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Salvo
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Il governo si prende la Costituzione.
RIFORME L’approvazione al Senato della riforma sulla giustizia non è solo un attacco alla magistratura, è anche uno stravolgimento del carattere “rigido” della nostra Costituzione.
L’approvazione al Senato della riforma sulla giustizia non è solo un attacco alla magistratura, è anche uno stravolgimento del carattere “rigido” della nostra Costituzione. Stabilisce la definitiva attrazione della Costituzione nella disponibilità del Governo.
Non una soggezione della riforma alla volontà della maggioranza parlamentare si badi, ma, ancor peggio, a quella del potere esecutivo. Si tratta dell’inversione di uno tra i principi fondamentale del costituzionalismo del secondo dopoguerra che fu ben riassunto in una famosa affermazione di Pietro Calamandrei, secondo il quale «quando si scrive la Costituzione i banchi del Governo devono restare vuoti». Ora, invece è il Parlamento che deve essere svuotato, reso organo di mera ratifica di quel che viene stabilito tra i componenti del Governo e approvato dal Consiglio dei ministri. Ha dell’incredibile, ma è esattamente così: la Costituzione viene assimilata ad un decreto-legge, approvato dal governo e convertito in legge dal Parlamento. Come per questo atto straordinario, anche per la modifica del testo costituzionale si appone la fiducia per evitare ogni possibile modifica nel corso dell’iter parlamentare.
[…]
Prima la Camera, poi il Senato non hanno potuto far altro che limitarsi a svolgere una recita, a rappresentare la divisione impotente della realtà. Prima i costituzionalisti e gli esperti convocati dalle Commissioni Affari costituzionali che hanno sollevato le più diffuse critiche al testo: auditi, ma non ascoltati. Dall’altro le opposizioni che hanno svolto impegnate analisi e pronunciato accorati appelli: ascoltati, ma non discussi. Dall’altro ancora il silenzio assordante di una maggioranza che era solo in attesa del voto per poter acconsentire senza parlare.
Persino chi, pur sostenendo il Governo, aveva mosso alcune osservazioni per poter «migliorare» la riforma con emendamenti che poco avrebbero cambiato nella sostanza, alla fine hanno disciplinatamente votato il testo del Governo, per «ammirazione» nei confronti di Giorgia Meloni, com’è stato affermato dal più autorevole parlamentare di maggioranza che aveva manifestato qualche fondata preoccupazione (Marcello Pera). Le ragioni del Governo hanno dunque dominato le menti e i cuori dei nostri parlamentari, facendo venir meno ogni dovere di svolgere le proprie funzioni «senza vincolo di mandato» e in rappresentanza della Nazione (non invece del Governo).
Tutto quanto sin qui rilevato concorre a definire un particolare modello di democrazia costituzionale, diverso da quello formalmente ancora vigente. Un passaggio dalle costituzioni «di compromesso» a quelle «dei vincitori», secondo la ben nota e insuperata distinzione propugnata da Carl Schmitt sin dai tempi di Weimar. Una concezione della Costituzione intesa come «decisione politica fondamentale» che si regge sulla contrapposizione tra «amici» e «nemici». In fondo è lo scenario che veniva delineato propria da Schmitt: oggi siamo di fronte a un Parlamento, entrato in una fase di «autodisfacimento», che non riesce ad avere altra funzione se non quella di «teatro della divisione». In tale situazione la volontà di un popolo non può che essere rappresentata dal «grido della moltitudine riunita che approva o respinge: l’acclamazione». È questa la democrazia del Capo.
Gaetano Azzariti