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Discussione: Semper infideles

  1. #131
    scemo del villaggio
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    Predefinito Ruggiero su Caratossidis

    Ho scovato un'intervista di Paolo Caratossidis sugli omosex (sullo stesso
    sito ce n'è anche una a me, con diverse inesattezze di trascrizione, ma
    passi!) che la dice lunga non solo sul laicismo di Forza Nuova, non solo sul
    neo-paganesimo dell'intervistato, ma soprattutto sull'enorme confusione di
    idee e di luoghi comuni anticattolici che alligna nei capi, sottolineo capi,
    (figuriamoci cosa c'è nella base!) di questo movimento. Oltretutto
    Caratossidis sembra prendere le distanze dalla messa tradizionale di
    riparazione fatta celebrare da noi a Verona e fa pure il moderato, tanto che
    per questo viene ridicolizzato dall'intervistatore. Che scandalo! E questa
    sarebbe la destra? Diecimila volte meglio la Lega.
    Cordialità.



    PAGINA WEB DI ENRICO OLIARI http://www.oliari.com/interviste/pao...ossidis.htmlLE MIE INTERVISTE (continua) INTERVISTA A PAOLO KARATOSSIDIS DI FORZA NUOVA Intervista di giugno 2001 Pubblicata su "Pride" di ottobre 2001 Sorpresa! Quando li si interroga direttamente, gli esponenti della destra ci tengono a dare di sè un'immagine all'acqua di rose, quasi pro-gay. E' stato così che a luglio con Adolfo urso di AN, è così, molto più sorprendentemente, con Paolo Karatossidis, che milita in quella Forza Nuova che nel corso dell'ultimo gay pride romano ha riempito la città di manifesti che accusavano:"Dietro ogni omosessuale c'è un pedofilo". Questa è la prima intervista mai fatta da un giornale gay ad un esponente del partito nazional-socialista italiano, e non mancherà di sorprendere. Paolo Karatossidis era presente al World Gay Pride di Roma. Ma non era nel corteo colorato dei manifestanti gay. E neppure fra le lunghe fila di curiosi dai occhi spalancati e dagli “anvedi quello”. C’era anche lui sotto l’incudine del sole di quel luglio infuocato di polemiche e di “purtroppo”, ed era anche lui dietro uno striscione. Con su scritto “il Colosseo ai gay, ma con i leoni dentro” Iniziamo spiegando chi tu sia e che ruolo hai in Forza Nuova. Beh, diciamo innanzitutto che non sono il demonio. Abito a Padova, studio scienze politiche, vivo come vivono tutti. Milito in Forza Nuova da quando l’abbiamo fondata, ne sono il coordinatore regionale del Veneto e faccio parte dell’esecutivo nazionale, che è ristretto a 5 membri. A suo tempo ho militato nel Fronte della Gioventù, quando c’era ancora il Movimento Sociale di Almirante, ma poi le cose hanno preso pieghe diverse, i movimenti sono diventati partiti ed è cambiato il modo di far politica.. Come possiamo definire Forza Nuova? E’ un movimento politico di estrema destra con un’autentica tradizione missina nel patrimonio cromosomico. Possiamo definirlo social nazionalista o forse, meglio ancora, nazional popolare. Siamo una formazione di militanti che respingono i modelli di partiti che si occupano solo di determinate categorie, dove “x” difende esclusivamente i lavoratori dipendenti, “y” l’esercito e i carabinieri e “z” gli impresari. Noi siamo una forza a 360 gradi, attenta a tutta i cittadini. Crediamo nell’ordine pubblico, nella giustizia sociale. Sarei troppo romantico a dire che cerchiamo un cambiamento per la società, ma credimi, la nostra scelta ci dà più oneri che onori. Alle politiche ci siamo presentati in quattro collegi, ed in Veneto abbiamo raccolto undici mila voti. Ne siamo soddisfatti. Anche perché ci siamo fatti la campagna elettorale attingendo dalle nostre tasche, senza finanziamenti né pubblici, né privati. Stiamo crescendo e ne sono contento. Affermare che Forza Nuova è un movimento social nazionalista o nazional popolare, non vi colloca vicino a Hitler, che ha ucciso milioni di ebrei, e con loro zingari, handicappati ed omosessuali? Io sono convinto che nessuno possa arrogarsi il diritto di fare processi alla storia. La storia viene scritta da chi vince la guerra. Gli ebrei sono stati perseguitati non solo da Hitler, ma anche da Stalin. E vedi cos’hanno combinato gli ebrei il Palestina grazie al fratello americano. La persecuzione degli ebrei l’ha cominciata la Chiesa di Roma e il primo ghetto era a Venezia, non a Varsavia. Per quanto riguarda gli omosessuali, anche lì sappiamo cosa successe in Germania, ma non cosa successe in Unione Sovietica, più numerosa e quindi con più omosessuali. L’articolo che condannava a morte gli omosessuali è stato abolito soltanto con la caduta dell’URSS. La guerra l’hanno vinta gli Stati Uniti, i quali hanno creato un ordine mondiale fatto di ingiustizie e di prevaricazioni. Vedi ad esempio la situazione dell’Iraq, dove per tutelare il prezzo del petrolio gli americani continuano un ingiusto embargo che affama la popolazione ed uccide i bambini. Ed ancora l’Afghanistan, i Paesi dell’America latina, la questione dell’uranio impoverito. No, quest’ordine mondiale proprio non mi piace. Come vedi la comunità omosessuale italiana? Vedo una comunità formata da una maggioranza silenziosa indirettamente politicizzata da una minoranza rumorosa che viene da Botteghe Oscure. I gay italiani sono di destra, di sinistra o per nulla interessati alla politica, ma il movimento è in mano alle sinistre che lo hanno trasformato in un gruppo di contestazione, contro tutto e contro tutti. Le istanze presentate sono una manovra politica di rifiuto della famiglia tradizionale e questi concetti sono artificiosamente messi sulla bocca degli omosessuali italiani. Il fatto è che i gay sono voti. Vedi, ad esempio, il gay pride: ci buttano dentro tutto, G8, diritti degli extracomunitari, sindacati. Se uno disprezza i gay, non è detto che sia intollerante verso di loro in quanto omosessuali, ma in quanto punta dell’iceberg della sinistra. I gay italiani devono portare avanti le loro istanze con calma, senza megafoni e dimostrazioni di piazza. L’integrazione in quanto omosessuali si ha solo con la quiete, con la normalizzazione. Cosa ne pensi della “famiglia omosessuale”? Io sono convinto che esistano tre realtà e che esse stanno su gradini diversi nella scala dei diritti e dei doveri giuridici: la comunione omosessuale, la famiglia di fatto composta da uomo e donna e la famiglia eterosessuale sposata. Lo Stato deve prendersi cura per prima cosa della famiglia sposata e quindi delle altre. Ed anche il termine di “famiglia” lo distribuirei con cautela. La famiglia è solo quella naturale, fondata sul matrimonio fra uomo e donna. E la tradizione non può essere buttata via come se nulla fosse stato, ha il suo valore. Poi se due maschi o due femmine si amano, è chiaro che il loro legame debba essere riconosciuto,. E i diritti civili? Alcuni diritti che reclamano le associazioni gay, come la successione testamentaria, li vedo in chiave individualistica e non di coppia, etero o omo che sia: uno lascia quello che vuole a chi vuole, non necessariamente alle persone con un legame parentale. Per quanto riguarda l’accesso agli alloggi popolari sono dell’idea che vadano privilegiate le famiglie dei connazionali. E’ chiaro che bisogna rispettar determinate graduatorie e vada data la precedenza alle famiglie sposate ed a quelle con i bambini, ma se due vogliono vivere insieme, anche due amici, non necessariamente due che formano una coppia, che male c’è? Come vedi la legalizzazione della coppia gay in Europa? So che ci sono diversi modelli, ad esempio in Olanda il matrimonio ed in Francia il Pacs. Io penso che gli olandesi sono estremisti in tutto, non solo in questo campo. Vedi ad esempio il tema delle droghe o del sesso: in Olanda tutto è possibile, anche troppo. Che ne dici del Gay Pride di Milano? Innanzitutto che sono profondamente contrario al patrocinio del presidente della Provincia, la Forzista Ombretta Colli. E questo non perché era indirizzato ai gay, ma perché io disapprovo tutti i finanziamenti, compreso i tre miliardi di Berlusconi ai manifestanti del G8. I soldi dei contribuenti devono servire ben altre cose. Poi torno a sottolineare che la manifestazione è stata troppo monopolizzata dalla sinistra ed un gay non di sinistra, ripeto, si vede rappresentato in un corteo dove si parla di extracomunitari e di mille altri problemi non collegati a quel tipo di lotta. E il World Gay Pride di Roma 2000? Tutti hanno sbandierato posizioni laiche e staccate dalla Chiesa, ma noi eravamo gli unici a manifestare da cittadini laici contro il Gay Pride. C’è stato anche chi a Verona ha organizzato una messa riparatrice contro i manifestanti gay, ma noi siamo laici, difendiamo l’ordine civile, non la religione. In Forza Nuova ci sono dei cattolici, come in tutte le formazioni. Io, ad esempio, sono stato battezzato con rito greco-ortodosso, ma non mi ritengo neppure credente. E gli uomini vestiti con boa di struzzo e tacchi a spillo? Io ho meno problemi a vedere una drag queen per le vie di una città, che due maschi che si baciano . Veramente non capisco: abbiamo la fortuna di avere il diritto all’intimità, che bisogno c’è bisogno di sbandierare tutto? Io non ho problemi a vedere gay in discoteca, che tra l’altro sono spesso in compagnia di belle donne. Non siamo mica nell’epoca delle balere degli anni Cinquanta. Ma due maschi che si baciano mi fanno… non mi aggradano. Cosa ne pensi dell’amore gay in genere? C’era una falange tebana, formata di gay e guidata da due generali omosessuali, Epaminonda e Pelopida. Si amavano, combattevano fianco a fianco e furono gli unici, imitati dai Romani, a sconfiggere gli spartani. Ma non penso che si limonassero in pubblico o urlassero la loro omosessualità ai nemici. Io concepisco un forte legame fra due uomini, perché ci sono diversi tipi di amore. Due maschi possono amarsi senza essere omosessuali. Penso all’amore fra camerati, fra due giovani nella stessa trincea, ma anche fra due compagni di giochi o di studio. L’amore fra due maschi viene banalizzato solo se limitato alla sessualità, alle mascherate. Ma Forza Nuova picchia i gay, che hanno un loro amore… Forza Nuova non picchia nessuno, e pure noi ci sentiamo discriminati quando ci accusano di fatti che non sono successi. A Roma tuttavia un gruppetto di ragazzi di Forza Nuova aveva alzato le mani contro una coppia gay. Io non sono al corrente di questi fatti, ma penso che le mele cattive ci sono da tutte le parti. torna alla pagina delle interviste torna alla pagina web di enrico oliari




    Maurizio-G. Ruggiero

  2. #132
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    Predefinito UN FORZANOVISTA CHE PARLA COME UN LIBERALE QUALSIASI



    ANCHE QUESTO CI MANCAVA.

    GUELFO NERO

  3. #133
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    Predefinito Gente veneta ricorda "Pio X" a cent'anni dall'elezione

    Titolo: Le tre riforme del pontificato di Pio X: Chiesa, Catechismo e AC

    Autore: (don) Gianni Bernardi

    (...)

    Il pericolo "modernismo"

    Certo, Pio X dovette intervenire nei confronti del pericolo di una dissoluzione del nucleo centrale della fede sotto i colpi del così detto "modernismo". cioè di quel movimento che pretendeva di poter trasferire alle discipline teologiche la metodologia delle scienze umane, accentuando attraverso il razionalismo e la critica storica, (sic) il ridimensionamento della tradizione e la perdita delle radici popolari della fede.
    Ma furono soprattutto tre i nuclei d'interesse del suo pontificato: l'aggiornamento e la riforma della Chiesa, il movimento di rinno0vamento catechistico e il rafforzamento dell'Azione cattolica.

    (...) Un Catechismo attento alla dottrina, UN PO' MENO ALLA VITA DEL POPOLO (le maiuscole sono mie).

    Il suo catechismo (intitolato, più esattamente, Compendio della dottrina cristiana) rimase a lungo il testo base della formazione catechistica. Si tratta di un compendio rapido ed essenziale, facilmente memorizzabile (e chi ha superato la cinquantina certamente ricorda almeno alcune formule del catechismo, imparate nella sua più giovane età!), ANCHE SE UN PO' TROPPO TEORICO, PREOCCUPATO DELLA PRECISIONE DELLA DOTTRINA, MA POCO ATTENTO ALLA SACRA SCRITTURA E ALLA LITURGIA (E, FORSE, UN PO' LONTANO DALLA VITA DEL POPOLO DI DIO).

  4. #134
    scemo del villaggio
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    Predefinito Lettera al direttore di "Gente veneta"

    (Lo stile un po' adulatorio è il necessario scotto da pagare per una speranza di pubblicazione):

    Caro direttore,

    un grazie a don Gianni Bernardi per il bell'articolo sui cent'anni dall'elezione di S,. Pio X (chissà perchè il "San" è rimasto nella penna dell'autore). Spero che l'autore e lei non vi avrete a male se mi permetto in merito un paio di osservazioni.

    a) Mi sembra assai riduttiva la trattazione della battaglia antimodernista, non considerata nemmeno tra i nuclei di quel grande pontificato. Nemmeno citati il decreto "Lamentabili" e l'enciclica "Pascendi" la cui attualità mi sembra grandissima, visto che in clima vaticanosecondista molte delle eresie contro la fede e contro la tradizione sono rispuntate e sono oggi di dominio comune. Credo che una rilettura di quei due documenti dottrinali sarebbe oggi di molto giovamento per preti e laici, nonchè per certi prelati anche di alto livello. Un solo esempio: il metodo storico-critico nell'esegesi biblica, fonte della maggior parte degli errori denunciati da Papa Sarto, è oggi considerato pressochè l'unico accettabile. Inoltre credo che il motto del Papa "Instaurare omnia in Christo" meritasse uno spazio maggiore, con il suo appello a riedificare la società cristiana. Sbaglio o è proprio questo ciò che oggi si nega e da ciò l 'impopolarità di quel grido?

    b) Soprattutto mi pare offensivo per la memoria del grande pontefice affermare che il suo Catechismo, mirabile e inimitato compendio di dottrina cattolica, fosse "poco attento alla Scrittura e alla liturgia" e addirittura "un po' lontano dalla vita del popolo di Dio" (espressione incomprensibile, perché come può essere "lontano dalla vita del popolo" chi dal popolo viene e chi gli somministra il pane della verità?) Per quanto riguarda la Scrittura e la liturgia, credo che il catechismo di S, Pio X sia più attuale oggi di quando fu scritto, visto che ricorda continuamente l'ispirazione divina della prima e la sua conseguente inerranza, oggi messe in discussione dalla teologia progressista, mentre della Santa Messa ricorda quel carattere di sacrificio propiziatorio ed espiatorio e il dogma della presenza reale oggi di fatto negati da un Novus Ordo di chiaro sapore protestante.

    In conclusione faccio presente di aver parlato chiaro, come la fede impone, ma di non aver offeso nessuno e di voler soltanto se possibile avviare un dibattito su questi temi così vitali per la gloria di Dio e la salvezza delle nostre anime.

    Franco Damiani
    Venezia-Mestre

  5. #135
    scemo del villaggio
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    Predefinito Non esiste un rito di San Pio V

    Vi inoltro un mio post inviato alla Mailing List Tradizione Cattolica,spero vi piaccia !
    Ricevo dall'amico Marco Succi Leonelli:

    Settimana, Settimanale di attualità pastorale, n° 24 del 22 giugno 2003
    In merito a una messa celebrata a Roma in Santa Maria Maggiore

    Non esiste un rito cattolico di San Pio V!

    Cara Settimana,
    non avrei immaginato di dover intervenire a distanza di pochi mesi - dopo la commemorazione del 40° dell’inizio del concilio Vaticano II con la “rilettura” della “Sacrosanctum Concilium” come “simbolo della svolta epocale” (cf. “Settimana” 26.01.03, n. 3, pp. 12-13) _ con una nota di stupore e di amarezza, se non di incredulità e di indignazione, per la manipolazione operata da un illustre porporato del primo documento conciliare, riportato a tutta pagina da “Avvenire” del 25 maggio 2003, p. 17.
    Mi riferisco alla messa celebrata in Santa Maria Maggiore a Roma secondo il Messale di Pio V _ quello che per secoli, prima della riforma conciliare, aveva costituito il rito ufficiale della chiesa romana _ e, annota il giornalista, non per una operazione nostalgica, ma con autorizzazione pontificia richiesta da un gruppo di fedeli con la duplice intenzione di manifestare la loro comunione con il successore di Pietro e di innalzare per lui, nel 25° di pontificato, una preghiera a Maria nell’àmbito dell’anno del Rosario.
    Per questo è stato incaricato di presiedere l’eucaristia il card. Castrillon Hoyos, prefetto della congregazione per il clero e presidente della commissione “Ecclesia Dei”, istituita nel 1988 per facilitare la piena comunione di quanti erano legati alla comunità di San Pio X, fondata dal vescovo scismatico mons. Lefebvre.
    Non mi permetto di giudicare l’iniziativa, anche se mi sorprende la risonanza offerta dal giornale della Cei e, di riscontro, il silenzio assordante dell’Osservatore Romano che si è chiuso in un totale mutismo, mentre doveva essere quello il luogo proprio e autorevole di informazione. Ma già nel precedente mio intervento avevo rilevato il distacco della chiesa italiana nei confronti del 40° anniversario del concilio.
    Lascio cadere sia il titolo sia anche espressioni del tutto infelici per la benevolenza e somma grazia _ che taluno ritiene “disgrazia” _ di attenersi “pro bono pacis” e in attesa di tempi migliori; mi riferisco all’ordinamento rituale espresso dal messale del 1962, precedente la riforma disposta dal concilio perché ritenuto del tutto inadeguato alle esigenze del popolo cristiano come è decisamente e autorevolmente dimostrato dai due documenti di Paolo VI che aprono il Messale del 1970, la “costituzione apostolica” e il “Proemio dell’introduzione”.
    Paolo VI ha motivato i maggiori cambiamenti: arricchimento e adattamento in piena fedeltà al passato e in doverosa risposta alle attese pastorali del nostro tempo. Quelle pagine sono aperte a tutti, non si può desiderare maggiore autorevolezza e garanzia.
    Non ha senso ed è offensivo parlare di una veneranda ricchezza che conserva, perché quello che era possibile conservare è stato conservato. C’è un vuoto enorme (la mensa abbondante e varia della parola di Dio, oltre le tre nuove preghiere eucaristiche con la duplice epiclesi) e una sconsolata povertà. Basterebbe riconoscere questa differenza tra il Messale di Pio V e quello di Paolo VI per indurre, a dir poco, al silenzio e, se si vuole, al rispetto per persone denutrite e inconsapevoli.
    Ma vi è un’affermazione intollerabile che desidero respingere, partendo proprio dalla S. C. 4, quel numero del “Proemio” secondo il quale il concilio “considera sulla stessa base di diritto e di onore tutti i riti legittimamente riconosciuti”. Per questo _ ha proseguito il porporato _ l’antico rito romano conserva nella chiesa il suo diritto di cittadinanza nella multiformità dei riti cattolici sia latini sia orientali. Ciò che unisce la diversità di questi riti è la stessa fede nel mistero eucaristico, la cui professione ha sempre assicurato l’unità della chiesa.
    Ora, l’affermazione è tre volte falsa.
    Primo, perché il numero in questione è stato inserito per sfatare che un rito cattolico sarebbe inferiore, secondo un’opinione comune, a quello romano, mentre tutti i riti legittimamente riconosciuti godono dello stesso onore e diritto. E’ questo il contenuto della “declaratio” annessa allo schema conciliare che, assieme alle altre “giustificazioni”, non fu comunicata ai padri conciliari, provocando un’accesa discussione in seno alla commissione conciliare (ricordo bene l’episodio, descritto nei verbali ancora segreti di cui conservo copia). Si pensava in particolare al rito ambrosiano ma anche a quelli orientali seguiti dai cattolici.
    Secondo: il testo prosegue dichiarando che tali riti siano conservati, ma anche incrementati, riveduti nello spirito della tradizione, e venga loro dato nuovo vigore come richiedono le circostanze e le necessità del nostro tempo. Così infatti è avvenuto per il rito ambrosiano e per quello di Braga in Portogallo e ispanico di Toledo.
    Terzo: si prospettava la possibilità della formazione di ulteriori riti (ritus agnoscendos) in considerazione dell’adattamento ai paesi di missione di nuove culture (S. C. 39-40).
    Comunque, quello in discussione, oggetto delle riforma conciliare, era precisamente quello che oggi viene detto “rito di San Pio V”, che il concilio ha ritenuto del tutto inadatto alle nuove esigenze. La S. C. è il giudizio inappellabile dato dal concilio a proposito del rito espresso dal Messale di Pio V: si tratta di una fase storica del rito romano “trasformato” dalla riforma del Vaticano II. La sua sostituzione con il Messale di Paolo VI è la riprova del suo superamento e della sua estinzione. Non è una questione del rito inteso come espressione della vita di una chiesa, ma semplicemente dell’ordinamento rituale della messa, anche se la concessione al gruppo sembra estendersi anche ad altri ordinamenti rituali.
    Un conto è l’accettazione o la tolleranza di un “rito particolare”, ossia di un “ordo”, e magari più di un semplice ordinamento; altro conto è parlare di un rito di San Pio V, anche con la clausola “cosiddetto”; altro conto ancora è dichiararlo del tutto legittimo, con uguale diritto e onore, perché il rito romano legittimo è uno solo, quello tradizionale riveduto e rinnovato dalla riforma del Vaticano II. Se quello precedente _ detto di San Pio V _ fosse equiparato al rito romano attuale, ci troveremmo di fronte ad una sconfessione inaudita che nessuno può permettersi. Abbiamo il diritto e il dovere di respingere con forza queste affermazioni irresponsabili.
    Supposto che identica sia la fede nel mistero eucaristico, non altrettanto si può dire della sua forma celebrativa (e le differenze non sono da poco); se la prima esprime l’opposizione al Vaticano II pur camuffata dalla comunione con il papa per la sua personale benevolenza, la seconda è dichiaratamente fedele e aperta al concilio Vaticano II non inferiore per dignità e per valore a quello di Trento, anzi che si aggiunge a quello stesso.


    Rinaldo Falsini

  6. #136
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    Predefinito

    CARO PROFESSORE,

    ORA GLI INDULTISTI SI STRAPPERANNO LE VESTI E INIZIERANNO A COLMARE I PROPRI SITI DI RISPOSTE A FALSINI (CHE, DETTO TRA NOI, è UNO PSEUDO-LITURGISTA E DEI PEGGIORI CHE SIANO MAI APPARSI IN ITALIA, VERO DISONORE DELL'ORDINE FRANCESCANO CUI -SEMBRA- APPARTENERE).
    OPPURE LA MENS DEI NEO-MODERNISTI CHE HANNO PRODOTTO IL "VATICANO II" è QUESTA, è QUESTO LO "SPIRITO DEL CONCILIO".
    E IL PENSIERO DI FALSINI è CERTAMENTE MAGGIORITARIO TRA LE "TESTE PENSANTI" NEO-MODERNISTE E CONCILIARI.

    GUELFO NERO

  7. #137
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    Predefinito Omelia di Scola per il Redentore

    Mons. Angelo Scola , OMELIA PRONUNCIATA NELLA CHIESA DEL REDENTORE ALLA MESSA DELLE 19


    FESTA DEL SANTISSIMO REDENTORE 2003: Una “speranza che non delude”. Per un modello veneto di civiltà



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    FESTA DEL SANTISSIMO REDENTORE [1]
    BASILICA DEL SANTISSIMO REDENTORE

    Venezia, 20 luglio 2003


    OMELIA DI S.E. MONS. ANGELO SCOLA, PATRIARCA DI VENEZIA



    Una “speranza che non delude”. Per un modello veneto di civiltà

    1. Non solo folklore
    «Custodisci, o Padre, l’opera della tua misericordia perché il popolo che Tu ami attinga i doni della salvezza alla fonte viva del Redentore». Così, con l’impareggiabile forza sintetica della liturgia, la Preghiera di Colletta ci ricorda lo scopo del gesto che, ancora oggi da più di quattrocento anni, noi veneziani abbiamo voluto adempiere. Per questo, nel solco di generazioni e generazioni di nostri concittadini, abbiamo attraversato il ponte votivo insieme agli ospiti, con le Autorità ed il Patriarca.
    Quella fine estate del 1576 non era certo la prima volta che una grave pestilenza minacciava la vita della città. La peculiarità dell’ambiente lagunare favoriva i contagi e metteva in pericolo la salute dei più. Quella volta però l’attacco del morbo era stato particolarmente virulento: la morte non aveva risparmiato nessuna famiglia e la disperazione, rotto ormai ogni argine, dilagava paurosamente nel cuore dei nostri padri. Di fronte alla terribile prova, nel nostro popolo si fece strada l’evidenza che la salvezza cui anelava con tutte le sue forze – poter essere liberato «dal contagio del male» (Preghiera di Colletta) - non era alla sua portata. E con naturalezza si rivolse all’Unico che aveva il potere di donargliela. «Il Senato – narra la storia - persa ogni fiducia nei mezzi umani il 4 settembre 1576, decise con 84 voti favorevoli e appena 3 contrari, di erigere un tempio a Gesù Redentore del mondo, se la morìa fosse finita» [2].
    Anche noi, con maggiore o minore consapevolezza, siamo arrivati a questo splendido tempio votivo mossi dallo stesso desiderio di salvezza. Come allora il nostro Redentore se ne fece carico, anche oggi continua a farsene carico. Per questo facciamo festa. Senza questa ragione esplicita la festa di questa sera ci lascerebbe l’amaro sapore di tanto folklore che, al massimo, riesce ad offrire una breve boccata d’aria salubre al nostro presente, ma non ha la forza di ristorarlo fino in fondo e di rigenerarlo.

    2. Una speranza che non delude
    Nella vita, ogni prova – ed ognuno di noi, anche questa sera, fa i conti con le prove che segnano la sua persona - mette sempre allo scoperto la nostra impotenza a salvarci con le nostre mani e il bisogno impellente che qualcuno si prenda cura di noi. A questa urgenza Dio risponde in prima persona, secondo un’indomita iniziativa di bene. La Prima Lettura documenta lo straordinario coinvolgimento della Sua libertà con la nostra: «Io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura» (Ez 34, 11). «Io passerò in rassegna le mie pecore» (Ez 34, 12): Egli si china personalmente su ogni singolo uomo affrontandone il concreto bisogno: «Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia» (Ez 34,16).
    L’inarrivabile premura di Gesù per noi, che sfonda da ogni parte le strette maglie dell’umana equità, è la giustizia dell’amore. Con essa fa irruzione nella storia la gratuità assoluta, come ci dirà tra poco il Prefazio: «Egli, che era senza peccato, accettò la passione per noi peccatori e, consegnandosi a un’ingiusta condanna, portò il peso dei nostri peccati. Con la sua morte lavò le nostre colpe e con la sua resurrezione ci acquistò la salvezza». E da quel momento un’irriducibile volontà di bene accompagna l’umana avventura. Non l’abbattersi della meritata ira di Dio sul nostro peccato, ma la dolcezza insperata della Sua misericordia. Essa ha un nome: Gesù Cristo giusto, il nostro redentore. «Dio - infatti - non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3, 17) (Vangelo).
    Quest’opera di riconciliazione dell’uomo con se stesso, con gli altri e con Dio, compiuta dall’«effusione redentrice del Suo Sangue» (Preghiera sulle offerte), è il solido fondamento di quella «speranza che non delude» (Rm 5, 5) di cui ci ha parlato San Paolo nella Seconda Lettura.
    Una speranza che non delude: difficilmente si potrebbe trovare un’espressione più adeguata per descrivere il motivo che da sempre suscita e sostiene la creatività di uomini e di popoli. Anzi, a ben vedere, è questa speranza il motore di ogni autentica civiltà. Se sono sospinti da una speranza che non delude, allora gli uomini possono guardare con franco realismo al loro presente, senza rimuovere il passato e senza temere il futuro.
    Forse questa speranza che non delude può rappresentare il criterio-guida anche per formulare qualche considerazione sull’attuale situazione di Venezia e della società veneta. Il marcato carattere civile della festa cristiana del Redentore, ben espresso dalla presenza, alla guida del popolo, di tutte le autorità costituite, invita - con una certa naturalezza - il Patriarca a volgere lo sguardo in questa direzione.

    3. Modello veneto di sviluppo?
    Quasi ogni settimana, dalle pagine dei mass-media, autorevoli analisti ci propongono una radiografia, più o meno corretta, della situazione in cui versa il popolo veneto. Per segnalare l’imponente sviluppo economico nelle nostre terre in questi ultimi decenni si fa ricorso all’espressione “modello veneto di sviluppo”. Un progresso paradigmatico, portato ad esempio per le altre regioni di Italia e della stessa Europa.
    L’impressionante cambiamento, verificatosi nella nostra regione a partire dagli ultimi trent’anni, è sotto gli occhi di tutti. In poco tempo popolazioni povere, prevalentemente dedite all’agricoltura, spesso in situazioni palesemente penose, costrette a subire un’emigrazione di massa, grazie alla solidità dei legami familiari, ad una straordinaria capacità di lavoro, alla non poca genialità, alla frugalità e alla parsimonia, hanno bruciato le tappe di un’evoluzione che le ha condotte ai primi posti dello sviluppo economico europeo. E, a dire degli esperti, ancora oggi, in un contesto di recessione, la crescita economica del Nord Est, sia pure rallentata, continua, situando la nostra regione in testa all’economia italiana.
    I vantaggi materiali che il cosiddetto “modello veneto di sviluppo” ha portato con sé sono ben noti. Alla crescita economica si sono intrecciati un marcato benessere, una più acuta consapevolezza della dignità del lavoro, l’esigenza di più decorose condizioni di abitazione, una diversa attenzione alla qualità della vita, una più avvertita sensibilità del decisivo e delicato rapporto con l’ambiente, e così via.
    Sono, però, ben note anche le non poche contraddizioni presenti in tale modello. A tal punto che per taluni degli stessi osservatori esso sarebbe ormai arrivato “al capolinea”. Sempre più spesso infatti si sente parlare di crisi dei fattori che hanno assicurato al modello veneto il suo successo: il decremento della natalità ha infragilito la famiglia, pilastro portante delle piccole e medie imprese; la disponibilità dei lavoratori – oggi meno in balìa del fluttuare del mercato perché possiedono più alti gradi di formazione e maggiori risorse economiche - è sempre meno flessibile; la presenza degli immigrati, richiesta dallo stesso mondo del lavoro, si accompagna ad una grave fatica della popolazione ad accogliere il diverso e alla conseguente lentezza nel costruire una ormai imprescindibile società multiculturale e multietnica; la microcriminalità organizzata inquieta le nostre dimore; nuove forme di povertà e di emarginazione vanno affiorando, mentre la televisione non cessa di ricordare alle nostre esistenze pasciute la miseria endemica di larghissimi strati di popolazioni del Sud del pianeta, soprattutto dell’Africa. Infine, a segnalare che anche il progresso economico non segue una linea retta sempre ascendente, sta il dato, assai significativo, che lo stesso territorio è talmente saturo da faticare ad accogliere insediamenti di nuove imprese.
    Su queste basi, a quali condizioni si può guardare con speranza certa al futuro?

    4. Da modello di sviluppo a modello di civiltà
    Non tocca ai pastori della Chiesa far previsioni sui risvolti per così dire “tecnici” della questione. Tuttavia, in forza della fede cristiana, frutto prezioso della redenzione e patrimonio comune alla quasi totalità del popolo veneto, attinge dal Cuore squarciato del Crocifisso Risorto, quell’«amore di Dio che è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito» (Rm 5, 5) (Seconda Lettura). L’amore è il seme e il frutto della speranza che non delude, e quindi di quella salvezza che Dio ha offerto agli uomini. In forza di questo dono prezioso, che suscita una responsabilità assai onerosa, il Patriarca nell’odierna festa del Redentore sente il dovere di affermare con chiarezza che, per avere futuro, il modello veneto di sviluppo deve evolversi fino ad assumere la forma compiuta di un modello di civiltà. Ogni autentica civiltà implica un intreccio creativo di dimensioni materiali e spirituali che consentano ai singoli ed al popolo di praticare un’integrale vita buona. Non basta produrre maggior benessere economico a vantaggio di tutti. Né, d’altra parte, si tratta di demonizzare il denaro o di condannare il mercato. Secondo un articolato sviluppo - dalla Rerum novarum alla Centesimus annus - l’insegnamento sociale della Chiesa ha chiarito i principi evangelici di giustizia che debbono presiedere al corretto rapporto tra lavoro, economia e politica ai fini di edificare una civiltà in cui tutti vivano, per quanto possibile, in pace e concordia [3]. Proprio in questo quadro si impone l’evidenza che non si dà sviluppo senza civiltà. Ed è civile una società nella quale, di fatto e non solo in linea di principio, il valore di ogni singolo, sempre radicato nella comunità, è riconosciuto e perseguito in tutte le umane espressioni dall’individuo, dalle famiglie, dai corpi intermedi, in una parola da tutta la società civile al cui servizio sono chiamate le autorità istituzionali di ogni ordine e grado.
    Tutti i fattori costitutivi di una civiltà saranno garantiti e - per quanto è possibile – posti al riparo da contraddizioni, solo se verranno custodite con sapiente cura le qualità della persona e della comunità. Individuo e società, persona e comunità sono infatti gli inseparabili soggetti adeguati di civiltà.


    5. Esperienza, cultura e civiltà
    Una civiltà ha futuro quando in essa viene promossa l’esperienza integrale della persona. Pertanto la cartina al tornasole di una vera civiltà è la modalità con cui un popolo vive, in se stessi e nella loro stretta interconnessione, gli affetti, il lavoro ed il riposo, che sono le manifestazioni essenziali dell’universale umana esperienza.
    Con acuto senso della miglior tradizione occidentale Giovanni Paolo II, in un celebre discorso all’Unesco (1980), ha mostrato come da un’autentica esperienza umana nasca sempre una cultura e fiorisca una civiltà. Affermò allora il Papa: «Genus humanum arte et ratione vivit (cfr. S. Thomae “In Aristotelis ‘Post. Analyt.’, 1) […] Il significato essenziale della cultura consiste, secondo queste parole di san Tommaso d’Aquino, nel fatto che essa è una caratteristica della vita umana come tale […] l’uomo non può essere fuori della cultura. La cultura è un modo specifico dell’ “esistere” e dell’ “essere” dell’uomo» [4]. Le parole del Papa esprimono l’irrinunciabile nesso tra esperienza elementare e cultura. Il binomio tomano ars et ratio fa con naturalezza riferimento alla multiforme capacità creativa insita nella natura razionale del genere umano per sottolineare il fatto che ogni sapére , anche il più rigoroso, nasce sempre da un gusto della vita, da un sápere. Il cristianesimo, strappando la cultura ad ogni utopico intellettualismo avanguardista - di marca liberista o collettivista - per ancorarla all’esperienza elementare del singolo immerso nel popolo, l’ha resa matrice di autentica civiltà.
    Conviene in proposito aggiungere qualche notazione che può riguardare da vicino anche noi veneti. Troppo spesso dimentichiamo che il termine cultura è correlato, se non derivato, da coltura ed ha la stessa radice di culto.

    6. Cultura da coltura
    Coltura fa pensare alla nostra tradizione contadina, oggi significativamente evoluta e all’avanguardia perché è stata capace di coniugare il nuovo con l’antico. È questo un dato che ci costringe a riconoscere come non ci sia frattura tra la nostra attuale società e la lunga storia della nostra terra veneta. Un autentico modello di civiltà domanda pertanto il coraggio di un sapiente innesto, così che tutto il meglio dell’antico alimenti il nuovo, come ci insegna la nostra identità europea nella sua primaria matrice romano-cristiana. In questa sede è appena il caso di accennare al grave equivoco che conduce molti a liquidare come passatista l’autorevole richiamo della Chiesa alla tradizione. La tradizione autentica non è mai nostalgica riproposizione di forme passate, perché è in se stessa un fatto di esperienza e quindi sempre in trasformazione. La tradizione non è pura conservazione. Al contrario è apertura al futuro carica di speranza perché garantisce e verifica l’autenticità del nuovo annodandolo all’antico.

    7. Cultura e culto
    In secondo luogo cultura ha la stessa radice di culto. Questo ci aiuta a capire come la fede dei nostri padri – che ha saputo dar vita ad un fitto tessuto di opere di ogni genere: dalle congregazioni religiose alle cooperative di lavoro – sia non solo attuale ma assolutamente decisiva. Anzi, oggi è più che mai necessaria una fede integrale e consapevole che giunga fino a dar vita ad espressioni civili e comunitarie, autonome e pubbliche, beneficamente incontrabili da chiunque. Sempre e ad ogni latitudine il culto ed i riti religiosi sono primaria espressione del carattere veramente popolare di una civiltà. Così, solo se saldamente radicata nel culto, cioè nella regolare vita liturgica e sacramentale, essenziale espressione religiosa e sociale della fede del nostro popolo, la pluriformità culturale dei veneti saprà compiere il modello di sviluppo economico in modello di civiltà.
    I risultati di recenti statistiche sulla religiosità degli italiani e dei veneti hanno sorpreso molti. Contro le non poche cassandre, che spesso condizionano anche l’opinione di molti cristiani, ci hanno rivelato un dato sorprendente: in Italia è ancora vivo e vitale un cattolicesimo di popolo. Tuttavia, anche di fronte a dati inoppugnabili, non pochi interpreti, soprattutto facendo leva sulle contraddizioni di carattere etico degli intervistati, si sono spinti a parlare, in maniera equivoca, del benefico effetto della privatizzazione della fede cristiana. Lasciando affiorare nelle loro analisi un luogo comune duro a morire, costoro ripropongono la tesi della necessità per l’Italia di una certa “protestantizzazione” della fede cattolica. Per il nostro come per altri paesi latini, il cattolicesimo sarebbe stato e sarebbe un fattore frenante lo sviluppo socio-culturale. Essi pertanto salutano con soddisfazione il manifestarsi di una certa privatizzazione dell’esperienza religiosa e la presentano come la forma veramente moderna della fede cristiana. Invece, dall’opera del Redentore - il festeggiato di questa sera - scaturisce l’indistruttibile unità del popolo di Dio. «Ci hai riscattati, Signore, con il tuo Sangue da ogni tribù, lingua, popolo e nazione» così abbiamo pregato con l’Antifona all’ingresso. Noi ci apparteniamo reciprocamente perché Tu «ci hai costituiti un regno» (Antifona di ingresso). Una fede ridotta a fatto privato ed unicamente coincidente con un insieme di scelte frammentarie e soggettive finisce di fatto con il provocare l’affievolirsi dei vincoli di appartenenza. Non c’è autentico cristianesimo senza il nuovo popolo di Dio, senza quel soggetto personale e comunitario che è la Chiesa di Dio. Condizione decisiva perché la nostra società veneta diventi modello di civiltà è dunque il fatto che i cristiani vivano fino in fondo la propria appartenenza a comunità ben identificabili sempre aperte a chiunque. Uomini e donne, afferrati nel santo Battesimo dalla misericordia del Redentore, sono chiamati a coinvolgere quotidianamente la loro libertà con la speranza che non delude, con l’amore riversato nei loro cuori. Una fede viva, cioè capace di rendere i fedeli protagonisti anzitutto nella Chiesa e poi, insieme ad ogni uomo di buona volontà, nella costruzione di una società dal volto umano.

    8. Lo Studium Generale Marcianum
    La Chiesa di Dio che è in Venezia, pur con tutti i limiti dei suoi membri, attraverso la sua capillare presenza desidera sostenere quotidianamente l’esperienza integrale, personale e sociale dell’uomo illuminata dalla fede. Per questo ha a cuore il concreto attuarsi del rapporto tra esperienza, cultura e civiltà. A tal fine, per approfondire le ragioni della fede, il nostro Patriarcato, nel solco di una solida tradizione, darà ufficialmente vita, il prossimo mese di settembre, allo Studium Generale Marcianum. In esso convergeranno istituzioni pedagogiche, scolastiche ed universitarie con lo scopo di assicurare la comunicazione di taluni saperi rivolti a tutte le fasce di età, dalla scuola materna all’eccellenza post-universitaria. La visione cristiana della vita sarà proposta - nel rigoroso rispetto dello statuto e del metodo delle scienze oggetto di ricerca, di insegnamento e di studio - a tutti indistintamente: credenti e non credenti, cristiani o uomini di altre religioni, in conformità al carattere multiculturale della nostra realtà. Si tratta di una proposta pubblica e libera, in continuo e serrato paragone con le istituzioni scolastiche, universitarie e di Alta Scuola che già arricchiscono la realtà veneziana.

    9. Maturare negli affetti
    Una condizione fondamentale perché non si affievolisca il nesso tra esperienza e cultura come garanzia di autentica civiltà è la cura della maturazione affettiva della persona. Anche a questo proposito la Chiesa, madre e maestra, intende farsi carico della delicata opera di innesto tra antico e nuovo. Infatti i radicali mutamenti di sensibilità e costume che stanno caratterizzando la sfera affettiva accentuano l’elementare bisogno di ogni uomo di essere accompagnato a maturare negli affetti, cioè nella capacità di amare e di essere amato. Solo nell’esperienza di un’affezione compiuta, infatti, l’uomo impara le due leggi che guidano ogni rapporto: il peso insostituibile dall’altro che educa al necessario distacco da sé e l’imprescindibile positività dei legami. In vista di questo delicato compito nessuna realtà è paragonabile alla famiglia fondata sul matrimonio indissolubile tra un uomo e una donna aperto alla procreazione. Le autorità legittimamente costituite hanno pertanto il dovere di custodire e promuovere, attraverso politiche adeguate, la famiglia, senza cedere alla tentazione di equipararla ad altri tipi di convivenze.
    In questo contesto desidero rinnovare con forza il mio appello a tutte le autorità costituite perché si facciano carico dell’urgenza antropologica che travaglia la città lagunare. Solo una politica organica della casa, del lavoro compatibile e dei trasporti può consentire ai giovani sposi di non abbandonare il centro della città.
    Tra le nostre preoccupazioni l’emergenza antropologica di Venezia – il cui risvolto demografico è sotto gli occhi di tutti - dovrebbe avere la priorità. Per questo il Patriarcato darà vita ad una Commissione composta dai responsabili di istituzioni ecclesiastiche dipendenti direttamente dalla Diocesi ai fini di esaminare l’attuale stato di locazione degli immobili di loro pertinenza e favorire, nella destinazione e nell’ammontare degli affitti, i giovani che intendono sposarsi.

    10. La comunità dimora delle famiglie
    Sono, però, ben consapevole che la solidità della famiglia non dipende semplicemente da alcune scelte politiche in suo favore. Tocca a noi come comunità cristiana l’affascinante ed impegnativo compito di educare il nostro popolo a riconoscere la bellezza e la convenienza della famiglia cristiana per proporla a tutti. Una famiglia che si alimenta sulla fedeltà degli sposi. La fedeltà, infatti, è il fondamento su cui l’amore quotidianamente viene edificato e rinnovato. Una fedeltà che non ha paura di passare attraverso la gratuità vertiginosa del perdono e della misericordia perché, nell’esperienza del perdono donatoci dal Redentore, sa portare, anche con grave sacrificio, la fragilità propria e altrui.
    Una famiglia aperta alla vita, anzi generosa, che sa ricevere i figli che Dio vorrà donarle ed accogliere – anche attraverso l’affido e l’adozione – figli senza dimora. Sempre i bambini sono segno privilegiato di speranza. Una famiglia, infine, intesa come appassionato ambito educativo che, garantendo un’armonica catena generazionale, edifichi civiltà.
    La vita della comunità cristiana – nelle nostre parrocchie, nei gruppi e nei movimenti – è chiamata ad avere particolare cura di questa realtà della famiglia. E quest’ultima sarà tanto più se stessa quanto più troverà nella vita della comunità la sua dimora: un ambito in cui gli affetti possano essere vissuti ed educati secondo l’integrale verità dell’umana esperienza.

    11. Lavoro: creatività ed equilibrio
    Da tale dimora l’uomo potrà attingere le risorse necessarie per vivere creativamente il lavoro, in tutta la sua complessità e fino alle sue più pesanti contraddizioni. Il senso del lavoro e del dovere compiuto si riveleranno non più come un peso fastidioso, ma come un’espressione privilegiata dell’uomo maturo, che ha imparato ad amare perché si sa custodito nell’amore.
    Il lavoro, insieme agli affetti, stabilisce la strada per la piena edificazione della persona e della società. Esso è partecipazione diretta, creativa anche se faticosa, al disegno di Dio sulla storia.
    In questo senso è opera primaria di giustizia e di carità provvedere ad una adeguata offerta di impiego per tutti, avendo particolare cura dei disoccupati, dei giovani e degli immigrati. Parlando del lavoro non possiamo tacere il fatto che nelle nostre terre esso rischia talvolta di essere assolutizzato. Viene ridotto ad esasperata ricerca di guadagno e di successo. Allora impedisce quella necessaria attenzione alla vita di famiglia e al riposo rigenerativo che contribuiscono in modo essenziale ad un modello di autentica civiltà.

    12. Il riposo: un diverso uso del tempo e dello spazio
    Dal modo con cui trascorriamo il tempo libero si vede ciò a cui veramente teniamo. A questo proposito, per assecondare il nuovo che necessariamente accompagna ogni crescita di civiltà, le Chiese nel Veneto possiedono uno strumento prezioso: i Patronati. Essi si stanno giustamente trasformando da luoghi dell’educazione e di svago dei bambini, dei fanciulli e dei giovani in luoghi di autentico riposo per tutti: «Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare» abbiamo ascoltato nella Prima lettura. Così i patronati possono diventare strumenti privilegiati di rigenerazione delle persone in cui, per esempio, le famiglie si possano riunire il sabato e la domenica dopo la celebrazione eucaristica, nell’affascinante riscoperta delle relazioni primarie, del pasto comune, dell’ importanza dell’ascolto e del dialogo come condivisione di gioie e sofferenze, del divertirsi insieme, nel gioco o nell’approfondimento attraverso un libro, un film, il teatro, il canto e la musica. E questo facendo ricorso agli straordinari mezzi oggi offerti dalla tecnologia. Condividere con semplicità il tempo e lo spazio, secondo questi modi e ritmi elementari, rigenera l’io perché rinsalda gli affetti e consolida l’energia lavorativa.

    13. Politica: il dovere di governare il presente
    Da modello di sviluppo a modello di civiltà: questo è il cammino che indichiamo al popolo veneto in vista di un futuro che non deluda le attese perché si radica nel dono del Redentore. Un dono che rende lieti e perciò consente una speranza che non viene meno, come testimonia il nostro odierno convenire in questa splendida basilica palladiana.
    In forza di questa speranza che non delude debbono operare quanti si impegnano quotidianamente nella cosa pubblica. Mentre manifestiamo loro la nostra sincera gratitudine rivolgiamo un pressante appello alle nuove generazioni perché si impegnino direttamente in campo politico. Non solo prendendo parte a qualche manifestazione, ma coinvolgendosi in prima persona nella quotidiana edificazione della polis.
    Forse un particolare ostacolo all’ingresso diretto dei giovani nell’agone politico è rappresentato dalla eccessiva litigiosità che sta caratterizzando, in questa lunga fase di transizione, i rapporti tra i partiti e le forze in campo nel nostro paese. Essa ha poco a che fare con l’autentico e sempre necessario dibattito politico. Dimenticando che la politica è l’arte del compromesso nobile si toglie stima all’arbitro di tale compromesso che è il popolo sovrano. Di volta in volta lo si blandisce demagogicamente o lo si spaventa con calcolate manipolazioni e, in tal modo, si genera e si radicalizza la divisone. Anziché costruire ponti che consentano una sana, pluriforme unità si finisce per scavare fossati. Così nel nostro paese il popolo si presenta, su non poche questioni decisive, spezzato in due tronconi che sembrano incapaci di comunicare. A patirne è proprio quel bisogno di civiltà di cui abbiamo parlato.
    Da questo rischio di paralizzante litigiosità anche noi veneti non siamo immuni. E forse ancor meno lo siamo noi veneziani. Certo, Venezia presenta problemi di complessità elevatissima, quasi esclusivi: dall’acqua alta al moto ondoso, dalla bonifica ambientale alla riconversione industriale, dalla necessità di una amministrazione pluriforme nell’unità all’organizzazione efficace della sanità in una città che sorge sulle acque… e così via. È quindi naturale che il dibattito politico sia puntiglioso ed agguerrito, che la dialettica sia tenace. Tuttavia, a maggior ragione nella nostra città il bene comune esige che si sappia esercitare l’arte del compromesso nobile. Nessuna opinione, per quanto ritenuta valida, può giustificare una esasperazione dialettica che blocchi indefinitamente la realizzazione di alcune mete indilazionabili. La politica è dovere di governare il presente e, quindi, il compito delle Istituzioni in una società civile è primariamente quello della realizzazione sapiente ed ordinata di quegli obiettivi organici che risolvano il prima possibile i reali bisogni dei cittadini. Durante le campagne elettorali tali obiettivi sono tradotti in programmi che rivelano larghe convergenze tra gran parte delle forze in campo anche di diversi schieramenti. Chi è stato scelto dal popolo per governare il presente deve attuarli con decisione e coraggio, ben sapendo che nessun atto di governo è esente da rischi, compreso quello dell’impopolarità.
    Insieme, quindi, al di là degli schieramenti, le autorità costituite debbono instancabilmente cercare la strada per rispondere efficacemente a quei bisogni che delineano i tratti dell’inconfondibile identità di Venezia e del Veneto. Anche così si potrà dare al modello di sviluppo il volto del modello di civiltà.

    14. Il sapore dell’eterno nell’oggi
    «Proteggi sempre il tuo popolo, perché libero da ogni pericolo viva nella concordia e nella pace» (Preghiera dopo la Comunione). Così pregheremo alla fine della Santa Messa. La Chiesa di Dio che vive in Venezia desidera offrire a tutti – credenti e non credenti – il suo contributo alla concordia e alla pace. E lo vuol fare compiendo la missione affidatagli dal Suo divin Redentore. Attraverso le parrocchie e le varie aggregazioni di fedeli la Chiesa intende accompagnare i suoi figli, rigenerati dalla grazia sacramentale, in famiglia, sul lavoro e nel riposo per contribuire all’edificazione di un modello di autentica civiltà. Le comunità cristiane vogliono attuare su tutto il territorio una presenza che dia al tempo e allo spazio il sapore dell’eterno, perché mantiene viva ed operante la memoria del Redentore.
    Incontrando i cristiani, chiunque potrà scoprire quanto Dio ci ama, perché, come ci ha ricordato oggi il santo Vangelo «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3, 17). Amen.




    Preghiera per la Città

    Padre, ricco in misericordia,
    in Tuo Figlio incarnato,
    sfigurato e glorioso,
    mostri la dignità dell’ uomo
    e generi il popolo cristiano.
    Manda il Tuo Spirito Consolatore
    su questa amata Città.

    Come i nostri padri,
    noi, Tuoi figli,
    pellegrini sul ponte dell’unità,
    in questo Santo Tempio
    sciogliamo il voto al Redentore.

    Grande è la nostra debolezza,
    si ripetono i nostri peccati.
    Ma Tu, o Padre,
    un’altra volta ascolta
    bisogni e desideri.
    Volgiti a noi e perdona.

    Rafforza la nostra fede,
    accresci la nostra speranza,
    infiamma i nostri cuori
    con la carità del Redentore.

    Dona salute al corpo e all’anima,
    perseveranza nella prova,
    letizia nel cammino della vita.

    Rafforza i nostri affetti,
    proteggi il nostro lavoro,
    rigeneraci nel riposo.

    Custodisci i bimbi,
    entusiasma i giovani,
    conforta gli ammalati.

    Sostieni gli anziani,
    ricompensa i poveri,
    benedici gli immigrati.

    Rinsalda le famiglie,
    anima le comunità,
    proteggi il Tuo popolo,
    illumina i governanti,
    dona pace alle nazioni.

    Sii propizio a chi ci visita da ogni dove,
    serba questa Tua Venezia,
    riflesso della Tua bellezza,
    culla di civiltà.

    In Maria, Vergine e Madre,
    rendici liberi davvero.
    E sia la nostra vita
    lode alla Santa Trinità.

    Per Gesù Cristo Nostro Signore. Amen
    + Angelo Scola
    patriarca

    Festa del Santissimo Redentore
    Venezia, 20 luglio 2003

  8. #138
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    Predefinito Gente Veneta chiede commenti

    chiesa - Continuano le reazioni all'omelia del Patriarca alla festa del Redentore
    Un nuovo modello di civiltà, sì. Ma quale?

    Il patriarca Angelo Scola evidentemente ha "colpito nel segno", se l'omelia del 20 luglio scorso in occasione della ricorrenza del S.S. Redentore ha suscitato tanta attenzione e dibattito, nel mondo politico in primo luogo, e in quello civile. Ne ha dato conto, fra l'altro, anche GVradio, con la diretta del 22 luglio cui ha preso parte proprio il nostro Vescovo. Anche in rete, e sulla stampa nazionale, c'è stato qualche commento (qui sull'Espresso online).
    Un po' meno "vivaci" sono sembrate le reazioni della comunità ecclesiale: qualche lettera ai giornali relegata, appunto, nello spazio delle lettere. Eppure le sollecitazioni sono pesanti, e non possono interrogarci: rifare un modello di sviluppo, una nuova cultura che tenga conto delle sue radici cristiane e non le disperda, la politica spesso ridotta a divisione invece che a cura del presente.
    Estate, si dirà. GV chiude, e dov'è un'altra tribuna aperta? Ma GVonline, naturalmente. Ed ecco la proposta di una discussione sulle provocazioni del nostro Pastore. In questo spazio.

  9. #139
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    Predefinito ...e io l'accontento

    Alcune domande: su che basi il Patriarca ritiene che sia "irrinunciabile"la costruzione di quella società "multietnica e muticulturale" voluta dai nemici della Chiesa? E perché mentre con una ano rivendica na testimonianza "integrale" del Vangelo con l'altra è pronto ad accusare di "integralismo" chi vuole operare non per lla "polis" ma per la "civitas Dei", ossia per la ricostruzione di quella "civiltà cristiana" (gerarchica, tradizionale, corporativa, non ecumenica) che il Vaticano II ha giudicato superata?

    Franco Damiani

  10. #140
    scemo del villaggio
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    Predefinito "Corriere della Sera". articolo di fondo di Gaspare Barbiellini Amidei del 1° agosto

    La Chiesa e lo Stato

    Lo Stato non è la Chiesa. Questo è un fatto. Più difficile è affermare che il matrimonio, così come ce lo affida l’esperienza di tutti i tempi nella nostra civiltà, possa essere pensato uguale a un’unione fra persone dello stesso sesso. Eppure credo che esista uno spazio stretto ma sufficiente, nella totale differenza dei giudizi sui costumi, per un rispetto reciproco delle opposte prese di posizione intorno al tema arduo della sistemazione sociale delle relazioni omosessuali. Voglio dirlo subito e con determinazione: non considero affatto una ingerenza negli affari di uno Stato moderno l’esortazione della Chiesa cattolica ai parlamentari che apertamente si proclamano cattolici perché non favoriscano la definizione di una legge tesa a codificare le unioni fra omosessuali. In tutto il mondo democratico si riconosce non solo a leader religiosi ma anche a filosofi e ideologi, autorevoli pubblicisti e perfino a personaggi dello «star system» il diritto di esortare gli esponenti politici alla coerenza con i valori in cui affermano di riconoscersi. Tutto il movimento pacifista ha chiesto e continua a chiedere a partiti e simpatizzanti scelte geopolitiche in sintonia con il rifiuto della guerra.
    Non c’è un passo in questo pontificato che non sia rigorosamente fedele a una visione del mondo contraria a ogni modifica della morale sessuale. In Occidente c’è una leadership religiosa che condanna da Roma il fondamentalismo islamico e tenta di spezzare la saldatura fra il momento fideistico e il momento politicamente estremista fino al terrorismo. Questa leadership è intransigente sui temi del costume e della interpretazione cristiana della vita, fino al rifiuto dell’aborto e dell’eutanasia e alla difesa dell’embrione, all’ostilità verso le misure anticoncezionali. Questa è la situazione, scomoda per chi vorrebbe applaudire un solo Wojtyla, quello che politicamente condivide.
    Altro è il discorso dal punto di vista dello Stato moderno, anzi degli Stati moderni. Essi sono antipedagogici nell’etica sessuale e impegnati allo stesso tempo nella tutela di ogni minoranza. Dal punto di vista della premura statale in materia di assistenza sociale, di previdenza, di convivenza e di sistemazione economica degli assetti ereditari c’è una minoranza in Italia e in quasi tutto il mondo sulla quale pesa un mancato riconoscimento legale dei suoi percorsi di vita, dall’abitazione in coppia alla costruzione di un mesocosmo fra gente che si ama, alla definizione di un futuro uguale a quello degli altri anche nella vecchiaia e nelle malattie.
    Non c’è straniero nel mondo più straniero di un omosessuale. Per lui è più difficile che per un clandestino vivere come gli altri e fare tutto ciò che la legge potrebbe consentire a lui come consente agli altri. La legalizzazione delle unioni omosessuali può essere dal punto di vista statale una formula per assicurare spazi di uguaglianza a moltitudini (sono molti milioni nel mondo) che per complesse ragioni vivono oggi in modo diseguale. Almeno questa è la convinzione di una parte di coloro che non hanno doveri di coerenza religiosa in materia.
    C’è poi un altro tema, assai più arduo: l’esigenza, non soltanto religiosa ma anche civile, di garantire una posizione centrale alla famiglia che si usa definire naturale. Senza questa famiglia oggi il collante sociale in Italia sarebbe quasi inesistente. L’amore è una cosa misteriosa. Dovrebbe essere la pietra angolare delle famiglie. Talvolta lo è meno nelle famiglie naturali che nelle coppie omosessuali. Sarebbe bene, molto bene, che da questa difficile discussione aperta con il nuovo documento vaticano, venissero comunque alla fine soltanto spunti per capirsi e amarsi di più, non di meno, noi, legalmente riconosciuti e loro, così precari, per ragioni di legge e per ragioni di morale dominante. C’è stato più di un Santo, nella Chiesa, che il suo tempo considerò omosessuale e che fu certamente casto. Non spetta allo Stato però chiedere ai suoi cittadini di essere sempre casti, spetta trattarli tutti da cittadini. Come? Sta al legislatore stabilirlo, e giudicare se e quando definire forme di legalizzazione o almeno di sistemazione sociale delle unioni omosessuali. I cattolici hanno poi tutto il diritto di esprimere le loro rigorose convinzioni in materia, come l’hanno tutti gli altri, sia per favorire una diversa sistemazione della legge, sia per osteggiarla. Il di più in accanimento può solo scavare altri fossati e di conseguenza creare altre emarginazioni.

 

 
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