San Tommaso d'Aquino infatti diceva: "(...) noi conosciamo Dio dalle perfezioni che egli comunica alle creature; le quali perfezioni si ritrovano in Dio in grado ben più eminente che nelle creature. Ma il nostro intelletto le apprende nel modo in cui si trovano nelle creature. E, come le apprende, così le esprime a parole. Nei nomi dunque che attribuiamo a Dio, ci son da considerare due cose: cioè, le perfezioni stesse significate, come la bontà, la vita, ecc., ed il modo di significarle. Riguardo dunque a ciò che tali nomi significano, convengono a Dio in senso proprio, e anzi più proprio che alle stesse creature, e si dicono di lui primariamente. Quanto invece al modo di significarle, non si dicono di Dio in senso proprio, perché hanno un modo di significarle che conviene alle creature" (Summa Theologiae Iª q. 13 a. 3 co.).
Perché la privazione di ciascuno di quegli aspetti sarebbe, sotto un determinato aspetto o un altro, una mancanza di essere. Il che ripugna all'Essere per essenza. Ad es., se Dio non fosse la bontà stessa, ciò contrasterebbe col fatto che è l'Essere per essenza, giacché il bene è l'essere sotto l'aspetto della desiderabilità. La conoscenza della dottrina tomista dei trascendentali, da questo punto di vista, aiuta molto a capire il discorso.
In realtà è il contrario. Mi spiego meglio: noi diciamo che una determinata azione è cattiva, se manca di qualcosa, se soffre una certa deformità. Quindi, il nostro giudizio sulla moralità delle azioni suppone una nozione ontologica della bontà, che poi applichiamo all'agire umano, anche se non la tematizziamo o formalizziamo anteriormente e/o esplicitamente. Se per assurdo iniziassi a sostenere che il bene è assenza di qualcosa, mentre il male è perfezione dell'essere (o dell'agire), cioè perfezione di qualcosa, sarebbe come se scambiassi le etichette a due vasetti dal contenuto differente, lasciandolo al loro interno. Se iniziassi a dire che il vasetto di marmellata contiene miele, pur continuando ad esserci la marmellata, la mia sarebbe solo un'operazione nominalistica. Chiamerei "miele" la marmellata e "marmellata" il miele. Ma la marmellata resta tale ed il miele pure.