La semplicità di una descrizione è soggettiva nonché dipendente dal contesto.
Ma mi pare di capire che urge anche una crociata programmazione ad oggetti vs funzionale.


La semplicità di una descrizione è soggettiva nonché dipendente dal contesto.
Ma mi pare di capire che urge anche una crociata programmazione ad oggetti vs funzionale.


La differenza sta sempre nel fatto che su “esistenza” (o “presenza” o altre parole) non si fondano interpretazioni metafisiche che pretendano di esprimere oggettivamente la realtà delle cose: solo della parola “essere” si è voluto fare un principio universale della realtà. E che questo principio universale sia asserito senza che si sappia dire precisamente cosa sia è un problema. Un problema che “esistenza”, “presenza” o altre parole non hanno, visto che nessuno pretende di farne altro che parole, con la loro convenzionale attribuzione di significato.
D’altra parte anche la parola “essere”, la sequenza di suoni “essere”, come tutte le altre, è stata associata a dei significati (come esistenza o identità) in maniera arbitraria e convenzionale. Cioè chi parla le riconosce dei significati in virtù di una sorta di accordo, una convenzione appunto fra i parlanti una stessa lingua.
Ma allora come si può dire che ciò che significa convenzionalmente, esprima la realtà oggettivamente? Questo andrebbe chiarito, perché qui non si tratta di dare dei nomi a semplici cose, ma di dare un nome a un principio trascendentale che si vorrebbe universale. Non solo: la speculazione metafisica fa uso di derivati della parola “essere”, come il deverbale ousía, inventato da Aristotele, tuttavia manca completamente il fondamento di questa operazione che consiste nel saltare fra piano della morfologia di una lingua a piano della realtà, manca proprio la capacità di distinguere fra grammatica e realtà delle cose.
Per questo non arriva la tua risposta alla domanda: chi garantisce che lavorando su una parola si ricavino informazioni universali e necessarie sulle cose? Non arriva perché la metafisica presuppone che le parole siano le cose, e anche se teoricamente ammette la differenza, dà per scontato, crede, che la morfologia di una lingua esprima verità oggettive sulle cose. E quindi che riflettere su deverbali, infiniti e participi sostantivati significhi riflettere sulla realtà e comprenderne le strutture universali.
Potresti dilungarti, ma non faresti che confermare che le novità apportate da Tommaso non sono riflessioni sui “fatti”, ma sono riflessioni diverse sul fantomatico essere e sui suoi derivati, a partire da quelle di Aristotele e rispetto ad esse. Così come è sempre stato con ogni metafisico che intendesse spingersi oltre un altro per dare una diversa interpretazione della realtà.
Non esaustiva e anche priva di un’incrollabile garanzia di universalità, necessità e assoluta oggettività, ma non per questo falsa, illusoria o inutile.
La relatività di Einstein può avere anche correlati ontologici di tipo non relativista, come si può vedere in Severino.
- Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.
Nietzsche, 1887


Osservo nella realtà numerosi nessi di causa-effetto > la causalità è una legge della realtà: non sequitur.
Osservo nella realtà numerosi nessi di causa-effetto > tutto ha una causa: non sequitur.
Questo è il salto immotivato, ovvero infondato. Il fondamento manca, quindi il dubbio è legittimo.
Non si può pensare che la ragione funzioni sulla base delle sue strutture senza dubitare che esse siano anche strutture universali della realtà? Non vedo proprio la contraddizione.
Che un ente senza causa non sia contraddittorio effettivamente io non l’ho spiegato, ma lo ha fatto Severino, che ha mostrato come la metafisica da Aristotele in avanti neghi l’essere e rappresenti l’essenza del nichilismo.
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Nietzsche, 1887


Se essenza ed esistenza sono separati logicamente ma non nella realtà allora l essenza può limitate l'esistenza dal punto di vista logico e non reale. Cosa vuol dire?
Vuol dire che non esiste alcuna forza misteriosa e reale proveniente dall essenza che limiti l'esistenza, ma l'essenza limita logicamente l'esistenza nel senso che la definisce. Una definizione altro non è che una limitazione sul piano logico.
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- Solo gli imbecilli non hanno dubbi!
- Ne sei sicuro ?
- Non ho alcun dubbio !


@Gunthr
Ma Severino non si basa sulla relatività.


Se non basta leggere questo brano per capire che si tratta solo di una speculazione sulle parole, torniamo ad ascoltare Aristotele, che per dire cosa l’essere sia, afferma che “l’essere si dice in molti modi”. Cioè è lui stesso in fondo, e non io, a dire che questo “essere” è un fatto di linguaggio.
Ora per maggiore chiarezza applichiamo questa definizione al tuo brano:
Fa notare la Vanni Rovighi, riprendendo S. Tommaso, che la nozione di “ciò che si dice in molti modi”, essendo “implicita in ogni altra (…) perché ogni realtà è ciò che si dice in molti modi, non è possibile che gli altri concetti si ottengano aggiungendo qualcosa al concetto di ciò che si dice in molti modi per determinarlo, perché questa aggiunta sarebbe pur sempre qualche cosa, ma bisogna che gli altri concetti più determinati siano in qualche modo già impliciti in quello di ciò che si dice in molti modi, esprimano qualche cosa che già era contenuto, se pur in modo non espresso, nel concetto di ciò che si dice in molti modi” (S. Rovighi, Elementi di filosofia, II, Ed. La Scuola, p. 14). Non c’è motivo per ritenere che, ad es., la parola “esistenza” possa indicare con certezza il fatto che ci sia qualcosa ed al tempo stesso pensare che la nozione ad essa presupposta, quella di “ciò che si dice in molti modi”, sia solo una parola – e basta – senza alcun riferimento alla realtà (tra l’altro, anche il concetto di “realtà” suppone quello di “ciò che si dice in molti modi”)
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Nietzsche, 1887


Evitiamo di introdurre elementi di equivocità e parliamo di "distinzione" anziché di "separazione". In un medesimo corpo umano, il braccio e la gamba sono realmente distinte, ma non sono realmente separate proprio perché fanno parte dello stesso identico corpo. Se iniziamo ad usare "separazione" per dire "distinzione" e viceversa non ne usciamo più.
Venendo al dunque: perché essenza ed esistenza in Dio coincidono senza violare il principio d'identità? L'essenza è ciò che appartiene necessariamente ad un determinato ente. Se prendo in considerazione l'essenza di un qualsiasi ente della nostra realtà, noterò che a nessuno di questi compete per necessità l'essere in atto. Un minerale può esistere come non esistere. Un pianta può esistere come non esistere. Un animale può esistere come non esistere. Un uomo può esistere come non esistere. Nella loro definizione non è "scritta" l'esistenza come necessità. Per questo, nel loro caso, sostenere che essenza ed esistenza s'identificano sarebbe una contraddizione. Ciò risulta ancora più evidente se parliamo di enti frutto della nostra inventiva. Se, ad es., noi pensiamo ad un ippogrifo, pensiamo ad un animale alato con alcune caratteristiche da cavallo ed altre caratteristiche da aquila. Anche se questo è un animale frutto della nostra personale inventiva, che non ha riscontro nella realtà esterna alla nostra mente, siamo in grado di darne una definizione (quanto meno nominale). Questo significa esprimerne l'essenza, ossia le caratteristiche necessarie affinché l'ippogrifo possa dirsi tale. Se l'ippogrifo esistesse nella realtà a noi esterna, avrebbe necessariamente quelle caratteristiche. Da ciò si deduce ulteriormente come agli enti, di per sé, non appartenga necessariamente l'atto d'essere/l'esistenza nella realtà esterna. In Dio la distinzione fra essenza ed esistenza cade in quanto distinzione reale proprio perché il secondo dei due termini - l'esistenza - gli appartiene di necessità.
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).




Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).


Te lo dico in tutta sincerità: penso di aver capito cosa stai cercando di dirmi, ma non mi sembra la stessa cosa che ti sto dicendo io. Magari per miei limiti di comprensione.
Ad esempio: "un oggetto può essere selezionato da due ricerche che fanno riferimento a proprietà diverse" corrisponde alla distinzione logica? Dipende da che cosa intendi per "proprietà diverse".
Altro esempio: "la distinzione fisica che due oggetti possono essere selezionati(distinti) con una ricerca sulla stessa proprietà". Premesso che io non ho parlato di distinzione "fisica" ma "reale", mi sembra molto più semplice dire che la distinzione reale corrisponde a qualcosa che fa parte della medesima realtà ma non è interamente equivalente a quella stessa realtà.
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