







- Solo gli imbecilli non hanno dubbi!
- Ne sei sicuro ?
- Non ho alcun dubbio !


@Aladar, mi sembra una considerazione scontata. Chiunque abbia studiato filosofia anche solo al liceo sa benissimo che, nella storia, ci sono stati diversi autori e diversi sistemi filosofici. Questo, di per sé, non implica che non ce ne sia uno migliore degli altri.
Non mi sembra di essermi espresso in ostrogoto
La causalità intesa in senso meramente deterministico è quella della fisica classica newtoniana. Come definizione si può usare questa qui: "Le leggi che governano l'universo (o un suo sottosistema), unitamente alle condizioni iniziali, sono tali da determinare univocamente tutta la sua evoluzione temporale" (tratta da tale articolo). Secondo Evandro Agazzi, il determinismo avrebbe tre formulazioni: la prima dice che in natura ogni causa possiede un solo e ben determinato effetto; la seconda dice che, in natura, ogni causa ha un solo e ben determinato effetto e viceversa; la terza dice che, nel caso dei fenomeni naturali, la conoscenza delle cause consente una previsione esalta degli effetti. La terza formulazione implicherebbe le prime due.
Per quanto riguarda l'indeterminismo, ci si può rifare alla definizione di De Broglie, che avevo già riportato:
"Indipendentemente dagli errori accidentali dovuti all'imperfezione delle nostre misure, una osservazione non può - per una legge fondamentale della natura - permetterci di determinare insieme, con perfetta precisione, la posizione e lo stato di moto di un corpuscolo (elettrone). Più la determinazione di una delle coordinate del corpuscolo sarà fatta con precisione, meno esattamente sarà conosciuta la componente corrispondente della velocità e viceversa. Parimenti si può aumentare la precisione con la quale si misura l'istante del passaggio di un corpuscolo in un punto dello spazio solo a detrimento della precisione con la quale è conosciuta l'energia di questo corpuscolo e viceversa" (cit. in Déterminisme et causalité dans la physique contemporaine, Revue de Métaph. et de morale, 1929).
Cosa dice, invece, il principio di causalità, così come inteso dalla filosofia tomista? Ci sono diverse formulazioni possibili, ancorché sostanzialmente equivalenti, ma possiamo semantizzarlo così: ciò che non esiste di per sé riceve necessariamente l'esistenza da qualcos'altro di esistente. "Ciò che non esiste di per sé" è l'ente che, sotto un aspetto o un altro, o è mutato o è mutevole.
Non è rilevante ai fini del discorso. Dio è l'indiveniente. Non è qualcosa che muta in un aspetto, restando immutabile dall'altro.
Fuor di metafora, il punto è che non possiamo sapere con precisione in quale istante il muone decadrà in due neutrini ed in un elettrone per motivi intrinseci al fenomeno stesso. Per principio, è impossibile sapere perché il muone X è decaduto una volta al tempo t1, un'altra volta al tempo t2, un'altra volta ancora al tempo t3 ed altre volte ancora non è proprio decaduto. Tenendo conto di quanto scritto sopra, questo è un problema che riguarda solo l'impossibilità di sapere, per principio, il "quando" (o, se vuoi, il "perché del quando") di un determinato fenomeno. In che modo questo inficerebbe il principio di causalità, secondo il quale ogni ente che non esiste di per sé esiste in virtù di un altro (si tratti di un solo ente o di una molteplicità di enti)?
A me invece fa sorridere la tua pretesa esclusivistica
Se avessi ragione tu e la causalità fosse solo quella del determinismo fisico, allora sappi che con le cinque vie del tomismo non è mai c'entrata alcunché. Altrimenti avremmo avuto Newton già nella seconda metà del '200 (o addirittura ai tempi di Aristotele) anziché nel '600-'700.
Io, fossi in te, mi chiederei il perché di questa discrepanza tra un'edizione e l'altra.
Ed invece sì, perché il fatto di esistere continuativamente "da sempre" non lo rende immutabile.
Invece, se leggi meglio, la differenza c'è. Convengo che il distinguo fra la sostanza intesa come natura dell'ente e la forma sia più sottile e meno immediato degli altri ma ora provo a spiegartelo meglio, sempre tenendo conto dell'esempio che ti ho fatto: la natura dell'ente-bestia è il suo essere "animale sensitivo". In questa definizione è inclusa la sua corporeità (infatti quello della bestia o animale è, ipso facto, un corpo animato, cioè dotato di vita); la forma è la sola anima sensitiva, senza la sua corporeità.
E il vuoto quantistico?
Ogni disciplina ha la sua terminologia, non fare il brontolone![]()
Un cultore dell'indeterminismo come te viene a dirmi che un concetto che indica qualcosa di indeterminato sarebbe "un senza senso alcuno rispetto alla realtà" o, peggio ancora, "un totale nulla"?
Beh i tomisti si sono posti il problema ed hanno convenuto che, se le particelle non sono mere rappresentazioni della realtà ma realtà vere e proprie, non potrebbero che essere esse stesse sinolo di forma e materia.
E se un domani per ipotesi riuscissimo a dividere ulteriormente i quark? Come la metteremmo?
Guarda che il tomismo non s'è fermato al 1300: è una corrente filosofica che ha avuto continuità nel tempo ed ha avuto modo di affrontare anche questi temi.
E di cosa sono fatte le particelle elementari?
Se lallero
Positivismo.
Appunto: quindi è qualcosa di mutabile.
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).


@TheMeroving
Una forma d'incoraggiamento, ma non credo pensasse fosse un automatismo, d'altronde la sua aridità la teneva nascosta in vita.


Aridità che leniva con le endorfine generate dall empatia soddisfatta.
Il potere curativo degli abbracci
“I poteri di questo gesto, apparentemente semplice ma dai grandi benefici, toccano corpo e mente e spaziano da importanti vissuti emotivi e relazionali, come lo scambio di emozioni intense, la rassicurazione, la trasmissione di affetto, a significative attivazioni neuroendocrine, in quanto attiva la produzione di neurotrasmettitori e ormoni che favoriscono il benessere psicofisico, rinforzando il sistema immunitario e riducendo ansia, paure e stress. Un abbraccio ci permette di affidarci all’altro e quindi anche di allentare le nostre rigidità e la tensione muscolare”.
https://www.gavazzeni.it/news/il-pot...egli-abbracci/
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"Le storie del materialismo in genere retrodatano però il cosiddetto "atteggiamento materialistico" ai presocratici, a Democrito, a Epicuro, a Lucrezio, eccetera, vedendo in costoro i nobili precursori della "concezione scientifica del mondo" in lotta contro la religione e la superstizione. Questa retrodatazione è un episodio tragicomico della mancanza di senso storico del positivismo prima e del marxismo ufficiale poi. Ho in casa molti libri in molte lingue costruiti su questa apologia del materialismo antico identificato come l'alba dell'ateismo scientifico moderno. Si tratta a mio avviso, ovviamente, di fraintendimenti radicali dello spirito filosofico dei greci. Ho ricordato nel primo capitolo Diodoto, che interpretava correttamente il pensiero di Eraclito come un pensiero politico che usava metafore naturalistiche, ma non era per nulla un "materialista" in senso moderno. Epicuro è generalmente interpretato come un "materialista a 18 carati", ma c'è per esempio una magistrale lettura di Walter Otto che ne propone una interpretazione del tutto alternativa. In ogni caso, per tutti gli antichi il problema della materia si identificava con quello che oggi chiamiamo il problema dello "spazio", ed in questo caso erano tutti materialisti, Pitagora, Democrito, Platone, Aristotele, Epicuro, eccetera, in quanto davano risposte differenziate allo stesso problema. Per Pitagora esisteva uno spazio geometrico, divisibile all'infinito, ed i paradossi di Zenone sul movimento sono per l'appunto rivolti a demolire la coerenza logica della aritmo-geometria di Pitagora, separando così aritmetica e geometria, separazione che diventava così la metafora spaziale della separazione ideale fra mondo intelleggibile e mondo sensibile. Leucippo e Democrito definiscono lo spazio come il vuoto che circonda gli atomi, posizione che come è noto sarà ripresa da Epicuro e dagli stoici, che sono su questo punto "epicurei" al cento per cento. Cosa che non mi stupisce per niente, perché il loro spazio infinito ed immateriale che circonda il cosmo era anche la metafora dell'illimitatezza ideale della cosmopoli ellenistica, contrapposta al limite (peras) della comunità politica precedente. Platone nel Timeo intende lo spazio come materia informe (chora), luogo primordiale in cui si uniscono, materia e forme ideali. Lo spazio vuoto si identifica allora con la materia informe (il che farebbe di Platone, nel lessico di oggi, un "materialista" al cento per cento). Aristotele definisce lo spazio (che per lui è un luogo, topos) come il limite dei corpi, e per questa ragione respinge il concetto di vuoto. Se allora esaminiamo meglio le concezioni del "mondo materiale" dei filosofi antichi, vedremo che essi non si dividevano per nulla in materialisti ed idealisti, ma si dividevano secondo due distinti parametri, quello della esistenza o meno del vuoto e quello della esistenza o meno di una mente ordinatrice delle cose. C'erano allora non i materialisti e gli idealisti ma, se mi si permette un po' di innocuo umorismo, i “vuotisti" ed i “pienisti", da un lato, ed i “causalisti" ed i “casualisti" dall'altro."
Costanzo Preve


@TheMeroving
Ma poi quando è morta abbiamo scoperto che nel suo caso non funzionava (almeno da un certo punto della sua vita in poi).


D'altronde, venendo a santi più convenzionali, è un processo noto nella mistica, quello fatto di consolazioni iniziali, "notte oscura" che verifica la gratuità della fedeltà a Dio e poi eventualmente delle condizioni unitive che possono far fronte ad ogni avversità, però eviterò di mettermi a fare un trattato pure di mistica per confutare i soliti dogmi "ipotetici".