Ma qui non è questione della "sofferenza" nell'accezione che noi comunemente diamo al termine....ragionando così si va fuori strada.
E' l'osservazione dell'impermanenza di tutte le cose l'obiettivo da mettere sotto la lente...siano esse dolorose che immensamente soddisfacenti.
Se la sofferenza fosse bandita dalla vita dell'uomo...se costui godesse delle beatitudini celesti come gli dei, il problema non si sposterebbe di un solo millimetro. Anche gli dei sono inebetiti dalle beatitudini nel loro paradiso...eppure quel paradiso è impermanente: essi degraderanno, involveranno, ricadranno sulla terra e ogni cosa ricomincerà.
E dunque, la fatuità e la dimensione effimera di ogni cosa è il primo bersaglio d'osservazione, unito in contamporanea alla dukkha che accompagna la vita di ciascuno...e "dukkha" non è sofferenza così come la intendiamo noi: dukkha è l'agitazione e l'inquietudine perenne che costantemente accompagna l'uomo senza dargli requie nè stabilità emotiva, foglia ad ogni vento, ad ogni sete, ad ogni desiderio.
L'interiorizzazione di questi due concetti basta già a far comprendere la precarietà e la inesorabile contingenza della nostra situazione umana che non ha sbocco positivo, bensì solo nuove catene ad ogni passo: di piombo o d'oro...ma sempre catene.




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repapelle: