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Discussione: Fede o scienza?

  1. #13761
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Non ci siamo: siccome gli enti di ragione fondati sul reale non sono presenti nella realtà esterna come universali, allora ne trai la conclusione che "fuori dalla nostra mente non esistono". Ma questa conclusione è quanto meno equivoca, se non addirittura errata, proprio perché sono enti di ragione fondati sul reale. Se non fossero fondati sul reale, sarebbero solo nella nostra mente - e basta. Noi quindi non troviamo nella realtà esterna l'esistenza in quanto tale, ma le singole cose che esistono, così come non troviamo l'uomo in quanto tale, bensì i singoli esseri umani. E così via. Questo non toglie che le singole cose esistenti, i singoli esseri umani, ecc. siano tali proprio perché possiedono quelle caratteristiche fondamentali che li rendono cose esistenti, esseri umani, ecc. e che sono, per così dire, racchiuse nei concetti di "esistenza", "essere umano", ecc. Pertanto, dire che una determinata cosa possiede o ha l'esistenza non significa altro che affermare che una determinata cosa è connotata dall'avere la caratteristica di esistere, senza che ciò implichi alcuna ipostatizzazione dei concetti di cui sopra. Ad ogni modo, se siamo d'accordo che i concetti non sono presenti nella realtà esterna come universali, ma si riscontrano nelle singole cose reali, dovremmo esser giunti, almeno su questo, ad un punto d'incontro.
    O i concetti di “esistenza”, “uomo”, “pianta” esistono solo nella nostra mente, oppure esistono anche “nelle singole cose reali”. In che modo dei concetti esisterebbero nelle singole cose reali? Come concetti ipostatizzati, indipendenti dalla nostra mente. In quale altro modo? Per magia? Perché si vuole che ci siano? Perché altrimenti “sarebbero solo nella nostra mente - e basta”? Ti sembra un argomento plausibile dire che i concetti non esistono solo nella nostra mente, perché altrimenti sarebbero solo nella nostra mente?

    Se anche si potesse spiegare in che modo un concetto può stare in un oggetto, che altro sarebbe questa spiegazione se non un’ipotesi sulla natura dei concetti? Sarebbe per caso verificabile in qualche modo negli oggetti? No, sarebbe una teoria destinata a rimanere tale, e in quanto tale sostituibile da un’altra.
    - Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.

    Nietzsche, 1887

  2. #13762
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Purtroppo, una delle difficoltà ricorrenti nel discutere con te è che disconosci l'effettiva funzione e portata del linguaggio. In tal senso, va ribadito che la convenzionalità del linguaggio nulla toglie al fatto che le parole veicolino dei contenuti e che questi contenuti siano conoscenze ricavate dalla realtà stessa, a meno che non si riferiscano ad invenzioni della nostra mente. Nel caso di specie, la maggior immediatezza dell'"io sono" rispetto all'"io esisto" od il fatto che si dica "in questa stanza c'è un tavolo, c'è una sedia, ecc." anziché "in questa stanza esiste un tavolo, esiste una sedia, ecc." celano la priorità concettuale della nozione di "essere" su quella di "esistenza".
    L’effettiva portata e funzione del linguaggio come la intendi tu rimanda a una teoria che considera il linguaggio come uno strumento che si limita a riflettere la sostanza delle cose, in un certo senso come se fossero le cose stesse a parlare.
    Ma si tratta appunto di una teoria, e non è l’unico modello interpretativo del rapporto fra linguaggio e realtà. Già il fatto che linguaggi diversi ritagliano la realtà in modo diverso suggerisce che il linguaggio non funzioni come un semplice specchio, ma filtri e in una certa misura costruisca il contenuto che comunica.

    A maggior ragione poi, se parliamo di concetti metafisici, non c’è nemmeno una realtà concreta a cui fare appello per affermare che quelle che elaboriamo “non sono invenzioni della nostra mente”, perché tutto si risolve nel linguaggio.

    Usi e convenzioni di una particolare lingua non dimostrano genealogie fra concetti. Non possono essere usati per affermare che “essere” viene “innegabilmente” prima di “esistere”, ma solo che in quella particolare lingua, in quel particolare momento, è invalsa questa o quell’espressione. Nell’italiano del 500 avremmo detto “in quella stanza v’ha una sedia, v’ha un tavolo ecc.”, proprio come oggi possiamo dire “quella stanza ha un soppalco, ha una cabina armadio ecc.”.
    Non solo: in francese per dire “in quella stanza c’è una sedia” si usa il verbo avere. In spagnolo anche, e così in altre lingue.

    Secondo il tuo ragionamento, questo dimostrerebbe la priorità concettuale della nozione di avere su quella di essere, o meglio, si dimostrerebbe che la priorità concettuale dell’essere va e viene secondo gli usi del momento e la lingua che si parla.
    Come la mettiamo dunque? Nell’italiano corrente c’è una priorità concettuale dell’essere, mentre in francese e spagnolo c’è una priorità concettuale dell’avere? C’è per caso una “lingua perenne” che possa affermare al di sopra di ogni lingua storica la priorità concettuale dell’essere sull’esistere? No, non c’è, quindi argomentazioni di quel tipo restano lettera morta.

    Che cosa vuol dire poi che in quella stanza c’è/v’ha/il y a/hay una sedia? Che in quella stanza si trova una sedia. Non c’è proprio nessun margine per affermare una priorità concettuale dell’essere se la stessa informazione si può esprimere in almeno altri quattro modi diversi.

    Dunque “la filosofia perenne” non può dimostrare né che il linguaggio si limita a riflettere la sostanza delle cose, né che le consuetudini linguistiche stabiliscono priorità fra i concetti.
    - Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.

    Nietzsche, 1887

  3. #13763
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    La "traduco" così perché una persona sana di mente, che non soffre di allucinazioni, non direbbe mai che qualcosa esiste...se non perché ha constatato il fatto che esiste.

    Se tu fossi stato attento, avresti notato che la mia risposta è già nel post precedente, a cui hai replicato, e l'ho data ricorrendo a ciò che tu stesso hai ammesso: utilizzi il termine "cosa" per indicare sia oggetti mentali sia oggetti che riscontriamo nella realtà esterna alla nostra mente perché quel termine generico accomuna tutto ciò che c'è. Sono modalità d'essere differenti, ovviamente: nel primo caso, parliamo di cose che sono presenti intenzionalmente nella nostra mente (e fra questi dobbiamo distinguere quelle che sono ens rationis cum fundamento in re e quelle che sono parti dalla nostra fantasia), mentre nel secondo parliamo di cose che sono all'esterno della nostra mente. Tu forse obietterai: "Ma io non ho parlato di essere!". Vero: hai usato il termine "esistenza". Che però possiamo convertire con il termine "essere". Ora, per quale ragione si dovrebbe ammettere che l'uso del termine "cosa" per indicare sia gli oggetti mentali sia quelli che riscontriamo esternamente nella realtà indichi ciò che condivide il fatto di esistere, seppur secondo modalità diverse, ma non ciò che condivide, seppur secondo modalità differenti, il fatto di essere?

    Ed invece sì: le "cose" sono tali perché caratterizzate ed accomunate dal fatto di essere.

    Che siano concetti formalizzati o, come dici tu, introdotti dalla metafisica non rileva perché ciò che conta è che il concetto di "cosa" sia effettivamente convertibile con quello di "ente" a motivo della loro sinonimia. Se sono sinonimi, vuol dire che veicolano il medesimo significato e si riferiscono allo stesso contenuto appreso dalla realtà. Se quest'operazione non fosse possibile, allora non si potrebbe dire che i concetti di "essere" e di "ente" sono impliciti. Ma invece lo è.

    D'altronde, come ho già avuto modo di evidenziare anche in tal caso, la tua incoerenza è palese: fai tutte queste manfrine di fronte alla nozione di "essere" o a quella di "ente", asserendo che il loro significato sia "inafferrabile", ma impieghi tranquillamente nozioni che racchiudono in sé oggetti molto differenti fra loro per indicarli indistintamente ma universalmente (come nel caso della nozione di "cosa"), ben sapendo che, ciò nonostante, la parola a cui è legata quella nozione ha un contenuto, ha un significato reale extramentale. E a nulla vale sostenere che, in quel caso, non muovi obiezioni perché nessuno cerca di attribuire a quelle nozioni un carattere trascendentale (spoiler: la nozione di res, cioè di "cosa", è trascendentale): il punto è capire perché "ente" o "essere" sarebbero "inafferrabili" e privi di significato, mentre "cosa" no, anche se, ponendosi nella tua ottica (errata), presenterebbe i medesimi problemi.
    Una persona che non soffre di allucinazioni metafisiche non direbbe mai che un parto della sua fantasia è una cosa che esiste, e che l’inesistenza nel mondo reale è “una modalità di esistenza”.

    In effetti solo perdendosi nella metafisica si può arrivare ad offuscare la consapevolezza, testimoniata dal senso comune, che noi possiamo immaginare cose che non esistono. Stabilito che c’è una realtà extramentale in cui noi constatiamo che esistono delle “cose”, facciamo un uso estensivo di questa parola per riferirci anche a ciò che ha una natura esclusivamente mentale, ma è chiaro che in questo caso non si tratta propriamente di “cose”, né si può parlare allo stesso modo di esistenza, cioè in questo caso si parla di esistenza in senso estensivo, e non letterale.

    Infatti cos’hanno in comune gli oggetti reali e quelli puramente mentali? Proprio niente, se non il fatto che noi ce li rappresentiamo mentalmente, cioè in ultima istanza l’autentico tratto comune siamo noi che ne parliamo, e la nostra mente in cui appaiono. E non “il fatto che esistono” o “il fatto che sono”, come se anche gli oggetti mentali esistessero di fatto, indipendentemente da chi li pensa. Si afferma che hanno questo presunto tratto comune, l’esistenza, per poi precisare che si tratta di diverse “modalità di esistenza”, riconoscendo dunque che proprio là dove si voleva individuare una comunanza, si trova invece una differenza irriducibile: non si tratta della stessa esistenza, e quindi non si tratta della stessa realtà.

    Non è una novità che noi possiamo parlare di cose che non esistono, e nessuno la troverebbe un’affermazione provocatoria.
    Se usiamo il verbo essere al posto di esistere, il risultato è lo stesso. Certo, i parti della nostra fantasia “sono”. Ma che cosa sono? Sono fantasticherie.
    I concetti “sono”. Ma che cosa sono? Sono astrazioni, non “cose” o “enti” che esistono nella realtà extramentale.
    Noi possiamo riferirci con il termine “cosa” a ciò che esiste e a ciò che non esiste, a ciò che constatiamo nella realtà e a ciò che semplicemente immaginiamo o pensiamo, e questa opportunità che la lingua offre è ottenuta mettendo fra parentesi una differenza irriducibile fra realtà diverse ed esistenze diverse.

    Certo niente impedisce di ricavare una metafisica da questo modo di esprimersi, ma niente permette di stabilire che ciò che in questo modo si è ottenuto esprima verità sulla struttura della realtà e non soltanto sulla struttura del linguaggio.

    Se si vuole sostenere che il linguaggio contiene implicitamente una verità sulla struttura della realtà, occorre fondare questa affermazione. E come si potrebbe tentare di farlo se non attraverso il linguaggio stesso? Dunque è evidente che anche questo tipo di affermazioni della “filosofia perenne” sono destinate a rimanere puramente ipotetiche.
    - Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.

    Nietzsche, 1887

  4. #13764
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Dire che la metafisica è soltanto "scienza di un'astrazione" significa ricorrere all'ennesimo sofisma che intorbidisce le acque della discussione: l'uomo si esprime necessariamente attraverso termini che, a loro volta, veicolano concetti ed i concetti, come già chiarito, sono astrazioni. Ma non è solo una questione di linguaggio: l'uomo conosce sempre tramite astrazioni e, quindi, concetti. Anche nell'ambito disciplinare delle scienze fondate sul metodo matematico-sperimentale è così. Gli stessi numeri non sono altro che forme di astrazione. Quindi, per concludere: dire che la metafisica è "scienza di un'astrazione" è un'obiezione nulla, dato che la conoscenza umana è fatta necessariamente di astrazioni. Il che non la rende di per sé vacua.
    La matematica è scienza di astrazioni, ma non contiene nulla circa lo statuto ontologico di quelle astrazioni. Un matematico può esprimere l’opinione che i numeri esistano in qualche modo fuori dalla nostra mente, ma questa affermazione non è matematica, non ne fa parte, dunque facendo scienza di astrazioni la matematica non prende posizione sulla realtà.
    Per l’essere invece è inevitabile fermarsi al concetto (o meglio, a un’indefinita “nozione”), e lavorare solo sulla parola per ricavarne concetti ulteriori come ente essenza ecc., facendo quindi “scienza” di un’astrazione - ma pretendendo di fare scienza della realtà.
    - Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.

    Nietzsche, 1887

  5. #13765
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    In realtà, non è così: finché non si arriva all'istante in cui il malato è guarito, la medicina ingerita non può essere considerata causa dell'effetto curativo perché, prima di quell'istante, il malato resta tale. Ancor più evidenti sono i casi del fuoco e del pensiero. L'effetto del riscaldamento c'è solo nel momento in cui il fuoco viene acceso, non prima. Potrai dire che un oggetto risulterà più caldo solo negli istanti successivi - il che è vero -, ma non potrai negare che l'azione del riscaldamento c'è se non nello stesso identico istante in cui viene acceso il fuoco. Se io penso alla lettera X, io sono causa del pensiero della lettera X nell'istante stesso in cui genero tale pensiero. Questo pensiero potrà protrarsi nel tempo per mia stessa volontà, ma rimane il fatto che io non posso dirmi causa del pensiero della lettera X se non nell'istante in cui lo produco. Ecco quindi la simultaneità di causa ed effetto.
    La guarigione è un processo, non un evento puntuale. La medicina è ciò che lo innesca e lo porta a termine, cioè è la causa di ognuno degli istanti che lo compone, da quando inizia a fare effetto a quando l’effetto termina. E termina con la fine del processo, il compimento della guarigione, non con il suo inizio. È l’esempio più sbagliato per dire che causa ed effetto possono essere simultanei.

    L’effetto del riscaldamento è un’espressione priva di senso senza qualcosa che viene riscaldato. Questo qualcosa non è ovviamente il fuoco stesso, ma altro. E per quanto prossimo nello spazio (per esempio l’aria), e nel tempo (rapidità dell’effetto), se vogliamo mantenere l’idea che il divenire si dispiega nel tempo e il tempo consiste in una successione di istanti, allora prima si accende il fuoco, e poi si manifestano i suoi effetti.

    Che tu sei causa del pensiero della lettera X che cosa significa? Evidentemente non significa che quel pensiero ti si presenta a causa di un’associazione di idee, ma significa che tu vuoi pensare la lettera X, e di conseguenza la pensi. Quindi prima viene la volontà di pensarla (causa), e subito dopo il pensiero della stessa (effetto).

    Volendo puoi anche continuare finché non ottieni l’espressione adatta a far coincidere causa ed effetto, per esempio nel primo caso presentando la guarigione non come un processo ma come uno stato: “la medicina è causa del non-essere-malato del paziente solo nel momento in cui il paziente è sano".

    Ma a questo punto occorre trarne le conseguenze: causa ed effetto dipendono dal punto di vista che noi assumiamo, sono relative a come noi vediamo le cose (in questo caso a come le vogliamo vedere).
    - Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.

    Nietzsche, 1887

  6. #13766
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Non è un'ipotesi, ma un fatto. Se io dico che Tizio è "sano", che il suo colorito è "sano", che il cibo è "sano" e che l'aria è "sana", sto ricorrendo ad un'analogia di attribuzione o di proporzione semplice. Tutte affermazioni pienamente intellegibili che possono riferirsi a qualcosa di reale. Stesso dicasi dell'analogia di proporzionalità propria o intrinseca: il termine "visione", infatti, può essere usato tanto per indicare la vista dell'occhio quanto per indicare ciò che la mente coglie o capisce. L'analogia impropria, cioè la metafora, indubbiamente risulta meno precisa e rigorosa delle altre due analogie, ma anche qui ce ne vuole davvero per sostenere che essa non possa cogliere effettivamente qualcosa di reale: quando io dico che Tizio ha un coraggio da leone, è palese che sto ricorrendo ad una metafora, ma è altrettanto evidente a chi ascolta o mi legge che sto affermando che Tizio possiede in grado notevole o eminente quella virtù.
    Ti sbagli, è sempre la tua tendenza a vedere fatti assodati dove non ci sono, e verità inconfutabili dove ci sono solo ipotesi.

    Tutte quelle analogie possono essere sciolte ed espresse in termini non analogici, mentre le analogie riguardanti Dio e la creazione no, restano nell’analogia, non si può che parlarne in quei termini. Cioè per parlare dell’essere e di Dio si ricorre al linguaggio analogico, non potendo usare il linguaggio univoco che si usa per tutti gli “enti”.
    Ma che in questo modo si colga qualche realtà si può solo crederlo: non è un fatto, come dici tu, è solo una scelta obbligata.
    Ovvero: non possiamo parlare di Dio con linguaggio univoco, tuttavia noi vogliamo parlare di Dio, quindi deve esserci un modo per parlarne, e questo modo è il ricorso al linguaggio analogico. Ma questo è un bisogno, non è una garanzia, né un fondamento.

    "La fede presuppone chiaramente che il linguaggio umano sia in grado di esprimere la realtà divina e trascendente in modo universale, in termini analogici, è vero, ma non per questo in modo meno significativo."
    Giovanni Paolo II, Fides et ratio, S84

    "La fede della Chiesa si è sempre attenuta alla convinzione che tra Dio e noi, tra il suo eterno Spirito creatore e la nostra ragione creata esista una vera analogia, in cui certo le dissomiglianze sono infinitamente più grandi delle somiglianze, non tuttavia fino al punto da abolire l'analogia e il suo linguaggio."
    Benedetto XVI, Discorso di Ratisbona

    Per quale motivo Ratzinger non dice “noi abbiamo sempre saputo che tra Dio e noi esiste una vera analogia” e dice invece “la fede si è sempre attenuta alla convinzione che tra Dio e noi esista una vera analogia”?

    Perché l’efficacia del linguaggio analogico non è un fatto, ma qualcosa che la fede presuppone, come confermato nell'enciclica di Wojtyla.

    Qualcosa che si fonda sulla fede nella rivelazione, perché nella rivelazione Dio stesso ha "convalidato" il linguaggio umano come veicolo del divino. L’efficacia del linguaggio analogico quindi è una questione di fede, che tu scambi per un fatto.

    Dunque, proprio come dicevo, il discorso analogico poggia sull’ipotesi che ragionare per somiglianze e non per identità possa effettivamente cogliere qualcosa di reale. Su Dio e sull’essere, ovviamente, perché è di questo che stiamo parlando.
    Non solo: considerato quanto sopra, si deve senz’altro dire che è una questione di fede - ma non certo un fatto.

    Quindi quando tu dici:

    "Dall'Infinito il finito, dal Creatore il creato, dall'Essere l'ente, anzi: dall'Essere ogni ente e tutto di ogni ente"

    stai facendo ricorso a un linguaggio che, fidando nell’analogia, tenta di approssimarsi a qualcosa che resta inespresso.
    E infatti come sia mai possibile un passaggio dall’infinito al finito, dal creatore al creato, dall’essere all’ente, (il che sarebbe proprio ciò che vorremmo sapere), tu non puoi dirlo.

    Ed è naturale, perché

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    perché la natura e l'agire di Dio (così come Dio stesso) trascendono la nostra esperienza ed i nostri stessi limiti. La creazione ex nihilo rientra nell'agire divino e, pertanto, non si può fare a meno di parlarne in questi termini.
    Cioè in termini metaforici.

    Tutto questo significa che si cerca di esprimere concetti che le parole non possono letteralmente esprimere, e quindi nemmeno essere compiutamente compresi (da qui le immancabili considerazioni sull’inadeguatezza del linguaggio “umano” - come se ne avessimo a disposizione altri).

    È chiaro a questo punto che in una discussione con un fisico non puoi usare frasi del tipo “questo depone a favore della creazione dal nulla”, perché nel suo discorso le parole vanno intese nel loro significato univoco e letterale, mentre nel tuo non necessariamente - anzi, nel caso della creazione dal nulla non devono essere usate nel loro significato univoco e letterale. Si tratta di due lingue diverse, non solo di due metodi diversi, quindi la discussione non si svolge allo stesso tavolo, considerato che il tuo discorso si riserva una libertà affine a quella dell’espressione letteraria, in cui le parole possono alludere a significati ulteriori - libertà espressiva che un fisico non userebbe, perché distruggerebbe rigore e precisione della sua disciplina. La teologia non può parlare di scienza, e viceversa.
    - Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.

    Nietzsche, 1887

  7. #13767
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Onde evitare arrampicate sugli specchi, vediamo come prosegue il ragionamento di Wojtyla:

    "La fede presuppone chiaramente che il linguaggio umano sia in grado di esprimere la realtà divina e trascendente in modo universale, in termini analogici, è vero, ma non per questo in modo meno significativo. Se non fosse così, la parola di Dio, che è sempre parola divina in linguaggio umano, non sarebbe capace di esprimere nulla su Dio. L'interpretazione di questa Parola non può rimandarci soltanto da interpretazione a interpretazione, senza mai portarci ad attingere un'affermazione semplicemente vera; altrimenti non vi sarebbe rivelazione di Dio, ma soltanto l'espressione di concezioni umane su di Lui e su ciò che presumibilmente Egli pensa di noi."

    E con questo il discorso sull’analogia è chiuso.

    Era già emerso, e qui si conferma, che hai presentato il ricorso all’analogia come strumento di efficacia indubitabile perché non ti sei mai chiesto su quale fondamento poggia: lo hai preso per indubitabile e basta.

    Si dimostra quindi che nel tentativo di presentare il tomismo come una concatenazione di affermazioni fattuali e oggettive, ti fai confutare anche sulle questioni teologiche, che qui dovresti conoscere meglio di tutti.
    - Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti.

    Nietzsche, 1887

  8. #13768
    sonnecchiante...
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    La differenza tra un ateo e un credente nel dio X è che quest'ultimo è un (ateo-X)

    credente(X) = ateo-X
    mediante la meccanica quantistica viene stabilita definitivamente la non validità del principio di causalità
    Heisenberg,Sul contenuto intuitivo della cinematica e della meccanica nella teoria quantistica,Zeitschrift für Physik,vol.43,n.4,1927,p.172

  9. #13769
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Ti sbagli, un tomista non ha nessuno strumento per stabilire la sua superiorità rispetto ai filosofi che intendono l’essere in modo differente dal suo.
    È evidente che per farlo dovrebbe poter dire cosa l’essere sia e darne una definizione, ma questo non è possibile. Dunque non si tratta di retorica, ma di una conseguenza logica: l’essere può essere interpretato in più modi diversi, senza che nessuno abbia margine per affermare la superiorità della sua interpretazione sulle altre.

    Se uno afferma “io so di cosa sto parlando”, ma poi di fatto non sa spiegare di cosa sta parlando, è ovvio che chiunque può dire lo stesso. E altrettanto ovviamente questo compromette la possibilità di fondare una scienza di questa fantomatica “nozione” - o meglio, di questo “qualcosa” avremo molteplici “scienze” diverse tra loro. Non a caso è proprio quello che è successo: non abbiamo una metafisica, ma molte metafisiche tra loro discordanti.

    Proprio perché anche l’essere è oggetto di un discorso, e solo in quanto tale può avere una valenza filosofica, occorrerebbe metterlo al riparo dalla fallibilità a cui ogni discorso può andare soggetto. Sappiamo che ciò che diciamo della realtà può essere sbagliato. Pertanto, se con essere intendiamo qualcosa di reale, è necessario fornire un fondamento sicuro al discorso sull’essere. Qual è questo fondamento?

    Ho fatto anche l’esempio di alcuni dei famosi “molti modi” in cui l’essere si dice. Chi garantisce che le espressioni esse commune, esse substantiale, esse universale, esse tantum, esse receptum, esse in actu, ipsum esse, quod quid erat esse indichino qualcosa di reale? Niente lo garantisce: a questa domanda il “filosofo perenne” potrebbe solo rispondere “io l’ho pensata così, lo garantisco io”. E proprio per questo tu hai evitato di rispondere.



    E allargando il discorso agli aspetti teorici inverificabili che inevitabilmente, per il loro stesso oggetto, fanno parte di ogni filosofia (per esempio la teoria della conoscenza, altra tua risposta non pervenuta), visto che lo neghi, abbiamo almeno stabilito che la tua allucinazione non è momentanea, ma perenne.
    Prima di proseguire con la parte restante degli argomenti che hai toccato in questo tuo intervento, dovresti riconoscere, intanto, che il tomismo ha gli strumenti sufficienti sia per stabilire la sua superiorità su tutte quelle correnti del pensiero moderno che negano - a volte più marcatamente, a volte meno - (e sono parecchie!) il valore ontologico del principio d'identità e di non contraddizione sia per stabilire che le tue obiezioni ad esso sono nulle e, proprio perché nulle, non possono che manifestarsi verbalmente in sofismi, retorica e falsificazioni. È importante questo punto perché elimina con l'accetta, in modo definitivo, i tuoi reiterati tentativi di sostenere che, perlomeno in termini ipotetici, sia possibile una realtà in cui non vigano universalmente i principi primi dell'essere e quanto necessariamente sottendono.

    Continui a martellare sull'indefinibilità stricto sensu della nozione di "essere", adducendola pretestuosamente a motivo per sostenere che tale concetto sia "interpretabile", giocando sull'equivoco fra "interpretabilità", da un lato, e "relatività" ed "opinabilità" con possibilità d'errore, dall'altro (cioè, leggasi, secondo ciò che intendi ed altrove hai affermato più esplicitamente: la nozione di "essere" potrebbe essere destituita di qualsiasi fondamento). Il concetto di "interpretazione" e quello di "interpretabilità", infatti, possono includere, come non includere, quello di "relatività" ed "opinabilità" con possibilità di errore, a seconda dei casi. Ma ti si è già fatto notare più volte che dall'una (indefinibilità della nozione di "essere") non consegue in modo logicamente necessario l'altra cosa (nozione dal contenuto ipotetico anziché certo perché evidente). Tocca ripetere ancora che l'indefinibilità di un concetto secondo genere prossimo e differenza specifica non implica per necessità logica assenza o equivocità di significato, oltre che mancanza di attinenza al reale. Perciò, è la tua conclusione ad essere destituita di fondamento.

    Scadi nel non sequitur anche quando dalla frase aristotelica secondo cui l'"essere" si dice in molti modi trai la conclusione che l'"essere" è nozione dal contenuto opinabile e, quindi, potenzialmente erroneo. Aristotele ovviamente voleva dire tutt'altro - e questo lo sai bene -, ma, al di là di ciò, che l'"essere" si declini in modalità diverse - ma analoghe - non implica per necessità logica che "può essere interpretato in più modi diversi, senza che nessuno abbia margine per affermare la superiorità della sua interpretazione sulle altre".

    Alla luce dell'assenza di consequenzialità logica nelle tue affermazioni fanno quanto meno sorridere le accuse, rivolte al sottoscritto, di essere un "allucinato perenne". Prima di dare a me dell'allucinato, impara almeno a fare un discorso coerente o a verificare che lo sia effettivamente.

    Che cosa s'intenda con la nozione di "essere", quale ne sia il contenuto, come possa declinarsi et cetera è già stato detto e spiegato in questa discussione e, cosa decisamente più importante, è già stato detto e spiegato in innumerevoli testi di studiosi ben più preparati e precisi di me e te messi assieme. Io stesso, nell'intervento precedente, ti ho ribadito molto sinteticamente che quello di "essere" è il concetto di ciò che fonda la relazione fra gli analogati, cioè fra ogni cosa e tutto di ogni cosa. Perciò, perché affermi che, di fatto, quando parla della nozione di "essere", un tomista non saprebbe spiegare di che cosa sta parlando? Magari per sue deficienze personali può certamente capitargli (mi ci metto dentro anch'io), ma un conto sono sue eventuali carenze argomentative inerenti la condizione della persona ed un conto è un'eventuale carenza intrinseca al tomismo stesso come sistema filosofico. Ora, quest'eventuale carenza intrinseca tu non l'hai minimamente mostrata nel corso della discussione e ad ogni obiezione che hai formulato ti è stata data risposta o riferimenti in cui trovare la risposta adeguata. Hai provato ad usare la filosofia di Severino come grimaldello strumentale alla "relativizzazione" degli aspetti eminentemente filosofici del tomismo, tentando di declassarli da certezze a mere ipotesi, ma non ti è andata molto bene.

    Pertanto, non essendo dimostrato che il tomismo non sia in grado di spiegare che cosa sia l'"essere", risulta ulteriormente fallace da parte tua ripetere l'idea bislacca che l'esistenza di una pluralità di correnti filosofiche (con pluralità di "opinioni" sul carattere e sulla fondatezza della nozione di "essere") smentisca che la filosofia tomista sia stata in grado di arrivare ad una comprensione corretta, certa ed oggettiva della nozione di "essere".

    L'"essere", in quanto oggetto di un discorso, sarebbe inevitabilmente soggetto alla possibilità dell'errore perché insita in ogni discorso umano? La possibilità d'errore nel discorso umano non comporta necessariamente impotenza assoluta nel giungere a certezze inconfutabili. Infatti, nel corso della discussione, s'è più volte fatto notare che la solidità dei principi primi dell'essere e delle nozioni prime (in primis et ante omnia le nozioni di "ente" ed "essere") risiede nell'impossibilità della loro confutazione sul piano discorsivo in quanto impossibili da smentire sul piano costitutivo della realtà. Tu ritieni che questo non sia garanzia di alcunché, ma v'è alcun motivo razionale che sostenga questa tua personale opinione. Discorso simile vale per i concetti di esse substantiale, esse universale, esse tantum, esse receptum, esse in actu, ipsum esse, ecc. ecc.: li puoi smentire o anche solo relativizzare? No, perché negandoli finisci per riaffermarli implicitamente o esplicitamente. E queste sono cose che sono state già dette nel corso della discussione in più occasioni (a proposito della tua ridicola accusa di "non rispondere"). Altro che "io l'ho pensata così, lo garantisco io"!

    Per il resto, è decisamente curioso chiedere "un fondamento sicuro" al discorso sull'"essere", quando non sei nemmeno in grado di spiegare che cosa sarebbe "un fondamento sicuro" o una "garanzia"!

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Te l’avevo già spiegato. Senza identità, niente realtà contraddittorie/incontraddittorie, ma nell’individuare le identità noi possiamo sbagliare, come dimostra il caso delle costellazioni, che sono state credute reali per secoli, mentre sono solo effetti prospettici.
    Se fosse per la “filosofia perenne”, noi prenderemmo ancora per “realtà universalmente e assolutamente incontraddittorie” cose che non esistono. E se questo può accadere per ciò che appare evidente allo sguardo, figuriamoci per le astrazioni.

    La tua risposta era stata “ma tanto io non ho mai visto una costellazione”.
    Sì, perché tu asserivi che la visione delle costellazioni fosse equiparabile alla conoscenza delle nozioni prime e dei principi primi dell'essere in quanto immediatamente evidenti. Se fosse davvero così, le avrei viste! La mia risposta però non s'era limitata a questo:

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Io non ho mai visto una costellazione in vita mia, quindi che le costellazioni siano "immediatamente evidenti" non è un giudizio che posso sottoscrivere

    Al di là di questo, volendo prendere in considerazione il tuo esempio, va detto che sono le costellazioni a rivelarsi delle nostre illusioni ottiche, ma non sono illusorie le stelle di cui ci sembra che siano composte. E questo cosa significa, fuor di metafora? Vuol dire che noi potremmo anche ingannarci o sbagliarci su determinti aspetti della realtà, ma questo non significa che tutta la realtà ci sia inaccessibile e che non ci sia almeno qualche elemento fondamentale che noi possiamo cogliere, riconoscendolo come vero, universale e necessario.
    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Se sappiamo che le costellazioni sono illusioni ottiche, perché non dovremmo sapere se le stelle esistono davvero oppure no?
    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Tu dici che non sappiamo se i dati del senso comune, le nozioni prime ed i principi primi dell'essere, che noi formalizziamo nella metafisica, siano "stelle" o "costellazioni". Ma nell'esempio che hai fatto abbiamo le stelle che sappiamo essere reali e le costellazioni che sappiamo essere illusioni ottiche. Quindi è proprio il tuo esempio a mostrarci che c'è l'apparenza e c'è la realtà e che si può distinguere l'una dall'altra.
    Perciò, è chiaro che il tuo paragone né è valido né può costituire una risposta a che cosa potrebbe condizionarci a tal punto da farci percepire la realtà come costitutivamente, necessariamente ed universalmente incontraddittoria senza esserlo davvero.
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  10. #13770
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    O i concetti di “esistenza”, “uomo”, “pianta” esistono solo nella nostra mente, oppure esistono anche “nelle singole cose reali”. In che modo dei concetti esisterebbero nelle singole cose reali? Come concetti ipostatizzati, indipendenti dalla nostra mente. In quale altro modo? Per magia? Perché si vuole che ci siano? Perché altrimenti “sarebbero solo nella nostra mente - e basta”? Ti sembra un argomento plausibile dire che i concetti non esistono solo nella nostra mente, perché altrimenti sarebbero solo nella nostra mente?

    Se anche si potesse spiegare in che modo un concetto può stare in un oggetto, che altro sarebbe questa spiegazione se non un’ipotesi sulla natura dei concetti? Sarebbe per caso verificabile in qualche modo negli oggetti? No, sarebbe una teoria destinata a rimanere tale, e in quanto tale sostituibile da un’altra.
    La risposta è già presente nell'intervento che hai quotato e non si capisce perché tu l'abbia ignorata:

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Noi (...) non troviamo nella realtà esterna l'esistenza in quanto tale, ma le singole cose che esistono, così come non troviamo l'uomo in quanto tale, bensì i singoli esseri umani. E così via. Questo non toglie che le singole cose esistenti, i singoli esseri umani, ecc. siano tali proprio perché possiedono quelle caratteristiche fondamentali che li rendono cose esistenti, esseri umani, ecc. e che sono, per così dire, racchiuse nei concetti di "esistenza", "essere umano", ecc.
    Per il resto, vedo solo una triste e sofistica manipolazione del mio intervento: non ho detto che "i concetti non esistono solo nella nostra mente, perché altrimenti sarebbero solo nella nostra mente", ma ho detto, riferendomi ai concetti esemplificati, che, essendo enti di ragione fondati sul reale, sarebbe equivoco, se non addirittura erroneo, asserire tout court che "esistono solo nella nostra mente", senza specificare che questi "concetti non sono presenti nella realtà esterna come universali, ma si riscontrano nelle singole cose reali". Ed in che modo si riscontrino nelle singole cose reali è già stato detto: ogni cosa che, singolarmente, riconosci essere una pianta ha quelle caratteristiche universali e necessarie che la rendono tale; ogni cosa che, singolarmente, riconosci essere un uomo ha quelle caratteristiche necessarie ed universali che la rendono un uomo; ogni cosa che, singolarmente, riconosci esistere nella realtà possiede quelle caratteristiche necessarie e fondamentali che la rendono esistente; e così via. Per considerare ciò una mera ipotesi, anziché una certezza, si dovrebbe disconoscere il valore di ciò che ci attesta la nostra stessa coscienza nel momento in cui compiamo l'atto di conoscere.
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

 

 
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