



La totalità delle cose che esistono e divengono potrebbero essere tali, se non avessero l'essere? La risposta è no e questo conferma senza dubbio che l'essere è un trascendentale.
Non è un gioco a rimpiattino: sono i diversi aspetti della questione che metto in evidenza in risposta alle tue obiezioni.
Tu hai detto che dalle cose che ci sono ricaviamo la nozione di "esistenza", non la nozione di "essere". Giusto? Allora, è giusto far notare che l'astrazione del concetto di "esistenza" dai singolari esistenti conosciuti non esclude che avvenga, da parte nostra, anche l'astrazione della nozione di "essere". Infatti, è proprio quello che succede. Anzi, e qui veniamo ad un ulteriore aspetto della questione, la verità è che noi prima ricaviamo la nozione di "essere", ancorché confusamente, e poi quella di "esistenza", che è meno immediata. Se penso "io esisto", antecedentemente ho pensato "io sono questo" oppure "io sono io". Ma anche se volessimo ignorare questo lato della questione o addirittura ritenerlo arbitrario, sta di fatto che di tutto ciò che esiste possiamo dire che "è". I tomisti hanno sempre preferito parlare di "essere" anziché di "esistere" o di "esistenza" perché, effettivamente, la parola "esistenza" deriva dal latino ex-sisto, che si traduce con "uscire da" oppure "stare fuori". Parlare di "esistere" o di "esistenza" ha un'indubbia funzionalità dialettica e didattica, ma si adatta soprattutto agli enti finiti perché l'etimologia di tali paroli indica la condizione di ciò che è a partire da un'origine. Se tu a ciò rispondessi: "Vedi? Questo ti conferma che è tutta una questione di linguaggio", mostreresti superficialità perché la preferenza linguistica per la parola "essere" a scapito (si fa per dire ovviamente) della parola "esistenza" o "esistere" è dettata proprio dalla maggior appropriatezza della parola "essere" nell'esprimere efficacemente ciò che si vuole veicolare della realtà.
Non so cosa intendi tu quando usi l'aggettivo "valido" o utilizzi il termine "validità", ma per me qualcosa di valido è qualcosa di vero, cioè che trova corrispondenza nella realtà. Con ciò, non nego che queste due parole possano assumere sfumature di significato differenti a seconda dei contesti. Ad es., si può considerare "valido" un ragionamento in sé coerente, prescindendo dalla veridicità effettiva delle premesse dalle quali parte. Oppure si potrebbe considerare "valido" un ragionamento che giunge a conclusioni solamente probabili, se rispetta l'analogia con il sillogismo dimostrativo. A questo punto, presumo che tu consideri valido un ragionamento nella seconda accezione da me citata.
Nessuno li presume: il problema è che tu credi, erroneamente, che la metafisica parta dai concetti e poi cerchi di incapsularci dentro la realtà che conosciamo (approccio razionalista), ma in realtà avviene il processo inverso.
Il nous è l'atto della cognizione umana immediata ed irriflessa, che noi traduciamo in italiano con il termine "intuizione". Non possiamo verificarla, nel senso che il "conosciuto" non è frutto di un sillogismo dimostrativo. Ma il procedimento dell'elenchos consente di avere conferma della veridicità di quanto ottenuto tramite intuizione.
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).


Gli enti giungono ad un certo grado di percezione in virtù della potenza e in virtù della loro causa. Dio nella mia ipotesi "è" necessariamente ad un certo grado di percezione e non può "essere" ad un grado di perfezione diverso da quello che "è". Questo è il limite imposto dalla natura/essenza al quale nemmeno Dio sfugge perché Dio non può sfuggire ai principi primi dell essere.
Nella mia ipotesi il grado di perfezione è per noi inconoscibile. Quindi non possiamo essere certi né che sia infinito né che sia finito e in quest ultimo caso in quale grado esso possa essere. Nell ipotesi di un dio finito ci mancherebbe una scala di valori con il quale indicare quel grado. Se dio è buono ad un certo grado qual'è l'unità di misura della bontà? Possiamo solo affermare che è "più" buono degli enti creati. Non possiamo affermare niente di più.
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Per me uno che parla di "divenire" facendo finta che un certo signor einstein non abbia avuto nulla di interessante da dire in merito, quasi sicuramente non sta dicendo niente di interessante. E questo include l'inutile filosofia di severino.
il fotone non decade.Ma il fatto che il fotone non decada spontaneamente non indica che esso sia immutabile. Se lo fosse davvero, non si potrebbe nemmeno provocarne il decadimento.
If we are honest - and scientists have to be - we must admit that religion is a jumble of false assertions. P. Dirac


neanche un sasso di quarzo diventa una unica molecola di ossido di silicio.
mancano i due eventi simultanei in cui uno causa l'altro.A mio parere, l'esempio della medicina può essere utile in tal senso: essa può essere considerata causa della guarigione del malato solo nel momento stesso in cui fa effetto, cioè nel momento in cui fa sentire bene il malato.
sono d'accordo.quella del meccanismo istantaneo può essere solo - da quanto mi è dato capire - una metafora.
If we are honest - and scientists have to be - we must admit that religion is a jumble of false assertions. P. Dirac


Le connessioni ci sono sempre, Popper definiva Einstein un novello Parmenide e Severino è ritornato all'eleate, ma è stato anche più arguto nel comprendere le conseguenze di "vivere" in un blocco quadrimensionale, invece la scienza moderna continua a mantenere il piede in due staffe.


Certo, ma il "composto", chiamiamolo così, è quello del sasso di quarzo. I corpi saranno pur composti di molecole, atomi, elettroni, ecc., ma questo non toglie che c'è una differenza fra l'esser molecole di un determinato corpo e l'esser molecole "slegate" le une dalle altre.
L'abbiamo detto prima, se non erro: la fine delle reazioni biochimiche causa l'omeostasi che genera - o, se vuoi, potrebbe generare - simultaneamente nel paziente la sensazione di stare bene.
Non so se questo ci porta a conclusioni condivise sull'oggetto della discussione, però ok![]()
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Come diceva @Placido, le connessioni fra filosofia e scienza è inevitabile che ci siano. Spesso però, il problema sorge quando si vogliono trarre forzatamente conclusioni filosofiche da scoperte scientifiche. Residuo di un positivismo che ha mostrato da tempo tutti i suoi difetti.
Immagino comunque che abbia o possa avere interazioni con altre particelle.
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Come noi non diventiamo una unica cellula.
C'è poco da fare. Le strutture che traggono le loro proprietà dalla relazioni delle proprietà dei componenti(riduzionismo) non riescono a spiegare se non invocando eventi 'magici' del tipo che le cellule smettono di essere 'enti' per diventare essere umano.
Io stimo più il trovar un vero, benché di cosa leggiera, che 'l disputar lungamente delle massime questioni senza conseguir verità nissuna

