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Discussione: Semper infideles

  1. #91
    scemo del villaggio
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    Predefinito "Il Papa buono"

    Ho visto solo il finale del "Papa buono" televisivo, per non esporre il mio fegato a eccessivo stress da... glucosio. Solito Capovilla, soliti medici, soliti violini. Mi pare che la tendenza sia quella a rimarcare il concetto di "buono ma non buonista", di "aperto ma non incosciente", di "progressista ma nel solco della Tradizione". Però allora dovrebbero cominciare a cambiare epiteto e titoli, perché sappiamo che significhi tre volte buono. Il resto mi pare sia stato detto tante volte che ripeterlo sarebbe stucchevole. Ormai parlar male di Roncalli equivale all'ottocentesco parlar male di Garibaldi. Personalmente ritengo di dovere a lui quel clima ambiguo in cui, fra i cinque e i dieci anni, sono cresciuto e che tanto ha pesato sulla mia successiva formazione o "deformazione".

  2. #92
    scemo del villaggio
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    Predefinito CULTURA E RELIGIONE: L'alfabeto dell'Europa

    «Il vecchio continente è un mosaico di culture e non ebbe quasi mai unità civica, politica o storica. Il nodo d’oro che ha tenuto insieme questa molteplicità,il filtro,la stella polare di riferimento fu il cattolicesimo»

    Di Gianfranco Ravasi

    Nel 1995, presso il santuario mariano di Loreto - che aveva visto come pellegrini Michelangelo e Cervantes, Montaigne e Cartesio, Mozart e Stendhal e altri ancora - si erano riuniti oltre 400.000 giovani provenienti da 36 Paesi europei. Ebbene, il loro incontro aveva come titolo una sigla inglese coniata per l'occasione, Eur-hope, un termine suggestivo ed emblematico per le giovani generazioni del nostro continente. L'Europa del futuro, infatti, deve ascendere oltre la pur rilevante unità economica per raggiungere un livello «politico» e culturale più alto, quello di una comunità di popoli illuminati dalla speranza e dalla fiducia. E per raggiungere questa meta è paradossalmente necessario risalire lungo il fiume del passato, ritrovando le proprie sorgenti umane e spirituali. È ciò che il grande Goethe esprimeva in modo folgorante con la battuta: «La lingua materna dell'Europa è il cristianesimo». Anche Kant era convinto che «il Vangelo è la fonte da cui è scaturita la nostra civiltà». Certo, a prima vista l'Europa si rivela come un mosaico, un vero e proprio arcipelago di culture: c'è l'area latina ma anche quella germanico-baltica, c'è l'area slava e c'è quella celtica. L'Europa non ebbe quasi mai un'unità civica o politica o storica. Tuttavia ebbe sostanzialmente una sua unità civile, culturale e spirituale. L'anima di questa unità interiore, spesso appannata o coperta da sedimenti ma mai spenta, ebbe anch'essa molte iridescenze: pensiamo solo al rilievo della filosofia greca o all'incidenza del diritto romano ma anche, se giungiamo alle epoche più recenti, pensiamo all'influsso dell'Illuminismo liberale o del movimento operaio, cioè della ragione e della lotta per la giustizia sociale. Tuttavia è indubbio che il nodo d'oro che tenne insieme questa molteplicità o il filtro che ne vagliò gli effetti o anche la stella polare di riferimento o di contrasto fu il cristianesimo. Aveva ragione Paolo VI quando affermava simbolicamente che l'Europa «nasce dalla croce, da l libro e dall'aratro».

    Non per nulla a rinverdire il termine Europa, caduto in disuso, fu proprio un Papa, Nicolò V, nel 1453, purtroppo in un momento tragico, quello che - con la conquista di Costantinopoli - segnava la frattura tra l'Occidente e l'Oriente europeo. Il cristianesimo, con la sua celebrazione della persona e della dignità umana, con la contemplazione (ora) e l'impegno sociale (labora) del monachesimo, con la riflessione del Medio Evo e con la cultura gloriosa dell'Umanesimo e del Rinascimento, costituiva il «grande codice» ideale dell'Europa. In particolare lo era attraverso la Bibbia, coinvolgendo così anche le matrici ebraiche. Non per nulla persino Nietzsche nei materiali preparatori alla sua opera Aurora doveva riconoscere che «per noi Abramo è più di ogni altra persona della storia greca o tedesca. Tra ciò che sentiamo alla lettura dei Salmi e ciò che proviamo alla lettura di Pindaro e Petrarca c'è la stessa differenza tra la patria e la terra straniera». Il pittore Marc Chagall era convinto che per secoli i pittori hanno intinto il loro pennello in quell'«alfabeto colorato della speranza» che sono le Sacre Scritture, tant'è vero che senza la loro conoscenza è impossibile decifrare l'iconografia dell'arte europea. È naturalmente impossibile delineare ora la planimetria di questa storia culturale che ha nel cristianesimo quasi il suo «grande lessico», per usare un'espressione del poeta francese Paul Claudel. Si tratta, infatti, di un rapporto estremamente complesso, non di rado dialettico e fin conflittuale, che però risulta decisivo per la comprensione della nostra stessa identità. Perciò, anche per la storia presente dell'Europa è necessario tener presente l'illuminante contrappunto che Cristo propone in quella sua celebre asserzione: «Date a Cesare quel che è di Cesare e date e Dio quel che è di Dio» (Mt 22, 15-22). La sfera politica, economica, «laica» ha una sua dignità e una sua autonomia emblematicamente rappresentata dalla moneta, l'e uro.

    Ma c'è un'altra sfera che è distinta ma non antitetica ed è quella della persona umana, della cultura, della spiritualità ove si configura l'«immagine» non di Cesare ma di Dio: infatti, «Dio creò l'uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò» (Genesi 1, 27). L'Europa di Cesare e l'Europa di Dio, cioè immanenza e trascendenza, politica e religione, economia e cultura devono intrecciarsi tra loro, senza reciprocamente prevaricare. In questa luce il cristianesimo è, come affermava Francesco De Sanctis, spirito «laico» dell'Ottocento, la radice del nostro «sentimento religioso che è lo stesso sentimento morale nel suo senso più elevato» (così nell'opera La giovinezza).È su questa traiettoria che vorremmo, proprio sulla scia dell'anima cristiana che pulsa sotto la superficie della nostra civiltà, proporre un appello che impedisca la dissoluzione della nostra specificità, della nostra autenticità, della nostra identità gloriosa. È un discorso passibile di mille sfaccettature: noi ne scegliamo - considerati i limiti di questa riflessione soltanto «provocatoria» e quasi «impressionistica» - solo tre, componendole in un ideale trittico nel quale tutti riescano a riconoscersi e a impegnarsi, dato che «non possiamo non dirci cristiani» per le ragioni che Croce ebbe già a formulare nel suo famoso intervento del 1942 su La Critica. È innanzitutto necessario lottare contro la smemoratezza nei confronti delle proprie radici, dei valori costitutivi, dell'identità genuina dell'Europa. Lo scrittore francese Georges Bernanos in una sua analisi dello svuotarsi dell'anima della nostra società, sviluppata nel saggio La France contre les Robots, dichiarava: «Una civiltà non crolla come un edificio; si direbbe molto più esattamente che si svuota a poco a poco della sua sostanza finché non ne resta più che la scorza».

    C'è il rischio che l'Europa si riduca proprio a scorza, a tronco arido, avendo disseccato la linfa delle sue radici profonde cristiane, votata solo alla «virtualità» (i «Robots» che si affacciavano sul panorama europeo degli anni '40 in cui viveva Bernanos), appiattita su modelli estrinseci come quello americano contemporaneo. Le cattedrali e i gloriosi monumenti si trasformano allora, come diceva il poeta tedesco Wilhelm Willms, in «vuoti gusci di chiocciola», percorsi solo da distratti sciami di turisti, privi di cuore, di vita, di canti, di voci, di fede. I nobili segni della nostra cultura si riducono, così, ad essere conchiglie senza l'eco del mare del passato. Alla povertà e al vuoto ci si abitua al punto tale da non avvertirli più come tali, secondo quanto ammoniva il filosofo tedesco Martin Heidegger nella sua opera Sentieri interrotti: «Il tempo della notte del mondo è il tempo della povertà, perché il mondo diventa sempre più povero. È già diventato tanto povero da non poter riconoscere la mancanza di Dio come mancanza». Contro la smemoratezza è necessario riscoprire il ricordo nel suo significato etimologico di «riportare al cuore», cioè alla coscienza della nostra umanità, i valori sorgivi della nostra civiltà. Una seconda lotta è da intraprendere ed è quella, conseguente alla precedente e ad essa connessa, contro la superficialità, la banalità, la vacuità, la volgarità, la bruttezza. È un ritorno all'etica e alla bellezza che erano le stelle fisse del cielo della civiltà europea nei secoli, proprio sullo stimolo del messaggio cristiano, un annunzio di giustizia e di bellezza, di verità e di luce, di amore e di armonia. Aveva ragione Benedetto Croce quando in un opuscolo del 1935, Orientamenti, ammoniva: «Non vi date pensiero di dove vada il mondo, ma di dove bisogna che andiate voi per non calpestare cinicamente la vostra coscienza, per non vergognarvi del vostro passato tradito». È necessario un sussulto di moralità, un supplemento di anima, una purificazione alle fonti della bellezza, realtà che hanno reso l'Europa un vessillo tra i popoli del mondo. È spesso citato l'apologo che il filosofo danese cristiano Soeren Kierkegaard ha lasciato nei suoi diari: «La nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è la rotta ma ciò che mangeremo domani». Sempre più quella sorta di Moloch della comunicazione che è la televisione comunica solo - a folle di persone con le mani alzate in segno di resa o di adorazione - ciò che dobbiamo mangiare, indossare, le mode e i modi della vita. Manca una voce che indichi la rotta, il senso della vita, che ci interpelli sul bene e sul male, sul giusto e sull'ingiusto, sul vero e sul falso, sull'esistere e sul morire. Infine c'è un ultimo impegno che vogliamo evocare per ritornare ad essere autenticamente europei ed è quello della lotta contro gli estremi, gli eccessi, la spirale delle pure antitesi. La cultura greca ci ricordava che il sapiente è un uomo meth'orios, «da crinale», capace di procedere con intelligenza e cautela sul vertice tagliente di un monte, lungo il quale si distendono due versanti (così l'alessandrino ebreo Filone nel De somniis). Da un lato, infatti, si può scivolare lungo il versante di un sincretismo che diventa relativismo incolore e che spegne e dissolve la nostra identità specifica. Dostoevskij con veemenza gridava: «L'Europa ha rinnegato Cristo. È per questo, è solo per questo che sta morendo».

    D'altro lato, c'è il rischio di precipitare lungo il versante del fondamentalismo che diventa esclusivismo acceso e che cancella ogni rispetto e ignora ogni valore altrui, in una sorta di foga iconoclastica, feroce e impaurita al tempo stesso, nei confronti di tutto ciò che è diverso. È, invece, indispensabile ritrovare la grande tradizione del dialogo, del confronto tra le culture e le religioni, nello spirito di quel cristianesimo genuino - spesso tradito - che vedeva i semina Verbi, cioè i «semi del Verbo» divino nella molteplicità della ricerca umana. Consapevoli della propria identità, non si diventa integralisti, ma capaci di confronto, di «esaminare ogni cosa, tenendo ciò che è buono», come suggeriva Paolo ai cristiani greci di Tessalonica (I, 5, 21). È, dunque, risalendo lungo il corso del fiume della storia europea sino alle sue sorgenti che riusciamo a riproporre un'Europa che non sia solo geografica o economica. E che questo pellegrinaggio ideale, necessario per credenti e per agnostici, sia decisivo lo ricordava in modo suggestivo uno dei massimi poeti del Novecento, Thomas Stearns Eliot, un americano che scelse l'Europa come patria: «Un cittadino europeo può non credere che il cristianesimo sia vero e tuttavia quel che dice e fa scaturisce dalla cultura cristiana di cui è erede. Senza il cristianesimo non ci sarebbe stato neppure un Voltaire o un Nietzsche. Se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura, se ne va il nostro stesso volto».

    Notevole il passo sugli integralismi. Qualcuno ha tempo di postare qualcosa sui "semina Verbi" (in realtà "logoi spermatikòi", ragioni seminali), una delle più immonde mistificazioni del neomodernismo?
    Anche il discorso su Croce è da riprendere.

  3. #93
    scemo del villaggio
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    Predefinito A Mantova oltre mille firme per la Messa

    Il 24 e 25 maggio e il 1° e 2 giugno, la delegazione di Mantova del Coordinamento di Una Voce delle Venezie ha raccolto le firme in piazza di tutti coloro che desideravano associarsi alla petizione al Vescovo per la messa latina antica tutte le domeniche. Le adesioni sono state oltre mille, e i mantovani hanno dimostrato un interesse senza precedenti per la messa di sempre. Il pomeriggio del 1° giugno, sotto i portici di piazza Broletto, mons. Vescovo in persona è transitato in forma privata davanti alle postazioni di Una Voce e Maurilio Cavedini, presidente della Sezione veronese e membro del consiglio di presidenza di Una Voce-Italia, gli ha consegnato un volantino. Il Presule si trattenuto alcuni istanti in affabile conversazione.

  4. #94
    scemo del villaggio
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    Predefinito Cattolici senza guru

    di Gerolamo Fazzini (da "Avvenire")

    È il 1968 quando il benedettino Bede Griffiths, al culmine del suo originale e complesso itinerario spirituale che puntava a unire la tradizione monastica cristiana con quella contemplativa indù, approda a Shantivanam, nel Tamil Nadu, profondo Sud dell'India. Da quel momento diverrà maestro spirituale e punto di riferimento dell'ashram, una via di mezzo tra l'eremo e il villaggio comunitario di impronta gandhiana, dove da tempo si radunano fedeli di diverse religioni nel silenzio e nella preghiera. Sono gli anni nei quali, sulla scia del Concilio, i cristiani cominciano a cogliere - non senza ingenuità e, talora, eccessivi entusiasmi - la bellezza e la ricchezza delle altre tradizioni religiose. E in Occidente il fascino dello yoga, le filosofie indiane e il misticismo orientale vanno mietendo migliaia di adepti. A partire dagli anni Settanta, figure come quella di Bede Griffiths (come già Jules Monchanin e Henri Le Saux, i precursori del dialogo interreligioso per via contemplativa) conoscono rapidamente fama internazionale. Il volto ieratico, incorniciato da una lunga barba candida, il fisico asciutto avvolto in vesti bianche, lo sguardo che ispira e trasmette saggezza e mistero diventano in breve familiari a molti. Nell'ashram indiano - intanto - passano ogni anno migliaia di persone in ricerca, per ritrovare, nel silenzio e nel confronto con i maestri spirituali, l'armonia con la propria anima, con gli altri e con il cosmo. Il "menù" di Shantivanam (e in genere dei centri di preghiera indù-cristiani) è semplice ed esigente: sveglia all'alba, esercizi di yoga, lunghi spazi di silenzio, lettura separata di testi sacri delle due religioni, confronto col maestro spirituale, spazi di condivisione, pranzi e cene frugali. In quel periodo, i libri dei guru come Griffiths diventano altrettante "bussole" per generazioni di cristiani che, non necessariamente specialisti, si affacciano ai temi dell'inculturazione e del dialogo interreligioso. Oggi, a soli dieci anni dalla morte di Griffiths, avvenuta il 13 maggio 1993, sembra che quell'epoca felice di reciproco interesse tra mondo cristiano e indù sia sostanzialmente finita. In India si va riacutizzando il fanatismo religioso, sulla spinta di motivazioni politiche e quanti lavorano per un confronto fecondo tra le religioni denunciano difficoltà crescenti. Da noi, smaltita l'ubriacatura per l'Oriente come antidoto alla povertà spirituale dell'Occidente, anche l'interesse per il contributo che la mistica può portare al dialogo interreligioso va scemando, col rischio di interpretare come ormai inguaribilmente demodé le storie e le intuizioni di gente come Griffiths. La testimonianza personale e il messaggio spirituale suo e degli altri maestri risultano, invece, a un'attenta analisi, ancora attuali ed eloquenti. Ne sono profondamente convinti i camaldolesi, che hanno raccolto l'eredità del centro di preghiera e condivisione di Shantivanam. Ha scritto uno di loro, padre Thomas Matus, esperto di dialogo interreligioso: «Sia che vediamo Bede Griffiths come il monaco contemplativo, sempre raccolto e pronto, al primo suono della campana, ad affrettarsi verso il suo posto nell'assemblea liturgica, sia che lo vediamo come il discreto maestro degli ospiti, l'ascoltatore attento e l'uomo di profonda saggezza, dobbiamo riconoscere in lui i segni del profeta la cui stessa esistenza di monaco cattolico in India proclamava e profetizzava quella "cosmicità" e quella "universalità" che sono intrinseche alla nozione di cattolicità e che devono manifestarsi come note essenziali della Chiesa in India». Se è vero che, morto il guru Bede, il suo ashram in India è orfano di una figura carismatica, tanto che il numero dei visitatori va riducendosi di molto e il tasso di vitalità si è affievolito, va però ricordato che nel mondo si sono moltiplicati i monasteri e i centri di dialogo interreligioso che si rifanno alla lezione del monaco benedettino. L'intuizione di Griffiths, secondo la quale non ci può esser e scambio autentico tra fedeli di diverse religioni senza una profonda esperienza di preghiera, rimane tuttora valida e feconda. Semmai, in tempi come questi profondamente segnati dall'urbanizzazione va ripensato il modello dell'ashram, che, per la sua origine rurale, appare lontano e anacronistico ad una cultura che porta sempre di più, anche nella tumultuosa India, i segni della modernità.

  5. #95
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    Predefinito Appuntamento da oggi a Camaldoli

    Da oggi all'8 giugno al monastero di Camaldoli un convegno internazionale getterà luce su Bede Griffiths: sarà un'occasione preziosa per fare un bilancio sul segno che esperienze come quelle hanno lasciato nella Chiesa cattolica e tra gli indù. Anche «Mondo e Missione», mensile del Pime (uno degli istituti missionari direttamente coinvolti nel tentativo di conoscere dall'interno la religiosità induista, privilegiando appunto la via della mistica e del silenzio), nel suo numero di giugno in uscita prova a rileggere l'esperienza di Griffiths.

  6. #96
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    Predefinito protagonisti

    (G.F.)

    i tre del dialogo
    Nato nel 1895 in Borgogna, cresciuto nel vivace ambiente culturale di Lione, Jules Monchanin, dopo l'ordinazione sacerdotale nel 1922, parte nel 1939 alla volta dell'India in ossequio a un voto pronunciato in punto di morte per una grave malattia. Dopo aver visitato vari luoghi sacri, si dedica allo studio delle lingue (inglese, tamil e sanscrito). Ma deve affrontare le incomprensioni con la Chiesa locale, che lo costringono a una lunga peregrinazione in villaggi poverissimi. Finché la sua strada si intreccia con quella di Henri Le Saux, che condivide il lo stesso sogno di fondare un vero ashram indù-cristiano dedicato alla contemplazione della Trinità. Anche Henri Le Saux, nato in Bretagna nel 1910, sceglie la vita religiosa (diverrà benedettino) in obbedienza a un voto pronunciato mentre la madre stava per morire di parto. Nel 1935 riceve l'ordinazione sacerdotale, dopo di che matura la sua vocazione per l'India, dove sogna di trapiantare la tradizione monastico-contemplativa benedettina, oppure di vivere come un eremita solitario. Nel 1948 raggiunge Monchanin in India e con lui nel 1950 fonda l'ashram di Shantivanam. Divergenze di opinioni e di vocazioni tra i due porteranno alla separazione delle loro strade. Monchanin muore in Francia nel 1957, mentre Le Saux nel 1968 affiderà definitivamente Shantivanam nelle mani di Bede Griffiths per trasferirsi nel nord dell'India, dove si dedicherà alla vita eremitica fino alla morte nel 1973. A differenza dei suoi maestri, Griffiths era inglese di nascita (1906) e anglicano di fede. Passato al cattolicesimo dopo la lettura dei testi del cardinal Newman, nel 1932 entra tra i benedettini dove prende il nome del grande monaco Beda. Ordinato prete nel 1940, 15 anni più tardi salperà alla volta dell'India con un confratello. Dopo un primo periodo nella città sacra di Bangalore, si trasferisce nel Kerala e, di lì, definitivamente nel 1968 a Shantivanam, dove morirà nel 1993.

  7. #97
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    Predefinito Il vero buddhista? Non usa profumi né e-mail

    No a conto corrente e telefono per il monaco riformatore Nhat Hanh

    Da Roma Fabrizio Mastrofini

    Sciogliere il dispiacere, praticare la comprensione e la compassione, disinnescare la spirale dell'odio imparando a riconoscere la sofferenza che è negli altri e in noi stessi. È la lezione di Thich Nhat Hanh, 77 anni, monaco buddhista vietnamita, esule da decenni, proposto al Nobel per la pace da Martin Luther King per l'impegno a favore della fine del conflitto in Vietnam e per alleviare le sofferenze della popolazione civile. In questi giorni a Roma, Thic Nhat Hanh ha risposto ad alcune nostre domande.
    La religione è spesso usata come pretesto per la guerra piuttosto che per la pace. Qual è il suo pensiero in proposito?
    «Il nostro popolo soffre e ha bisogno di un percorso spirituale. La religione offre questo percorso. Il cammino proposto indica la strada spirituale e crescendo si diventa più comprensivi e più compassionevoli. I leader spirituali devono dare un insegnamento perché la gente diventi aperta, tollerante, comprensiva e compassionevole. Invece la gente spesso è dogmatica e critica gli altri cammini spirituali, così la religione diventa causa di conflitto».
    Quali punti di contatto vede tra buddhismo e cristianesimo?
    «Il cristianesimo cerca di scavare alla ricerca di Dio e il buddhismo invece cerca la "realtà pura". Per me la ricerca è la stessa, una visione più profonda della realtà. È mia convinzione che il Regno di Dio è adesso o mai più! Sia buddhismo che cristianesimo devono dare questo insegnamento in teoria e in pratica, perché il passato è passato, il futuro non è ancora. Abbiamo il presente, per viverlo. Noi desideriamo il potere, il sesso, la salute e sacrifichiamo tutto il resto, e soffriamo, mentre la libertà da questi desideri ci fa sperimentare la felicità e il Regno di Dio adesso. E le giovani generazioni lo praticheranno se noi parliamo direttamente loro, rinnovando il nostro insegnamento. Il dialogo rende possibile questo incontro, non sul piano teorico ma pratico».
    Perché la spiritualità orientale attira persone che vengono dalle tradizioni occidentali?
    «Vedono nel buddhismo un esercizio pratico per essere vicini alle sofferenze e alle afflizioni ed essere comprensivi e compassionevoli».
    Lei ha rivisto la regola monastica del suo ordine dell'«inter-essere». Perché?
    «Il buddhismo è antico di 2600 anni. Ma c'è una tendenza alla corruzione nel monachesimo, come forse in altre esperienze e tradizioni. Le regole non sono mai state riformate e ora devono essere rinnovate in base alla situazione attuale. Per la prima volta nella storia del buddhismo le abbiamo rinnovate. La regola rivista si chiama "pratimoksha", che vuol dire "la libertà di coloro che sono separati", per preservare la loro libertà nell'essere differenziati dal mondo. Regole che dicono che i monaci non possono allontanarsi senza permesso, non devono possedere beni, fare uso di profumi; ad esempio, l'e-mail non deve distrarre dai compiti... non si deve avere un conto bancario proprio. La libertà è di non possedere; il telefono non va usato per conversazioni non necessarie. Noi sappiamo che solo rendendo il buddhismo vivo e libero dalla corruzione possiamo essere autentici discendenti della radice del Buddha».

  8. #98
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    Predefinito Lettera aperta al direttore di "Gente veneta"

    Egregio direttore,

    l'apertura di tre nuovi sex-shop nel centro di Mestre (ma ce n'è già uno in via Milano, sa?) è certo segno dei tempi, ma chi dovrebbe interrogarsi su questo "segno" è soprattutto la Chiesa mestrina, la cui voce evidentemente fa poca presa sulla città. Ecco che invece mons. Bonini, "delegato patriarcale per le emergenze della terraferma" nonchè parroco di S. Lorenzo, non trova di meglio che accusare i cattolici di essere poco presenti nella società civile, arrivando a dire: "Ma dove sono i cristiani qui a Mestre? Sono tutti in sacrestia. Non trovi cristiani impegnati nel mondo della cultura, della scuola, dell'editoria, della politica. Meglio, ci sono ma lo scopri quando vengono in chiesa e quindi siamo punto e a capo". Scusi, ma chi ha insegnato in tutti questi anni che il cristiano dev'essere "laico", cioè "rispettare" le convinzioni di tutti e guardarsi bene dal convertire gli altri, limitandosi a portare la sua "testimonianza"? Che la laicità è un bene prezioso da difendere? Che anche in campo morale la libertà è più importante della verità? Che la separazione tra Stato e Chiesa è sacrosanta? Eccoli i frutti di questa laicità: li avete voluti voi. Nella Mestre di una volta questi autentici scandali, queste offese a tutte le persone bennate, queste minacce all'innocenza dei bambini sarebbero stati impensabili, perchè l'"ethos" della Chiesa era l'"ethos" della società, impregnata di cristianesimo fino alle midolla. Il mondo non fa che mettere in pratica le sue arti, ispirate dal demonio: è la Chiesa che ha rinunciato a esercitare le sue. E non venga mons. Bonini a dire che non ci sono cattolici nei vari settori della vita sociale: devo essere a fare i nomi di Lucio Cortella, Michele Bertaggia, Ignazio Musu, Giovanni Benzoni, Simone Morandini, Giuliano Petrovich? E il sindaco Paolo Costa non è a sua volta espressione di quel cattolicesimo progressista che a Venezia ha una delle sue culle? i cattolici "democratici" non sono da sempre, in varie coalizioni, al timone della città? Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Sarebbe stato molto più serio, da parte di mons. Bonini, uno di quei mea culpa di cui la Chiesa di oggi è specialista almeno finchè non la riguardino direttamente.
    Per quanto riguarda poi la presunta assenza dei cattolici dal mondo della scuola, questa è accusa che mi tiocca personalemente. mons. Bonini, che mi conosce da quasi quarant'anni, sa bene che il sottoscritto, insegnante da undici anni in una scuola superiore di Mestre, proprio per restar fedele al suo cattolicesimo ha subito una persecuzione giornalistica e amministrativa credo senza precedenti, alla quale peraltro GV, all'epoca da lui diretta, si accodò. Dopo che l'intero establishment della chiesa veneziano-mestrina mi aveva isolato scacciandomi dalla catechesi parrocchiale e dalla scuola biblica in quanto portatore di scomode idee "tradizionaliste". Quindi le scelte sono state fatte e quella vaticanosecondista è stata decretata irreversibile: ora si abbia il coraggio di prendersi le proprie responsabilità.

    Franco Damiani

    Venezia-Mestre

  9. #99
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    Predefinito "Nella Chiesa anche se omosessuali"

    da "gente veneta":

    > dal n. 22 - 7 giugno 2003

    PRIMA PAGINA - Una lettrice: troppi pregiudizi, tanta ignoranza. Il teologo risponde: ecco i punti di partenza
    Nella Chiesa anche se omosessuali
    In cerca di equilibrio tra morale e accoglienza
    Essere persone omosessuali non significa, automaticamente, non credere in Dio, non voler vivere nella comunità dei cristiani, rinunciare a un cammino di preghiera e spiritualità. per chi vive questa situazione, però, resta molto complicato coniugare la propria sessualità con il cammino di fede in mezzo agli altri cristiani.
    Forse è il momento, si chiede una lettrice, che anche all'interno della Chiesa almeno vengano pian piano spazzati via tanti luoghi comuni e tanta ignoranza...
    Il teologo risponde; anche tra i cristiani è necessario un cammino di seria riflessione perché, come non si discrimina un uomo a partire dal colore della pelle, non si definisce una persona in base alle sue tendenze sessuali...


    --------------------------------------------------------------------------------

    LA LETTERA
    Finalmente mi sono decisa a scrivere a GV una lettera aperta che avevo in cuore da quasi un anno, da quando passando in autobus per Padova mi è capitato di scorgere affisso ad un pilastro un manifesto politico che diceva: "Fuori omosessuali e transessuali dall'Italia!".
    Qualche giorno fa, a distanza di tempo, leggevo su GV, nello spazio dedicato alla Festa dei Giovani, che tra i messaggi "LA LIBERTA' E'..." c'è un pensiero che dice: «...il coraggio di essere gay». Commentando con un amico di Azione cattolica, associazione di cui io stessa faccio parte, ciò che era scritto, questi mi ha freddato dicendo: «Ma come si fa a mettere certe frasi? Su un settimanale cattolico poi!».
    Mi sono venuti alla mente tanti discorsi, conferenze, e-mail, scambi d'opinioni, con tanti amici, fra cui medici, psichiatri, psicologi e sacerdoti. E mi ha invaso quella tristezza che quasi mi domina ogni qualvolta mi rendo conto di quale ignoranza vi sia sul tema.
    Ora, credo sia buon senso non parlare delle cose che non si conoscono, o almeno informarsi prima di farlo... E soprattutto prima di lanciarsi in offese gratuite.
    Se è vero che la Chiesa è nettamente "spaccata" su questo argomento, è anche vero che la ricerca in ambito medico-psicologico ha dato e sta tutt'ora dando i suoi risultati. Non voglio entrare nell'aspetto "etico-morale" della questione - anche se mi piacerebbe e spero che si possa fare al più presto una tavola rotonda sul tema -, ma in quello della ricerca medico-psicologica sì, perché è ciò che più conosco e di cui mi occupo.
    Pochissimi sanno che la transessualità e l'omosessualità sono due cose completamente diverse.
    Prima di tutto: l'omosessualità non è una malattia. Questo non vuol dire che un omosessuale non possa avere dei problemi, ma tanti quanti ne può avere un eterosessuale! Ho più di un amico omosessuale, alcuni sono medici, altri psicologi, altri professori universitari, altri ancora sacerdoti. Sono persone sane, che sanno amare e sono amate, che sono cristiane cattoliche, ma che da questa Chiesa, ahimé, il più delle volte non si sentono accettati o, peggio ancora, si sentono compatiti e classificati come "gli ultimi verso cui andare incontro"...
    Interessante lettura a tal proposito è "Alle porte di Sion" di don Domenico Pezzini, che in Italia si occupa della pastorale delle persone omosessuali; e, se vi capita, andate ad ascolare Gianni Geraci, già appartenente alla Fuci e portavoce del Coordinamento Omosessuali Cristiani in Italia, conoscete il "gruppo Emmanuele" e tanti tanti altri che stanno cercando di creare occasioni di dialogo su questo tema all'interno della nostra Chiesa.
    Credo veramente che occasioni di informazione e di confronto sarebbero molto utili a tanti educatori, catechisti, religiosi e religiose, che spesso in certe situazioni non sanno neppure cosa pensare, occasioni in cui Chiesa e ricerca scientifica si possano incontrare.
    Riprendendo lo slogan del manifesto politico sovracitato mi permetto di fare un altro "piccolo" chiarimento: pochi sanno, purtroppo credo solamente chi lavora nell'ambito sanitario, che la "transessualità" è classificabile come disturbo mentale, nello specifico rientra tra i "Disturbi dell' Identità di Genere" (per chi fosse interessato in una buona biblioteca può trovare il DSM IV-Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, la "Bibbia" di chi lavora con i disturbi mentali).
    Ora: Non vi sembra offensivo chiamare con i più svariati appellativi una persona che sta vivendo una condizione di sofferenza? Occasioni come queste mi fanno domandare se ci siamo già dimenticati che all'epoca una grave malattia come l'isteria veniva chiamata "stregoneria", e di tutti quegli innocenti che sono finite/i sul rogo; e ancora, di come gli ebrei venivano considerati una "razza inferiore" (le conseguenze le conosciamo tutti)...
    Ed ecco perché quella tristezza di cui parlavo all'inizio finisce per dominarmi... perché mi rendo conto che per alcuni, la derisione, la maldicenza, la compassione, l'emarginazione rappresentano le persecuzioni di questo secolo.

    Federica Zanardo, Catene di Marghera


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    IL TEOLOGO
    "Così uguali, così diversi". Così titolava tempo fa un dossier che raccoglieva su una rivista cattolica la voce di omosessuali credenti. Essi sentono infatti sulle proprie spalle il peso di una diversità che suggerisce a proposito della loro condizione questa apparente contraddizione tra uguaglianza e differenza. Le persone omosessuali - meglio dire "persone omosessuali", come fanno anche i documenti della Chiesa, piuttosto che "omosessuali" onde evitare di definire una persona in base al suo orientamento sessuale! - si sentono "diverse" per quel vissuto unico, alla ricerca costante, a volte molto sofferta, di una integrazione della propria omosessualità nella identità personale. Eppure sono persone "uguali" ad ogni altro uomo, per quel desiderio di felicità nel cuore che nasce dalla volontà di amare e di essere amati; di avere e poter vivere relazioni serene e liberanti; di essere accolti e approvati dalla gente che li circonda; di guardare al proprio futuro con fiducia e speranza.

    Tra comportamento e vizio. Si possono fare molte considerazioni su ciò che determina nella persona la diversità di orientamento sessuale. Si sa, al di là della diffusa ignoranza in merito, che i motivi possono essere biologici, psicologici, culturali ed educativi. Sono elementi che interagiscono, sono compresenti, e rendono ragione della complessità della sessualità umana, per cui il termine 'omosessualità' è alquanto astratto e cela aspetti diversi della sessualità di una persona, che si rivelano sia nelle cause che negli effetti con conseguenze quindi sulla valutazione morale. Dunque, da una parte, deve essere chiaro che ogni essere umano è diverso dall'altro nella comprensione e nella espressione della propria sessualità. D'altra parte bisogna essere coscienti che tale comprensione ed espressione è sempre condizionata nel tempo, nello spazio, dall'area geografica e culturale in cui si è immersi. Per secoli si è pensato così - e lo ha fatto anche la tradizione cristiana a partire da s. Paolo - che i comportamenti omosessuali fossero viziosi e posti in atto da persone eterosessuali in cerca di piaceri alternativi.

    Amati e benedetti da Dio. Anche quando poi si pensa che siano persone particolari, certo non malate, come è arrivata ufficialmente a dire la moderna psichiatria, si continua a ritenere che siano disprezzabili in quanto rifiutantisi di rispettare il naturale orientamento eterosessuale. In realtà va ribadito che non si deve permettere, né a se stessi né agli altri, di ridurre le nostre relazioni al loro aspetto sessuale. Per ciascuno di noi è fondamentale dare spazio alla costruzione di un'identità che si sa accogliere e apprezzare nella propria originalità, bellezza e multiforme ricchezza. Dio non ha creato degli "scarti"! Designare perciò qualcuno a partire dal suo aspetto fisico ("è uno spastico"), politico ("è un comunista"), etnico ("è un negro") o sessuale ("è un omosessuale"!) è da questo punto di vista un'operazione che non rispetta la persona nella sua globalità. Noi non siamo prima di tutto il nostro orientamento sessuale, politico o sociale, siamo delle persone amate e benedette da Dio, chiamati a realizzarci in verità attraverso l'incontro con i fratelli che Egli ci ha posto accanto.

    Sentire addosso l'emarginazione. Certo la scoperta di un orientamento sessuale "diverso" rispetto alla maggioranza, contrastato dalla mentalità comune, sentito magari come una condanna di Dio, giudicato perverso e ostacolato dalle persone più care come i genitori crea smarrimento, rabbia e tormenti di ogni tipo. Si sente il desiderio di una relazione autentica con l'altro, ma si teme di essere "lapidati" - come l'adultera di cui parla il Vangelo - da chi ci sta attorno ed è garante del regole comuni. Si vive allora nell'ombra, nel sospetto e nella paura.
    Chi vive la condizione omosessuale può sentire a volte la lontananza di Dio, il suo giudizio e quello della sua Chiesa che pende sopra la propria testa come una spada di Damocle. Può fare anche l'esperienza nei propri confronti dell'incomprensione e dell'emarginazione che viene dagli stessi fratelli nella fede, mentre è giusto aspettarsi che la Chiesa sia sempre più una casa dove gli emarginati e gli esclusi, i "diversi" possano "essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza", come dice il Catechismo della Chiesa cattolica. Accolti, riconosciuti e rispettati come "uguali" nella dignità di figli amati da Dio.

    Rapporto senza sbocchi, rapporto chiuso. Ogni fedele sa di doversi confrontare in verità e onestà con la Parola della Rivelazione. Qui il significato, quasi un "destino", una vocazione alla alterità e reciprocità uomo-donna e alla fecondità della nostra sessualità è tracciato in modo chiaro (cfr. Gen 1-2).
    Non è però chiaro il percorso verso questo "destino". Alla luce dell'antropologia della sessualità e della ricerca interdisciplinare delle scienze umane, in cui giustamente è imprescindibile il concetto di identità di genere, la definizione e il passaggio ad una netta eterosessualità non è sempre facile. Come dire che il nostro vissuto sessuale più che un dato è un compito perché è un cammino permanente di responsabilità nei confronti sia della propria personale integrazione sessuale, come della capacità di risposta all'appello dell'alterità. Un itinerario continuamente teso a trascendere, a superare dunque sia la solitudine, che tanto temiamo, come pure ogni relazione sessuale centrata su chi ci è sessualmente simile, ambigua proprio perché non aperta sulla ricchezza piena di affetto e di comunione che viene dalla diversità. Qui è infatti il limite più evidente di una relazione che non vive della dinamica umanizzante e feconda che nasce dall'incontro tra il maschile e il femminile, "cosa molto buona" secondo la Parola di Dio. La persona omosessuale non partecipa di una vicenda a due dove si apprende e si vive un amore che sa valorizzare la differenza in una unione apportatrice di vita: il bambino immagine dell'amore coniugale, segno meraviglioso di novità di vita per i genitori stessi e per la società tutta.

    Anche nei rapporti normali... La persona omosessuale - nella consapevolezza di questi limiti - deve sapere però di doversi misurare alla fine con un dato fondamentale per la riuscita di ogni incontro interpersonale: riconoscere l'altro, accoglierlo e amarlo nella sua unicità e originalità. Questo è in definitiva il criterio vero e decisivo della bontà di ogni rapporto umano.
    Al riguardo la Chiesa parla - e per ogni cristiano! - di castità, ma ciò non ha nulla di repressivo. L'educazione stessa all'amore infatti esige la castità quale proposta di una via che dia un senso profondo alla propria sessualità, che favorisca un incontro interpersonale più maturo nell'ottica di una amicizia in cui la relazione sia sempre più oblativa e autentica. L'amore è qualcosa di più e di diverso dalla sessualità, che ne è una componente non trascurabile ma neppure unica o preponderante. Questo amore può mancare o essere tradito anche nel matrimonio, anche in rapporti considerati "normali": quando diventa solo sesso, valvola di sfogo da aprire periodicamente per liberarsi dalla pressione accumulata; quando considera l'altra o l'altro come un oggetto da possedere o da sfruttare per la propria soddisfazione, e non invece una persona di pari dignità. Vanno curati dunque i legami con persone che aiutano a costruire rapporti affettuosi profondi e robusti, che possano condividere progetti e ideali comuni, in una solidarietà vera e nel desiderio di umanizzarsi reciprocamente.

    Conoscere queste cose è già cosa non da poco! Per questo può essere di aiuto l'accompagnamento spirituale di un sacerdote o la partecipazione ad un gruppo dove avviare un cammino di fede e di vera amicizia allo scopo di coniugare crescita umana, spiritualità cristiana, morale, magistero ecclesiale e identità sessuale. E vanno certo aperti sempre nuovi spazi di ricerca e di dibattito comune sul tema.

    Padre Oliviero Svanera,
    docente di teologia morale alla Facoltà teologica
    dell'Italia settentrionale, sezione di Padova

    5 giugno 2003 - Aggiungi il tuo ai commenti (1)

  10. #100
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    Padre Oliviero Svanera,
    docente di teologia morale alla Facoltà teologica
    dell'Italia settentrionale, sezione di Padova

    STAREBBE MOLTO MEGLIO A VOGARE IN UNA GALEA, ALTRO CHE "DOCENZA" NELLE "FACOLTà TEOLOGICA DEL NORD"

    GUELFO NERO

 

 
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