2. Critica del principio di causalità
Tutti i ragionamenti intorno alla realtà, osserva Hume, sono fondati sulla relazione di causa ed effetto, cioè sul principio di causalità. Ma la conoscenza di questa relazione non può essere raggiunta ragionando a priori, e cioè indipendentemente dall’esperienza: tale conoscenza “sorge interamente dall’esperienza”. Hume perviene a questa tesi nel modo seguente.
Supponiamo di percepire una palla di biliardo A, in movimento verso la palla B. (A in movimento verso B, o A che diventa contigua a B, è considerata normalmente come causa del movimento di B, e questo movimento come effetto del movimento di A.) E supponiamo che ci venga fatta una duplice richiesta:
1. stabilire quale effetto si produrrà quando A toccherà B;
2. rispondere a questa prima domanda senza basarsi sulle osservazioni fatte in passato a proposito di situazioni analoghe.
Di fronte a questa duplice richiesta, la nostra mente non può che “inventare”, o “immaginare” – arbitrariamente, dunque – l’effetto che si produrrà quando A toccherà B. Giacché l’effetto (il movimento determinato di B) è un evento diverso dalia causa (cioè dal movimento di A verso B), e quindi la conoscenza dell’evento in cui consiste la causa non potrà mai far conoscere l’evento in cui consiste l’effetto. Proprio perché causa ed effetto sono eventi diversi, è impossibile che, conoscendo una certa causa, si riesca a conoscere a priori (cioè prescindendo dalle esperienze passate) quale effetto verrà prodotto da tale causa.
Proprio perché la causa e l’effetto sono eventi diversi, quando l’effetto non si è ancora prodotto noi possiamo dunque affermare, a priori, tanto che A, toccando B, muoverà B, quanto che non lo muoverà; e inoltre possiamo affermare tanto che lo muoverà in un certo modo, quanto che lo muoverà in infiniti altri modi. Tutti i nostri ragionamenti a priori non potranno legittimare la preferenza accordata a una di queste svariate possibilità.
Conclusione: senza l’osservazione e l’insieme delle nostre esperienze passate sul comportamento delle palle da biliardo, ci è assolutamente impossibile sapere se A, toccando B, lo muova e quale movimento gli imprimerà. La conoscenza della relazione tra causa ed effetto e tutte le conclusioni che riguardano tale relazione sono interamente fondate sull’esperienza.
Ma a questo punto, Hume si chiede: «Qual è il fondamento di tutte le conclusioni che sono tratte dall’esperienza?».
In passato abbiamo esperimentato che il cibo sfama, l’acqua disseta, i corpi sono resistenti, il fuoco brucia, la nostra volontà guida i movimenti del nostro corpo, la palla di biliardo A muove B in un certo modo. Sono tutti esempi di relazioni causali; e la nostra vita non sarebbe possibile se non estendessimo al futuro queste nostre esperienze passate. Si tratta però di comprendere che se in passato abbiamo esperimentato che un certo evento (ad esempio l’atto di ingerire del cibo) è seguito da un cert’altro evento (ad esempio il sentirsi sfamati), da ciò non segue necessariamente che il ripresentarsi di eventi simili al primo debbano essere sempre seguiti dal ripresentarsi di eventi simili al secondo.
Non vi è alcuna contraddizione a supporre che il corso della natura abbia a cambiare e che un evento simile a quello già esperimentato possa essere accompagnato da eventi diversi o contrari a quelli che in passato hanno accompagnato quel primo evento.
Ma non è nemmeno possibile dimostrare la regolarità della natura, perché ogni ragionamento intorno alla realtà è fondato appunto sul principio di causalità, che presuppone come esistente appunto quella regolarità della natura, che invece si vorrebbe dimostrare sul fondamento di esso. Anche ammettendo che il corso delle cose sia sempre stato regolare, questo fatto non costituisce dunque la minima prova che anche per il futuro sarà così.
Inoltre, sia che consideriamo gli oggetti esterni (= sensibili), sia che si consideri il rapporto tra la nostra volontà e il nostro corpo, l’esperienza non attesta mai l’esistenza di un “potere”, di una “forza”, di una “energia”, esplicati da ciò che chiamiamo “causa” su ciò che chiamiamo “effetto”; e non attesta nemmeno l’esistenza di una “connessione necessaria” tra i due: l’esperienza non attesta mai, cioè, una qualsiasi qualità «che leghi l’effetto alla causa e faccia del primo un’infallibile conseguenza dell’altra»: l’esperienza attesta soltanto che l’uno segue all’altra.
Il principio di causalità è dunque una congettura. La sua “evidenza” non ha un valore “logico”, ma psicologico: l’“abitudine” a percepire che certi eventi simili tra loro sono seguiti da certi altri eventi simili tra loro, determina un sentimento di “credenza” e di “fede”, in base al quale l’uomo si aspetta che, verificandosi un certo evento del primo tipo, se ne verifichi un cert’altro del secondo tipo.
Ma se l’esperienza non attesta l’esistenza di forze o di connessioni necessarie causali, tanto meno attesta il rapporto causale tra Dio e le cose. E, privata del principio di causalità, la mente non può in alcun modo dimostrare l’esistenza di Dio – così come non può dimostrare l’esistenza di una realtà esterna che sia la causa delle nostre percezioni degli oggetti sensibili.
Sono dunque due gli aspetti decisivi della critica di Hume al principio di causalità.
Innanzitutto, il rilievo che, essendo la cosiddetta causa e il cosiddetto effetto due cose diverse, la nozione o il concetto dell’una non include la nozione o il concetto dell’altro – e quindi per sapere che l’una è collegata all’altro bisogna rivolgersi all’esperienza.
Al contrario, nelle proposizioni che non si riferiscono alla realtà e che quindi esprimono semplici relazioni tra idee – è il caso delle proposizioni matematiche –, la nozione del soggetto può includere la nozione del predicato. Ad esempio, la nozione di “5+7” include la nozione di “12” e quindi per affermare “5+7 = 12” non c’è bisogno di riferirsi all’esperienza.
Il secondo rilievo decisivo è che quanto è attestato incontrovertibilmente dall’esperienza è soltanto un insieme di fatti e questa attestazione, da un lato, non esclude che i fatti possano susseguirsi in modo diverso da quello cui siamo abituati, dall’altro lato non contiene nulla di simile a una “forza” o a una “connessione necessaria” tra i fatti.