
Originariamente Scritto da
Florian
Se non conoscessi l'amico HIM penserei che l'aver postato questo articolo sottintendeva più la volontà di allontanare i conservatori dai libertari che non di avvicinarli.
Se infatti il merito del brano in questione è quello di separare la concezione libertaria (o meglio, anarco-capitalista) da quella anarco-collettivista, agli occhi di un conservatore l'autore sembra tuttavia più in linea con la visione antiautoritaria di per sè propria di un Chomsky che con il conservatorismo antistatalista di un Goldwater.
Ora, stabilito che quest'ultimo per il conservatore italiano rappresenta una sorta di Colonna d'Ercole oltre la quali non è possibile andare pena il fuoriuscire dalla sua tradizione - che fa capo a Burke e non a Jefferson o Paine -, vorrei sottolineare un aspetto molto importante per noi conservatori.
Io confesso tutta la mia difficoltà, e l'antipatia congenita, per il pensare astratto, ovvero la speculazione filosofica. Quando i liberali ottocenteschi denunciavano il "non pensare" (filosoficamente) dei conservatori avevano ragione. Oggi al rifiuto del pensiero filosofico si è aggiunto anche quello del pensiero economico, con grande stizza degli amici libertari.
In realtà il conservatore è colui che sente la propria persona o il proprio ceto minacciati da una forza esterna che per istinto è portato a combattere, motivando la sua reazione non con una verità filosofica, ma con "la tradizione". Questo spiega perchè gli "intellettuali" conservatori non siano liberi pensatori, ma uomini di lettere, storici o politici di professione. Portati ad affermare, come Burke, che le cose debbano seguire il loro corso perchè "è sempre stato così e dunque è giusto così". Da qui l'importanza che per i conservatori hanno sempre avuto quelle componenti irrazionali della vita umana come la fede, la lealtà, i pregiudizi, i privilegi, l'onore, il patriottismo, l'eroismo.
Burke era un liberale per modo di dire, che oggi sarebbe considerato dai liberali uno squallido classista, in quanto era portato a difendere (come dopo di lui Calhoun) i privilegi ereditati dall'aristocrazia dalle pretese egualitarie dei radicali. E a chi gli faceva notare che questa difesa era irrazionale lui alzava le spallucce rispondendo che la nobiltà delle antiche leggi britanniche non aveva bisogno di una difesa razionale. E come lui ragionava Hume e hanno ragionato altresì tutti i tories fino al giorno d'oggi.
Il primo intellettuale conservatore che ha sentito il bisogno di rispondere razionalmente alla sfida razionale della sinistra è stato Roger Scruton (che non a caso dalla sinistra proveniva). E il suo libro filosofico "Guida filosofica per le persone intelligenti" non sono mai riuscito a leggerlo, evidentemente perchè non sono "intelligente" abbastanza.
Al contrario dei liberali, dei libertari e dei cattolici il conservatore non fonda il suo pensare su un libro, ma sull'analisi dei fatti e sulla sua sensibilità. Perchè se il conservatore può essere un pragmatico, non sarà mai un arido utilitarista. Ci sono infatti aspetti dell'uomo e della vita per i quali il conservatore è congenitamente portato. Sensibilità, dicevo. Ebbene, una sensibilità che si manifesta innanzitutto verso ciò che è "superiore". Si potrebbe ridurre il tutto dicendo che il conservatore è uno a cui piacciono i "gradi". Considera naturale e giusto che vi siano persone che occupino un gradino più alto di altri. E che a loro siano concessi oneri ma anche onori. Per questo il conservatore tende ad avere una propensione per le strutture gerarchiche, dai signori feudali ai monarchi, ai vescovi, ai militari. Ha il gusto estetico per le uniformi e la propensione alla retorica e alla magniloquenza. Ma soprattutto ha un'autentica riverenza per la figura paterna, per il padre, per la paternità, per il paternalismo. Tutto ciò è profondamente radicato nella storia europea e talvolta risulta estraneo agli stessi conservatori americani, che una vera aristocrazia non l'hanno mai avuta. Tuttavia sarebbe errato oggi sulla base di questo assunto continuare a contrapporre europei e americani, in quanto i primi hanno addirittura superato i secondi nell'avversione al conservatorismo.
Dunque, oggi conservatori e libertari sono sulla stessa linea contro lo Stato, ma c'è una differenza. I libertari combattono lo Stato per principio, i conservatori, che hanno una visione "organica" dell'organizzazione sociale, combattono lo Stato moderno in quanto esso ha sempre accompagnato le istanze livellatrici e favorito le meccanicizzazione della società, al seguito dei liberali, dei democratici o dei nazionalisti. Da qui l'esigenza da parte del conservatore contemporaneo di "lasciar fare" alla naura al suo corso. Di evitare piani e formulazioni astratte. Di combattere il perfettismo. Ieri come oggi lo Stato è l'arma di tutti coloro che intendono piegare i popoli, le tradizioni, le culture alla dea ragione ed alla volontà generale. E dunque per i conservatori lo Stato, questo Stato giacobino partorito dalla Rivoluzione francese, è indubbiamente un nemico. Ma il conservatore, al contrario del libertario, non sarà mai un anarchico (ancorchè capitalista). Non ridurrà mai tutto ad una questione di proprietà (economica). Allo stesso tempo il conservatore non combatterà mai l'autorità di per sè e talvolta difenderà persino l'autoritarismo (orrore di tutti i libertari) quando sentirà il dovere di farlo. E senza chiedersi filosoficamente se sia giusto o meno utilizzare il potere. Quando si sentirà in dovere di agire in un determinato modo, agirà e basta.