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Risultati da 111 a 120 di 257

Discussione: Veleni laicisti

  1. #111
    scemo del villaggio
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    Predefinito Rebellin "chierichetto"

    Dalla "Gazzetta dello Sport" del 20 aprile 2004, p. 30:

    Articolo "Rebellin, rinascita di un campione" di Nino Minoliti:

    (...) In un ambiente (nella facciata) molto laico, Davide era stato ribattezzato da un suo vecchio direttore sportivo (Ferretti) "Chierichetto", forse anche perché girava voce che da ragazzo avesse avuto l'intenzione di entrare in seminario. "Ma io non ho mai servito Messa e non ho mai pensato di farmi prete", risponde sorridendo Rebellin.Non sia mai detto, eh...E quel Ferretti che ironizza sui "chierichetti" è poi lo stesso che finge di dormire quando i suoi corridori si drogano (ammesso che non sia lui stesso a dirglielo), come sta accadendo attualmente alla "stellina" Pozzato, che ogni tanto fa ricorso all'autoemotrasfusione. Però silenzio, se no ti accusano di essere un nemico del ciclismo. Fino al prossimo Pantani o Jimenez...

  2. #112
    scemo del villaggio
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    Predefinito Dal "Corriere della Sera" del 1° giugno 2004

    PAOLO E FRANCESCA, L'AMORE CHE VINCE L'INFERNO

    E' questo il girone degli adulteri, le cui anime, in nome della dantesca legge del contrappasso, vengono sospinte senza posa in un turbine di tempesta, costrette, dall'infernale bora, a instancabili mulinelli nell'aria. In vita hanno goduto, gli sposi infedeli, di giorni molli, piacevolmente stanchi, voluttuosi, fuori di ogni regola: in morte sono saldamente intruppati e devono correre, correre in continuazione, senza un attimo di requie, senza possibilità di deviare neanche un poco dal tracciato stabilito dalla ventosa norma dell'abisso.

    Nella schiera dannata si trovano, almeno stando alle segnalazioni di Virgilio, più donne che uomini, la dissoluta regina di Babilonia, Semiramide, e poi l'infelice Didone, Cleopatra dai molti amori, Elena scatenatrice di una lunga guerra, e Francesca da Rimini, naturalmente, mentre tra gli uomini incontriamo soltanto Paride, Achille e Tristano, oltre al disgraziato Paolo. Sei a quattro in realtà non fa una grande differenza, ma in mezzo alle mille e più anime infedeli citate anonime dal Maestro, alle sei signore egli dedica, tuttavia, più descrizioni e più spazio che non ai quattro signori, dei quali appena accenna l'esistenza.

    Probabilmente le gesta di una donna trasgressiva sono più interessanti, più emozionanti e, dunque, in grado da attirare più lettori e più attenzione (più audience si direbbe oggi). Ma probabilmente, anche, al tempo di Dante esattamente come al nostro, l'adulterio femminile era considerato colpa assai più pesante e scandalosa di quello maschile, tale, dunque, da meritare un maggior numero di righe indignate e di dettagli scabrosi in una cronaca, in un racconto o, anche, come qui, nella grande Commedia.

    Di Paolo e Francesca, trucidati dal marito di lei, Gianciotto Malatesta, che li aveva sorpresi in flagrante, il nostro viandante degli inferi non può che aver pietà, poveri dannati a causa del loro amore. Amore tra cognati, l'infedeltà più bruciante e insopportabile, allora come adesso, a giudicare non solo dalle confidenze che i lettori scrivono ai giornali, ma anche da certi «omicidi d'onore» che qua e là si rinnovano, nonostante la legge di quel particolare «onore» non tenga più conto.

    Si erano presi di passione, i due, - così loro stessi raccontano a Dante - innocentemente leggendo la storia di Ginevra e Lancillotto, di quando la leggendaria regina e il suo cavaliere si scambiarono il primo bacio. Galeotto fu, dunque, il libro, che li commosse inducendoli a guardarsi l'un l'altro con occhi nuovi, a baciarsi a loro volta, emozionati da quell’antico esempio.

    Galeotto, dicono del libro, non maledetto, perché ciò che successe dopo («quel giorno più non vi leggemmo avante») non riescono proprio a maledirlo, neppure nell'infelicità del ventoso inferno. E la dolcezza di quell'ora d'amore, sulla quale pudicamente tacciono, resta sospesa come uno squarcio luminoso nell'aria oscura dell'abisso.

    E' comprensivo e indulgente, il padre Dante, con gli adulteri, di manica più larga che con gli altri peccatori. Facile pensare che probabilmente egli stesso dovesse riconoscersi nel numero di quei trasgressori, ragion per cui non infierisce: un po' di vento forte, che li costringe ad andare di corsa sempre, è l'unica pena. E quanto al luogo, ha destinato loro il secondo cerchio, quasi ancora un'antinferno, una specie di anticamera, un gradino appena più giù degli innocenti morti senza battesimo, LUOGO CHE IN ALTRI TEMPI AVREMMO CHIAMATO "LIMBO" E CHE ORA ADDIRITTURA NON ESISTE, VISTO CHE I GIUSTI ORAMAI SONO CONSIDERATI GIUSTI ANCHE SENZA BATTESIMO (maiuscole mie)

    Stanno, gli adulteri, perfino più in alto dei golosi: segno che Dante, che immaginiamo magro scavato, aborriva i grassoni, o che il tempo suo - curiosamente in modo non dissimile dal nostro - stigmatizzava più severamente chi si riempiva la pancia che non chi si abbandonava - in perfetta linea - a qualche amore clandestino?

    Isabella Bossi Fedrigotti

  3. #113
    scemo del villaggio
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    Predefinito Caro direttore,

    Caro Mieli,

    nel suo articolo sul V canto dell'Inferno" Isabella Bossi Fedrigotti scrive che Dante è comprensivo e indulgente con gli adulteri, per i quali "un po' di vento forte...è l'unica pena". A parte il fatto che la pena non è "l'unica", essendo accompagnata dalla privazione della visione di Dio, provi la signora Fedrigotti a immaginare una pena eterna, e forse l'indulgenza di Dante le parrà un tantino meno grande. Penso che anche battere un chiodo per l'eternità sarebbe per noi una condanna insopportabile.
    La signora prosegue parlando del limbo, "luogo che ormai non esiste più, visto che i giusti sono considerati giusti anche senza battesimo". Sarebbe interessante sapere dalla signora chi sia il complemento d'agente di quel "sono considerati": è forse la Chiesa, come parrebbe di dover dedurre dal contesto? La signora Fedrigotti afferma che la Chiesa non ritiene più necessario il battesimo per salvarsi?
    Non voglio dire che non sia vero, ma credo che se fosse così ci vorrebbe non un articolo, ma almeno un intero numero del "Corriere" per annunciare la clamorosa novità.
    A ben guardare, in realtà, tale è proprio il senso del "magistero" di Karol Wojtyla e di tutta la sua pastorale culminata negli incontri di Assisi.
    Poiché però la Chiesa ha insegnato il contrario per diciannove secoli e sulla nozione di peccato originale è basata la sua stessa ragion d'essere, non crede che la questione meriterebbe una trattazione più approfondita?

    Franco Damiani
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  4. #114
    scemo del villaggio
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    Predefinito Sempre dal "Corriere della Serva"

    Cresce la fiducia nelle Forze Armate Il pacifismo non cancella l’italianità

    Istituzioni, la gente premia carabinieri e polizia. Al presidente della Repubblica più consensi La maggioranza rimane contraria però aumentano i sì alla permanenza delle truppe in Iraq

    L'orgoglio di essere italiani è assai diffuso. La fiducia verso le forze armate si è accresciuta. E, in generale, il sentimento di italianità è presente con intensità medio-alta in tutti gli strati sociali. Al tempo stesso, molti italiani, anche a seguito della guerra in Iraq, si professano, per così dire, «pacifisti». Da molto tempo, la maggioranza è contraria alla presenza dei nostri soldati in Iraq, malgrado questa posizione sia meno diffusa oggi rispetto a qualche giorno fa. Ma, nella gran parte dei casi, non viene percepita una incompatibilità tra «italianità» e «pacifismo»: spesso chi si sente «italiano» si dichiara al tempo stesso «pacifista» e viceversa. E' quanto emerge da un'ampia ricerca di cui sintetizziamo qui i risultati. 1) Il sentimento di italianità. Più del 40% si sente «molto» italiano. E una quota analoga si percepisce «abbastanza» appartenente alla nazione. Sono grossomodo gli stessi valori già rilevati qualche mese fa. Curiosamente, il sentimento di identità è più presente nelle età estreme: i giovanissimi e i più anziani. E c'è una sostanziale trasversalità dell'appartenenza nazionale tra gli elettori di tutti i partiti: solo una lieve accentuazione tra chi si definisce di centro tout-court.
    Inoltre, il senso di identità italiana è, per la maggioranza assoluta, più intenso di quelle locali e di quella europea. Quest'ultima, tuttavia, risulta, per la prima volta, più «forte» dell'appartenenza comunale o regionale.
    Alcuni considerano indicatori di italianità il conoscere l'inno di Mameli o il possedere il tricolore. Effettivamente, chi si sente più italiano dice in misura maggiore di sapere a memoria «Fratelli d'Italia» (dichiara di conoscerlo perfettamente poco meno di un italiano su tre, con una accentuazione tra i meno giovani) e afferma più di altri di avere in casa la bandiera italiana.
    Nell'insieme, si può stimare che poco più del 30% degli italiani esprima un forte sentimento di identità nazionale. Ancora una volta trasversalmente alle forze politiche, con una lieve accentuazione nel centro e nel centrodestra.
    Un aspetto del sentimento di italianità sta nella fiducia verso alcuni simboli della Repubblica. Come di consueto, sono Carabinieri Polizia (a pari merito) ad attrarre i maggiori consensi. Ma, nell'ultimo periodo, la fiducia si è accresciuta in misura maggiore nei confronti del Presidente della Repubblica, specie tra chi sente in misura maggiore l'identità nazionale (e tra i meno giovani).
    2) Il «pacifismo». L'atteggiamento rispetto alla presenza delle truppe italiane in Iraq varia a seconda degli avvenimenti. Negli ultimi giorni, a seguito anche del succedersi di omicidi nei confronti di nostri connazionali, il numero dei contrari si è contratto e si sono accresciuti i favorevoli (specie tra i più giovani) e i dubbiosi. Ma gli oppositori alla permanenza dei soldati rimangono la maggioranza. E ancor più sono quanti ritengono oggi che l'azione bellica contro l'Iraq sia stata un errore (più del 70%, una parte consistente dei quali è però oggi favorevole alla presenza delle truppe). Una conseguenza di questo diffuso atteggiamento è stata la presenza di «bandiere della pace». Poco meno di metà della popolazione (60% tra gli elettori di sinistra, ma ben il 37% tra quelli di destra) dichiara di averle esposte o di avere avuto l'intenzione di farlo (ma, di nuovo, poco meno del 40% tra chi ha esposto le bandiere della pace è oggi favorevole alla permanenza delle nostre truppe in Iraq).
    3) Italianità e pacifismo. Non è corretto sostenere che i «pacifisti» sentano meno l'identità italiana. O meglio, la relazione c'è, ma è assai debole. E' vero, per esempio, che tra chi approva la permanenza dei nostri soldati in Iraq, la quota di chi si sente «molto» italiano è maggiore. Ma la differenza (50% versus 43%) è minima. In generale, l'intensità del sentimento nazionale è relativamente simile tra chi si professa pacifista (ove si registra il 27% di «molto» italiani) e tra chi non lo è (29%).
    Vi è addirittura una tendenza comune all'utilizzo di bandiere: chi più frequentemente espone quella italiana lo fa anche con quella della pace e viceversa. Nel complesso c'è una quota di popolazione che tende a utilizzare in misura maggiore le bandiere, di qualunque genere, e un altro segmento che non lo fa in nessun caso. Quest'ultimo è relativamente più numeroso: il 30% non possiede né la bandiera italiana né quella della pace. Ma tra chi ha esposto la bandiera della pace c'è, rispetto all'insieme della popolazione, una propensione maggiore a esibire anche la bandiera italiana. E' un altro segnale della non contraddittorietà (secondo alcuni della complementarietà) tra i due simboli. E, in generale, tra «pacifismo» e «italianità».

  5. #115
    scemo del villaggio
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    Predefinito Caro Mieli,

    Caro Mieli,

    credo che il sondaggio di Mannheimer su pacifismo e italianità sia impostato in maniera tendenziosa. Personalmente mi sento ben poco "italiano" e per nulla "pacifista", ma manca una voce che mi definisca e che sarebbe solo "cattolico", magari per chiarezza "integrale". Che significa ostile a questa Italia atea e massonica, al pacifismo ideologico della sinistra ma anche al bellicismo da popolo eletto dell'America e dei suoi reggicoda europei. In nome soltanto del Regno Sociale di N.S. Gesù Cristo.

    Franco Damiani
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    P.s Alla "Padania" non la mando nemmeno. Nonostante l'avvicendamento Moncalvo-Leoni.

  6. #116
    scemo del villaggio
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    Predefinito Deicidio (lettera al "Corriere del Veneto")

    Caro direttore,

    scrive il signor Marco Iovino di Verona (lettera pubblicata il 10 giugno sotto il titolo "Deicidio, basta accuse agli ebrei"), parlando di N. S. Gesù Cristo: "Avrebbe potuto Egli risorgere e quindi salvarci, riscattandoci dal peccato, senza essere stato prima ucciso?", volendo con ciò sostenere che l'uccisione di Gesù, essendo nel piano divino, non può essere imputata agli ebrei (né ad alcun altro, verrebbe da dire, se non a Dio stesso).
    Tanto varrebbe affermare a esempio che l'uccisione di S. Pietro e S. Paolo, essendo necessaria ai due apostoli per diventare martiri, non può essere imputata a Nerone o che quella di S. Massimiliano Kolbe per lo stesso motivo non può essere imputata ai nazionalsocialisti: il che sarebbe evidentemente assurdo.
    Dio conosce certo in anticipo tutto ciò che gli uomini faranno e se permette il male è per trarne un bene maggiore, ma ciò non esime gli uomini dalla loro responsabilità morale, a meno che non si voglia sostenere l'aberrante (ed ereticale) teoria che del male e del peccato è responsabile Dio e non l'uomo, cioè che l'uomo è una marionetta priva di libero arbitrio..
    Per quanto riguarda in particolare il deicidio, con buona pace del sig. Iovino che si dice "arcistufo" di sentirne parlare, la sua realtà è affermata dal consenso moralmente unanime dei Padri, che nella Chiesa è regola infallibile di fede.
    Per quanto riguarda la responsabilità dei Romani, essa è definita dalle parole di Pilato "Io sono innocente del sangue di questo giusto" e da quelle pronunciate in risposta della folla ebraica: "Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli", le quali ultime definiscono anche la responsabilità oggettiva del giudaismo post-cristiano, nella misura in cui esso è la libera e volontaria continuazione di quello di allora (e quindi "definitiva chiarezza, senza mezzi termini", è già stata fatta, nella Chiesa, da oltre diciannove secoli).
    Nella Chiesa non c' è mai stato antisemitismo (= odio razziale per gli ebrei), anzi per il vero bene degli ebrei (la loro conversione) si è sempre pregato; è falso che Gesù sia venuto "prima per gli ebrei e poi per i gentili", essendo egli venuto per tutti, e, quanto all'"invidia per il popolo eletto da Dio" essa non ha ragion d'essere, in quanto Israele, uccidendo il verbo Incarnato e ostinandosi a rifiutarLo, ha perduto tale elezione, che è passata ai cristiani (cfr. la parabola dei vignaioli perfidi). Esso potrà recuperarla solo convertendosi a Cristo, nel quale solo consiste la sua gloria e solo in funzione del quale tale elezione era avvenuta.
    Definire ancora oggi, dopo duemila anni di cristianesimo, il popolo ebraico "eletto da Dio", secondo la carne e non secondo la fede, questo sì è vero razzismo ed è posizione incompatibile con il Vangelo.


    Franco Damiani
    Villafranca Padovana (PD)

  7. #117
    scemo del villaggio
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    Predefinito QUANDO SCOMPARE IL SENSO RELIGIOSO

    Dal "Corriere della Sera" del 12 giugno:

    Claudio Magris

    Nietzsche profetizzava, in un futuro che per noi è in parte già il presente, la morte di Dio, celebrandola - o costringendosi a celebrarla, nel suo lacerante rapporto di amore e odio col cristianesimo - come una liberazione. Non è detto che quella profezia debba necessariamente avverarsi, come invece si sono avverate e stanno ancora avverandosi tante altre sue intuizioni sull' evoluzione e sulle sconcertanti trasformazioni della società, della cultura, del mondo e dell' uomo stesso. L' «intramontato Nietzsche» - come lo definì l' anno scorso, in un nostro dialogo in pubblico a Trieste, il patriarca di Venezia, Angelo Scola - aiuta come nessun altro a capire la radicale metamorfosi della civiltà che stiamo vivendo. Sino a pochi anni fa la secolarizzazione appariva, almeno in Occidente, un processo inarrestabile; le religioni, le chiese, il senso stesso dell' oltre e del sacro sembravano relegati in soffitta ed erano guardati con supponente o irridente commiserazione. Ora invece molti proclamano - con soddisfazione o con preoccupazione - la riscossa del sentimento religioso e una crescente, quasi trionfalistica presenza della Chiesa Cattolica fra le masse e i giovani; pure il proselitismo islamico sembra attestare questo risveglio e bisogno di fede. È dubbio che le cose stiano effettivamente così. In Italia e anche in altri Paesi folle devote riempiono ogni tanto con fervore le piazze e grandi occasioni rituali destano il momentaneo interesse della gente e dei media, ma le chiese si svuotano ogni giorno di più, sacramenti come il battesimo e il matrimonio religioso cadono sempre più in disuso e soprattutto sparisce la cultura cristiana e cattolica, la conoscenza elementare dei fondamenti della religione e perfino dei più classici passi e personaggi evangelici, come si può constatare frequentando gli studenti universitari. Si tratta di una grave mutilazione per tutti, credenti e non credenti, perché quella cultura cristiana è una delle grandi drammatiche sintassi che permettono di leggere, ordinare e rappresentare il mondo, di dirne il senso e i valori, di orientarsi nel feroce e insidioso garbuglio del vivere. Non è un caso che perfino un grande regista come Bernardo Bertolucci, nel suo Piccolo Buddha così ricco di poesia, confonda l' Immacolata Concezione con la maternità verginale di Maria, mentre essa indica il suo essere concepita e nata senza macchia di peccato originale. Ma è ben più preoccupante, per esempio, che un film certo sapientemente ricco di effetti speciali come La passione di Cristo di Mel Gibson, che ahimè non è Bertolucci, sia stato osannato come una grande opera religiosa e perfino consigliato in quanto tale da molti sacerdoti, evidentemente candidi come colombe ma non anche astuti come serpenti, come esige invece il Vangelo, e dunque ingenuamente vittime della macchina pubblicitaria. Il film di Gibson può essere goduto come un intrattenimento di ottima fattura tecnica e di suggestiva spettacolarità, specie nelle scene di massa, ma è del tutto privo di senso religioso. C' è qualche momento poetico - Maria e la Maddalena che asciugano il sangue di Gesù sul terreno - ma non c' è Cristo, non lo si sente; i pochi frammenti che lo mostrano mentre tiene il sublime Sermone della Montagna o istituisce l' Eucarestia non dicono niente, non ne comunicano la persona, unica anche per chi non lo crede figlio di Dio. La notte del Getsemani, uno dei momenti abissali dell' umanità, è declassata ad avventura fantasy da Signore degli Anelli; non basta la truculenta flagellazione a rendere la tragedia della Passione. Senza le accuse di antisemitismo - immeritate e forse gradite per ragioni pubblicitarie - il film avrebbe avuto un' eco più misurata e onestamente conforme alla sua media levatura; che sia stato preso, anche da esponenti della chiesa, per una grande opera degna dello scandalo della Croce o per una valida propaganda, è indizio di una debole cultura cattolica. Se Atene piange, Sparta non ride. Luther, il film di Eric Till, è anch' esso - dichiaratamente, con onestà - un' opera di propaganda, in questo caso protestante, e altrettanto impari alla grande figura che vuol celebrare. Tecnicamente raffinato e possente in certe scene - la brulicante corrotta Roma papale delle indulgenze, verminosa e idolatrica Babilonia - il film illustra la nobiltà morale della rivolta di Lutero, ma edulcora la grandiosa personalità di quest' ultimo in una sdolcinata oleografia. Tace sui suoi aspetti più inquietanti - il cupo pessimismo antiumanistico, la negazione del libero arbitrio, le invettive contro gli ebrei, l' esaltazione del massacro dei contadini ribelli - e trasforma il grandissimo «cinghiale selvaggio» in un santino serafico e delicato o in un irenico ed ecumenico sacerdote postconciliare, quasi idealmente contrapposto allo spirito duramente preconciliare che Giovanni Miccoli ha visto nel film di Gibson. Se in quest' ultimo manca Cristo, in quello di Till manca Lutero: non c' è la profondità del suo mistico abbandono al terribile Deus absconditus, la sua sanguigna volgarità plebea così capace di poesia forte e brusca come la vita. Uno zuccheroso sentimentalismo - culminante nell' idillio stucchevole con Caterina Bora, la monaca che egli sposa - svigorisce la sua grandezza di riformatore, di rivoluzionario e di autocrate che rinnova la storia. Si tratta solo di due esempi di una diffusa (ir)religiosità all' ingrosso, sostanzialmente accomodante. I grandi spiriti religiosi - dalle Scritture a Kierkegaard, da Dostoevskij a Bernanos - sanno guardare (come i grandi materialisti quali Leopardi) con inesorabile lucidità nel male e nelle lacerazioni della vita e della storia, distinguendo laicamente ciò che è oggetto di fede da ciò che è dimostrabile razionalmente, il mistero dell' esistenza e del suo significato dai trucchi pseudo-esoterici da baraccone, molto più banali dei geniali giochi di prestigio del mago Houdini. Se la conoscenza religiosa va in crisi, non sono certo i culti idolatrici di reliquie miracolose né le Madonne di legno piangenti a poterle venire in aiuto. Sia la religione sia la scienza sono ora aggredite dall' indecente pacchiana orgia irrazionalistica, con tutto il suo ciarpame di oroscopi, parapsicologia, astrologia, occultismo, spiritismo e altre fumisterie. Il supermarket di satanismi, stregonerie e carnevali iniziatici è una truffa o autotruffa ai danni di consumatori privi d' intelligenza e di fantasia. Non è strano che possa condurre, come è accaduto, al delitto, suprema tentazione di stupidità e di violenza verso gli sprovveduti che si fanno incantare da babau di cartapesta sino al punto di diventare vittime e carnefici, anche di se stessi.
    Non crediate che non stia preparando la risposta.

  8. #118
    scemo del villaggio
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    Predefinito

    Caro Mieli,

    Claudio Magris lamenta la scomparsa del senso religioso ma non sembra indagarne le cause, limitandosi ad annoverarne tra le manifestazioni il film di Mel Gibson e quello su Lutero (discutibilissimo il primo esempio, poiché si tratta di un film che il senso religioso l'ha fatto invece riscoprire a molti).
    Possibile che a nessuno venga in mente che se i giovani non sanno più il catechismo né la storia sacra la prima responsabilità va attribuita a chi dovrebbe insegnarglieli? Possibile che ci sia arresti, come colti da sacro timore, sulla soglia del Vaticano, terrorizzati dall'idea di mettere sotto accusa la star mediatica Karol Wojtyla e l'intero corso ecclesiale degli ultimi otto lustri? Mi par già di sentire Magris ripetere in coro: "Indietro non si torna!", quando invece un elementare buon senso vorrebbe che, arrivati sull'orlo dell'abisso, di cui il satanismo dilagante non è che uno degli aspetti, si tornasse indietro. Questo però richiederebbe un ampio esame di coscienza e un autentico "mea culpa" da parte di molti: troppo impegnativo. Inoltre si correrebbe il rischio di dar ragione agli odiati "tradizionalisti" che questi guasti denunciano da quarant'anni, in modo dettagliato, analizzandone approfonditamente le cause teologiche e filosofiche. Meglio, molto meglio lasciare l'analisi a metà.


    Franco Damiani
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  9. #119
    scemo del villaggio
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    Predefinito Aborto "terapeutico"

    Dal "Gazzettino" del 26 giugno, cronaca di Padova.

    Titolo: "Un feto condannato, ma l'aborto non arriva/Il dramma di una coppia padovana tra attesa e angoscia

    La disperazione di un padre e di una madre da una parte, la deontologia medica dall'altra. Il problema è una bambina che deve ancora nascere, ma che già i medici danno per condannata, con possibilità di sopravvivenza terribilmente prossime allo zero. Un caso umano che una famiglia della Bassa Padovana sta vivendo con angoscia. L'ecografia dice che la bimba è affetta da ernia diaframmatica: il cuoricino non ha le pareti che dividono gli atri dai ventricoli. Per stabilire con più esattezza la portata del male, ci sarebbe bisogno della risonanza magnetica, ma alla clinica ostetrica di Padova, dove la signora è ricoverata, rimandano... "Abbiamo chiesto - dice il genitore - un aborto terapeutico, c'è un chirurgo che si è detto disposto a eseguirlo, ma senza l'autorizzazione dei medici che hanno in cura mia moglie non si può fare. Servirebbe un certificato con specificata la patologia, ma io questo certificato non riesco ad averlo".

  10. #120
    scemo del villaggio
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    Predefinito Re: Aborto "terapeutico"

    Originally posted by franco damiani
    Dal "Gazzettino" del 26 giugno, cronaca di Padova:

    Titolo: "Un feto condannato, ma l'aborto non arriva/Il dramma di una coppia padovana tra attesa e angoscia

    La disperazione di un padre e di una madre da una parte, la deontologia medica dall'altra. Il problema è una bambina che deve ancora nascere, ma che già i medici danno per condannata, con possibilità di sopravvivenza terribilmente prossime allo zero. Un caso umano che una famiglia della Bassa Padovana sta vivendo con angoscia. L'ecografia dice che la bimba è affetta da ernia diaframmatica: il cuoricino non ha le pareti che dividono gli atri dai ventricoli. Per stabilire con più esattezza la portata del male, ci sarebbe bisogno della risonanza magnetica, ma alla clinica ostetrica di Padova, dove la signora è ricoverata, rimandano... "Abbiamo chiesto - dice il genitore - un aborto terapeutico, c'è un chirurgo che si è detto disposto a eseguirlo, ma senza l'autorizzazione dei medici che hanno in cura mia moglie non si può fare. Servirebbe un certificato con specificata la patologia, ma io questo certificato non riesco ad averlo".
    Caro direttore,

    leggo solo ora il trafiletto del 26 giugno (cronaca di Padova) dal titolo: "Feto condannato, ma l'aborto non arriva". Un vero capolavoro di antilingua, a partire da quel "feto" che già getta un'ombra sul fatto che si tratta di un essere umano. Si legge poi del "dramma" dei "genitori" e si pensa che esso consista nella dolorosa necessità (ammessa e non concessa) dell'aborto. Macchè, il "dramma" dipende dal fatto che... l'autorizzazione all'aborto non arriva (un residuo di coscienza in qualche medico?). La bambina è ridotta a "problema" e l'aborto è definito "terapeutico" quando invece la definizione esatta ("terapeutico" è riferito alla saluta della madre) è quella di "eugenetico". Il che però lo avvicinerebbe a quelli nazisti, e quindi non si può. Infine la malformazione di cui soffre la piccola non mi risulta essere tra quelle incurabili. Non so come si sia conclusa la vicenda, spero solo che la bambina sia nata e che abbia vissuto anche solo qualche giorno o qualche ora, come è diritto di ogni essere umano concepito.

    Franco Damiani
    Villafranca Padovana (PD)

 

 
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