Gesù ebreo
Le tradizioni e la critica storica
Vi è una storia rabbinica incentrata su due protagonisti: Mosè e Rabbi Aqivà. Questo grande maestro del secondo secolo propendeva per un’ermeneutica della Torà (Pentateuco) volta a ricavare interpretazioni e insegnamenti persino dai più minuti particolari del testo, compresi i segni grafici. Aqivà teneva una scuola gremita di discepoli. Il racconto immagina che, a un certo punto, Mosè in persona si sedesse nell’ultima fila degli alunni. Chi ricevette la Legge direttamente da Dio si mise ad ascoltare e non comprese nulla di quanto il maestro stava dicendo. Tuttavia, quando, a conclusione di una sua applicazione normativa, Rabbi Aqivà disse: «È Torà di Mosè dal Sinai», l’antica guida del popolo d’Israele comprese e si rallegrò.1
Continuità e distanza
La fortuna goduta in epoca moderna da questa narrazione è in massima parte dovuta al suo non comune spessore ermeneutico. Il suo punto di partenza è il senso di distanza: gli eredi si scoprono diversi dai loro padri. L’incomprensione da parte di Mosè rappresenta la consapevolezza della grande differenza esistente tra il punto di arrivo e quello di partenza. Per un «sistema religioso» è già ardito ammettere il problema, è addirittura impensabile che esso possa affermare l’invalicabilità di questo iato. Ecco dunque scendere in campo la finale gioia di Mosè grazie alla quale si riconosce una continuità dove dapprima sembrava esserci una frattura. Se l’apertura del nostro racconto inquieta, l’esito finale rassicura.
La quadratura del cerchio sta nell’appello alla tradizione, area occupata nel giudaismo rabbinico dalla cosiddetta Torà orale. Questa espressione indica la dignità di rivelazione data a un insieme di determinate interpretazioni sorte entro la comunità ebraica nel corso del tempo. Sulle prime il concetto di tradizione appare il più inglobante; in realtà esso, una volta canonizzato, diventa molto selettivo: ufficializzando un solo fiume si possono legittimare molti affluenti; ma, allo stesso tempo, si escludono tutti gli altri principali corsi d’acqua. Specie a partire dalla fine del I sec. d.C., il giudaismo rabbinico ha instaurato una continuità discriminante. Per prospettare una catena senza smagliature, ha messo nel ripostiglio della storia altre corde, vale a dire le numerose correnti presenti nell’ebraismo che percorrevano l’inizio della nostra era.
Geza Vermes, uno dei molti autori che negli ultimi due o tre decenni hanno scritto su Gesù, si pone una questione assai simile alla precedente. L’esemplificazione non è compiuta esattamente nell’ambientazione narrativa che qui proporremo, il succo della questione è però lo stesso. Il punto di partenza sta nell’immaginare Gesù seduto nell’ultima fila tra i padri del concilio di Constantinopoli. Egli ascolta discussioni vivaci e richiami a dibattiti avvenuti in precedenza a Nicea. Infine ode la proclamazione del simbolo niceno-costantinopolitano: e non comprende. O meglio, superate le diversità del linguaggio, riesce a capire le prime righe che presentano Dio, Padre onnipotente creatore e signore del cielo e della terra e le ultime che parlano di risurrezione dei morti e della vita del mondo che verrà; gli restano invece del tutto inintelligibili le proposizioni di fede contenute nel corpus centrale.2
Questo spaesamento proposto da Vermes vuole rimarcare una distanza non superabile. Anzi, per lui l’individuazione della rottura può essere fissata assai prima, in quanto l’ebreo Gesù avrebbe compreso poco anche di fronte a scritti neotestamentari - da qualificarsi ormai già apertamente cristiani - come le lettere di Paolo o il Vangelo di Giovanni. Si giunge quindi ad affermare che la sfida forse più grande al cristianesimo tradizionale di ascendenza paolino-giovannea non deriverebbe dall’ateismo, dall’agnosticismo o dal materialismo pratico, «ma da dentro, da tre testimoni antichi - Marco, Matteo e Luca - attraverso i quali parla lo sfidante principale, Gesù ebreo».3
Le debolezze metodologiche dell’affermazione sono state già ampiamente rilevate;4 basterebbe mettere in luce, da un lato, la precocità di alcune parti dell’epistolario paolino (1Ts è universalmente considerato lo scritto neotestamentario più antico) e, dall’altro, l’impianto teologico dei sinottici, per sollevare fondati dubbi su queste conclusioni. Il punto davvero decisivo però non si trova in ciò.
L’ambito della critica
La questione discriminante è che la posizione, a un tempo estrema e un po’ datata, espressa da opzioni simili a quella relativa al confronto tra Gesù e il Credo, trova il suo imprinting non nell’età del commento, bensì in quella della critica. Per questa ragione la percezione della distanza è in se stessa vista come un argomento che rileva un baratro non sanabile mantenendosi entro la prospettiva stessa che lo rileva.
Nel racconto di Rabbi Aqivà l’avvertire la lontananza e l’atto di porvi rimedio sono due momenti di una stessa operazione; nel caso di Gesù che siede tra i padri del concilio di Costantinopoli la differenza è invece posta in rilievo facendo ricorso a una via che non ha al proprio interno la modalità per riassorbire quella distanza. L’unica risposta possibile sarebbe di ripercorrere la storia dei dogmi, studio assai meno frequentato della critica biblica.
Nel corso del XX secolo è stata ufficialmente legittimata, in ambito cattolico, l’indagine storico-critico-filologica sulla Bibbia. Un punto di riferimento classico si ha nell’enciclica di Pio XII, Divino afflante Spiritu (1943).
Si trattava di un’operazione accolta nella misura in cui si limitava allo studio storico privo d’interferenze, specie in ambito liturgico o dogmatico, con la vita ecclesiale. Non per nulla nel 1950 papa Pacelli poteva proclamare il dogma dell’assunzione rispetto al quale non è semplice trovare espliciti fondamenti biblici. Liturgia e dogma (lex orandi, lex credendi) si pongono infatti in modo costitutivo in seno alla tradizione, vale a dire del commento, e non in quello della critica. Questi due ambiti, per tacere di altri, possono dunque essere fruttuosamente ripensati solo là dove vi è ancora un riferimento non estinto alla dimensione della tradizione e non già dove l’intero campo è ormai occupato dalla critica o dalla storia.
In proposito, l’abbaglio del modernismo fu ritenere di poter riparare storture e sviamenti servendosi della storia. In questo senso la condanna formulata nei confronti di questa corrente culturale fu comprensibile, anche se formulata in modi che lasciavano comprendere quanto la Chiesa cattolica, allora, fosse lontana dal cogliere il significato dinamico di una tradizione.
Una storia del dogma da Gesù a Calcedonia per sua stessa natura e per onestà intellettuale non potrebbe essere che critica e a essa non potrebbe essere affidato nessun fondamentale ruolo ecclesiale. Con tutto ciò, sarebbe auspicabile che se ne moltiplicassero le esemplificazioni e che testi dedicati a questo tema fossero presenti nelle librerie in quantità non inferiore a quelli che si occupano di Gesù.
Incarnazione e inculturazione
Che Gesù sia stato ebreo lo si può affermare in molti modi. In tempi recenti la formulazione teologicamente più impegnativa è, forse, quella pronunciata da Giovanni Paolo II nel 1997 nel suo discorso di saluto ai partecipanti al Colloquio intra-ecclesiale Radici dell’antigiudaismo in ambiente cristiano.5 In esso si afferma che chi considera un puro dato culturale contingente il fatto che Gesù fosse ebreo e che tale fosse il suo ambiente, cosicché la persona del Signore possa essere staccata da quell’origine, non solo misconosce il senso della storia della salvezza, ma più radicalmente non afferra la verità stessa dell’incarnazione e rende impossibile ogni concezione autentica dell’inculturazione.
Il cuore del problema è qui espresso in modo efficace e assai più consono di quanto non avvenga nella frase contenuta in un documento ufficiale di parte cattolica secondo cui «Gesù è ebreo e lo è per sempre».6
Quest’ultima affermazione è spiegata dichiarando che Gesù fu completamente uomo del suo tempo e il suo ambiente fu quello dell’ebraismo palestinese del primo secolo. Dichiarazione importante, ma collocata in un ambito solo storico. Essa, per diventare rilevante per la vita ecclesiale, avrebbe dovuto individuare quali conseguenze ne derivano per il vissuto della fede; via, peraltro, non percorribile entro l’alveo della pura ricerca critica. È quindi l’affermazione proposta da Giovanni Paolo II a essere la più rilevante sul piano teologico. L’opportunità di un’indagine storica è fuori discussione, essa però deve restar consegnata all’ambito che le è proprio.
Il Gesù di Mendelssohn
La riscoperta dell’ebraicità di Gesù da parte di studiosi sia ebrei sia cristiani è vicenda ormai non breve. Già nel 1783 il filosofo Moses Mendelssohn presentava Gesù come un ebreo osservante tanto dei precetti biblici, quanto di quelli rabbinici; benché sulle prime le cose possono sembrare diverse, questa impressione viene confutata da un’osservazione più autentica.7
A più di due secoli di distanza la frase resta indicativa. Lo è non perché corrisponda al vero, ma perché, colta in modo prospettico, svela una componente tuttora al centro dell’attenzione: affermare che Gesù resta o fuoriesce dai limiti del giudaismo del suo tempo, più che dalla conoscenza che abbiamo di lui (la fonte principale da allora fino a oggi è la stessa: i Vangeli sinottici), dipende da quella che si ha dell’ebraismo del primo secolo.
Per molto tempo gli studiosi sia ebrei, sia cristiani hanno pensato a quel momento della storia ebraica sotto la categoria predominante del rabbinismo. Le affinità e le disuguaglianze si misuravano su quel terreno.8
Oggi le cose non stanno così. Quasi tutti i ricercatori che di recente hanno scritto su Gesù hanno accostato il suo nome al termine «ebreo», o a sostantivi astratti di ebraicità o giudaismo;9 nessuno di essi pensa però che la tradizione ebraica di quel tempo fosse egemonizzata dal rabbinismo. Non è quindi paradossale affermare che a essere decisiva in questi approcci non è tanto l’immagine che si ha di Gesù, quanto quella che ci si è formati dell’ebraismo a cavallo dell’era volgare. A provarlo è vuoi la sempre maggior frequenza con cui i giudaisti parlano di Gesù, vuoi l’assodato obbligo per i neotestamentaristi di tenere in gran conto la giudaistica quando si occupano di Gesù.
Nonostante questa convergenza, si nota però una certa diversità: in linea di massima i giudaisti, non muovendosi nel loro campo di elezione, appaiono più liberi e tendono ad attribuire più credito ai testi in quanto tali senza affannarsi troppo a ricostruire i processi collegati alla loro formazione. A queste operazioni restano invece fortemente legati gli studiosi di formazione neotestamentarista. Per limitarsi a due esempi italiani, eloquente in proposito è il confronto tra il grosso volume del neoestamentarista Giuseppe Barbaglio, in cui si fa riferimento sistematico ad alcune ipotesi classiche sulla formazione dei Vangeli (compresa la fonte Q) e il più breve e sciolto libro del giudaista Paolo Sacchi. Questo autore, facendo tesoro della sua straordinaria competenza nel campo dei cosiddetti apocrifi dell’Antico Testamento,10 ricostruisce affinità e divergenze tra il Gesù (presentato soprattutto in base al Vangelo di Marco) e l’ampio patrimonio testuale apocrifo.
La svolta dei manoscritti di Qumran
Estremizzando un poco queste due polarità si potrebbe affermare che, da una parte, ci si vuole servire della più ampia documentazione letteraria possibile proveniente dal giudaismo al fine di comprendere Gesù, mentre, dall’altra, partendo da una conoscenza autonoma della letteratura giudaica, si cerca di vedere come inserire i Vangeli sinottici in quell’orizzonte. In altri termini, quest’ultima procedura, tipica di alcuni studiosi ebrei di Gesù,11 è divenuta una consuetudine condivisa da un sempre maggior numero di giudaisti, a prescindere dalla loro appartenenza confessionale. Il fatto decisivo però è che, con il passare del tempo, l’arco necessario per abbracciare l’ebraismo del primo secolo si è fatto via via sempre più esteso.
Un momento cruciale di questo ampliamento si è avuto con la scoperta, (iniziatasi con la fine degli anni quaranta) dei manoscritti di Qumran, rotoli che hanno di un sol colpo annullato tutti i problemi di critica testuale, fornendoci una documentazione sicuramente coeva all’epoca di Gesù.
Questa scoperta, che ha reso accessibile l’immaginabile, ha ridestato l’attenzione nei confronti di altre documentazioni già conosciute in precedenza ma viste ora sotto una nuova luce. Ciò vale, per esempio, sia per le opere di Giuseppe Flavio,12 sia, ancor di più, per il vasto orizzonte degli apocrifi. In particolare la cosiddetta tradizione enochica, legata a quella specie di Pentateuco alternativo costituito dal libro di Enoch,13 appare attualmente terreno assai fecondo per la comprensione del modo in cui la messianicità di Gesù è stata annunciata e pensata dalla comunità primitiva.14
Assai prima dell’allargamento dell’orizzonte connesso alla scoperta dei manoscritti di Qumran, il pioniere novecentesco degli studi ebraici su Gesù, Joseph Klausner, pose il seguente, penetrante interrogativo: «Come avvenne che Gesù vivesse totalmente all’interno del giudaismo e tuttavia fu all’origine di un movimento che si separò dal giudaismo, visto che ex nihilo nihil fit, nulla viene dal nulla o, più idiomaticamente, dove c’è fumo c’è fuoco?».15 La risposta, dipanata da Klausner nelle pagine successive, suggerisce che la maggioranza degli ebrei non poteva accogliere quell’insegnamento. Gesù si era certo formato alla fonte dell’ebraismo profetico e fino a un certo punto farisaico, tuttavia, radicalizzando le precedenti prospettive, «egli faceva dell’ebraismo qualcosa di così estremo che questo diventava, in un certo senso, un non-ebraismo».16
La galassia del giudaismo del I secolo
Ottant’anni dopo, i confini del giudaismo del primo secolo appaiono però assai più frastagliati e ampi di quelli allora ipotizzati; è perciò difficile stabilire cosa nel primo secolo cadesse sicuramente fuori dell’ebraismo.
È ormai dato acquisito che il giudaismo del I secolo d.C. fosse ricco di gruppi e correnti in aspra polemica reciproca. La galassia formata da scribi, sacerdoti, farisei, sadducei, zeloti, esseni, seguaci della comunità di Qumran, apocalittici, ellenisti, movimenti battistici e così via, indica la presenza all’interno del popolo ebraico di una varietà molto accentuata di orientamenti.
Anzi, si è sostenuto che la caratteristica fondamentale del giudaismo nell’arco di tempo esteso dal III sec. a.C. al II sec. d.C. sia stato «il convivere di una pluralità di gruppi, movimenti e tradizioni di pensiero, in un rapporto dialettico talora anche aspramente polemico ma non separato».17 In quell’epoca la frammentarietà fu così marcata che a volte è sembrato un problema non piccolo indagare sull’esistenza di un «ebraismo comune», vale a dire individuare prassi e credenze da tutti condivise.18 In questo contesto, a un numero crescente di studiosi pare ovvio concludere che il movimento nato attorno alla figura di Gesù possa essere considerato dal punto di vista storico-culturale una corrente giudaica di orientamento apocalittico.
Un secolo fa risultava ardito parlare dell’ebraicità di Gesù e assurdo attribuirla a Paolo o Giovanni,19 al contrario, oggi appare sempre più improprio non estenderla anche all’epistolario paolino e alla scuola giovannea. Vi sono ormai motivi storico-critico-filologici per sostenere che lo sconcerto provato da Gesù davanti all’epistolario paolino o al Vangelo di Giovanni non sarebbe stato così alto: in ogni caso quel linguaggio gli sarebbe stato comprensibile. Indubbiamente più lunghi e articolati appaiono invece i passaggi necessari per giungere da un qualsiasi scritto neotestamentario al Credo niceno-costantinopolitano.
Non è affatto un paradosso pensare che il luogo in cui la ricerca storica e la tradizione cristiana si possono incrociare senza confondersi non riguardi tanto l’ebraicità di Gesù, quanto quella dei primi credenti in lui.
L’attenzione rivolta ai testi potrebbe indurre ad affiancare all’indagine su Gesù ebreo quella diretta a cogliere l’ebraicità del corpus neotestamentario. In ogni caso, il terreno più qualificante per una riflessione storico-teologica va individuato nel rapporto originario e permanente che esiste tra Chiesa e popolo d’Israele; forse è qualcosa di più di un’ipotesi ritenere che, se di ciò si fosse stata fatta memoria a Nicea e a Costantinipoli, le formule del Credo sarebbe state parzialmente diverse.
Piero Stefani
Note
1 Cf. Menachot 29b, Talmud babilonese.
2 Cf. G. Vermes, La religione di Gesù l’ebreo, Cittadella, Assisi 2002, 259-260. Geza Vermes è professore emerito di studi giudaici all’Università di Oxford.
3 Ibid., 266.
4 Cf. G. Segalla, «Presentazione», in Vermes, La religione, 7-13.
5 Cf. Regno-att. 20,1997,577; Regno-doc. 21,1997,686.
6 Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, Sussidi per una corretta presentazione degli Ebrei e dell’Ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa cattolica, III, 1985, 1; EV 9/1636. La formulazione italiana non è probabilmente la più corrispondente all’intenzione del documento: in inglese ad esempio si ha, «Jesus was and always remained a Jew», cf. M. Pesce, Il cristianesimo e la sua radice ebraica. Con una raccolta di testi sul dialogo ebraico-cristiano, EDB, Bologna 1994, 159.
7 M. Mendelssohn, Jerusalem. Ovvero il potere religioso e il giudaismo, trad. it. G. Auletta, Guida, Napoli 1990, 156.
8 Classico in proposito è il monumentale H. Strack-P. Billerbeck, Kommentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midrasch, 6 voll., München 1926-1961.
9 Oltre al già citato volume di G. Vermes, si veda J.P. Meier, Un ebreo marginale, 3 voll., Queriniana, Brescia 2001-2002 (I vol.: Le radici del problema e della persona; II vol.: Mentore, messaggio e miracoli; III vol.: Compagni e antagonisti); G. Barbaglio, Gesù ebreo di Galilea. Indagine storica, EDB, Bologna 2002, 3 voll.; J.H. Chalesworth (a cura di), L’ebraicità di Gesù, Claudiana, Torino 2002; P. Sacchi, Gesù e la sua gente; S. Paolo, Cinisello Balsamo 2003. Andando un po’ indietro con gli anni cf. per es. G. Vermes, Gesù, l’ebreo, Borla, Roma 1983; il compilatorio R. Calimani, Gesù ebreo, Rusconi, Milano 1990, rist. Mondadori, Milano 1998; E.P. Sanders, Gesù e il giudaismo, Marietti, Genova 1992.
10 Sotto la direzione di P. Sacchi 5 voll. di Apocrifi dell’Antico Testamento, i primi due editi da Utet, Torino 1981 e 1989; gli altri tre da Paideia, Brescia 1997, 1999, 2000.
11 In quest’ambito il testo più noto resta D. Flusser, Jesus, Morcelliana, Brescia 1997.
12 Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, 2 voll., a cura di L. Moraldi, Utet, Torino 1998; Id., Storia dei Giudei, a cura di M. Simonetti, Mondadori, Milano 2002.
13 Cf. Apocrifi dell’Antico Testamento.
14 Questi temi sono stati affrontanti in un recente convegno internazionale promosso da Biblia, associazione laica di cultura biblica, in collaborazione con la University of Michigan, tenuto a Venezia il 4-6 luglio 2003. Si segnalano in proposito soprattutto gli interventi di J.H. Charlesworth; J.C. VanderKam, J.J. Collins; P. Sacchi; G. Boccaccini, P. Capelli. È prevista la pubblicazione degli Atti.
15 J. Klausner, Jesus of Nazareth, London 1925, 369 (la prima edizione in ebraico risale al 1922).
16 Ibid., 376.
17 G. Boccaccini, Il medio giudaismo. Per una storia del pensiero giudaico tra il terzo secolo a.e.v. e il secondo secolo e.v., Marietti, Genova 1993, 35.
18 E.P. Sanders, Il giudaismo. Fede e prassi (63 a.C. - 66d.C.), a cura di P. Capelli, Morcelliana, Brescia 1999.
19 «La dottrina cristiana da principio fu giudaica, ma per le successive evoluzioni divenne prima paolina, poi giovannea, infine ellenistica e universale». Questa proposizione modernista venne condannata nel n. 60 del Decreto del S. Uffizio, Lamentabili, 3 luglio 1907, cf. H. Denzinger, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, ed. bilingue a cura di P. Hünermann, EDB, Bologna 2000.




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