
Originariamente Scritto da
jack
Lo stato non è altro che un ordinamento giuridico, quindi un gruppo di soggetti organizzati e regolati da norme. Si contraddistingue dagli altri ordinamenti giuridici perché non ne dipende. Anzi, sottopone al proprio ogni altro potere. Questa è la sovranità, che storicamente è appartenuta al vertice dello stato: il sovrano, e oggi si dice appartenga al popolo. Il potere è quanto è permesso dalla capacità e dalla volontà. Quando questo ambito non è limitato da un altro potere e ne è indipendente allora si può riconoscere la qualità della sovranità. Il complesso dei soggetti che esercita il potere, sovrano o meno, si dice autorità.
Applicando queste definizioni si capisce che nel periodo chiamato Medioevo non esistessero davvero stati sovrani, ma una pluralità di ordinamenti giuridici. Questi coesistevano, in modo spesso violento: l'imperatore, i re, i vassalli, il papa, i comuni, le corporazioni, le leghe mercantili e via dicendo. Il diritto vigente è il diritto comune, o meglio privato, costellato di atti arbitrari dell'autorità. Questo sistema di ordinamenti giuridici è impregnato di violenza e arbitrio. Il fatto che i paleolibertari lo mitizzino è semplice ignoranza. Dalle lotte tra questi ordinamenti esce vincitore lo stato.
E' l'assolutismo, che subordina allo stato, al vertice del quale sta il sovrano, gli altri ordinamenti giuridici. Suo compimento è lo stato di politeia, o di polizia. Dove con questo termine si intendono le funzioni pubbliche, prima lasciate alla sfera privata: lo stato si interessa di sicurezza, di opere pubbliche, di industria, di agricoltura e di religione. Non è un caso che in questo periodo il diritto comune cessi di avere validità se non codificato. Viene perfezionato da Napoleone dopo che l'Austria, la Spagna e la Prussia lo hanno sviluppato. E' lo stato assolutista, dove la volontà di chi detiene la sovranità prevale su quella dei sudditi. La rivoluzione francese non rompe nessun idillio: per rifarmi alla definizione iniziale cambia il gruppo di soggetti a capo dell'organizzazione. Lo stato onnipotente non nasce giacobino.
Dopo Napoleone si cerca di perpetuare questa onnipotenza, senza successo. Si affermano tutele ai diritti dei cittadini. Le costituzioni dividono i poteri fra gli strati sociali. Si sottopone l'amministrazione alla legge e al controllo dei giudici. Trionfa lo stato di diritto caro ai liberali, e non poteva essere diversamente. Le norme sono uno degli elementi costitutivi di tutti gli ordinamenti giuridici, quindi anche dello stato. E hanno una formazione sociale, oltre che positiva. Ogni tentativo politico di ignorare il progresso della società o di reprimerlo è destinato al fallimento, come provano queste vicende.
Si tratta di una lezione valida anche per i liberali: con l'allargamento del diritto di voto, voluto dai liberali stessi nel tentativo di conservare l'ordine (e qui si vedono dei paralleli), viene meno la divisione dei poteri tra le classi sociali. Mentre prima la nobiltà controllava il potere esecutivo e lasciava ai non nobili il controllo del parlamento e della magistratura, si passa ad una semplice distribuzione di funzioni tra organi. Questa divisione non più assoluta ma relativa non ha impedito l'espandersi dello stato nella disciplina dell'economia e della società, nel tentativo di colmare le differenze tra i punti di partenza. I tentativi di difendere l'uguaglianza formale cara ai liberali si sono rivelati perlopiù infruttuosi di fronte alla necessità sempre più avvertita di una parità di diritto e di fatto.
Questo non significa ugualitarismo, ovvero l'uguaglianza di tutti, ma solo che tutti vengano posti sugli stessi punti di partenza, nel rispetto delle differenze tra chi è più o meno capace, o più o meno diligente. L'ugualitarismo, che vuole tutti trattati allo stesso modo indipendentemente dai meriti, per fortuna non corrisponde alle tendenze sociali e le forze politiche che continuano a farlo proprio contro l'evidenza si sono avviate all'autodistruzione.
Per finire volevo notare che la società ipotizzata dai paleolibertari è tutto fuorché anarchica. La parola ἀνα-ἀρχή postula etimologicamente l'assenza di un principio, mentre mi pare che questa teorizzata convivenza dei più disparati ordinamenti giuridici sia condizionata dalla reciproca tolleranza. A parte che alla luce della violenta e arbitraria esperienza medievale si può essere portati a pensare si tratti di pia illusione. La tolleranza però è essa stessa un principio. I paleolibertari teorizzano qualcosa di simile ad un diritto internazionale pacifista per definizione. Questa - se applicata da non si sa quale organizzazione - è una norma giuridica, ovvero un principio che presuppone uno stato per quanto ridotto nei compiti, e non è anarchia. Se lasciata alla buona volontà è invece niente di più di un semplice precetto morale.
Scusate la lunghezza, voleva essere un commento ai molti discorsi interessanti che ho letto nella discussione.