



È una citazione che aiuta ad esemplificare ulteriormente il pensiero di Severino in merito al problema della creazione, del divenire e del molteplice. Se ti sembra "fuffa", la colpa non è di @Placido, bensì di Severino.
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).


Dice che "la contraddizione C è ineliminabile e tuttavia deve essere tolta".
Detto volgarmente tale contraddizione consiste nel fatto che a me il Tutto non appare, anche il tutto conosciuto, tipo lo ieri.
Se lo ieri è e non può non essere, perché non mi appare più?


Non c'è dubbio che l'Aquinate nel quartetto con Aristotele, Hegel e Severino sia il più chiaro.
Questa chiarezza può nascondere una eccessiva semplificazione di certi concetti? Le apparenti complicazioni degli altri tre possono fornire spunti per andare più in profondità?
Possono darsi entrambe le cose, ma di riffa o di raffa si ritorna sempre ad affermare la necessità e la trascendenza di Dio.


Provo a schematizzare.
Il concetto di "sasso": ercfir
Il singolo sasso riscontrato nella nostra esperienza: ente reale
Il concetto di "essere umano": ercfir
Il singolo essere umano riscontrato nella nostra esperienza: ente reale
Il concetto di "umanità": ercfir
Il singolo appartenente al genere umano riscontrato nella nostra esperienza: ente reale
Il concetto di "larghezza": ercfir
Il singolo oggetto dotato di una certa larghezza: ente reale
Il concetto di "altezza": ercfir
Il singolo oggetto dotato di una certa altezza: ente reale
Non so se sono riuscito a rendere l'idea.
Che cosa intendi per "nuove leggi che si ridurrebbero alle leggi già note"?
Anche messa in questi termini, sicuramente più precisi dei miei, abbiamo un istante in cui causa ed effetto sono simultanei, pur restando distinti e distinguibili (e perciò l'una antecedente all'altro).
Quindi il parallelo potrebbe essere fra ciò che il contadino fa ed il lancio dei dadi del muone.
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).


Giò..una definizione è di per sé una limitazione. Se dio per essenza è perfetto ad un certo grado vuol dire che non diviene è non può avere altri gradi di perfezione. Puoi dire che non si tratta di l'imitazione ma le implicazioni, le uniche che ci interessano, sono le medesime.
Qui però bisogna chiarirci su cosa intendi per perfezione e su cosa diferisce da perfezione infinita.
Ragioniamo per assurdo
Se affermo che l'essenza di Dio è essere buono ad un certo grado finito di bontà esso è perfetto per essenza. È perfetto ma non infinitamente perfetto nel senso che non è infinitamente buono.
Ragionando per assurdo ho ben rappresentato la differenza fra perfezione e perfezione infinita?
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Ricordati che le perfezioni degli enti contingenti divengono. Quella di Dio no. È perfetto per essenza
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La colpa di @Placido è spacciare roba di scarsa qualità
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Due sono le ipotesi
1) i numeri esistono nella realtà esterna alla mente soggettiva
2) i numeri esistono solo nella mente soggettiva e sono uno strumento per misurare/interagire con la realtà esterna ad essa.
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