Pagina 2 di 5 PrimaPrima 123 ... UltimaUltima
Risultati da 11 a 20 di 48

Discussione: Scomunica

  1. #11
    שמע ישראל
    Data Registrazione
    11 Jan 2006
    Messaggi
    4,009
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da antonio Visualizza Messaggio
    beh, e' pur vero che certo anticomunismo puo' essere un pretesto e De Gasperi che era un anticomunsta doc lo capi' e lo respinse.
    Tempo fa (non molto) il mio parroco, tutt'altro che sinistrorso, durante un'omelia, riprese in qualche modo il concetto, ricordando come certo anticomunismo , presentato in un certo modo, servi', ad esempio, ad interdire i sacramenti a non pochi operai in vaste aree del Sulcis Iglesiente , ove , specie fra i minatori , era molto diffusa l'adesione non tanto al comunismo come ideologia quanto al pci. Gente semplice e sfruttata.
    Forse doveva accadere cosi', chissa', ma lui non era convinto che questo atteggiamento abbia giovato alla Chiesa, alla sua credibilita' come portatrice del Messaggio Evangelico;
    Era un periodo in cui , fatalmente, si confondevano molto i messaggi politici e religiosi, in modo quasi inestricabile, e si invocavano i Santi e financo il Padreterno (Dio ti vede, Stalin no: il minimo) perche' fosse premiato quello piuttosto che quell'altro;
    Molte persone infatti , andavano a votare, ve lo riporto in sardo, per "su partidu de Jesu Christu" ; Insomma, Nostro Signore leader e sponsor di una parte.
    Che la cosa sia stato un "errore" lo possiamo discutere.
    Che ci siano state anche conseguenze decisamente fuori dalla grazia di Dio, come quella da te riportata, è indubbio. Ma, per cortesia, lasciamola nel contesto in cui è nata.
    Decontestualizzare ogni cosa è un atto moralmente scorretto.
    Serve solo e semplicemente a menare colpi di clava a senso unico, ossia contro la Chiesa.
    Ma con chi si doveva schierare la Chiesa, con le armate di Stalin ?
    Ma fatemi il piacere.....
    Erano tempi cupi per tutti ed il mondo era diviso a metà : o di qua o di là.
    Ed io ringrazio Dio che non stavamo di là.
    Ma non tutti hanno avuto la stessa fortuna....

  2. #12
    שמע ישראל
    Data Registrazione
    11 Jan 2006
    Messaggi
    4,009
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da antonio Visualizza Messaggio
    Secondo il mio parroco, che non ha messo in discussione l'avversione dovuta al comunismo, quegli operai non erano le armate di Stalin.
    Ecco cosa intendeva dire. Assimilarli alle armate di Stalin , introducendo e accentuando contrasti, interdizioni e avversioni nei rapporti personali , usando del potere (legittimo, per carita') proprio del clero, non e' stata una cosa intelligente.
    Se vuoi capire, capisci....

  3. #13
    Registered User
    Data Registrazione
    16 May 2005
    Messaggi
    1,517
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Un piccolo esempio di strage comunista perpetrata in odio alla fede.
    Un piccolo esempio delle tragedie che la SACROSANTA SCOMUNICA fulminata contro la plebaglia rossa ha contribuito ad evitare al nostro Paese.
    La lettera scritta da uno dei martiri, prima della morte, é semplicemente stupenda.

    51 nomi di giovani clarettiani assassinati a Barbastro, in Spagna, durante il tragico evento della guerra civile del 1936, sono una parte degli 273 missionari che in quell’occasione diedero la vita.

    I fatti

    Il 20 luglio del 1936, durante la guerra civile spagnola, circa sessanta uomini della milizia irruppero, armati, nel seminario clarettiano di Barbastro.
    Catturarono e incarcerarono tutta la comunità missionaria e senza giudizio la condannarono a morte per il solo motivo che i suoi membri erano religiosi.
    Fu proposta loro la libertà in cambio della rinuncia alla fede.
    Tutti preferirono rimanere fedeli anche se sapevano che questa scelta sarebbe costata la vita.
    Furono rinchiusi in un locale e per molti giorni sopportarono pazientemente, a volte fino alla gioia, ingiurie, maltrattamenti, privazioni, il caldo e la sete, tentazioni e proposte.
    Furono un corpo solo e questo li sorresse.

    Insieme vissero come dono l’offerta del martirio
    Insieme si prepararono alla morte pregando incessantemente; ricevettero con fervore la comunione e la riconciliazione. Trascorsero i giorni incoraggiandosi mutuamente nella fiducia verso Dio. Perdonarono, come Gesù, i carnefici e pregarono per loro. Baciarono le corde inzuppate del sangue di coloro che li avevano preceduti nel martirio.
    Andarono alla morte cantando.
    I 51 Clarettiani furono uccisi in cinque gruppi nei giorni 2, 12, 13, 15, 18 del mese di agosto.


    LA TESTIMONIANZA

    Poche ore prima dell’esecuzione Faustino Perez, uno dei 51 martiri, scrive una testimonianza preziosa che è giunta fino a noi e che raccoglie il clima di quel martirio:

    Amata Congregazione: l’altro ieri, giorno 11, sono morti con la generosità con la quale muoiono i martiri sei dei nostri fratelli; oggi, giorno 13, hanno ottenuto la palma della vittoria 20 fratelli e domani, 14, attendiamo di meritare i restanti 21. Gloria a Dio! E con quale nobiltà ed eroicità si stanno comportando i tuoi figli, amata Congregazione! Trascorriamo il giorno incoraggiandoci per il martirio e pregando per i nostri nemici e per il nostro amato Istituto; quando giunge il momento di scegliere le vittime vi è in tutti una santa serenità e l’ansia di sentire il proprio nome, farsi avanti e mettersi nelle file degli eletti. Attendiamo questo momento con generosa impazienza, e quando è giunto abbiamo visto alcuni baciare le corde con cui erano legati, altri rivolgere parole di perdono alla folla armata.

    Mentre vanno sul camion verso il cimitero, li udiamo gridare "Viva Cristo Re!" Risponde la plebaglia rabbiosa "Muoia! A morte!" Ma nulla li intimidisce. Sono tuoi figli, amata Congregazione, questi che in mezzo a pistole e fucili osano gridare sereni mentre vanno al cimitero "Viva Cristo Re". Domani andremo i rimanenti e abbiamo preso l’impegno, anche se esplodessero gli spari, di acclamare al Cuore della nostra Madre, a Cristo Re, alla Chiesa Cattolica e a te, madre comune di tutti noi.

    I miei compagni mi chiedono che sia io ad iniziare gli evviva! ed essi risponderanno. Io griderò con tutta la forza dei miei polmoni e nelle nostre grida entusiaste tu, amata Congregazione, cerca di intuire l’amore che abbiamo per te, poichè portiamo il tuo ricordo fino a queste regioni di dolore e di morte.

    Moriamo tutti contenti senza che nessuno provi scoraggiamento e pentimento; moriamo pregando tutti Dio perchè il sangue che uscirà dalle nostre ferite non sia un sangue vendicatore, ma un sangue che entrando rosso e vivo nelle tue vene, provochi il tuo sviluppo e la tua espansione in tutto il mondo.
    Addio, amata Congregazione! I tuoi figli, Martiri di Barbastro, ti salutano dal carcere e ti offrono le loro sofferenze e angosce come olocausto espiatorio per le nostre deficienze e come testimonianza del nostro amore fedele, generoso e perpetuo. I Martiri di domani 14 agosto, ricordano che muoiono alla vigilia dell’Assunzione; che regalo è questo! Moriamo perché portiamo la sottana e moriremo proprio lo stesso giorno che l’abbiamo vestita. I Martiri di Barbastro e, a nome di tutti, il più indegno di tutti,
    Faustino Pérez.



    BEATI MARTIRI CLARETTIANI
    FIGLI DEL CUORE IMMACOLATO DI MARIA

    P. MUNARRIZ FELIPE, 61 anni, sacerdote
    AMOROS JOSE’, 23 anni, studente seminarista
    BADIA JOSE’, 23 anni, studente seminarista
    BAIXERAS JUAN, 22 anni, studente seminarista
    BANDRES JAVIER, 23 anni, studente seminarista
    BLASCO JOSE’, 24 anni, studente seminarista
    BRENGARET JOSE’, 23 anni, studente seminarista
    BRIEGA RAFAEL, 23 anni, studente seminarista
    BUIL MANUEL, 21 anni, fratello coadiutore
    CALVO ANTOLIN, 23 anni, studente seminarista
    P. CALVO SEBASTIAN, 33 anni, sacerdote
    CAPDEVILA TOMAS, 22 anni, studente seminarista
    CASADEVALL ESTEBAN, 23 anni, studente seminarista
    CASTAN FRANCISCO, 25 anni, fratello coadiutore
    CLARIS WENCESLAO, 29 anni, diacono
    CODINA EUSEBIO, 21 anni, studente seminarista
    CODINACHS JUAN, 22 anni, studente seminarista
    P. CUNILL PEDRO, 33 anni, sacerdote
    CHIRIVAS GREGORIO, 56 anni, fratello coadiutore
    DALMAU ANTONIO, 23 anni, studente seminarista
    P. DIAZ JUAN, 56 anni, sacerdote
    ECHARRI JUAN, 23 anni, studente seminarista
    ESCALE LUIS, 23 anni, studente seminarista
    FALGARONA JAIME, 24 anni, studente seminarista
    FIGUERO JOSE’, 25 anni, studente seminarista
    GARCIA PEDRO, 25 anni, studente seminarista
    ILLA RAMON, 22 anni, studente seminarista
    LLADO LUIS, 24 anni, studente seminarista
    LLORENTE HILARIO, 25 anni, studente seminarista
    MARTINEZ MANUEL, 23 anni, fratello coadlutore
    P. MASFERRER LUIS, 24 anni, sacerdote
    MASIP MIGUEL, 23 anni, studente seminarista
    MIQUEL ALFONSO, 22 anni, fratello coadiutore
    NOVICH RAMON, 23 anni, studente seminarista
    ORMO JOSE’, 22 anni, studente seminarista
    ORTEGA SECUNDINO, 24 anni, sacerdote
    PAVON JOSE’, 27 anni, sacerdote
    PEREZ FAUSTINO, 25 anni, studente seminarista
    PEREZ LEONCIO, 60 anni, sacerdote
    PIGEM SALVADOR, 23 anni, studente seminarista
    RIERA SEBASTIAN, 22 anni, studente seminarista
    RIPOLL EDUARDO, 24 anni, studente seminarista
    ROS JOSE’, 21 anni, studente seminarista
    ROURA FRANCISCO, 23 anni, studente seminarista
    RUIZ TEODORO, 23 anni, studente seminarista
    SANCHEZ JUAN, 23 anni, studente seminarista
    SIERM NICASIO, 45 anni, sacerdote
    SORRIBES ALFONSO, 23 anni, studente seminarista
    TORRAS MANUEL, 21 anni, studente seminarista
    VIDAURRETA ATANASIO, 25 anni, studente seminarista
    VIELA JESUS, 22 anni, studente seminarista

  4. #14
    Iscritto
    Data Registrazione
    07 Jan 2006
    Messaggi
    334
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Come fate a definire agghiacciante la scomunica al comunismo. Cristianesimo e comunismo sono per loro stessa natura incompatibili, pertanto risulta naturale ritenere coloro che abbracciano il comunismo, de facto fuori dalla Chiesa. Direi che è una conseguenza matematica. Soprattutto se analizziamo e soprattutto ci facciamo entrare in testa gli eccidi di massa perpetrati contro i cristiani da parte dei comunisti, in tutti gli stati che li ha visti al potere. Neanche ai tempi di Roma vi fu persecuzione così grande. Francamente non vedo dov'è lo scandalo.

  5. #15
    שמע ישראל
    Data Registrazione
    11 Jan 2006
    Messaggi
    4,009
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    E' vero, forse fu stupida in alcune applicazioni pratiche.
    Come quella sui minatori del Sulcis.
    Le cose agghiaccianti furono altre. Cosa fu più agghiacciante, Samael, questo o la scomunica ?



    I VINTI DELLA LIBERAZIONE Parroci di campagna nel mirino dei partigiani Beppe Gualazzini Per i comunisti i parroci erano tra gli oppositori più efficaci, quindi molto pericolosi. Avevano confessionali in cui sapere anche la verità sulla violenza rossa che, fuori, nessuno osava dire. Avevano pulpiti da cui parlare e condannare, gente ad ascoltare. Erano organizzati con oratori, consigli comunali, formavano diocesi. Quattro volte più numerosi di oggi, erano disseminati ovunque. Più dei carabinieri, più dei farmacisti. Persino più delle case del popolo. E se la loro parrocchia disponeva di benefici terrieri, ebbene, erano da odiare due volte, una perché preti, l'altra come padroni, e rientravano perciò doppiamente in quell'assunto che, dalla fine della guerra, girò per anni tra le squadre d'azione comunista, in cellula e nelle case del popolo: «Se dopo la liberazione ogni compagno uccidesse il proprio parroco e ogni contadino il padrone, il problema sarebbe già risolto». E non è vero che ad ogni don Camillo rispondesse un Peppone. I primi furono tanti, dei secondi in questo amaro viaggio di triangolo della morte non trovo traccia. Non c'è parroco che non abbiano intimidito, isolato. Tantissimi furono scherniti, derubati, rapinati. Ora io vi racconterò di quelli che, dopo aver già tanto sofferto in tempo di guerra da tedeschi, fascisti e partigiani rossi, sono martirizzati in tempo di pace dalla violenza comunista. Nell'allora folto branco di parroci può magari scapparci, che so, lo scapestrato, il disattento, l'arricchito. Non però tra le decine uccisi. Ogni assassinato è perbene. E tra i più attivi, equilibrati, generosi, attenti alla propria gente. E' seguito, amato, perciò un maledetto nemico del popolo, dunque va soppresso, distrutto e che ogni assassinato sia esempio per gli altri, che tengano la bocca chiusa. E c'è un motivo, più d'ogni altro: essi hanno in sé e con sé Dio. Il 25 aprile è la Liberazione, la fine della guerra, e da adesso i parroci dell'Emilia Romagna, ma anche delle regioni vicine, ogni sera, nell'ultimo segno della croce, non sanno se rivedranno l'alba o se capiteranno in casa gli assassini, come accade la sera del 16 gennaio '46 a don Francesco Venturelli, arciprete di Fossoli, nel Modenese vicino Carpi. E' stato cappellano nel campo di concentramento della sua parrocchia, è un tipo che non chiede che tessera politica hai, che assiste tutti quanti, inglesi, fascisti, partigiani, collaborazionisti. E' uno che dopo la Liberazione detesta la brutalità e gli eccidi che si ripetono nel Carpigiano contro fascisti e presunti fascisti. E dunque è sera, uno sconosciuto lo chiama fuori di canonica chiedendo di accorrere per un incidente mortale sulla provinciale. Don Francesco corre e si trova invece davanti a un plotone di rossi che lo falcia col mitra. Invece don Gianni Domenico, trentenne, celebra messa ai giovani soldati repubblichini. Il 24 aprile '45 all'arrivo degli alleati corre tra la sua gente a San Vitale di Reno: in chiesa lo stanno aspettando i partigiani comunisti, lo gettano in un porcile, lo denudano, lo violentano. Ci sono anche donne tra loro, e una in particolare, è la più ardente nel seviziarlo. Il lungo martirio si conclude a colpi di mitra e ai parrocchiani si impedisce per giorni di seppellire il martirizzato. Don Giuseppe Tarozzi è parroco a Riolo di Castelfranco, diocesi di Bologna, severissimo nell'amministrare un'opera pia fa il diavolo a quattro per tener lontano da essa la politica e ladri. Notte del 25 maggio '45: i commandos comunisti fracassano a colpi di scure la porta della canonica, lo strappano dal letto, lo pestano, poi lo trascinano via in camicia da notte. La gente vede un'ombra bianca sospinta fuori a calci, il suo cadavere non sarà mai più ritrovato. Ancora diocesi di Bologna: don Giuseppe Rasori, sessantenne a San Martino Casola ha solo due parrocchiani non iscritti al Pci. Sberleffi, minacce, assalti alla chiesa. Vive nella paura ma resta. Nel pomeriggio del 2 luglio '46 in canonica, dove in guerra ha nascosto tanti partigiani, lo ammazzano con un colpo di pistola al collo. Il suo successore poco tempo dopo in chiesa parlando della passione di Gesù accenna allo straccio rosso con cui fu coperto per derisione. Deve fare ripetute e pubbliche scuse, i comunisti l'hanno presa come ingiuria alla loro bandiera. Don Alfonso Reggiani, parroco di Anzola di Piano, Bologna, il 5 dicembre '45 sta pedalando di ritorno da una visita ai suoi ammalati, lo fermano in due, l'ammazzano a raffiche di mitra, se ne vanno sulle biciclette. Una cigola e gli assassini dicono: «L'ungeremo a casa, adesso che abbiamo ammazzato il maiale». Al funerale di don Alfonso, reo di battute umoristiche sui comunisti, ci sono solo cinque bambini e qualche donna. Un prete semplice, conciliante, don Enrico Donati, ma è parroco a Lorenzatico, Bologna, della famiglia del sindacalista bianco Giuseppe Fanin, che sarà massacrato, nel '48 a colpi di spranga dai comunisti. Il 13 maggio '45 quattro compagni con la scusa di portare don Donati al comando partigiano per formalità, lo feriscono a colpi di mitra, gli legano le mani, lo infilano in un sacco e lo gettano con due sassi per zavorra in un macero colmo d'acqua. La sera del 25 luglio '45 un altro comando chiama don Achille Filippi, parroco di Maiola, sull'uscio della chiesa e l'uccide: cancellando anni ed anni di lavoro e bontà per la gente, le colonie per i bambini, la povertà degli anziani. Ma il gran farabutto in chiesa biasimava le violenze e i soprusi dei comunisti; a morte. Già un altro era stato condannato a morte un mese prima della Liberazione a Santa Maria in Duno per aver rinfacciato ai partigiani rossi efferatezza durante la guerriglia: il primo marzo '45 si presentano due armati travestiti da tedeschi, irrompono in canonica con due donne anch'esse armate, dicono di essere di un comitato, legano Don Corrado Bortolini, rubacchiano e poi lo portano via in motocicletta. Mai più trovato, anche se tutti sanno che è stato torturato, strangolato, gettato in una fossa. Al suo successore c'è chi ammonisce di non interessarsene: «Tanto don Corrado dorme in un campo di fiori». Ora io continuerò l'elenco dei preti ammazzati finché ci sarà spazio. E quando vedrete i... vuol dire che lo spazio purtroppo è finito e il mio collega nell'impaginazione ha voluto tagliare il pezzo. Ma l'elenco no, tanti preti martiri in Emilia, tanti in Romagna e in altre regioni. Don Tino Galletti, nella chiesa di Spazzate Sassatelli, a Imola, è un altro che non parla bene dei comunisti in una parrocchia rossa, non più di sei persone alla messa domenicale. Il 9 maggio '45 è ucciso a colpi di pistola e per non mandarlo via da solo ammazzano anche tre dei suoi sei fedeli. Non un cane ai funerali. Implora pietà invece don Luigi Lenzini, parroco di Crocetta di Pavullo, nel Modenese, la notte in cui un gruppo di comunisti, gente del paese, lo trascina in camicia da notte dalla canonica alla vigna e qui lo seviziano da stramaledetti e poi gli spaccano la testa: ha condannato il metodo di «far fuori la gente» dei comunisti. Freddati a pistolettate il parroco di Mocogno e di Montalto, cioè il canonico Giovanni Guizzardi e don Giuseppe Preci, nel Modenese. Morte lenta per l'anziano don Ernesto Talè, parroco di Castellino delle Formiche, modenese, e per la donna che stava accompagnandolo da un ammalato, «quella carogna non voleva morire ... », dirà al bar uno dei torturatori del prete. Nel Reggiano non ammettono gli eccessi disumani di chi, partigiano comunista, scredita il movimento di Resistenza e sono freddati col mitra don Giuseppe Lemmi, cappellano di Felina e don Luigi Manfredi, parroco di Budrio. E' il 14 settembre '45, l'assassino che spacca il cranio a don Tebaldo Dapporto, parroco di Casalfiumanese di Imola, corre alla Camera del Lavoro a vantarsi d'aver fatto fuori il suo prete-padrone. Don Carlo Terenziani, prevosto di Ventosa, la mattina del 29 aprile '45 è preso dai partigiani rossi che lo fanno girare per le strade come un Cristo schernito, sputato, ingozzato di vino all'osteria, battuto e infine fucilato a sera. Don Giuseppe Pessina, parroco di San Martino di Correggio, piange diciannove parrocchiani assassinati dai comunisti e sa troppe cose: ucciso a colpi di mitra mentre la sera del 18 giugno '46 rintocca l'Ave Maria...

    IL GIORNALE Quotidiano del 14 novembre 1996

  6. #16
    Registered User
    Data Registrazione
    16 May 2005
    Messaggi
    1,517
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da antonio Visualizza Messaggio
    ... tu pensi che i minatori del sulcis fossero omicidi?
    I minatori del Sulcis che votavano per il P. C. I. sostenevano un sistema omicida nemico dell'Uomo e della Fede.

    Fortunatamente il loro voto fu compensato dal voto dei contadini del mio Logudoro che premiarono per decenni la D. C. con percentuali impressionanti (... dal 70% in su ...).

  7. #17
    Forumista
    Data Registrazione
    21 Aug 2007
    Messaggi
    225
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Rollingstone Visualizza Messaggio
    E' vero, forse fu stupida in alcune applicazioni pratiche.
    Come quella sui minatori del Sulcis.
    Le cose agghiaccianti furono altre. Cosa fu più agghiacciante, Samael, questo o la scomunica ?



    I VINTI DELLA LIBERAZIONE Parroci di campagna nel mirino dei partigiani Beppe Gualazzini Per i comunisti i parroci erano tra gli oppositori più efficaci, quindi molto pericolosi. Avevano confessionali in cui sapere anche la verità sulla violenza rossa che, fuori, nessuno osava dire. Avevano pulpiti da cui parlare e condannare, gente ad ascoltare. Erano organizzati con oratori, consigli comunali, formavano diocesi. Quattro volte più numerosi di oggi, erano disseminati ovunque. Più dei carabinieri, più dei farmacisti. Persino più delle case del popolo. E se la loro parrocchia disponeva di benefici terrieri, ebbene, erano da odiare due volte, una perché preti, l'altra come padroni, e rientravano perciò doppiamente in quell'assunto che, dalla fine della guerra, girò per anni tra le squadre d'azione comunista, in cellula e nelle case del popolo: «Se dopo la liberazione ogni compagno uccidesse il proprio parroco e ogni contadino il padrone, il problema sarebbe già risolto». E non è vero che ad ogni don Camillo rispondesse un Peppone. I primi furono tanti, dei secondi in questo amaro viaggio di triangolo della morte non trovo traccia. Non c'è parroco che non abbiano intimidito, isolato. Tantissimi furono scherniti, derubati, rapinati. Ora io vi racconterò di quelli che, dopo aver già tanto sofferto in tempo di guerra da tedeschi, fascisti e partigiani rossi, sono martirizzati in tempo di pace dalla violenza comunista. Nell'allora folto branco di parroci può magari scapparci, che so, lo scapestrato, il disattento, l'arricchito. Non però tra le decine uccisi. Ogni assassinato è perbene. E tra i più attivi, equilibrati, generosi, attenti alla propria gente. E' seguito, amato, perciò un maledetto nemico del popolo, dunque va soppresso, distrutto e che ogni assassinato sia esempio per gli altri, che tengano la bocca chiusa. E c'è un motivo, più d'ogni altro: essi hanno in sé e con sé Dio. Il 25 aprile è la Liberazione, la fine della guerra, e da adesso i parroci dell'Emilia Romagna, ma anche delle regioni vicine, ogni sera, nell'ultimo segno della croce, non sanno se rivedranno l'alba o se capiteranno in casa gli assassini, come accade la sera del 16 gennaio '46 a don Francesco Venturelli, arciprete di Fossoli, nel Modenese vicino Carpi. E' stato cappellano nel campo di concentramento della sua parrocchia, è un tipo che non chiede che tessera politica hai, che assiste tutti quanti, inglesi, fascisti, partigiani, collaborazionisti. E' uno che dopo la Liberazione detesta la brutalità e gli eccidi che si ripetono nel Carpigiano contro fascisti e presunti fascisti. E dunque è sera, uno sconosciuto lo chiama fuori di canonica chiedendo di accorrere per un incidente mortale sulla provinciale. Don Francesco corre e si trova invece davanti a un plotone di rossi che lo falcia col mitra. Invece don Gianni Domenico, trentenne, celebra messa ai giovani soldati repubblichini. Il 24 aprile '45 all'arrivo degli alleati corre tra la sua gente a San Vitale di Reno: in chiesa lo stanno aspettando i partigiani comunisti, lo gettano in un porcile, lo denudano, lo violentano. Ci sono anche donne tra loro, e una in particolare, è la più ardente nel seviziarlo. Il lungo martirio si conclude a colpi di mitra e ai parrocchiani si impedisce per giorni di seppellire il martirizzato. Don Giuseppe Tarozzi è parroco a Riolo di Castelfranco, diocesi di Bologna, severissimo nell'amministrare un'opera pia fa il diavolo a quattro per tener lontano da essa la politica e ladri. Notte del 25 maggio '45: i commandos comunisti fracassano a colpi di scure la porta della canonica, lo strappano dal letto, lo pestano, poi lo trascinano via in camicia da notte. La gente vede un'ombra bianca sospinta fuori a calci, il suo cadavere non sarà mai più ritrovato. Ancora diocesi di Bologna: don Giuseppe Rasori, sessantenne a San Martino Casola ha solo due parrocchiani non iscritti al Pci. Sberleffi, minacce, assalti alla chiesa. Vive nella paura ma resta. Nel pomeriggio del 2 luglio '46 in canonica, dove in guerra ha nascosto tanti partigiani, lo ammazzano con un colpo di pistola al collo. Il suo successore poco tempo dopo in chiesa parlando della passione di Gesù accenna allo straccio rosso con cui fu coperto per derisione. Deve fare ripetute e pubbliche scuse, i comunisti l'hanno presa come ingiuria alla loro bandiera. Don Alfonso Reggiani, parroco di Anzola di Piano, Bologna, il 5 dicembre '45 sta pedalando di ritorno da una visita ai suoi ammalati, lo fermano in due, l'ammazzano a raffiche di mitra, se ne vanno sulle biciclette. Una cigola e gli assassini dicono: «L'ungeremo a casa, adesso che abbiamo ammazzato il maiale». Al funerale di don Alfonso, reo di battute umoristiche sui comunisti, ci sono solo cinque bambini e qualche donna. Un prete semplice, conciliante, don Enrico Donati, ma è parroco a Lorenzatico, Bologna, della famiglia del sindacalista bianco Giuseppe Fanin, che sarà massacrato, nel '48 a colpi di spranga dai comunisti. Il 13 maggio '45 quattro compagni con la scusa di portare don Donati al comando partigiano per formalità, lo feriscono a colpi di mitra, gli legano le mani, lo infilano in un sacco e lo gettano con due sassi per zavorra in un macero colmo d'acqua. La sera del 25 luglio '45 un altro comando chiama don Achille Filippi, parroco di Maiola, sull'uscio della chiesa e l'uccide: cancellando anni ed anni di lavoro e bontà per la gente, le colonie per i bambini, la povertà degli anziani. Ma il gran farabutto in chiesa biasimava le violenze e i soprusi dei comunisti; a morte. Già un altro era stato condannato a morte un mese prima della Liberazione a Santa Maria in Duno per aver rinfacciato ai partigiani rossi efferatezza durante la guerriglia: il primo marzo '45 si presentano due armati travestiti da tedeschi, irrompono in canonica con due donne anch'esse armate, dicono di essere di un comitato, legano Don Corrado Bortolini, rubacchiano e poi lo portano via in motocicletta. Mai più trovato, anche se tutti sanno che è stato torturato, strangolato, gettato in una fossa. Al suo successore c'è chi ammonisce di non interessarsene: «Tanto don Corrado dorme in un campo di fiori». Ora io continuerò l'elenco dei preti ammazzati finché ci sarà spazio. E quando vedrete i... vuol dire che lo spazio purtroppo è finito e il mio collega nell'impaginazione ha voluto tagliare il pezzo. Ma l'elenco no, tanti preti martiri in Emilia, tanti in Romagna e in altre regioni. Don Tino Galletti, nella chiesa di Spazzate Sassatelli, a Imola, è un altro che non parla bene dei comunisti in una parrocchia rossa, non più di sei persone alla messa domenicale. Il 9 maggio '45 è ucciso a colpi di pistola e per non mandarlo via da solo ammazzano anche tre dei suoi sei fedeli. Non un cane ai funerali. Implora pietà invece don Luigi Lenzini, parroco di Crocetta di Pavullo, nel Modenese, la notte in cui un gruppo di comunisti, gente del paese, lo trascina in camicia da notte dalla canonica alla vigna e qui lo seviziano da stramaledetti e poi gli spaccano la testa: ha condannato il metodo di «far fuori la gente» dei comunisti. Freddati a pistolettate il parroco di Mocogno e di Montalto, cioè il canonico Giovanni Guizzardi e don Giuseppe Preci, nel Modenese. Morte lenta per l'anziano don Ernesto Talè, parroco di Castellino delle Formiche, modenese, e per la donna che stava accompagnandolo da un ammalato, «quella carogna non voleva morire ... », dirà al bar uno dei torturatori del prete. Nel Reggiano non ammettono gli eccessi disumani di chi, partigiano comunista, scredita il movimento di Resistenza e sono freddati col mitra don Giuseppe Lemmi, cappellano di Felina e don Luigi Manfredi, parroco di Budrio. E' il 14 settembre '45, l'assassino che spacca il cranio a don Tebaldo Dapporto, parroco di Casalfiumanese di Imola, corre alla Camera del Lavoro a vantarsi d'aver fatto fuori il suo prete-padrone. Don Carlo Terenziani, prevosto di Ventosa, la mattina del 29 aprile '45 è preso dai partigiani rossi che lo fanno girare per le strade come un Cristo schernito, sputato, ingozzato di vino all'osteria, battuto e infine fucilato a sera. Don Giuseppe Pessina, parroco di San Martino di Correggio, piange diciannove parrocchiani assassinati dai comunisti e sa troppe cose: ucciso a colpi di mitra mentre la sera del 18 giugno '46 rintocca l'Ave Maria...

    IL GIORNALE Quotidiano del 14 novembre 1996
    Il Giornale----- accidenti, questa sì che è una fonte autorevolissima... direi quasi biblica....

    Bye

  8. #18
    Registered User
    Data Registrazione
    16 May 2005
    Messaggi
    1,517
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    UN'ALTRA VITTIMA DEI COMUNISTI ITALIANI ... QUELLI BUONI, QUELLI BRAVI, QUELLI DEMOCRATICI, QUELLI FERMATI DALLA SACROSANTA SCOMUNICA.

    ROLANDO RIVI SEMINARISTA DI 14 ANNI UCCISO IN ODIO ALLA FEDE DA PARTIGIANI COMUNISTI.

    Rolando Rivi nacque il 7 gennaio 1931 nella casa detta del Poggiolo a San Valentino, un piccolo borgo vicino a Castellarano in provincia di Reggio Emilia, da Roberto e Albertina Canovi.
    Quel giorno era a Reggio Emilia - e lo è oggi in tutta Italia - la festa del tricolore, vessillo che venne adottato per la prima volta nel 1797 proprio nel capoluogo emiliano quale stendardo della Repubblica Cispadana.
    Quel bambino avrebbe onorato la sua terra e la patria che adottò quella bandiera, ma il vessillo sotto il quale avrebbe militato non sarebbe stato il massonico tricolore, ma quello di Cristo, Re e Sacerdote.
    Il giorno dopo la nascita i genitori lo battezzarono con il nome di Rolando.
    Prima di uscire dalla chiesa, lo portarono all’altare della Madonna e gli diedero anche il nome di Lei, sicchè il piccolo si chiamò Rolando Maria Rivi.

    Il padre e la madre erano originari di Levizzano, località del comune di Baiso e si erano trasferiti all’inizio del ‘900 a San Valentino.
    La famiglia del ramo materno era nota nella zona per l’onestà, la laboriosità e soprattutto per la forte fede cattolica ed era soprannominata «i Pater», in riferimento al «Pater noster», che essi recitavano spesso con la corona del rosario tra le mani.
    Il padre di Rolando, Roberto, militante dell’allora gloriosa Azione Cattolica, era anch’egli molto religioso, assiduo alla santa Messa, che frequentava con devozione particolare secondo l’invito del santo Pontefice Pio X.
    Rolando era un bambino sano ed esuberante.
    Proprio questa sua vivacità metteva talvolta in ansia i genitori e la nonna, che meglio di altri ne aveva intuito il temperamento, ed era solita dire: «Rolando, o diventerà un mascalzone o un santo! Non può percorrere una via di mezzo...».
    Nel gennaio 1934 morì il parroco di san Valentino don Iemmi e nel maggio dello stesso anno giunse come nuovo parroco, don Olinto Marzocchini, che aveva allora 46 anni.
    Sacerdote zelante nel suo ministero, divenne per il piccolo Rolando un fondamentale punto di riferimento.
    Quando assisteva alla Messa, il piccolo non perdeva un gesto del sacerdote e seppure molto piccolo cominciò a fare il chierichetto.
    Don Olinto era un prete vero: passava lunghe ore in preghiera davanti al Santissimo, curava meticolosamente il catechismo dei fanciulli, istruiva i chierichetti per il servizio all’altare e aveva messo su un coro per dare solennità alla liturgia.
    Fu anche attraverso di lui che Rolando imparò ad amare Gesù e a scoprire che abitava, vivo, nel tabernacolo.
    Nell'ottobre 1937 Rolando iniziò le scuole elementari.
    La sua maestra, Clotilde Selmi, donna molto devota anch’essa, parlava spesso di Gesù ai bambini e sempre li invitava all’adorazione eucaristica.
    In parrocchia la catechista di Rolando era Antonietta Maffei, delegata dei fanciulli di Azione Cattolica che preparava con scrupolo le «adunanze settimanali» (come si chiamavano allora).
    Anche grazie a loro Rolando fu ammesso a ricevere l’Eucaristia subito, a giugno, perché era tra i fanciulli che si erano preparati meglio e più in fretta.
    Ne provò una grande gioia e il 16 giugno 1938, festa del Corpus Domini, ricevette per la prima volta Gesù.
    Le testimonianze concordano sul fatto che dopo la prima Comunione Rolando era cambiato.
    Pur rimanendo un ragazzo vivace, i familiari notarono in lui una maturazione profonda, che si accentuò dopo aver ricevuto la Cresima, il 24 giugno 1940.
    Era solito accostarsi tutte le settimane alla Confessione e alzarsi prestissimo la mattina per servire la Messa e ricevere la Comunione, invitando anche i compagni a fare altrettanto: «vieni - diceva loro - Gesù ci aspetta. Gesù lo vuole!».
    Riferiva che il sacerdote sull’altare, quando consacrava il pane e il vino, gli appariva grande da toccare il cielo.
    Fu così che la chiamata al sacerdozio si fece via via più intensa, accompagnandolo per tutto il ciclo delle scuole elementari, fino a quando a 11 anni lo disse in casa: «Voglio farmi prete, per salvare tante persone. Poi partirò missionario per far conoscere Gesù lontano, lontano».
    Entrò nel Seminario di Marola nell'autunno del 1942 e come si usava a quei tempi vestì subito l’abito talare.
    Ne era fiero e fu anche questo amore per l’abito talare a segnare la sua fine...
    Nel periodo trascorso in seminario il ragazzo si distinse per diligenza, mantenendo sempre ferma la decisione di diventare sacerdote.
    Quando tornava a casa, aiutava i genitori nei lavori in campagna e in chiesa suonava l’armonium, accompagnando il coro parrocchiale nel quale cantava anche suo padre.
    Intanto la guerra si faceva via via più aspra, anche perché proprio in quelle zone massiccia era la presenza di formazioni partigiane, formatesi dopo la caduta del fascismo e la tragica esperienza dell’8 settembre del 1943, che aveva portato all’occupazione da parte tedesca della penisola.
    A parte gruppi minoritari di cattolici democratici, le fila partigiane erano composte da comunisti, socialisti, azionisti, tutti accomunati da una forte ideologia anticattolica.
    La frangia più estrema, quella comunista, non si limitava a combattere i tedeschi.
    Vedeva nel clero un pericoloso argine al proprio progetto rivoluzionario.
    L’anticlericalismo diventò violento e si fece via via più minaccioso.
    Quando nel 1944 i tedeschi occupano il seminario di Marola, tutti i ragazzi dovettero rientrare alle loro case, portando con sé i libri per poter continuare a studiare.
    Rolando continuò a sentirsi seminarista: oltre a studiare, frequentava quotidianamente la Messa e la Comunione, recitava il rosario, pregava, faceva visita al Santissimo Sacramento.
    Nonostante fosse stato consigliato diversamente, non smise mai di portare il suo abito religioso: i genitori, infatti, gli dicevano: «Togliti la veste nera. Non portarla per ora ...».
    Ma Rolando rispondeva: «Ma perché? Che male faccio a portarla? Non ho motivo di togliermela». Gli fecero notare che forse era conveniente farlo in quei momenti, così insicuri.
    Replicò Rolando: «Io studio da prete e la veste è il segno che io sono di Gesù».
    Un atto d’amore che pagherà con la vita.
    A San Valentino dapprima fu preso di mira il parroco don Marzocchini.
    Una mattina si venne a sapere che durante la notte precedente, alcuni partigiani l’avevano aggredito e umiliato.
    Poiché già altri sacerdoti (don Luigi Donadelli, don Luigi Ilariucci, don Aldemiro Corsi e don Luigi Manfredi) erano stati uccisi dai partigiani comunisti, don Marzocchini fu spostato in un luogo più sicuro e venne sostituito in parrocchia da un giovane prete, don Alberto Camellini.
    Il 1 aprile, tuttavia, don Marzocchini volle ritornare in parrocchia a San Valentino, ma al suo fianco rimase il giovane curato don Camellini, verso il quale Rolando aveva dimostrato subito grande simpatia.
    Il 10 aprile, martedì dopo la domenica in Albis, al mattino presto, il ragazzo era già in chiesa: si celebrava la Messa cantata in onore di san Vincenzo Ferreri e Rolando vi partecipò, suonando l’organo.
    Terminato il rito, prima di uscire, prese accordi con i cantori, per «cantare Messa» anche il giorno seguente.
    Uscito di chiesa, mentre i suoi genitori si recarono a lavorare nei campi, Rolando, con i libri sottobraccio, si diresse come al solito a studiare nel boschetto a pochi passi da casa.
    Indossava, come sempre, la sua talare nera.
    A mezzogiorno i suoi genitori l’attesero invano per pranzo.
    Preoccupati l’andarono a cercare.
    Tra i libri sull’erba trovarono un biglietto: «Non cercatelo. Viene un momento con noi. I partigiani».
    Il papà e il curato don Camellini, in forte ansia, cominciarono allora a girare nei dintorni alla ricerca del ragazzo.
    Frattanto Rolando, trascinato via dai partigiani in un loro covo nella boscaglia, iniziava la sua «via crucis».
    Venne spogliato della veste talare che li irritava, insultato, percosso con la cinghia sulle gambe e schiaffeggiato.
    Rimase per tre giorni nelle mani dei suoi aguzzini, ascoltando bestemmie contro Cristo, insulti contro la Chiesa e contro il sacerdozio.
    Secondo alcuni testimoni sarebbe stato frustato e avrebbe subito altre indicibili violenze.
    Tra i rapitori pare che qualcuno si commosse, proponendo di lasciarlo andare.
    Ma altri si rifiutarono, minacciando di morte chi aveva fatto la proposta del rilascio.
    Prevalse l’odio per la Chiesa, per il sacerdote, per l’abito che lo rappresenta e che quel ragazzino non si era mai voluto togliere.
    Decisero di ammazzarlo: «Avremo domani un prete in meno».
    Lo portarono, sanguinante, in un bosco presso Piane di Monchio (in provincia di Modena), dove c’era una fossa già scavata.
    Rolando capì che stava per morire, pianse, chiedendo di essere risparmiato.
    Con un calcio lo scaraventarono a terra.
    Allora chiese di pregare un’ultima volta.
    Si inginocchiò, poi due scariche di rivoltella lo fecero rotolare nella buca.
    Venne coperto con poche palate di terra e di foglie secche.
    La veste del «pretino» divenne un pallone da calciare; poi sarà appesa, come trofeo di guerra, sotto il porticato di una casa vicina.
    Era venerdì 13 aprile 1945, ricorrenza del martirio del giovane sant’Ermenegildo (585 dopo Cristo). Rolando aveva quattordici anni e tre mesi.
    Per tre giorni i genitori e don Camellini lo cercarono lungo tutto quel tratto del crinale appenninico, finché alcuni partigiani li indirizzarono a Piane di Monchio.
    Qui incontrarono un capo partigiano comunista, cui chiesero: «Dov’è il seminarista Rivi?»
    Quello rispose: «È stato ucciso qui, l’ho ucciso io, ma sono perfettamente tranquillo».
    E indicò il luogo dove il giovanetto era stato sepolto il giorno prima.
    Don Camellini domandò ancora al partigiano: «Ha sofferto molto?».
    Quello, mostrandogli la sua rivoltella, replicò beffardo: «Con questa non si soffre molto. Non si sbaglia».
    Era la sera di sabato 14 aprile 1945.
    Raggiunto il posto dell’omicidio, il sacerdote non fece fatica a recuperare il cadavere del ragazzo, con indosso solo una maglietta e un paio di calzoni sdruciti, legati al ginocchio.
    Aveva due ferite: una alla tempia sinistra e l’altra sulla spalla in corrispondenza del cuore.
    Il volto, sporco di terra, era coperto di lividi; il suo corpo martoriato.
    Il padre si inginocchiò vicino al suo bambino e lo strinse, piangendo a dirotto, tra le braccia.
    Due contadini del posto fabbricarono alla bell’e meglio una cassa di legno.
    Don Camellini lavò il volto di Rolando, lo asciugò con il suo fazzoletto e lo compose nella povera bara.
    Era notte ormai, sicché solo la mattina dopo, seconda domenica dopo Pasqua, «Domenica del Buon Pastore», il corpo di Rolando fu portato in chiesa a Monchio, dove don Camellini celebrò la Messa per l’anima di Rolando.
    Alla presenza del padre Roberto e di don Camellini, il parroco di Monchio scrisse in latino sul registro parrocchiale l’atto di morte e di sepoltura di Rolando.
    «15 aprile 1945. Rivi Rolando, figlio di Roberto e di Canovi Albertina, celibe, di San Valentino (Reggio Emilia), qui, per mano di uomini iniqui, a 14 anni di età, alle ore 19, in comunione con santa madre Chiesa, rese la sua anima a Dio.
    Il suo cadavere, oggi, fatte le sacre esequie e celebrata la Messa, è stato sepolto nel cimitero parrocchiale». (1)
    Il padre di Rolando e il curato di San Valentino tornarono mestamente al paese, a recare la notizia terribile alla madre che lì aveva aspettato invano.
    La terribile notizia si diffuse rapidamente in paese, lasciando la gente sgomenta di fronte a quella barbarie.
    A guerra terminata, una grande folla di parrocchiani martedì 29 maggio 1945, attese a San Valentino l’arrivo della salma, traslata in località Montadella.
    La chiesa accolse in silenzio e commozione il piccolo martire.
    Ucciso in odio alla fede, la sua causa di canonizzazione ha dovuto attendere 60 anni, fino al 7 gennaio 2006.
    Quando il 25 maggio del 1945 il suo corpo era stato tumulato nel cimitero di San Valentino, le parole del suo parroco, don Olinto Marzocchini, erano state brevi ed intense: «Non bastano le nostre lacrime a piangere Rolando… Ma guardate a Cristo che è la resurrezione e la vita. Lui asciughi le lacrime dai nostri occhi».
    Questa la fede semplice di chi per essa era disposto a dare la vita, di chi in Cristo ci credeva davvero.
    «Era stato lui - è scritto in un libro distribuito in fondo alla chiesa dal "Comitato amici di Rolando Rivi" - a preparare quel trionfo al figlio prediletto, a quel ragazzo aspirante al sacerdozio, caduto innocente sotto il piombo di uomini empi, come i ragazzi e i giovani cattolici martiri in Russia, in Messico e in Spagna, nelle recenti persecuzioni sotto l’odio massonico e comunista».

  9. #19
    שמע ישראל
    Data Registrazione
    11 Jan 2006
    Messaggi
    4,009
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Voy_ager Visualizza Messaggio
    Il Giornale----- accidenti, questa sì che è una fonte autorevolissima... direi quasi biblica....

    Bye
    E quindi, per crederci, dovremmo aspettare che lo scriva "Liberazione" ?

  10. #20
    email non funzionante
    Data Registrazione
    05 Sep 2007
    Messaggi
    55
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Appoggiare il comunismo non vuol dire per forza condividere la teoria stalinista-leninista. soprattutto attualmente essendosi il comunismo parlamentare moderato. I partiti comunisti, almeno quelli italiani, hanno superato il concetto di lotta di classe. Con questo non li voglio giustificare ma voglio affermare che non si può mettere a confronto il comunismo moderno con il comunismo del blocco sovietico dell'Europa orientale.

 

 
Pagina 2 di 5 PrimaPrima 123 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Scomunica ai modernisti
    Di Giò nel forum Tradizionalismo
    Risposte: 110
    Ultimo Messaggio: 22-06-11, 15:07
  2. Ru486 : scomunica per chi la usa
    Di zwirner nel forum Destra Radicale
    Risposte: 14
    Ultimo Messaggio: 01-08-09, 12:08
  3. Ma non c' era la scomunica?
    Di Samael (POL) nel forum Cattolici
    Risposte: 5
    Ultimo Messaggio: 10-04-08, 01:08
  4. Bolla di scomunica
    Di Nebbia nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 63
    Ultimo Messaggio: 11-09-07, 20:28
  5. Scomunica
    Di Idefix nel forum Cattolici
    Risposte: 27
    Ultimo Messaggio: 14-09-05, 19:19

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito