
Originariamente Scritto da
Giò
La tua "similitudine" non regge e si rivela uno strawman argument proprio perché i contenuti espressi dalle semantizzazioni operate dalla metafisica sono necessari ed universali, come già detto. Un astrologo ed un astronomo potranno concordare sul fatto che esistono i pianeti e le stelle (e, d'altronde, sarebbe sciocco contestare l'astrologia se si limitasse a dire che i pianeti esistono), ma non concorderanno mai su quale sia il moto degli astri e sull'influsso che possono avere sui comportamenti umani. Un fisico, invece, non potrà mai dire al metafisico che è solo un'interpretazione opinabile, se non addirittura fallace, che l'ente sia incontraddittorio. E, per contestare le eventuali conclusioni che il metafisico ne trae, il fisico dovrà avventurarsi su un terreno filosofico e confutare la correttezza dei sillogismi su cui tali conclusioni si fondano.
Nell'opera di formalizzazione concettuale di quanto contenuto materialmente nell'esperienza originaria, non c'è da stupirsi che la riflessione filosofico-metafisica ricorra al linguaggio che l'è proprio, esattamente come fanno altre discipline scientifiche. Essendo una conoscenza riflessa della realtà appresa, la metafisica è dotata di un proprio apparato lessicale con il quale veicola i propri contenuti. Questo però non legittima la tua argomentazione nominalistica. L'esistenza di un linguaggio proprio della metafisica, differente da quello di altre discipline scientifiche, non dimostra che la veridicità oggettiva delle cognizioni della metafisica sia impossibile da appurare come se dalla diversità delle parole impiegate conseguisse necessariamente la relatività e l'opinabilità dei contenuti veicolati da quelle parole. L'illogicità della tua tesi, quindi, è evidente: parlare di traduzione in termini metafisici non significa che sia realmente opinabile - per restare sul medesimo esempio - l'incontraddittorietà dell'ente. Significa solo che il contenuto di uno stesso concetto può essere espresso con terminologie di discipline differenti o con termini specialistici diversi da quelli del linguaggio comune. Variano le parole, ma l'informazione veicolata resta la stessa.
Aristotele ha formulato il pdnc sulla base di quanto appreso dalla realtà, non sulla base di una speculazione autoreferenziale e fantasiosa sul pensiero. Le strutture logiche del pensiero possono dirsi tali proprio perché conformi alle strutture necessarie ed universali della realtà. Tant'è che lo Stagirita afferma nella "Metafisica" che gli assiomi sono di pertinenza della scienza dell'essere: "È evidente che l'indagine di questi assiomi rientra nell'ambito di quell'unica scienza, cioè della scienza del filosofo. Infatti essi [gli assomi, nds] valgono per tutti quanti gli esseri, e non sono proprietà peculiari di qualche genere di essere, ad esclusione degli altri. E tutti quanti si servono di questi assiomi, perché essi sono propri dell'essere in quanto essere, e ogni genere di realtà è essere. Ciascuno, però, si serve di essi nella misura in cui gli conviene, ossia nella misura in cui si estende il genere intorno al quale vertono le sue dimostrazioni. Di conseguenza, poiché è evidente che gli assiomi appartengono a tutte le cose in quanto tutte sono esseri (l'essere è, infatti, ciò che è comune a tutto), competerà a colui che studia l'essere in quanto essere anche lo studio di questi assiomi" (IV, 3). Poco dopo Aristotele afferma che gli assomi sono "i principi più sicuri di tutti gli esseri". Per sostenere che Aristotele, così facendo, abbia solo proiettato sulla realtà le strutture del pensiero bisognerebbe mostrare che la realtà possa ipoteticamente avere contenuti incompatibili con quelli semantizzati dalle nozioni prime e dei principi primi dell'essere. Ma questo è impossibile, come mostrato esaustivamente dall'elenchos. Questa sarebbe solo un'operazione verbale sofistica atta a cercare capziosamente e vanamente di sfuggire all'inoppugnabile validità degli assiomi.
La filosofia periodicamente torna ad oscillare fra Parmenide ed Eraclito. Severino è stato fra coloro che sono tornati a Parmenide. Il suo è stato, di fatto, un regresso perché ha disconosciuto il guadagno speculativo che il pensiero aveva ottenuto con le riflessioni di Platone prima e di Aristotele poi (sviluppate ulteriormente da Sant'Agostino prima e da San Tommaso d'Aquino e dai suoi interpreti successivamente) nella comprensione del divenire. Certo: molto più "sensata" la posizione di Severino di chi asserisce che l'essere sia solo un flatus vocis.