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Discussione: Fede o scienza?

  1. #14161
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Ma chi e come garantisce che anche solo parzialmente il limitato possa cogliere l’illimitato, l’umano il sovrumano, il relativo l’assoluto? Non si può semplicemente dare per scontato un simile passaggio di piani. Su cosa si fonda questa certezza di poter cogliere verità “assolute”?

    Per esempio, una volta che ci si sia messi d’accordo su cosa sia una causa, e dopo aver elaborato una teoria su come funziona la realtà, chi garantisce che abbiamo scoperto l’effettiva struttura “nascosta” della realtà? Non si può rispondere “perché no?”, che sarebbe una non risposta, né accontentarsi del fatto che il ragionamento fila, perché sappiamo bene che un ragionamento può funzionare ed essere tuttavia privo di un riscontro nella realtà. In entrambi i casi queste risposte cadrebbero al di sotto delle pretese che vorrebbero giustificare (le verità “assolute”).
    Queste tue osservazioni fanno già parte del dibattito in corso: o vi ho già risposto o vi sto rispondendo. A cosa serve aggiungere un altro post?

    Per il momento, basti osservare che:

    1) un conto è riuscire a sapere, tramite dimostrazione, che ci sia qualcosa di illimitato, sovrumano ed assoluto ed un conto è conoscere esaustivamente ciò che è illimitato, sovrumano ed assoluto;

    2) le conclusioni di un ragionamento dimostrativo sono garantite non solo dalla corretta esecuzione del procedimento dimostrativo, ma anche dalla fondatezza delle premesse;

    3) il problema delle premesse, cioè delle autoevidenze dalle quali la filosofia tomista parte per svolgere le sue dimostrazioni, è già stato ed è tutt'ora oggetto del dibattito che stiamo avendo (quindi è ridondante ribadirlo qui nel dettaglio).

    Faccio poi un'ulteriore considerazione, che però va considerata a posteriori rispetto alle spiegazioni già date, alle quali rimando:

    Dio ci ha creati ed ogni causa produce un effetto simile a sé. Siamo in grado di attingere, in una certa misura, all'assoluto, nonostante la nostra limitatezza: perché siamo figli dell'Assoluto.

    Perché preciso a posteriori? Perché questa è una conclusione alla quale giungiamo solo dopo aver ottenuto delle conoscenze oggettivamente vere, necessarie ed universali in quanto immediatamente o mediatamente evidenti. Non prima. Poi, so già che probabilmente, in modo pretestuoso, cercherai di utilizzare questa mia frase - scritta a posteriori delle considerazioni già fatte - per dire che per il tomismo la garanzia della veridicità di determinate affermazioni sarebbe un presupposto aprioristico e dogmatico, cioè l'inesistente dar per scontata l'esistenza di Dio, ma la manovra dialettica ormai la conosciamo ed anche se dovesse essere ripetuta, sarebbe già sventata in partenza.

    Alla domanda su come possiamo essere certi di aver ottenuto conoscenze oggettivamente vere la risposta è sempre la stessa: se qualche cosa nella o della realtà è ineludibile, significa che a ciò non possiamo sottrarci in alcun modo. Se qualcosa non può essere evitata nella realtà, allora c'è necessariamente. Essendo necessaria, la sua esistenza non dipende da noi: possiamo quindi riconoscerla come vera ed oggettiva.
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  2. #14162
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    L’appello al senso comune lascia il tempo che trova, per i soliti motivi.

    O il senso comune è garanzia di verità, e allora ci teniamo il sano senso comune e lasciamo la filosofia ai perditempo, perché non ne abbiamo alcun bisogno,

    Oppure il senso comune è garanzia di verosimiglianza e attendibilità, e allora qualunque filosofia e in particolare le metafisiche risulteranno per un verso o per un altro inverosimili e inattendibili (per non parlare delle religioni e delle teologie),

    Oppure anche il senso comune deve essere passato al vaglio della filosofia, e allora nessun appello a ciò che per il senso comune è verosimile e intuitivo può essere usato come argomento.
    Ecco il solito problema delle false alternative.

    L'appello al senso comune non pretende di sostituire la filosofia né di garantire esaustivamente tutto ciò che ci può essere di vero. Esso indica ciò che, nell'esperienza cosciente ed immediata del soggetto conoscente, corrisponde alla realtà.

    La vera alternativa si basa quindi sul punto di partenza.

    O la filosofia riconosce come punto di partenza il senso comune o è costretta – in misura maggiore o minore – ad introdurre dei presupposti arbitrari, che sono frutto di una scelta "a priori" della ragione. Nel primo caso, la filosofia ne approfondisce i dati e lo formalizza, trasformando una conoscenza ancora imprecisa in una rigorosa. Nel secondo caso, la filosofia si chiude autoreferenzialmente e costruisce castelli di carte, magari anche poderosi, però sostanzialmente scollegati dalla realtà e privi di fondamento nell'esperienza concreta.

    Non c'è alcun modo di garantire che le conclusioni raggiunte corrispondano davvero alla realtà se non si parte dal contatto immediato con ciò che apprende il soggetto conoscente. Il che non significa che la conoscenza debba limitarsi - e si limiti effettivamente – soltanto a questo: altrimenti, ad esempio, si disconoscerebbe la validità delle conclusioni alle quali si giunge per dimostrazione.
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  3. #14163
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    E che i numeri e i concetti siano proprietà reali degli enti e come tali esistano nelle cose indipendentemente dal nostro pensarli è appunto una teoria, un’opinione come un’altra sulla questione degli universali. La differenza del “realismo moderato” sta solo nel modo di pensarli: nelle cose invece che in una sorta di iperuranio, ma in entrambi i casi si presuppone che esistano indipendentemente da noi che li pensiamo.

    Ma proprio come le altre, non c’è modo di farla passare dallo status di opinione a quello di verità indubitabile o dimostrata.

    Come ben sanno i matematici, il fatto che usiamo i numeri per quantificare aspetti della realtà dimostra solo che sono strumenti efficaci ad elaborare la quantità, ma non dimostra nulla circa il loro statuto ontologico. Il fatto che il negoziante ti dia il resto corretto dimostra solo che ha imparato a fare le sottrazioni, non che i numeri esistono nelle cose.

    Quindi niente impedisce di pensare che i concetti siano strumenti che la nostra mente elabora per decifrare la realtà, e non esistano indipendentemente dal nostro pensarli, il che era peraltro già noto nel medioevo.
    Una teoria? Un'opinione? Poniti una semplice domanda: da quale atto della nostra mente vengono fuori i numeri? Da un'opera di fantasia? O da un'astrazione della nostra mente che opera sul concreto dei singolari conosciuti? Sicuramente il nostro intelletto fa un'astrazione e questo implica un'attività, non una mera ricezione passiva di informazioni dall'esterno, ma ciò non toglie che questo "fare" avvenga necessariamente a contatto con realtà esterne alla nostra mente.

    Come potrebbero i numeri essere "efficaci ad elaborare la quantità", se questi non avessero per base la realtà stessa in cui si riconoscono e si ricavano le quantità che traduciamo in numeri?

    Ora, il punto è che, siccome la realtà a noi esterna esiste indipendentemente da noi, ne consegue anche che ciò che in essa rinveniamo non dipende dalla nostra esistenza. Da noi dipenderà il modo in cui la realtà viene conosciuta, ma inferire da questa dipendenza l'impossibilità di una conoscenza oggettiva è solo l'ennesimo salto logico ed argomentativo che compi. Nel caso dei numeri, il fatto che possiamo cogliere regolarità e misurare con successo la realtà indica che l'intelletto, pur operando attraverso i propri concetti, entra in contatto con qualcosa di reale ed ordinato.
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  4. #14164
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Se è vero come hai detto che la parola segue la cosa conosciuta, è già dimostrato che non coglievano “il bianco”, altrimenti avrebbero usato un’unica parola.
    Se è vero come hai detto che la parola segue la cosa conosciuta, è anche dimostrato che “esistono distintamente nella realtà” cose che secondo altri modi di vedere non esistono distintamente - perché al loro posto un’unica parola rimanda a un’unica indistinta realtà.
    Questo è un non sequitur.

    Ad es., esistono lingue in cui non vi sono termini distinti per indicare la mano ed il braccio. Questo vuol dire che i popoli che parlano queste lingue non colgano la differenza fra ciò che è la mano e ciò che è il braccio?

    Poniamo il caso che io non sappia che le dita della mano si suddividano in pollice, indice, medio, anulare e mignolo: questo significherebbe che per me tutte le dita della mano sono identiche? Che non c'è alcuna reale differenza fra di esse?

    No, ovviamente.

    Una parola non può che seguire la cosa conosciuta, ma il fatto che una lingua abbia termini specifici per verbalizzare ed indicare graficamente le caratteristiche particolari di una certa realtà, dotata di una propria unità, ed altre lingue non li abbiano non dimostra che quelle caratteristiche particolari non siano viste o percepite da certi popoli, mentre da altri sì.

    Viceversa, il fatto che certe lingue abbiano parole per indicare determinate realtà, dotate di una propria unità, ed altre no non significa che certi popoli colgano questa unità ed altri no.

    Ma, se anche volessimo sostenere che, effettivamente, certi popoli, in determinate fasi storiche della loro esistenza, abbiano colto alcune cose, che hanno "tradotto" in suoni verbali e segni grafici, ed altri no, questo non vorrebbe dire né che la realtà dipenda necessariamente dal nostro linguaggio né che la nostra conoscenza della realtà non possa essere, per alcun lato, oggettiva ed universale. Vorrebbe solo dire che determinati popoli sono riusciti a cogliere certe cose ed altri no, senza che questo infici la capacità dei singoli individui di conoscerle in termini oggettivi, universali e necessari. Ad esempio, io posso non aver colto hic et nunc che esista l'indice della mano o la mano stessa ma, al tempo stesso, continuare ad avere la capacità di conoscere l'uno e l'altra come tali e, magari, un domani tradurre in atto questa mia capacità, acquisendone effettiva conoscenza.

    Visto che, originariamente, il dibattito verteva proprio sulla parola "essere", si può ripetere questa semplice osservazione, che gli argomenti di cui sopra hanno ulteriormente corroborato: gli arabi non sarebbero riusciti a tradurre verbalmente e graficamente nella loro lingua, nemmeno coniando un neologismo, il concetto di "essere", espresso dalle parole greche τὸ ὄν e τὸ εἶναι, se preliminarmente non l'avessero colto e capito, analogamente a come noi non avremmo potuto tradurre i vocaboli latini albus e candidus se, preliminarmente, non avessimo capito che cosa indicassero, pur in assenza di una parola specifica nella nostra lingua che esprimesse l'uno e l'altro.

    Poco conta, a questo punto, stabilire se gli arabi (o chi per essi) già possedessero tale concetto (mi riferisco a quello di "essere"), pur non avendolo mai espresso vocalmente/graficamente, o meno. Quel che è certo è che, ad un certo punto della loro storia, l'hanno colto, l'hanno capito e l'hanno espresso vocalmente e graficamente.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Sulla stessa base si deve constatare che i cinesi hanno fatto a meno di un concetto di “spazio” indipendente da quello di “tempo”, senza che l’assenza di questi due distinti universali compromettesse la loro speculazione e le sue applicazioni pratiche.

    Restando in tema di dimostrazioni, come si dimostra la presenza di un concetto in una lingua antica, in assenza del relativo termine?
    Forse la costruzione della muraglia cinese dimostra che i cinesi avevano e usavano il concetto di “spazio” e non quello di spazio-tempo? Sarebbe come dire che il fatto che i cinesi mangiano dimostra che in realtà usano la forchetta e non le bacchette. Sarebbe una semplice assunzione: dato che secondo noi le cose funzionano in un certo modo, allora per tutti le cose funzionano allo stesso modo.
    La presenza di un concetto in una lingua antica, in assenza di una parola specifica che lo indichi, si può dedurre dai comportamenti e dalle realizzazioni del popolo che parlava quella lingua sulla base delle fonti storiche disponibili. Per questo ti ho fatto l'esempio della costruzione della Grande muraglia cinese: come avrebbero mai potuto costruirla se non avessero avuto anche solo una minima nozione di "spazio"? Ma in merito si può fare un altro esempio: l'antica civiltà cinese è nota per il culto che veniva tributato agli antenati. Questo significa che i cinesi dell'epoca avevano ben chiari i concetti di "vita" e di "morte", così come di "vita terrena" e di "vita ultra-terrena". Questo vuol pure dire che i cinesi avevano nozione dello scorrere del tempo. Magari confusa o imprecisa, ma sufficiente a distinguere tra passato, presente e futuro e tra una dimensione temporale ed una al di là del tempo. Perciò, resta confermato quanto dicevo in precedenza: un conto è la comprensione teorica scientifica dei concetti di "spazio" e di "tempo", che certamente può esser mutata nel tempo ed aver indotto ad un mutamento di linguaggio funzionale ad esprimere meglio quanto appreso/scoperto tramite un'altra cultura, ed un conto è l'effettiva percezione dello spazio e del tempo la cui sussistenza, nel caso della civiltà cinese, si può inferire con sicurezza da alcuni elementi.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Dunque, visto che diversi linguaggi testimoniano diversi modi di segmentare e interpretare una stessa realtà, non è possibile affermare con certezza che cogliamo univocamente le proprietà delle cose, astraendo i concetti che in qualche modo esse contengono. Non è possibile affermare che la conoscenza funziona semplicemente come uno specchio, che si limita a riflettere la struttura della realtà, ma bisogna piuttosto dire che essa filtra ed interpreta la realtà nel momento in cui la coglie, imprimendovi in una certa misura la sua impronta.

    La realtà non dà univocamente “il bianco”, “il candidus”, “il tempo”, “lo spazio” ad ogni soggetto conoscente, non appare già suddivisa in unità che i soggetti si limitano a raccogliere, ma in qualche modo i soggetti intervengono a delimitarle. Constatiamo che ci sono diverse “mappe” della realtà, ma non un’unica “mappa” che la rispecchi perfettamente.

    Cioè, se come nel tuo esempio la realtà è come un prisma, e la sua superficie è vista in modi diversi da osservatori diversi, diventa problematico affermare che può essere conosciuta in termini oggettivi, universali e necessari, anche se quei modi non si contraddicono - è sufficiente che siano diversi. Occorrerebbe stabilire quale linguaggio interpreta oggettivamente, necessariamente e universalmente la realtà, e perché proprio quel linguaggio e non un altro.
    Io non ho mai detto che noi cogliamo solo univocamente le proprietà delle cose, ma che le possiamo (quindi, nemmeno sempre) cogliere oggettivamente. Univoco ed oggettivo non sono la stessa identica cosa.

    Pecchi poi di eccesso di indistinzione perché metti sul medesimo piano l'intellegibilità della struttura fondamentale della realtà con la percezione sensoriale dei colori. Come già ti dissi qui, quando parliamo dei colori delle cose, parliamo pur sempre di elementi fisici accidentali degli oggetti, di cui è normale che l'uomo non riesca ad avere una piena intellegibilità, similmente a come, per tale motivo, non siamo in grado di avere definizioni metafisiche propriamente dette di cose come, ad es., l'oro, l'albero, il cane, l'europoide, ecc.

    La conoscenza non funziona come uno specchio, che si limita a riflettere la struttura della realtà, ma bisogna piuttosto dire che essa filtra ed interpreta la realtà nel momento in cui la coglie, imprimendovi in una certa misura la sua impronta? Poni un falso dilemma: infatti, il tomismo riconosce, ammette e formalizza il concetto di "intelletto agente" perché l'intelletto umano non si limita a ricevere dall'esterno qualcosa ma è esso stesso che, per così dire, deve procedere operativamente, secondo diversi livelli, all'astrazione dell'universale dal singolare conosciuto. Il problema è dedurre (falsamente) da questo che l'intelletto umano, almeno in un certo senso, plasmi o, peggio ancora, produca la realtà che esso stesso conosce attraverso l'astrazione. Per questo in altri spezzoni della nostra discussione ho insistito molto nel chiederti (senza ottenere risposte soddisfacenti) come potrebbero i nostri organi corporei condizionare la nostra conoscenza al punto da impossibilitarci ad avere qualsiasi genere di conoscenza certa, oggettiva, universale e necessaria. Se sostieni che l'atto di conoscere, da parte dell'uomo, dia un'impronta alla realtà conosciuta, devi dire come ciò potrebbe avvenire e, di conseguenza, come questo infici radicalmente la possibilità di attingere a qualcosa di certo, oggettivo, ecc.

    In poche parole, non è scritto da nessuna parte che la conoscenza sia o una mera ricezione passiva della realtà esterna al soggetto conoscente, ridotto a ricettacolo inerte di informazioni, o un atto di rielaborazione della realtà che determinerebbe la realtà stessa, impedendo in ogni caso ed ambito l'acquisizione di verità oggettive. Il tomismo, sotto questo profilo, rappresenta una "terza via" equilibrata, ma non eclettica.

    Come ho dimostrato, la pluralità degli usi linguistici non è un argomento sufficiente per confutare che sia possibile avere e che, in concreto, sia abbiano conoscenze certe di portata universale, necessaria ed oggettiva. È un fatto che, nonostante le difficoltà e gli ostacoli, la diversità linguistica non abbia impedito ai popoli di comunicare fra loro e di comprendersi.

    Riguardo al paragone che fai con le mappe, bisogna intendersi: in questa metafora che hai elaborato, le diverse mappe sono i differenti aspetti che si possono conoscere della realtà oppure sono le differenti lingue che i popoli hanno per esprimersi riguardo alla realtà?

    Nel primo caso, se ci sono più mappe per "percorrere" la realtà, ciò non toglie che la realtà sia comunque una sola, pur nella molteplicità degli aspetti che essa include. Più descrizioni possono cogliere diversi elementi e sfumature della realtà, senza con ciò cadere in contraddizione, convivendo tranquillamente assieme. Questa diversità porrà dei problemi in taluni casi e questo spiega perché l'uomo studia, riflette ed indaga sulla realtà ed i diversi aspetti che la contraddistinguono continuamente ma nemmeno l'emergere di problemi (possibile o effettivo) è un elemento che depone a sfavore dell'oggettività di talune conoscenze. Ci potranno indubbiamente essere mappe inadeguate o addirittura errate, ma come si capisce se una mappa è inadeguata o errata? Verificando se il percorso che riporta corrisponde effettivamente a quello reale. Quindi, tale verifica, da parte del soggetto, può avvenire soltanto confrontandosi con la realtà. Ad ogni modo, le nozioni ed i principi primi dell'essere che la filosofia tomista ha formalizzato non sono semplicemente mappe per percorrere la realtà ma sono le condizioni, insite nella realtà, che permettono di elaborare delle mappe. In un certo senso, sono ciò che fornisce alle mappe il loro stesso oggetto.

    Nel secondo caso, invece, vale quanto già detto: diverse lingue possono cogliere i medesimi oggetti.

    Riguardo alla necessità di un linguaggio universale, anche qui molto dipende da che cosa intendi: la storia ha dimostrato che un filosofo arabo ha potuto capire un filosofo greco della tarda età classica, così come ha dimostrato che un filosofo italiano del Medioevo ha potuto capire l'uno e l'altro, nonostante le diversità linguistiche e culturali. La filosofia di S. Tommaso d'Aquino è stata conosciuta, studiata e capita in tutto il mondo, superando barriere linguistiche, culturali e religiose (spesso rimarchevoli). Diverse lingue possono quindi cogliere lo stesso oggetto, come già ho chiarito. Ma l'esempio non vale solo per S. Tommaso. Noi europei occidentali non siamo forse venuti a contatto con la filosofia di Confucio? Non siamo forse riusciti a studiarla e a capirla, nonostante la notevole differenza culturale tra l'Europa occidentale e la Cina?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Non è una mia premessa, è la risposta alle tue argomentazioni che cercano nel linguaggio una conferma della metafisica dell’essere: in altri casi l’uso del verbo essere, in questo caso l’uso della parola “cosa” o “ente”.
    C'è differenza tra ricavare un intero sistema filosofico dal linguaggio (accusa che tu formuli nei confronti della filosofia tomista) e fare questo:

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Riguardo agli usi e alle convenzioni linguistiche, non li utilizza come elementi propriamente dimostrativi ma certamente, laddove possibile, rinviene in essi le "spie" di significati più profondi, senza la pretesa che queste "spie" siano sufficienti di per sé a fondare un sapere rigoroso e sistematico. Sono elementi utili ad avviare o corroborare la riflessione filosofica ma, per l'appunto, non fondativi o dimostrativi.
    Pertanto, ribadisco: la tua premessa o, se preferisci, la tua risposta è infondata perché rinvenire in usi e convenzioni linguistiche le "spie" di significati più profondi, senza la pretesa che abbiano un ruolo fondativo o dimostrativo, non equivale a ricavare - parole tue - "una metafisica da un certo modo di esprimersi". Un conto è trovare conferme o rilevare indizi nel linguaggio, un conto è, invece, fondare o dimostrare proposizioni filosofiche ricorrendo alle sole parole.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Secondo te il fatto che le chiamiamo con lo stesso termine proverebbe che sia quelle che esistono che quelle che non esistono hanno in comune qualcosa che fonda una relazione fra di esse, un fondamento trascendentale.

    Ma questo non dimostra l’esistenza di un fondamento trascendentale, di un tratto comune fra realtà e fantasia, niente che non sia semplicemente il nostro pensare e nominare ciò che identifichiamo nell’una e nell’altra. Siamo noi che valutiamo cosa esiste e cosa non esiste, cosa è reale e cosa è fantastico, cosa è “ente di ragione” ecc: tutto questo fa capo al nostro pensiero - lo stesso essere, che secondo te permetterebbe al pensiero di formare concetti, di fatto appare unicamente nel pensiero.
    La prospettiva va ribaltata perché il punto è: come mai le chiamiamo con lo stesso termine? È una mera casualità? È un vezzo? Un puro arbitrio? Se fosse così, le parole in questione non veicolerebbero alcunché e noi non capiremmo ciò che significano. Perciò, si tratta di risalire dagli effetti – le parole ed il loro uso – alle cause – ciò che le parole indicano, il loro contenuto, ciò a cui si riferiscono.

    Non è quindi il pensiero che fonda la relazione di cui ho parlato, con tutte le distinzioni del caso: è l'intelletto che coglie e distingue ciò che è ente reale, ciò che è ente di ragione e ciò che è frutto della nostra fantasia; ed è l'intelletto a cogliere che tra enti reali, enti di ragione ed enti frutto della nostra fantasia c'è una relazione in cui la pietra di paragone è sempre l'ente reale. Se vogliamo dire che siamo noi a valutare cosa esiste e cosa non esiste et cetera, non possiamo che farlo a contatto con la realtà extramentale. È il confronto fra l'intelletto e la realtà ad esso esterna a farci dire se una certa cosa esiste o meno: certamente siamo noi a formulare tale giudizio ma questo non dimostra che sia il pensiero a "fare" la realtà, inventandosi collegamenti che non ci sono o che sono quanto meno dubbi.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    E questo pone un problema inaggirabile: quello che dovrebbe essere il fondamento del pensiero stesso e del linguaggio, è a sua volta un fatto di pensiero, mediato dal linguaggio, quindi la ricerca del fondamento ritorna su se stessa, circolarmente
    Il "circolo" non esiste davvero: sei tu ad inventarlo, perché affermi immotivatamente che qualcuno avrebbe preso la parola "ente" e la parola "essere", senza alcun aggancio alla realtà esterna, e ci avrebbe costruito sopra una speculazione filosofica. Ma queste parole non direbbero niente a nessuno se non avessero un contenuto intellegibile in quanto tratto dalla realtà extramentale. Lo si comprende anche tramite un esempio abbastanza estremo: se io capisco cos'è la chimera, che è un parto della fantasia umana, è solo perché è il nome al quale corrisponde un animale mitologico che, in modo incontraddittorio, ha in se stesso alcune caratteristiche di animali esistenti. Se così non fosse, la parola "chimera" sarebbe soltanto un suono o un segno e non mi trasmetterebbe alcunché.
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  5. #14165
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Io non trovo noioso constatare che l’impossibilità di una definizione dimostra che non è possibile comprendere veramente l’essere.
    Evidentemente, non hai molto di meglio da fare, se non lo trovi noioso, visto che ti è già stato detto in più occasioni che l'assenza di definizione né dimostra né implica un'assenza di significato o l'inconoscibilità dell'"essere". L'ultima delle quali è stata proprio la risposta a cui hai replicato.

    Citazione Originariamente Scritto da Gunthr Visualizza Messaggio
    Non si sa propriamente cosa sia, per questo non è possibile definirlo. La “nozione” di ciò che fonda la relazione fra ogni cosa? Ma l’essere non è un concetto, pertanto la tua “semantizzazione” è solo un modo per dire qualcosa evitando di rispondere: che cos’è questo X che fonderebbe la relazione fra ogni cosa?

    Logicamente, non sapendo dire cosa sia, non resta che interpretarlo (per esempio dicendo che è la nozione che fonda la relazione ecc.), e altrettanto logicamente, non sapendo cosa sia, non è possibile dire quale sia l’interpretazione corretta di questo (non) qualcosa. Non ci sono alternative.

    Non solo: considerato che questo essere non è l’esistenza, ma come hai detto tu precede l’esistenza stessa, che va quindi ricondotta ad esso, non si può fondarlo sull’esistenza delle singole cose.

    Sull’esistenza delle singole cose si può fondare solo l’astrazione di “tutto ciò che esiste”, ma non c’è niente di trascendentale nel pensare la somma di tutte le cose che esistono, e non c’è alcun passaggio necessario fra la somma di tutto ciò che esiste e questa non-cosa, questo non-concetto, che fonderebbe la relazione fra ogni cosa ecc. Da dove esce questa “nozione”? Qualunque spiegazione tu proponessi, partirebbe già dall’essere come presupposto, interpretando già le cose come “enti” dotati di “essenze”, termini che derivano appunto da “essere”, come se lavorando sulle parole si ricavassero fatti della realtà. È ovvio che le parole non sono le cose, sono segni convenzionali che indicano le cose, quindi è vano cercare nelle parole i tratti fondamentali delle cose.

    E non basta dire “non è vero, è sbagliato”: per affermarlo dovresti mostrare in che modo un discorso sul fondamento della realtà possa individuare qualcosa che si sottrae a una dimensione discorsiva, il che è impossibile, perché la metafisica consisteva proprio in questo: in un discorso sull’essere, dal momento che l’essere è qualcosa che “si dice in molti modi”.

    Che l’essere preceda il linguaggio è illusorio: l’essere è oggetto di riflessione solo in quanto appunto lo si dice, mentre le essenze sono le definizioni delle cose, cioè appartengono a loro volta al linguaggio.
    Dunque l’essere, che dovrebbe fondare ogni discorso sulla realtà, non può fondare il discorso sull’essere. L’essere non ha fondamento, per cui, o si procede fingendo che l’abbia, o ci si tiene l’intuizione quasi mistica di un qualcosa che non è una cosa, che si percepisce “quasi notissimum”, e lì coerentemente ci si ferma, non potendone fare oggetto di scienza.
    Su diversi punti mi toccherà ripetere cose già dette, ma tant'è...

    Non è possibile definire l'"essere" non perché non si sappia cosa sia, ma perché ogni definizione propriamente detta già lo presuppone non solo semanticamente, ma anche concettualmente e, perciò, contenutisticamente. Ogni volta che chiedi la definizione di "essere" per tentare di sostenere la vacuità di tale nozione non stai confutando la fondatezza oggettiva dell'ontologia tomista, ma solo mostrando per l'ennesima volta che, nel tuo tentativo di relativizzare la metafisica aristotelico-tomista, non puoi fare a meno di ricorrere a categorie che, vuoi o non vuoi, presuppongono nozioni di cui stai contestando la validità oggettiva.

    Obiettare di nuovo che l'"essere" può soltanto essere interpretato rientra nell'errore di cui sopra: senza il concetto di "essere" non può esistere nemmeno quello di "interpretazione". Se affermi che non resta che interpretare l'"essere", ammetti implicitamente che c'è qualcosa che va interpretato. Ma già riconoscendo che c'è qualcosa che può, anzi, che deve essere oggetto di interpretazione ci si pone nell'ottica dell'"ente" e dell'"essere". Ovvero, di ciò che si vorrebbe - quanto meno - relativizzare. Potresti dire che, in realtà, interpretare l'"essere" significa interpretare qualcosa privo di significato e di realtà: anche una simile affermazione implica che vi sia un "qualcosa" di cui si nega la realtà o il significato, e dunque presuppone, almeno implicitamente, l'opposizione tra ciò che è e ciò che non è. Senza ammettere tale opposizione, che pur va rettamente intesa, l'affermazione stessa sarebbe incomprensibile.

    Quando si parla dell'"essere" in senso generico, si parla di un concetto astratto dall'intelletto a partire dai singoli oggetti conosciuti nella realtà extramentale e non di una realtà per sé sussistente, come se fosse un'idea platonica. Non esiste un esse commune separato dalle cose ed al tempo stesso dotato, come singolare, di una propria esistenza che abbraccerebbe, monisticamente, tutto. Se non hai ancora capito questo, vuol dire che finora hai discusso di un argomento del quale non hai ancora compreso i termini.

    Non ha poi senso chiedersi cosa sia ciò che fonda la relazione fra ogni cosa e tutto di ogni cosa: la risposta è, per l'appunto, l'"essere". L'intelletto, infatti, conosce dapprima le singole cose in modo indeterminato ed è solo successivamente che ne coglie gli aspetti particolari, analogamente a come noi dapprima conosciamo i singoli animali come animali e solo successivamente li distinguiamo in cani, gatti, conigli, mosche, ecc. ecc. sulla base di elementi peculiari. Nel conoscere le singole cose in modo indeterminato, l'intelletto coglie che questi singoli oggetti - sia come tali sia con proprie caratteristiche che ancora non gli sono chiare - condividono tutti quanti qualcosa che li rende reciprocamente riferibili ed intellegibili. E questo viene detto "essere". L'"essere" è una nozione prima, cioè la formalizzazione di una conoscenza pressoché immediata ed autoevidente. Perciò, quando si parla di "essere" in questo senso, s'intende ciò che l'intelletto coglie in ciascun ente in modo originario e confuso, prima di ogni determinazione ulteriore che, peraltro, non potrà che essere riconducibile alle nozioni di "ente" ed "essere".

    Pretendere quindi che vi sia un'ulteriore risposta alla domanda su che cosa sia ciò che fonda la relazione fra ogni cosa e tutto di ogni cosa ripropone il solito problema delle tue riflessioni in materia sul fondamento: se una determinata nozione, nel suo contenuto, è assolutamente ineludibile, per quale ragione questo non dovrebbe essere garanzia sufficiente della sua oggettiva validità? Su questo, more solito, ancora nessuna risposta. D'altronde, è evidente che res sunt o che aliud est. Di fronte a tale constatazione, non si può andare più indietro ma, nondimeno, essa resta certa ed indiscutibile.

    Pertanto, ancora una volta viene smentito quanto da te sostenuto: l'"essere" non è un presupposto dal quale il pensiero parte aprioristicamente, ponendolo in modo arbitrario, per poi fare un discorso sulla realtà, ma è la formalizzazione di ciò che viene colto di assolutamente necessario nell'esperienza.

    Non si tratta poi di giocare con le parole: le parole sono convenzionali, ma la loro convenzionalità non risiede nei contenuti che indicano bensì nella scelta dei suoni vocali e dei segni grafici tramite i quali si vogliono veicolare determinati contenuti. Perciò, obiettare che "le parole non sono le cose" ma "segni convenzionali che indicano le cose" non è sufficiente per confutare che tramite le parole possiamo veicolare - e, nel caso di specie, veicoliamo - concetti e giudizi che esprimono oggettivamente il reale. Parole come "ente" o "essere" non sono suoni verbali e segni grafici che poi si è cercato di riempire di contenuto: sono suoni verbali e segni grafici con i quali si è storicamente convenuto di veicolare un certo contenuto ricavato per astrazione dalla realtà. Se non fosse stato rinvenuto che tra ogni cosa e tutto di ogni cosa v'è una relazione, non sarebbe mai stato formulato il concetto di "essere".

    È senza senso anche affermare che non si possa ricavare la nozione di "essere" dal fatto che esistano delle cose. Come detto in precedenza, già nel constatare che esistono delle cose noi cogliamo una polarità tra ciò che rende determinate cose tali ed il fatto che quelle determinate cose siano effettivamente presenti nella realtà extramentale. Una polarità che il filosofo formalizzerà nei concetti di "essenza" e di "essere in atto" o di "esistenza", ma che prima ancora rileva il senso comune.

    Né ciò che si intende per "esistenza" né ciò che s'intende per "essere" si può identificare nella "somma di tutte le cose esistenti" perché tanto la nozione di "esistenza" quanto quella di "essere" sono astratte dalle singole cose: non sono il frutto di un'addizione.

    Che cos'è una nozione trascendentale? È una nozione alla quale è riconducibile ogni cosa e tutto di ogni cosa. Per dire che non c'è nulla di trascendentale nella nozione di "essere" bisognerebbe appunto smentire che ogni cosa e tutto di ogni cosa sia riconducibile a tale nozione: ma la smentita, da parte tua, latita (e non potrebbe essere diversamente).

    Non si capisce poi perché il fondamento dovrebbe sottrarsi ad una dimensione discorsiva per poter essere tale. È un tuo postulato arbitrario senza alcuna giustificazione. Già te l'ho detto nell'intervento a cui hai risposto: il fatto che esista un discorso sul fondamento della realtà non significa che non si possa arrivare ad individuarlo e a riconoscerlo come tale.

    Negare che l'"essere" preceda il linguaggio non regge minimamente perché il linguaggio stesso ha senso solo in quanto veicola qualcosa, ossia parla di "qualcosa che è". Se l'"essere" fosse ridotto soltanto a ciò che si dice, allora anche il dire non direbbe nulla: sarebbe un puro gioco di suoni verbali e di segni grafici senza riferimento e contenuto. Inoltre, ridurre l'"essenza" alla definizione secondo genere prossimo e differenza specifica confonde il piano logico e linguistico con quello ontologico: le definizioni, infatti, esprimono le essenze, ma non le costituiscono. Altrimenti, le cose sarebbero ciò che sono perché le definiamo così. Il che è insostenibile perché palesemente contrario alla realtà: è l'oggetto che conosciamo a comunicarci le sue caratteristiche o, più precisamente, ciò che lo rende tale. Non siamo noi a dargliele arbitrariamente. In sintesi, una definizione è possibile solo in quanto vi è già qualcosa da definire.

    L'"essere" non ha fondamento...perché è il fondamento e noi lo cogliamo attraverso un'intuizione astrattiva (non "quasi mistica") ed in questo non c'è nulla di strano o poco credibile perché, così come ci sono conoscenze che noi otteniamo tramite ragionamento e dimostrazione, così ci sono conoscenze che, pur necessitando di posteriore formalizzazione per diventare precise e rigorose, noi abbiamo immediatamente o pressoché immediatamente.
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  6. #14166
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da topquark Visualizza Messaggio
    uno che esige di essere amato.. io lo considererei un tiranno in piena regola.
    Capisco che la recente mentalità "dirittista" di matrice liberale ed individualista abbia offuscato in molti la nozione di "dovere", ma noi, come figli, verso i nostri genitori abbiamo dei doveri e questi doveri sono amarli, rispettarli ed obbedirli in tutto ciò che riguarda l'ordine domestico, finché siamo sotto la loro tutela, nei limiti di ciò che è buono e giusto. Perché? Perché sono coloro che ci hanno dato la vita tramite la generazione. Ora, se qualcuno ha un dovere nei confronti di qualcun altro, ciò significa che vi corrisponde, dall'altra parte, un diritto, che per definizione è qualcosa di dovuto. Da qui l'analogia con Dio che, avendoci creati (cosa che non era assolutamente obbligato a fare), a maggior ragione noi dobbiamo amare, rispettare, ecc.
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  7. #14167
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Querion Visualizza Messaggio
    Più un genitore di merda.
    Quindi un genitore che impone delle regole ragionevoli e le fa rispettare se vengono trasgredite dai figli sarebbe "un genitore di merda"? Delirante
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  8. #14168
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da emv Visualizza Messaggio
    Giò ha usato un’espressione esagerata perché in realtà, secondo la nostra religione, Dio ci ama come siamo e ci lascia liberi di amarlo o rigettarlo. “Esige” solo che accettiamo la Sua salvezza ma questo non è esigere la rinuncia alla nostra autodeterminazione. Perché non ti riprendi in mano il racconto della creazione, primi 6 capitoli, Dio non appare affatto come un tiranno! C’è molto pregiudizio. Chi critica la Bibbia mi sembra che non l’abbia mai letta con attenzione.
    Non penso che S. Bernardo di Chiaravalle esagerasse, quando scrisse il De Diligendo Deo (che, per chi non fosse avvezzo al latino, significa: "Sul dovere di amare di Dio")

    Riguardo al resto di quanto scrivi, bisogna distinguere due piani differenti, ma non confliggenti:

    - Dio, creandoci, ci ha dato il libero arbitrio. Non ci ha creati come se fossimo degli automi, i cui comportamenti si svolgono seguendo determinismi necessitanti. In questo senso, Dio ci ama, ma ci lascia anche liberi di corrispondere al suo amore o di rigettarlo;

    - Dio però ci ha dato il libero arbitrio non per fare il male, bensì il bene. Amare Dio è la più alta espressione di virtù e quindi di un operato moralmente buono. Del resto, non ci si può salvare senza amare Dio. In quest'altro senso, Dio ci ama e ci impone, al tempo stesso, il dovere di amarlo. Se manchiamo a questo dovere, continua a chiamarci alla conversione ed è disposto a perdonarci, nel corso della nostra vita terrena, "settanta volte sette" (il che, nel linguaggio biblico, significa "infinitamente"), a fronte di un sincero pentimento. Ma ciò non toglie che, esigendo da noi contrizione ed espiazione, esige da noi un atto di carità nei suoi confronti, cioè di amore.
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  9. #14169
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Quindi un genitore che impone delle regole ragionevoli e le fa rispettare se vengono trasgredite dai figli sarebbe "un genitore di merda"? Delirante
    Un genitore che dice di lasciare libero il figlio non lo affoga nella vasca perché non ha fatto quello che il padre voleva.
    Se ha bisogno di imporsi con stermini, punizioni, lesioni della libertà di scelta e altro è un genitore che preferisce l’autoritarismo all’autorevolezza.
    In breve, un genitore di merda.
    Non ti piace la definizione, me ne farò una ragione.

    Che poi io non ci vedo niente di male che in un mito una divinità sia incoerente e faccia cose oggettivamente orribili. Si tratta di un mito, di una leggenda, di una storia.
    Che poi la teologia ci metta mille pezze per far quadrare tutto è un altro conto ancora.

  10. #14170
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    Predefinito Re: Fede o scienza?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Quindi un genitore che impone delle regole ragionevoli e le fa rispettare se vengono trasgredite dai figli sarebbe "un genitore di merda"? Delirante
    Si, un genitore di merda. Un fallito, tecnicamente.

 

 
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