudizi ci fanno capire tutto a un tratto qual è la scala dei valori in corso all’interno della DC. Occorre aggiungere che noi troviamo del tutto irreale questa scala di valori?
Su un altro carattere di Moro noi dissentiamo da Sciascia: sull’insussistenza ossessiva con la quale Moro ritorna quasi a ogni lettera sull’argomento che bisognava salvargli la vita perché lui è indispensabile alla propria famiglia. Sciascia non sa spiegare questa insistenza così “privata” in una circostanza del tutto “pubblica” anche se terribile; e dilata la parola famiglia fino al senso di gruppo umano, clan, società. Ma noi siamo del parere che Moro parlava della propria famiglia; e che era convinto che l’argomento della famiglia alla quale si riteneva indispensabile, aveva un peso e un valore politici. In altri termini, affiorava qui, in Moro, in maniera affatto inconsapevole, la cultura contadina, mediterranea, nella quale la famiglia è molto più del gruppo dei congiunti più stretti. Del resto che c’è di strano? La famiglia, per un cattolico e un meridionale, è cosa diversa da ciò che è per un nordico e protestante. Il guaio semmai, è che nella concezione antica e profonda della famiglia (quella famiglia che ci ha dato la tragedia greca), oggi non resta quasi più nulla.
Ci sarebbero molte altre cose da dire su questa che è stata chiamata giustamente da Giorgio Bocca “una tragedia italiana”, parafrasando il titolo del romanzo di Dreiser “Una tragedia americana”. Ma vorremmo soltanto aggiungere che noi siamo grati a Sciascia e a quanti come lui (per esempio Alberto Arbasino), hanno voluto occuparsi di questa terribile storia, nella quale colpisce soprattutto il contrasto tra il livello intellettuale dei protagonisti di ambo le parti e l’atrocità degli eventi. Più se ne parlerà e più ci avvicineremo al momento in cui capiremo finalmente perché la tragedia è italiana e perché l’Italia è tragicao
21) Segue.




Rispondi Citando