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Discussione: Semper infideles

  1. #171
    scemo del villaggio
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    Predefinito Il Regno n. 20/2003

    Gesù ebreo

    Le tradizioni e la critica storica
    Vi è una storia rabbinica incentrata su due protagonisti: Mosè e Rabbi Aqivà. Questo grande maestro del secondo secolo propendeva per un’ermeneutica della Torà (Pentateuco) volta a ricavare interpretazioni e insegnamenti persino dai più minuti particolari del testo, compresi i segni grafici. Aqivà teneva una scuola gremita di discepoli. Il racconto immagina che, a un certo punto, Mosè in persona si sedesse nell’ultima fila degli alunni. Chi ricevette la Legge direttamente da Dio si mise ad ascoltare e non comprese nulla di quanto il maestro stava dicendo. Tuttavia, quando, a conclusione di una sua applicazione normativa, Rabbi Aqivà disse: «È Torà di Mosè dal Sinai», l’antica guida del popolo d’Israele comprese e si rallegrò.1

    Continuità e distanza
    La fortuna goduta in epoca moderna da questa narrazione è in massima parte dovuta al suo non comune spessore ermeneutico. Il suo punto di partenza è il senso di distanza: gli eredi si scoprono diversi dai loro padri. L’incomprensione da parte di Mosè rappresenta la consapevolezza della grande differenza esistente tra il punto di arrivo e quello di partenza. Per un «sistema religioso» è già ardito ammettere il problema, è addirittura impensabile che esso possa affermare l’invalicabilità di questo iato. Ecco dunque scendere in campo la finale gioia di Mosè grazie alla quale si riconosce una continuità dove dapprima sembrava esserci una frattura. Se l’apertura del nostro racconto inquieta, l’esito finale rassicura.

    La quadratura del cerchio sta nell’appello alla tradizione, area occupata nel giudaismo rabbinico dalla cosiddetta Torà orale. Questa espressione indica la dignità di rivelazione data a un insieme di determinate interpretazioni sorte entro la comunità ebraica nel corso del tempo. Sulle prime il concetto di tradizione appare il più inglobante; in realtà esso, una volta canonizzato, diventa molto selettivo: ufficializzando un solo fiume si possono legittimare molti affluenti; ma, allo stesso tempo, si escludono tutti gli altri principali corsi d’acqua. Specie a partire dalla fine del I sec. d.C., il giudaismo rabbinico ha instaurato una continuità discriminante. Per prospettare una catena senza smagliature, ha messo nel ripostiglio della storia altre corde, vale a dire le numerose correnti presenti nell’ebraismo che percorrevano l’inizio della nostra era.

    Geza Vermes, uno dei molti autori che negli ultimi due o tre decenni hanno scritto su Gesù, si pone una questione assai simile alla precedente. L’esemplificazione non è compiuta esattamente nell’ambientazione narrativa che qui proporremo, il succo della questione è però lo stesso. Il punto di partenza sta nell’immaginare Gesù seduto nell’ultima fila tra i padri del concilio di Constantinopoli. Egli ascolta discussioni vivaci e richiami a dibattiti avvenuti in precedenza a Nicea. Infine ode la proclamazione del simbolo niceno-costantinopolitano: e non comprende. O meglio, superate le diversità del linguaggio, riesce a capire le prime righe che presentano Dio, Padre onnipotente creatore e signore del cielo e della terra e le ultime che parlano di risurrezione dei morti e della vita del mondo che verrà; gli restano invece del tutto inintelligibili le proposizioni di fede contenute nel corpus centrale.2

    Questo spaesamento proposto da Vermes vuole rimarcare una distanza non superabile. Anzi, per lui l’individuazione della rottura può essere fissata assai prima, in quanto l’ebreo Gesù avrebbe compreso poco anche di fronte a scritti neotestamentari - da qualificarsi ormai già apertamente cristiani - come le lettere di Paolo o il Vangelo di Giovanni. Si giunge quindi ad affermare che la sfida forse più grande al cristianesimo tradizionale di ascendenza paolino-giovannea non deriverebbe dall’ateismo, dall’agnosticismo o dal materialismo pratico, «ma da dentro, da tre testimoni antichi - Marco, Matteo e Luca - attraverso i quali parla lo sfidante principale, Gesù ebreo».3

    Le debolezze metodologiche dell’affermazione sono state già ampiamente rilevate;4 basterebbe mettere in luce, da un lato, la precocità di alcune parti dell’epistolario paolino (1Ts è universalmente considerato lo scritto neotestamentario più antico) e, dall’altro, l’impianto teologico dei sinottici, per sollevare fondati dubbi su queste conclusioni. Il punto davvero decisivo però non si trova in ciò.

    L’ambito della critica
    La questione discriminante è che la posizione, a un tempo estrema e un po’ datata, espressa da opzioni simili a quella relativa al confronto tra Gesù e il Credo, trova il suo imprinting non nell’età del commento, bensì in quella della critica. Per questa ragione la percezione della distanza è in se stessa vista come un argomento che rileva un baratro non sanabile mantenendosi entro la prospettiva stessa che lo rileva.

    Nel racconto di Rabbi Aqivà l’avvertire la lontananza e l’atto di porvi rimedio sono due momenti di una stessa operazione; nel caso di Gesù che siede tra i padri del concilio di Costantinopoli la differenza è invece posta in rilievo facendo ricorso a una via che non ha al proprio interno la modalità per riassorbire quella distanza. L’unica risposta possibile sarebbe di ripercorrere la storia dei dogmi, studio assai meno frequentato della critica biblica.

    Nel corso del XX secolo è stata ufficialmente legittimata, in ambito cattolico, l’indagine storico-critico-filologica sulla Bibbia. Un punto di riferimento classico si ha nell’enciclica di Pio XII, Divino afflante Spiritu (1943).

    Si trattava di un’operazione accolta nella misura in cui si limitava allo studio storico privo d’interferenze, specie in ambito liturgico o dogmatico, con la vita ecclesiale. Non per nulla nel 1950 papa Pacelli poteva proclamare il dogma dell’assunzione rispetto al quale non è semplice trovare espliciti fondamenti biblici. Liturgia e dogma (lex orandi, lex credendi) si pongono infatti in modo costitutivo in seno alla tradizione, vale a dire del commento, e non in quello della critica. Questi due ambiti, per tacere di altri, possono dunque essere fruttuosamente ripensati solo là dove vi è ancora un riferimento non estinto alla dimensione della tradizione e non già dove l’intero campo è ormai occupato dalla critica o dalla storia.

    In proposito, l’abbaglio del modernismo fu ritenere di poter riparare storture e sviamenti servendosi della storia. In questo senso la condanna formulata nei confronti di questa corrente culturale fu comprensibile, anche se formulata in modi che lasciavano comprendere quanto la Chiesa cattolica, allora, fosse lontana dal cogliere il significato dinamico di una tradizione.

    Una storia del dogma da Gesù a Calcedonia per sua stessa natura e per onestà intellettuale non potrebbe essere che critica e a essa non potrebbe essere affidato nessun fondamentale ruolo ecclesiale. Con tutto ciò, sarebbe auspicabile che se ne moltiplicassero le esemplificazioni e che testi dedicati a questo tema fossero presenti nelle librerie in quantità non inferiore a quelli che si occupano di Gesù.

    Incarnazione e inculturazione
    Che Gesù sia stato ebreo lo si può affermare in molti modi. In tempi recenti la formulazione teologicamente più impegnativa è, forse, quella pronunciata da Giovanni Paolo II nel 1997 nel suo discorso di saluto ai partecipanti al Colloquio intra-ecclesiale Radici dell’antigiudaismo in ambiente cristiano.5 In esso si afferma che chi considera un puro dato culturale contingente il fatto che Gesù fosse ebreo e che tale fosse il suo ambiente, cosicché la persona del Signore possa essere staccata da quell’origine, non solo misconosce il senso della storia della salvezza, ma più radicalmente non afferra la verità stessa dell’incarnazione e rende impossibile ogni concezione autentica dell’inculturazione.

    Il cuore del problema è qui espresso in modo efficace e assai più consono di quanto non avvenga nella frase contenuta in un documento ufficiale di parte cattolica secondo cui «Gesù è ebreo e lo è per sempre».6

    Quest’ultima affermazione è spiegata dichiarando che Gesù fu completamente uomo del suo tempo e il suo ambiente fu quello dell’ebraismo palestinese del primo secolo. Dichiarazione importante, ma collocata in un ambito solo storico. Essa, per diventare rilevante per la vita ecclesiale, avrebbe dovuto individuare quali conseguenze ne derivano per il vissuto della fede; via, peraltro, non percorribile entro l’alveo della pura ricerca critica. È quindi l’affermazione proposta da Giovanni Paolo II a essere la più rilevante sul piano teologico. L’opportunità di un’indagine storica è fuori discussione, essa però deve restar consegnata all’ambito che le è proprio.

    Il Gesù di Mendelssohn
    La riscoperta dell’ebraicità di Gesù da parte di studiosi sia ebrei sia cristiani è vicenda ormai non breve. Già nel 1783 il filosofo Moses Mendelssohn presentava Gesù come un ebreo osservante tanto dei precetti biblici, quanto di quelli rabbinici; benché sulle prime le cose possono sembrare diverse, questa impressione viene confutata da un’osservazione più autentica.7

    A più di due secoli di distanza la frase resta indicativa. Lo è non perché corrisponda al vero, ma perché, colta in modo prospettico, svela una componente tuttora al centro dell’attenzione: affermare che Gesù resta o fuoriesce dai limiti del giudaismo del suo tempo, più che dalla conoscenza che abbiamo di lui (la fonte principale da allora fino a oggi è la stessa: i Vangeli sinottici), dipende da quella che si ha dell’ebraismo del primo secolo.

    Per molto tempo gli studiosi sia ebrei, sia cristiani hanno pensato a quel momento della storia ebraica sotto la categoria predominante del rabbinismo. Le affinità e le disuguaglianze si misuravano su quel terreno.8

    Oggi le cose non stanno così. Quasi tutti i ricercatori che di recente hanno scritto su Gesù hanno accostato il suo nome al termine «ebreo», o a sostantivi astratti di ebraicità o giudaismo;9 nessuno di essi pensa però che la tradizione ebraica di quel tempo fosse egemonizzata dal rabbinismo. Non è quindi paradossale affermare che a essere decisiva in questi approcci non è tanto l’immagine che si ha di Gesù, quanto quella che ci si è formati dell’ebraismo a cavallo dell’era volgare. A provarlo è vuoi la sempre maggior frequenza con cui i giudaisti parlano di Gesù, vuoi l’assodato obbligo per i neotestamentaristi di tenere in gran conto la giudaistica quando si occupano di Gesù.

    Nonostante questa convergenza, si nota però una certa diversità: in linea di massima i giudaisti, non muovendosi nel loro campo di elezione, appaiono più liberi e tendono ad attribuire più credito ai testi in quanto tali senza affannarsi troppo a ricostruire i processi collegati alla loro formazione. A queste operazioni restano invece fortemente legati gli studiosi di formazione neotestamentarista. Per limitarsi a due esempi italiani, eloquente in proposito è il confronto tra il grosso volume del neoestamentarista Giuseppe Barbaglio, in cui si fa riferimento sistematico ad alcune ipotesi classiche sulla formazione dei Vangeli (compresa la fonte Q) e il più breve e sciolto libro del giudaista Paolo Sacchi. Questo autore, facendo tesoro della sua straordinaria competenza nel campo dei cosiddetti apocrifi dell’Antico Testamento,10 ricostruisce affinità e divergenze tra il Gesù (presentato soprattutto in base al Vangelo di Marco) e l’ampio patrimonio testuale apocrifo.

    La svolta dei manoscritti di Qumran
    Estremizzando un poco queste due polarità si potrebbe affermare che, da una parte, ci si vuole servire della più ampia documentazione letteraria possibile proveniente dal giudaismo al fine di comprendere Gesù, mentre, dall’altra, partendo da una conoscenza autonoma della letteratura giudaica, si cerca di vedere come inserire i Vangeli sinottici in quell’orizzonte. In altri termini, quest’ultima procedura, tipica di alcuni studiosi ebrei di Gesù,11 è divenuta una consuetudine condivisa da un sempre maggior numero di giudaisti, a prescindere dalla loro appartenenza confessionale. Il fatto decisivo però è che, con il passare del tempo, l’arco necessario per abbracciare l’ebraismo del primo secolo si è fatto via via sempre più esteso.

    Un momento cruciale di questo ampliamento si è avuto con la scoperta, (iniziatasi con la fine degli anni quaranta) dei manoscritti di Qumran, rotoli che hanno di un sol colpo annullato tutti i problemi di critica testuale, fornendoci una documentazione sicuramente coeva all’epoca di Gesù.

    Questa scoperta, che ha reso accessibile l’immaginabile, ha ridestato l’attenzione nei confronti di altre documentazioni già conosciute in precedenza ma viste ora sotto una nuova luce. Ciò vale, per esempio, sia per le opere di Giuseppe Flavio,12 sia, ancor di più, per il vasto orizzonte degli apocrifi. In particolare la cosiddetta tradizione enochica, legata a quella specie di Pentateuco alternativo costituito dal libro di Enoch,13 appare attualmente terreno assai fecondo per la comprensione del modo in cui la messianicità di Gesù è stata annunciata e pensata dalla comunità primitiva.14

    Assai prima dell’allargamento dell’orizzonte connesso alla scoperta dei manoscritti di Qumran, il pioniere novecentesco degli studi ebraici su Gesù, Joseph Klausner, pose il seguente, penetrante interrogativo: «Come avvenne che Gesù vivesse totalmente all’interno del giudaismo e tuttavia fu all’origine di un movimento che si separò dal giudaismo, visto che ex nihilo nihil fit, nulla viene dal nulla o, più idiomaticamente, dove c’è fumo c’è fuoco?».15 La risposta, dipanata da Klausner nelle pagine successive, suggerisce che la maggioranza degli ebrei non poteva accogliere quell’insegnamento. Gesù si era certo formato alla fonte dell’ebraismo profetico e fino a un certo punto farisaico, tuttavia, radicalizzando le precedenti prospettive, «egli faceva dell’ebraismo qualcosa di così estremo che questo diventava, in un certo senso, un non-ebraismo».16

    La galassia del giudaismo del I secolo
    Ottant’anni dopo, i confini del giudaismo del primo secolo appaiono però assai più frastagliati e ampi di quelli allora ipotizzati; è perciò difficile stabilire cosa nel primo secolo cadesse sicuramente fuori dell’ebraismo.

    È ormai dato acquisito che il giudaismo del I secolo d.C. fosse ricco di gruppi e correnti in aspra polemica reciproca. La galassia formata da scribi, sacerdoti, farisei, sadducei, zeloti, esseni, seguaci della comunità di Qumran, apocalittici, ellenisti, movimenti battistici e così via, indica la presenza all’interno del popolo ebraico di una varietà molto accentuata di orientamenti.

    Anzi, si è sostenuto che la caratteristica fondamentale del giudaismo nell’arco di tempo esteso dal III sec. a.C. al II sec. d.C. sia stato «il convivere di una pluralità di gruppi, movimenti e tradizioni di pensiero, in un rapporto dialettico talora anche aspramente polemico ma non separato».17 In quell’epoca la frammentarietà fu così marcata che a volte è sembrato un problema non piccolo indagare sull’esistenza di un «ebraismo comune», vale a dire individuare prassi e credenze da tutti condivise.18 In questo contesto, a un numero crescente di studiosi pare ovvio concludere che il movimento nato attorno alla figura di Gesù possa essere considerato dal punto di vista storico-culturale una corrente giudaica di orientamento apocalittico.

    Un secolo fa risultava ardito parlare dell’ebraicità di Gesù e assurdo attribuirla a Paolo o Giovanni,19 al contrario, oggi appare sempre più improprio non estenderla anche all’epistolario paolino e alla scuola giovannea. Vi sono ormai motivi storico-critico-filologici per sostenere che lo sconcerto provato da Gesù davanti all’epistolario paolino o al Vangelo di Giovanni non sarebbe stato così alto: in ogni caso quel linguaggio gli sarebbe stato comprensibile. Indubbiamente più lunghi e articolati appaiono invece i passaggi necessari per giungere da un qualsiasi scritto neotestamentario al Credo niceno-costantinopolitano.

    Non è affatto un paradosso pensare che il luogo in cui la ricerca storica e la tradizione cristiana si possono incrociare senza confondersi non riguardi tanto l’ebraicità di Gesù, quanto quella dei primi credenti in lui.

    L’attenzione rivolta ai testi potrebbe indurre ad affiancare all’indagine su Gesù ebreo quella diretta a cogliere l’ebraicità del corpus neotestamentario. In ogni caso, il terreno più qualificante per una riflessione storico-teologica va individuato nel rapporto originario e permanente che esiste tra Chiesa e popolo d’Israele; forse è qualcosa di più di un’ipotesi ritenere che, se di ciò si fosse stata fatta memoria a Nicea e a Costantinipoli, le formule del Credo sarebbe state parzialmente diverse.



    Piero Stefani

    Note

    1 Cf. Menachot 29b, Talmud babilonese.

    2 Cf. G. Vermes, La religione di Gesù l’ebreo, Cittadella, Assisi 2002, 259-260. Geza Vermes è professore emerito di studi giudaici all’Università di Oxford.

    3 Ibid., 266.

    4 Cf. G. Segalla, «Presentazione», in Vermes, La religione, 7-13.

    5 Cf. Regno-att. 20,1997,577; Regno-doc. 21,1997,686.

    6 Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, Sussidi per una corretta presentazione degli Ebrei e dell’Ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa cattolica, III, 1985, 1; EV 9/1636. La formulazione italiana non è probabilmente la più corrispondente all’intenzione del documento: in inglese ad esempio si ha, «Jesus was and always remained a Jew», cf. M. Pesce, Il cristianesimo e la sua radice ebraica. Con una raccolta di testi sul dialogo ebraico-cristiano, EDB, Bologna 1994, 159.

    7 M. Mendelssohn, Jerusalem. Ovvero il potere religioso e il giudaismo, trad. it. G. Auletta, Guida, Napoli 1990, 156.

    8 Classico in proposito è il monumentale H. Strack-P. Billerbeck, Kommentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midrasch, 6 voll., München 1926-1961.

    9 Oltre al già citato volume di G. Vermes, si veda J.P. Meier, Un ebreo marginale, 3 voll., Queriniana, Brescia 2001-2002 (I vol.: Le radici del problema e della persona; II vol.: Mentore, messaggio e miracoli; III vol.: Compagni e antagonisti); G. Barbaglio, Gesù ebreo di Galilea. Indagine storica, EDB, Bologna 2002, 3 voll.; J.H. Chalesworth (a cura di), L’ebraicità di Gesù, Claudiana, Torino 2002; P. Sacchi, Gesù e la sua gente; S. Paolo, Cinisello Balsamo 2003. Andando un po’ indietro con gli anni cf. per es. G. Vermes, Gesù, l’ebreo, Borla, Roma 1983; il compilatorio R. Calimani, Gesù ebreo, Rusconi, Milano 1990, rist. Mondadori, Milano 1998; E.P. Sanders, Gesù e il giudaismo, Marietti, Genova 1992.

    10 Sotto la direzione di P. Sacchi 5 voll. di Apocrifi dell’Antico Testamento, i primi due editi da Utet, Torino 1981 e 1989; gli altri tre da Paideia, Brescia 1997, 1999, 2000.

    11 In quest’ambito il testo più noto resta D. Flusser, Jesus, Morcelliana, Brescia 1997.

    12 Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, 2 voll., a cura di L. Moraldi, Utet, Torino 1998; Id., Storia dei Giudei, a cura di M. Simonetti, Mondadori, Milano 2002.

    13 Cf. Apocrifi dell’Antico Testamento.

    14 Questi temi sono stati affrontanti in un recente convegno internazionale promosso da Biblia, associazione laica di cultura biblica, in collaborazione con la University of Michigan, tenuto a Venezia il 4-6 luglio 2003. Si segnalano in proposito soprattutto gli interventi di J.H. Charlesworth; J.C. VanderKam, J.J. Collins; P. Sacchi; G. Boccaccini, P. Capelli. È prevista la pubblicazione degli Atti.

    15 J. Klausner, Jesus of Nazareth, London 1925, 369 (la prima edizione in ebraico risale al 1922).

    16 Ibid., 376.

    17 G. Boccaccini, Il medio giudaismo. Per una storia del pensiero giudaico tra il terzo secolo a.e.v. e il secondo secolo e.v., Marietti, Genova 1993, 35.

    18 E.P. Sanders, Il giudaismo. Fede e prassi (63 a.C. - 66d.C.), a cura di P. Capelli, Morcelliana, Brescia 1999.

    19 «La dottrina cristiana da principio fu giudaica, ma per le successive evoluzioni divenne prima paolina, poi giovannea, infine ellenistica e universale». Questa proposizione modernista venne condannata nel n. 60 del Decreto del S. Uffizio, Lamentabili, 3 luglio 1907, cf. H. Denzinger, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, ed. bilingue a cura di P. Hünermann, EDB, Bologna 2000.

  2. #172
    scemo del villaggio
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    Predefinito Il cardinale bianconero

    "Il cardinale Ratzinger? Lui deve fare l'allenatore, è abituato a dominare la situazione. E poi è amico di Trapattoni, Ruini , lo vedo bene all'attacco, nel ruolo di Trezeguet. E poi, Sodano come regista. Tettamanzi no, non può fare il centravanti: la massimo il terzino,,,". I giudizi calcistici di Tarcisio Bertone, arcivescovo di Genova, dalla tribuna di Sampdoria-Juventus, risentono inevitabilmente della deformazione professionele. Il prelato s'è lasciato convincere -pare senza tanti sforzi, vista la sua passione per lo sport e soprattutto per i colori bianconeri - a commentare in diretta da Marassi la partita per l'emittente Telenord: una prima mondiale di un cardinale allo stadio, è lo stesso protagonista a sottolinearlo, ridendoci sopra".

    L'articolo sul "Giornale" del 12 gennaio è accompagnato da una foto eloquente del "cardinale" imbacuccato e con le cuffie alle orecchie.
    Qualsiasi commento sarebbe inadeguato: rilevo solo che basterebbe il tifo juventino a far imbestialire don Ricossa, che alla domanda: "Il prossimo Papa sarà nero?" rispose: "Basta che non sia bianconero".

  3. #173
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    Predefinito L' "ARCIVESCOVO" MATERIALITER DI GENOVA



    UN CERTO ISTRIONISMO DI BERTONE ERA GIà NOTO...
    SPERIAMO CHE COME TELECRONISTA SIA PIù PRECISO DI QUANTO LO è STATO DA "FATIMOLOGO".
    ALTRIMENTI GLI ASCOLTATORI CAPIRANNO FISCHI PER FIASCHI DELLA PARTITA.

    GUELFO NERO

  4. #174
    scemo del villaggio
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    Predefinito Dal "Corriere del Veneto"

    Da "Gente veneta", settimanale diocesano di Venezia, numero in edicola:

    L'APPELLO DI MONSIGNOR RAVASI: APRIAMO LA TIVù ALL'ISLAM

    Una trasmissione televisiva dedicata all'Islam
    . Non è una provocazione, quella lanciata da Monsignor Gianfranco Ravasi, sacerdote e anchorman di Telechiara, ma una proposta concreta. Che, prevedibilmente, farà discutere. L'idea, lanciata sulle colonne del settimanale diocesano veneziano "Gente veneta", è quella di un programma completamente gestito da islamici.
    "Prima o poi si porrà il problema di un programma anche musulmano", ha dichiarato monsignor Ravasi, conquistandosi l'approvazione dei fedeli dell'Islam. "Si tratta di un'iniziativa lodevole - commenta Abdallah Bach, presidente delle comunità islamiche del Veneto - che ci permetterebbe di disporre di una tribuna mediatica per fare informazione in modo corretto. L'Islam è avvolto da molti luoghi comuni, banalità ed etichettature improprie. Dopo l'11 settembre, molti ci imputano una violenza che non ci appartiene. L'Islam sostiene il rispetto e la moderazione, il dialogo e la convivenza civile. Violenza e intolleranza appartengono a poche frange di estremisti".
    Dopo programmi come "Protestantesimo", "Culto evangelico" e "Sorgente di vita", dedicata all'ebraismo, la tivù italiana potrebbe conoscere un'ulteriore, per certi versi storica, svolta. "Talvolta l'informazione non corretta, sostenuta da sondaggi superficiali - osserva Bach - trae spunto dall'ignoranza sull'argomento trattato. Altre volte, invece, la disinformazione è intenzionale. Mi è capitato spesso di intervenire in trasmissioni dove si chiedeva alla gente, per strada, se avesse paura dei musulmani. Inevitabilmente, le risposte rispecchiavano il clima di tensione che non si è mai placato dopo l'attacco alle Torri Gemelle. Da allora, ho spesso preso parte a trasmissioni dove ho ribadito che l'Islam affonda le proprie radici nel rapporto fra uomo e Dio, nel rispetto reciproco e nella nn violenza".
    Don Guido Todeschini, direttore di Telepace, emittente cattolica che, di frequente, si avvale della collaborazione di operatori musulmani e sovvenziona borse di studio a sostegno di una quarantina di studenti stranieri di fede islamica, offre un'altra chiave di lettura.
    "La trasmissione ideale - spiega don Guido - potrebbe essere condotta da cattolici e musulmani: sarebbe un buon modo per dimostrare la possibilità di una convivenza civile e del dialogo proficuo. Penso ad Aziz, un ragazzo islamico di 12 anni che ospitiamo. A tavola, lui recita le prime parole del Corano per ringraziare Dio del cibo, mentre noi ringraziamo con una preghiera cattolica".
    Il dibattito sull'integrazione, che si fa spazio tra le pieghe di un più ampio processo di integrazione sociale, passa (anche) attraverso il tubo catodico.
    E' di ieri il giudizio positivo dell'Unione musulmani d'Italia, guidata dal controverso leader Adel Smith, sulla sentenza del Tar del Veneto, che rinvia alla Corte Costituzionale la decisione della rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche, chiesta da una madre di Abano Terme, nel Padovano."In qualche modo il tar dà ragione ad Adel Smith", dichiara l'Unione.
    "E' ora che si capisca- osserva l'associazione - che la presenza di questo 'oggetto', oggi, è rifiutata da migliaia di italiani, anche non musulmani, e che le scuole e le istituzioni pubbliche non sono luoghi di culto, né debbono esserlo: il posto del crocifisso non può essere, dunque, la scuola".


    Martina Zambon

  5. #175
    scemo del villaggio
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    Predefinito Lettera a vari giornali

    Caro direttore,

    leggo sul "Corriere del Veneto" la notizia, tratta da "Gente veneta", dell'appello di mons. Ravasi a favore di un programma musulmano alla TV.
    La proposta è veramente interessante, soprattutto perché viene da chi dovrebbe avere il compito esclusivo di insegnare il Vangelo e di convertire a Gesù combattendo ogni idolatria.
    Non a caso è stata entusiasticamente accolta dalle varie associazioni islamiche, non esclusa l'"Unione dei musulmani d'Italia" di Adel Smith: un vero successo per Ravasi!
    Effettivamente l'iniziativa potrebbe essere utile, qualora spiegasse davvero che cos'è l'Islam e non la sua versione buonista, a uso e consumo delle anime belle che discettano di "dialogo", "convivenza civile", "tolleranza e simili": una setta che afferma tutta la Terra terra di Allah e quindi da assoggettare prima o poi a esso; che predica il dovere del Jihad o guerra santa, che pratica la poligamia, la schiavitù e l' infibulazione; che considera i cristiani idolatri e politeisti perché credono nella Trinità, e non concepisce la paternità di Dio, l'Incarnazione, la maternità verginale di Maria. Che considera Gesù un profeta e non Dio, e quindi neanche veramente risorto. Che non conosce distinzioni tra la sfera religiosa e quella politica e che considera la donna come valente metà dell'uomo e incapace di eredità; il cui "Dio" è totalitario e capriccioso, talché se volesse potrebbe far andare l'acqua dei fiumi dal basso in alto.
    Naturalmente non sarebbero queste le cose che verrebbero dette, né verrebbe citata la frase di quel capo religioso islamico, riferita dal vescovo di Smirne Bernardini, che recentemente disse. "Con le vostre leggi democratiche vi conquisteremo, con le nostre leggi teocratiche vi domineremo".
    Dall'articolo si apprende poi che la "cattolica" Telepace sovvenziona borse di studio per studenti islamici, sottraendole evidentemente a studenti cattolici colpevoli di credere nel vero Dio, e che secondo il suo direttore, un sacerdote, "la trasmissione ideale potrebbe essere condotta da cattolici e musulmani", seguendo l'esempio di una preghiera in comune che avviene a tavola con un ragazzino islamico che loro ospitano.
    Mi risulta che sia tuttora in vigore il divieto di comunicazione civile con persone di altra fede (cito il "Manuale di teologia morale" di Eriberto Jone, Marietti, 1964), così come sono proibite "le dispute o conferenze con acattolici su argomenti religiosi, specie se pubbliche" e le cosiddette "conferenze ecumeniche" (S. Uff. 5 giugno 1948, AAS, XL, 1948, p. 257)", e tanto più la preghiera in comune con acattolici.
    Domando: mons. Ravasi, don Todeschini e "Gente veneta", organo della curia patriarcale di Venezia, conoscono queste disposizioni? E, dato che evidentemente le ignorano, o se le conoscono le violano, qualcuno provvederà a ricordargliele? A irrogare ammonizioni se non scomuniche (quelle sono riservate ai cattolici integrali che pretendono di celebrare la Messa in latino)?
    Infine è tragico che le parole di un monsignore avallino il tristo giubilo degli idolatri per la sentenza di un tribunale della repubblica italiana, in base al quale è possibile che per volere di una persona venga tolto dalle pareti delle aule di tutto il Veneto, e forse di tutta Italia, il simbolo della nostra fede, all'ombra del quale hanno studiato i nostri avi per generazioni e generazioni. Ricordo che il Veneto è la terra di Gregorio XVI e di S. Pio X, il Papa delle Regalità Sociale di Nostro Signore Gesù Cristo, dogma che Mons. Ravasi e i suoi sciagurati emuli farebbero bene a ripassare insieme al primo comandamento: "Non avrai altro Dio fuori che Me".

    Franco Damiani
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  6. #176
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  7. #177
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    Predefinito Novecento dei martiri, crocevia per l'unità

    Da "Sovvertire" (pardon, "Avvenire")

    ECUMENISMO E DIALOGO
    All’inizio della Settimana di preghiera, esce un volume sui «testimoni dello spirito» come ponte tra le confessioni

    Riccardi: la memoria, un dovere per i cristiani Bianchi: testimonianza comune offerta a un mondo in cerca di una ragione per vivere

    Di Gianni Santamaria


    «Al termine del secondo millennio la Chiesa è diventata nuovamente Chiesa dei martiri». Inoltre, «la testimonianza fino allo spargimento del sangue è stata patrimonio comune di cattolici, ortodossi, protestanti, anglicani». E «l'ecumenismo dei santi e dei martiri è forse il più convincente». Queste affermazioni di Giovanni Paolo II nella Tertio millennio adveniente hanno fatto da sfondo, durante la preparazione e la celebrazione del Giubileo, ma anche nei quattro anni trascorsi dal suo inizio, a tutta una serie di ricostruzioni storiche, teologiche, a una Commissione «Nuovi martiri», a elenchi ragionati di testimoni delle diverse confessioni e a martirologi ecumenici. Un lavoro enorme che ha coinvolto le diverse confessioni. Non mancano tentativi di trasmettere l'esempio di questi testimoni alle nuove generazioni: in questo senso va la recente proposta, venuta da Colonia, di mettere i giovani della Gmg 2005 di fronte all'esempio ecumenico di resistenza al nazismo offerto dai ragazzi della Rosa Bianca, cattolici, protestanti e un ortodosso. All'inizio della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, che si apre oggi - e che è dedicata al tema della pace, per la quale molti dei martiri si sono battuti e sono morti - esce un contributo per far entrare questa consapevolezza nel tessuto quotidiano della vita cristiana, della spiritualità. È il bel volume delle Edizioni Paoline Testimoni dello Spirito (pagine 188, euro 9,50, il libreria da domani) che ripropone quattro eminenti figure di cristiani che hanno pagato con la vita la loro fedeltà al Vangelo davanti agli orrori del Novecento: il teologo ortodosso Pavel Florenskij, morto nel 1937 nel campo di concentramento sovietico delle Isole Solovki; la filosofa e monaca carmelitana Edith Stein, che ha pagato ad Auschwitz la sua origine ebraica; il teologo e pastore luterano Dietrich Bonhoeffer, impiccato nel 1945 nel carcere di Flossenburg resistenza antihitleriana; infine, il sacerdote polacco Jerzy Popieluszko, vi cino al movimento di Solidarnosc, ucciso nel 1984 (i saggi sono rispettivamente di Maria Giovanna Valenziano, Carla Bettinelli, Giuseppe Bellia e Luciana Mirri). L'ouverture storica e la postfazione sono di Andrea Riccardi ed Enzo Bianchi, rispettivamente fondatore e presidente della comunità di Sant'Egidio e priore della comunità monastica di Bose, due tra le realtà che più in questi anni si sono spese per tenere viva una memoria dei martiri che va oltre i "recinti" confessionali. Riccardi mette in luce i diversi tipi di martirio, da quello procurato dalle rovinose ideologie totalitarie, a quello della carità. Una galassia ancora in gran parte sconosciuta, avverte lo storico, che ricorda come i martiri ufficialmente elevati agli altari da Papa Wojtyla siano oltre 400. «Ma la gran parte dei caduti - scrive lo studioso - non sono stati investiti (e forse non lo saranno mai) da un processo canonico. Eppure sono stati uccisi proprio perché cristiani». Perciò è quanto mai attuale «aprire un testamento vissuto da parte dei cristiani del Novecento. Lo può fare la cultura, lo debbono fare le comunità cristiane, meditando su questa "forza debole" del cristianesimo». Bianchi evidenzia come la testimonianza comune dei cristiani nel martirio sia essenziale «affinché il mondo creda»; un mondo in cerca di «una ragione per cui valga la pena di vivere», che si ha solo se l'uomo ha anche una ragione per morire. «Ecco una risposta che i cristiani possono dare al mondo come vera evangelizzazione: il cardinale Etchegaray ha potuto dire che i sette trappisti e il vescovo Claverie di Orano con la loro morte "in pochi giorni hanno rievangelizzato la Francia intera"», sottolinea il monaco. La memoria di questi uomini e donne è, poi, essenziale al progresso stesso del dialogo ecumenico; va alle sue radici, nota il curatore del volume, Natalino Valentini: «Anche se la santità e il martirio sono spesso il tesoro particolare che le diverse Chiese rivendicano come caratteristica propria ed es clusiva, di fatto queste esperienze testimoniali della fede, frutti della lucida persuasione interiore che giunge fino all'offerta della propria vita, toccano il cuore del messaggio del Nuovo Testamento sulla reale unità in Cristo».




    Chi ricorderà a questi sciagurati che se non si muore nella Chiesa e per la Chiesa non si è martiri di alcunché?

  8. #178
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    Predefinito Matrimoni misti Sfida ecumenica

    idem

    Maria Rita Valli


    Molto sentita a Perugia la Settimana di preghiera per l'unità. «Un appuntamento da rispettare in ogni parrocchia - sottolinea l'arcivescovo Giuseppe Chiaretti che è anche presidente della commissione Cei per l'ecumenismo e il dialogo interreligioso - perché è importante pregare seriamente per porre fine alle divisioni». Numerosi gli appuntamenti illustrati da don Elio Bromuri, direttore dell'Ufficio diocesano per l'ecumenismo e il dialogo. Tra i più significativi, oltre alla Messa celebrata stasera dall'arcivescovo in cattadrale, il convegno di domani sui «I matrimoni misti: una sfida alle Chiese e al movimento ecumenico»; la lezione del rabbino Cesare Moscati della comunità ebraica di Roma (mercoledì, ore 17,30); l'incontro di venerdì intitolato «La pace. un impegno ecumenico», con la pastora valdese Milena Martinat e la docente dell'Istituto teologico di Assisi, Annarita Caponera.

    Matrimoni misti e "lezione" del rabbino, nonché della "pastora". Poveri noi... Ma una volta non era vietato dai cristiani andare "a lezione" dagli ebrei?

  9. #179
    scemo del villaggio
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    Predefinito La "Settimana" diventa giovane

    Saranno i giovani i protagonisti della settimana di preghiera per l'unità dei cristiani nell'arcidiocesi di Foggia-Bovino. Una festa sui temi dell'unità e della pace costituirà sabato prossimo il momento conclusivo delle manifestazioni. Gli incontri di preghiera ogni sera alle 20 si terranno presso la chiesa di san Domenico, sede del Centro eucaristico diocesano. Per l'animazione si alterneranno ogni sera l'Ac, il Rinnovamento nello Spirito, la Chiesa Valdese e la Chiesa Ortodossa Greca. La celebrazione conclusiva, di sabato 24 (ore 16) sarà presieduta dall'arcivescovo di Foggia-Bovino Francesco Pio Tamburrino; presenti anche l'archimandrita ortodosso e il pastore valdese. Due donne israeliane, inoltre, una di fede ebraica, l'altra cristiana racconteranno come sono riuscite ad aprire un asilo per i bambini che hanno perso i genitori nell'ultima Intifada.

  10. #180
    scemo del villaggio
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    Predefinito Preghiere

    Preghiere, le precedenti, "che abbomina il ciel".

    La seguente, invece, Gli è gradita:

    Omnipotens sempiterne Deus, qui salvas omnes, et neminem vis perire: respice ad animas fraude deceptas; ut omni haeretica pravitate deposita, errantium corda resipiscant, et ad veritatis tuae redeant unitatem. Per Dominum Nostrum Jesum Christum.

    ESATTO, CARO PROFESSORE: A QUELLE PREGHIERE IL CIELO RISPONDE SOLO COL SILENZIO, SE NON COL CASTIGO.

    GUELFO NERO

 

 
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