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Discussione: Mattia nel....

  1. #61
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    Oggi, domenica 16 maggio 1993, è stato dunque il giorno in cui Carlo De Benedetti è diventato un imprenditore un po’ meno diverso di quello che lui stesso diceva.
    Oggi, quindici mesi dopo l’inizio di Mani pulite, il presidente dell’Olivetti, l’editore della Repubblica e dell’Espresso, ha spiegato ad Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Paolo Ielo quante tangenti ha pagato (venti miliardi), perché (per poter lavorare) e a chi (Dc, Psi, Pri, Psdi).
    Ha detto che il sistema era tale che non ha potuto sottrarsi.
    Che il sistema era “un racket”.
    Che il sistema gli dava “il voltastomaco”.
    Fra qualche giorno dirà di non aver denunciato mai nulla perché lo avrebbero fatto passare per pazzo.
    Dirà che ha taciuto per tutti questi quindici mesi, ma poi ha deciso di caricarsi sulle spalle il futuro del gruppo, e di andare dunque da Di Pietro.
    Oggi è domenica, e c’è stato il tempo di raccogliere qualcosa.

    Per esempio quello che De Benedetti disse ai giornalisti il 17 giugno 1992, quattro mesi dopo l’arresto di Mario Chiesa: “Non credo che gli industriali, come categoria, siano sotto accusa. Ci sono delle responsabilità singole, non siamo tutti uguali. Credo ci sia una cappa su questo sistema e finché non si elimina questa cappa, rimarrà un ambiente malsano nel quale anche le
    tangenti hanno cittadinanza”.

    Il 26 giugno del 1992, in conferenza stampa, De Benedetti disse: “Non capire che i tempi sono cambiati vuol dire fare un atto di ignoranza o malafede”.

    Un mese fa, il 15 aprile 1993, De Benedetti ha concesso un’intervista al Nouvel Observateur.
    Lui parla sempre molto con la stampa francese.
    Ha parlato della “esistenza di magistrati indipendenti e coraggiosi che contribuiscono così al rinnovamento politico e sociale dell’Italia… ogni sistema politico ha il suo grado di corruzione ma in Italia questo aveva raggiunto un livello non solo quantitativamente inaccettabile, ma qualitativamente inedito”.
    A questo sistema, ha ripetuto, “l’Olivetti non ha partecipato”.
    Tre giorni dopo, De Benedetti si concederà a Le Soir: “Il vero cancro dell’Italia, come ha messo in evidenza l’operazione Mani pulite, è rappresentato dai rapporti che si erano stabiliti fra i partiti e l’industria pubblica”.

    “C’è gente che si è conquistata la sua quota di mercato lavorando, ignorando che esistesse la politica… Bisogna distinguere tra imprenditori che il regime prediligeva e quelli che il regime emarginava. Finalmente mi sembra di capire le ragioni per cui uno era amato o emarginato. Pensavo che fosse un problema di idee, invece era altro”. Carlo De Benedetti, in conferenza stampa, 29 aprile 1993.

    Domani, lunedì 17 maggio 1993, anche la stampa estera si occuperà di Carlo De Benedetti, delle sue tangenti, della sua partecipazione al sistema che gli dava il “voltastomaco”.
    Anche la stampa francese. Le Figaro: “… il più ribelle dei capitani d’industria italiani, quello che si vantava di tenere testa ai partiti, ha finito per cedere ai loro ricatti”.
    Libération: “… oggi quello che fa amaramente sorridere gli italiani non è che il quarto gruppo privato del paese sia a sua volta coinvolto negli scandali, ma è l’atteggiamento dell’Ingegnere. Il ribelle del capitalismo italiano… si è sempre presentato come un incorruttibile”.
    Les Echos: “… per i partiti politici al potere in Italia, l’arma di ricatto era semplice: le commesse dei lavori pubblici”.
    La Tribune: “… non sarà facile spiegare ai partner internazionali del gruppo di Ivrea questo capitolo poco glorioso”.
    Le Soir: “… se tutti gli imprenditori italiani sono coinvolti, si può pensare a metterli tutti dietro le sbarre?”.
    Ci vengono in mente molte cose, in questa domenica, mentre De Benedetti dice ai “coraggiosi magistrati” quanti soldi ha versato ai partiti.

    Ci è venuto in mente, per esempio, che il prossimo luglio si ucciderà, sparandosi, Raul Gardini.
    De Benedetti dirà: “Il primo sentimento è di profonda pietà… penso peraltro che in un momento molto importante per il rinnovamento del paese occorra evitare di soggiacere alle emozioni”.

    Ci è venuto in mente che presto dovremo anche parlare di quando De Benedetti sarà arrestato, fra cinque mesi, nell’ottobre del 1993.

    “Mi auguro che la magistratura faccia luce al più presto sulla vicenda che coinvolge Carlo De Benedetti e che egli possa al più presto dimostrare la sua estraneità… Come noto non sono mancate e non mancano le occasioni di scontro dialettico di De Benedetti con il sottoscritto. Tuttavia non posso nascondere l’amarezza che mi provoca vedere in difficoltà uno dei protagonisti della nostra imprenditoria, responsabile di uno dei più importanti gruppi del paese”. Silvio Berlusconi, ai giornalisti, 30 ottobre 1993.
    (56. continua)

    saluti

  2. #62
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    Oggi è lunedì 17 maggio 1993, e sono trascorse ventiquattro ore da quando Carlo De Benedetti si è presentato – spontaneamente, si dice – per confessare ai pm milanesi che anche lui ha pagato tangenti ai partiti, sebbene fino al giorno prima si fosse vantato del contrario e della sua rettitudine, sebbene pagare gli avesse dato “il voltastomaco”.
    Non si poteva sfuggire al “racket” dei partiti, ha detto ieri.
    Aveva un’azienda da tirare avanti, lui.
    Succederanno altre cose, presto.
    Fra due mesi, per esempio.
    Il 19 luglio, De Benedetti tornerà davanti ad Antonio Di Pietro per via di tangenti pagate dalla Sasib – un’azienda del gruppo Cir – che nel 1990 ha pagato per avere appalti nelle Ferrovie dello Stato.
    Non ne so niente, dirà De Benedetti.
    Della Sasib non mi occupo.
    Nella Sasib non ho ruoli.
    Decideva tutto il consigliere delegato Giancarlo Vaccari.
    Dunque, poteva benissimo non sapere.
    De Benedetti sarà prosciolto, Vaccari patteggerà una pena di circa undici mesi. Vaccari resterà al suo posto nella Sisab.
    Sono fatti che ci vengono in mente.
    Ci viene in mente di quello che De Benedetti disse pochi giorni fa, il giorno in cui furono respinte le richieste di autorizzazione a procedere per Bettino Craxi: “Sono fatti sconcertanti”.
    Ieri ha ammesso di aver pagato tangenti, e continuava a essere sconcertato.
    Ha ripetuto di credere nella magistratura, e di esserle grato. Grato e speranzoso come lo è Cesare Romiti che poche settimane fa, anche lui, si presentò agli inquirenti per dire come, quando e perché la Fiat pagò.
    Fra meno di quattro mesi, De Benedetti e Gianni Agnelli saranno a Cernobbio, per parlare di capitalismo e di mercato.
    Agnelli dirà: “Siamo gente che crede nell’economia di mercato, crede che certe regolamentazioni dell’economia di mercato debbano essere autoregolamentate”.

    “Il germe del non mercato, della non concorrenza è penetrato un po’ dappertutto e per troppo tempo”. Carlo De Benedetti, a Cernobbio, 3 settembre 1993.

    Fra cinque mesi, il 14 ottobre 1993, De Bendetti finirà nel registro degli indagati, insieme con Romiti, nell’inchiesta romana sull’Intermetro.
    Il giorno successivo, a Torino, di nuovo davanti a una platea, di nuovo al fianco di Gianni Agnelli, De Benedetti dirà che bisogna affrontare “con maggior coraggio il problema della deregolamentazione dei mercati”. Due settimane dopo, il 30 ottobre 1993, la procura di Roma chiederà l’arresto di De Bendetti. L’accusa sarà di concorso in corruzione per la fornitura di macchinari al ministero delle Poste.
    Si dirà, oltretutto, che non erano macchinari ma catorci.
    Più di ottomila stampanti, undicimila telescriventi.
    Si parlerà di quando il governo decise di rendere obbligatorio, per i commercianti, dotarsi di registratori di cassa.
    De Benedetti si concederà alla magistratura tre giorni più tardi, il 2 novembre, e alla sera avrà gli arresti domiciliari.
    Il 31 ottobre, il comitato di redazione della Repubblica, di cui De Benedetti è editore, scriverà in prima pagina: “Sono ore di legittimi interrogativi e di grande preoccupazione… Non sarebbe un evento qualunque per nessuna testata. E a maggior ragione non lo è per Repubblica, una voce che ha costruito negli anni con la denuncia del malaffare…”.

    “Questa volta avvertiamo anche una vivissima preoccupazione come cittadini per il modo di procedere della procura di Roma… L’altro giorno poco è mancato che un gruppo di mascalzoni targato Sisde coinvolgesse nei veleni perfino il Capo dello Stato. Perciò stiano con gli occhi bene aperti, procuratori di giustizia, perché il rischio che eseguano vendette su commissione incombe pesantemente sul loro operato”. Eugenio Scalfari, la Repubblica, 31 ottobre 1993.

    Ci vorranno quasi dieci anni perché De Benedetti possa concludere le sue disavventure giudiziarie.
    L’ultima, quella delle tangenti al ministero delle Poste, chiuderà all’inizio del 2003.
    De Benedetti sarà prosciolto. I macchinari, si stabilirà, meritavano pienamente il titolo macchinari.
    Per le altre vicende, De Benedetti avrà proscioglimenti e archiviazioni perché i reati erano prescritti.
    Ma restano le confessioni di oggi, maggio 1993.
    E un’intercettazione telefonica novembre 1995.
    Di Pietro: “Noi a questo punto, ho capito che abbiamo amici comuni. Tanti amici comuni con cui lavoriamo insieme”.
    De Benedetti: “Bene, Prodi è uno di questi, no?”.
    Di Pietro: “Prodi è uno di questi, sì. In questo momento, pensi… sto scrivendo un’affettuosa lettera di attenzione verso Prodi, credo che farò con Scalfari…”.

    (57 segue)

    saluti

  3. #63
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    Predefinito Il 12 novembre del '94, all'Ergife...

    ...di Roma, il Psi verrà sciolto

    Oggi, venerdì 21 maggio 1993, Bettino raxi è rientrato a Roma.
    E’ stato qualche giorno all’estero, ha detto, perché voleva vedere alcuni amici e voleva vedere l’Italia da lontano, e cercare di capirci qualcosa. Sulle vicende interne al Partito socialista non ha detto nulla perché, ha detto, “non ne sono informato”.
    Ieri, giovedì 20 maggio, Giorgio Benvenuto si è dimesso dalla segreteria del Psi. E’ stato il primo segretario dopo i quasi diciassette anni della segreteria di Craxi.
    Noi, Benvenuto ce lo ricordiamo per un’intervista che concesse alla Repubblica, tre settimane fa. L’abbiamo letta la mattina del primo maggio 1993. Vi si commentava, naturalmente, lo “scandaloso” voto alla Camera, quello dell’assoluzione a Craxi, come è stata chiamata. “Craxi? Mai più nelle liste del Psi”, era il titolo di quell’intervista.
    Benvenuto diceva, fra l’altro: “Ma come? Sono due mesi che lavoro come un matto per ricostruire questo partito. E questo è il risultato”.
    Abbiamo cercato di ricostruire che cosa è successo nel Psi in queste tre settimane. Nel pomeriggio del 30 aprile, il senatore Giorgio Ruffolo si è dimesso per via della “crisi morale e politica”. Subito dopo si è dimesso un altro senatore, Roberto Cassola.
    I motivi sono gli stessi.
    In mattinata si era dimesso “da ogni incarico di partito” Antonio Rizzo, componente della direzione nazionale.
    Lo spettacolo delle ultime ore, ha detto, è “indegno”. A Milano, il sindaco socialista Giampiero Borghini ha presentato il programma della lista con cui intende presentarsi alle nuove elezioni.
    Si chiama “Fiducia in Milano”.
    Il primo maggio, ragazzi del Movimento giovanile socialista hanno occupato la sede provinciale del Psi a Firenze. Il loro slogan è “insorgere per risorgere”.

    "Siamo convinti che solo una ribellione civile può salvare quello che di positivo vi è ancora negli ideali socialisti e traghettarli, a testa alta, in uno schieramento di sinistra”. Dichiarazione dei socialisti occupanti la sede del Psi a Firenze, 1° maggio 1993.

    Oggi, 21 maggio 1993, si commentano le dimissioni di Benvenuto. Noi abbiamo continuato a guardarci indietro. Il primo maggio,
    la federazione provinciale socialista di Genova s’è riunita d’urgenza, insieme con i dirigenti sindacali, i nuclei aziendali, le unioni di zona, i capigruppi e i capi delegazione degli enti locali.
    Il no all’autorizzazione, hanno detto all’unanimità, è
    “inaccettabile”.
    Il giorno dopo, Benvenuto ha cercato di calmare le acque annunciando “proposte profondamente innovative” che riguarderanno anche “la posizione dei socialisti inquisiti”.
    Il capo della segreteria politica, Enzo Mattina, ha annunciato di voler “alzare con decisione la bandiera della moralità dei socialisti”. E’ il caso, ha aggiunto, di “cambiare nome e simbolo”. Sempre il 2 maggio, i circoli di cultura di area socialista si sono riuniti a Firenze e hanno chiesto le dimissioni di Benvenuto
    e del presidente Gino Giugni. Il deputato Enrico Manca ha invocato “drastiche e immediate decisioni”. Il 3 maggio è stato di nuovo il turno di Mattina.
    Alla RadioraiTre ha annunciato un “codice di guerra”.
    Si tratta della guerra ai corrotti. Un paio d’ore dopo, Valdo Spini si è autosospeso dagli organi di partito.Ha detto che il cambio del nome e del simbolo lui lo ha proposto tre mesi fa, e nessuno ora si sogni di scippargli l’idea.
    Nel pomeriggio, il presidente della Fondazione Nenni, Felice Tamburrano, ha invitato a “insorgere” quelli come lui che non intendono rinunciare al nome del Psi.
    Il 3 maggio, il presidente della commissione Attività produttive della Camera, Agostino Marianetti, si è dimesso dalla direzione e dall’assemblea nazionale del Psi.
    Claudio Signorile ha chiesto un congresso straordinario, e ha detto di temere le “epurazioni”. Il segretario generale aggiunto della Cgil, Guglielmo Epifani, di area socialista, ha chiesto la sospensione dal partito di tutti gli inquisiti, perché lui vuole “restare socialista”.
    Bisogna agire, ha detto, “subito, drasticamente”.
    In serata l’europarlamentare Franco Iacono si è dimesso da commissario della federazione del Psi di Napoli. Lo ha fatto scrivendo una lettera a Benvenuto.

    “… sarà proposto all’esecutivo che gli ‘inquisiti’ siano estromessi da ogni carica di partito… Ora sotto chiassose spinte emotive o rinnovati rigurgiti di opportunità, gli aggiornamenti sono frenetici fino alla massificazione più bieca e generica… è la posizione di chi, e ve ne sono tanti altri, ha fatto della questione morale, non quella che si misura con gli avvisi di garanzia, uno dei riferimenti costanti… ed ora si vede esposto, come persona, a una barbarie…”. Franco Iacono, dalla lettera a Giorgio Benvenuto, 3 maggio 1993.

    Il 4 maggio 1993, Giulio Di Donato si è autosospeso da ogni incarico nel partito, visto che è indagato. Più o meno alla stessa ora, dirigenti socialisti del Lazio hanno chiesto a tutti i dirigenti comunali, provinciali e regionali, nominati su indicazione del Psi, di lasciare gli incarichi, anche se non sono indagati. La sezione
    “Sandro Pertini” di Savona ha chiesto l’abolizione dell’immunità dell’immunità parlamentare.
    Ivo Chiesa, direttore del Teatro stabile di Genova, ha restituito la tessera.
    Il senatore Santi Rapisarda si è autosospeso e si è dichiarato “indipendente di sinistra”.
    All’ora di cena, al termine della riunione dell’esecutivo, Benvenuto ha ricevuto alcuni manifestanti dei comitati di base socialisti, che hanno gridato “ladri, ladri” per ore, poi hanno invaso il quarto piano della sede.
    Il 5 maggio, il senatore Pietro Ferrara ha restituito la tessera del Psi. Il 6 maggio, Di Donato ha detto al Mattino: “Più che tradito, mi sento strumentalizzato, dato in pasto alla piazza”.
    L’8 maggio è stato il giorno di Giuliano Amato. Ha concesso un’intervista a Paolo Guzzanti, sulla Stampa. Ha detto che non vuole più ricoprire “ruoli formali politici” perché gli interessa di più “un lavoro di cultura politica”. Il nuovo partito, ha detto, sarà un “Eta Beta della politica”, e sarà riformista.
    Giuliano Cazzola, della segreteria del Psi, cogliendo il riferimento disneyano, ha commentato: “Eta Beta non ha nulla a che spartire con Gambadilegno e la Banda Bassotti. Anzi, ha sempre aiutato Topolino a combatterli”.
    Anche Enzo Mattina ha proposto un commento all’altezza:
    “Certamente, Amato-Eta Beta è cosa ben diversa dal Craxi-Gambadilegno”.
    Accusato di tangenti, il segretario dimissionario del Psi di Prato, Riccardo Bellandi, ha chiesto la benedizione del vescovo, per sé e per l’assessore Saverio Risaliti in carcere preventivo da due mesi.

    “Coloro che vengono dalle professioni, prima di entrare al governo, dovrebbero dichiarare di chi sono stati consulenti”. Giuliano Amato, alla presentanzione del libro “Il ministero dell’onestà”, Roma, 11 maggio 1993.

    L’11 maggio, Giorgio Benvenuto ha detto che “la luna di miele è finita”. Quel giorno si è cominciato a pensare al suo abbandono. Il giorno dopo, una trentina di deputati socialisti si è riunita a palazzo Raggi, a Roma, per dichiarare il loro favore per Eta Beta, anche se non s’è ancora ben capito che cosa sia. Il 15 maggio, Cazzola e Mattina hanno detto di essere attratti da Alleanza democratica.
    Gino Giugni, di essere attratto dalla Dc, beninteso “una Dc ripulita”.
    Il 17 maggio, Enrico Manca ha detto che è ora di lanciare “una coalizione progressista”.
    Il 19 maggio, Benvenuto ha detto che non intende “stare lì a fare il becchino del Psi”. Ieri, giovedì 20 maggio, si è dimesso. Ha detto di sentirsi “sconfitto come segretario” ma “libero come militante”.
    Ha detto che nel partito c’è anarchia e non c’è “solidarietà”. Subito dopo, Giugni si è dimesso da presidente.
    Ha annunciato le sue dimissioni anche Cazzola, sebbene intenda andarsene “senza sbattere la porta”.
    Poi, in serata, si è saputo che a Bologna è nato un “Comitato per l’azione socialista”, costituito dai più importanti dirigenti locali, che intendono rilanciare il socialismo attraverso “una forte iniziativa popolare e periferica”. Questo fino a ieri.
    Oggi, Benvenuto ha annunciato che intende costituire il “Comitato d’iniziativa per la rinascita socialista”.
    Con lui ci sono Manca e Spini. E’ subito circolata l’idea che si tratti di un primo passo verso la secessione. Manca lo ha smentito. Spini ha detto che l’idea è quella di “far crollare le mura di Gerico di un apparato che ormai non è più in sintonia con il popolo socialista”.

    “Continua nei locali della Federazione socialista modenese lo stato di agitazione proclamato da un gruppo di occupanti, soprattutto dell’area Spini, che ieri ha cominciato il presidio
    degli uffici. Gli occupanti hanno preparato un documento in cui chiedono l’espulsione dal Psi dei corrotti e dei collusi con la criminalità organizzata… e dare avvio a una fase costituente
    che rompa definitivamente con il passato recente, restituendo al socialismo il significato autentico di moralità, rettitudine…”. Nota Ansa, 21 maggio 1993.

    Oggi è venerdì 21 maggio. Fra una settimana, il 28 maggio, sarà eletto il nuovo segretario del Partito socialista. Si tratta di Ottaviano Del Turco. Non cambierà nulla. Rincorreremo le notizie delle grandi, delle piccole e delle piccolissime ribellioni. Leggeremo, nel giro di una settimana, il documento in cui i socialisti di Ferrara annunceranno l’avvio di una fase che porterà alla nascita del Partito socialista ferrarese autonomo.
    Leggeremo la notizia di un pugno di socialisti che, con altri della Dc, del Pli e del Psdi fonderanno l’Unione di centro.
    Leggeremo il documento d’intenti di “Rinascita Socialista”, nome definitivo dell’associazione di Benvenuto.
    Leggeremo la lettera con cui Piero Larizza, segretario generale della Uil, renderà pubblica la sua decisione, e quella di tutti i componenti socialisti della segreteria confederale, di autosospendersi dal Psi.
    Tutto nel giro di pochi giorni.
    Seguiranno altre scissioni, commissariamenti, espulsioni.
    Il 17 dicembre 1993, Del Turco cancellerà il garofano, sostituendolo con la rosa.
    Alle Politiche del ’94, il Psi andrà con la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto e prenderà il tre per cento. Alle Europee, scenderà all’uno virgola sette. A giugno, Del Turco lascerà, Spini sarà il coordinatore nazionale.
    (58.continua)

  4. #64
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    Predefinito La "mafia" e....

    ...i "media" (favoreggiamento esterno)?

    Oggi è sabato 22 maggio 1993. Oggi Panorama ha diffuso l’anticipazione di un’intervista al procuratore della Repubblica di Firenze, Piero Luigi Vigna. L’intervista sarà in edicola lunedì.
    Vigna dice che “la mafia ha scoperto i mass media: bisogna impedirgliene l’uso”.
    Poi il punto non è stato approfondito. Vigna ha parlato dell’attentato di via Fauro. Ha detto di aver avuto subito l’impressione che dietro ci fosse la mafia: “Nell’azione più recente della mafia c’è una progressione terroristica”.
    Si riferiva alle stragi di Capaci e di via D’Amelio. “La mafia usa mezzi molto superiori all’obiettivo da colpire.
    Ecco il terrorismo mafioso”, ha detto. L’attentato di via Fauro è di otto giorni fa, di venerdì 14 maggio. Un’autobomba, una Uno bianca, è saltata in aria alle 21,45 in via Ruggero Fauro, nel quartiere Parioli di Roma. Venti minuti più tardi si è avuta la conferma che non c’erano morti, sebbene fosse chiaro che era stato usato molto esplosivo. Meno di un’ora dopo si è saputo che i feriti erano ventiquattro, e uno di loro era Maurizio Costanzo: era uscito dal teatro dove registra il suo show e in auto stava tornando a casa. Si è salvato per una questione di due o tre secondi, hanno detto. La stessa notte, Costanzo ha parlato al telefono in diretta col Tg5. “Non mi ritengo obiettivo di un attentato, ha detto, non voglio fare ipotesi per evitare il rischio di dire sciocchezze”.
    Il giorno dopo, il 15 maggio, Costanzo parlerà a Radio Dimensione Suono: “Certamente negli anni il mio impegno nei confronti della lotta alla criminalità organizzata è stato molto vivace e lo sarà ancora. Io e tutti quanti noi continueremo a fare fino in fondo il nostro lavoro, come lo fanno i magistrati, come lo fanno i poliziotti, i carabinieri… Sono convinto che l’episodio dei Parioli sia stato il primo ritorno della criminalità organizzata dopo l’arresto di Riina… Loro vanno per simbologie, quindi hanno deciso di colpire una persona che fa un certo lavoro per dare un segnale…”.

    “Non vorremmo che ancora una volta in un momento delicato… riprendesse la parola quel convitato di pietra che anche in altre fasi della nostra storia è intervenuto per condizionare con la violenza terroristica il corso della politica”. Achille Occhetto, 15 maggio 1993.

    Oggi, 22 maggio, abbiamo letto Vigna. Abbiamo subito ripensato alle dichiarazioni del giorno di via Fauro e dei giorni successivi.
    Alfredo Galasso, deputato della Rete, disse: “Qualche settimana fa a New York ho incontrato Dick Martin, magistrato della procura
    distrettuale, e mi ha detto che in Italia avrebbe potuto esserci un attentato mafioso allo scopo di determinare una destabilizzazione
    della situazione politica”.
    Umberto
    Bossi aveva un’altra teoria: “Non crediate alla mafia o ai terroristi slavi: si tratta invece dell’inizio chiaro di una nuova strategia
    della tensione innescata da chi sta lavorando per la Dc in vista delle elezioni”.
    Un’altra teoria ancora per Clemente Mastella, della Dc: “Forse è probabile che anche gli attentati siciliani, quelli collegati alla mafia, siano stati fatti con l’aiuto di una mano straniera”.
    Il presidente della Camera, Giorgio Napolitano: “Si torna a spargere sangue e terrore in una fase delicata della vita del nostro paese, si tenta di rispondere ai risultati ottenuti dallo Stato e all’impegno della società civile con atti tanto barbari…”.
    Il pidiessino Ferdinando Imposimato: “La matrice dell’autobomba è eversiva di stampo politico-mafioso”.
    Il presidente del Senato, Giovanni Spadolini: “Siamo di fronte a un tentativo di intimidazione e di destabilizzazione dell’opinione pubblica”.
    Il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro: “E’ come se la voce della violenza volesse dirci: noi ci siamo ancora”.

    “E’ una reazione della mafia a una serie di sconfitte, l’ultima delle quali è appunto politica, il trionfo del ‘sì’ al referendum di aprile”. Luciano Violante, alla Stampa, 17 maggio 1993.

    Oggi è il 22 maggio, e fra pochi giorni ci sarà un altro attentato. A Firenze, pochi minuti dopo l’una di notte del 27 maggio 1993, una Fiat Fiorino con circa trecento chilogrammi di esplosivo salterà in aria in via dei Georgofili, la via che parte da piazza della Signoria e separa Palazzo Vecchio dagli Uffizi.
    I morti saranno cinque, i feriti trentasette.
    In capo a poche ore, il Pds scriverà una nota per mobilitare i cittadini contro “una nuova strategia della tensione”, che ha “lo scopo di seminare lutti, paura e confusione. Quale che sia la mano criminale che ha collocato queste bombe, l’obiettivo che viene perseguito è fin d’ora chiaro: deviare il corso democratico che è in atto verso un nuovo sistema politico. Si vuole sbarrare il passo al cambiamento”.
    Bossi parlerà di “tritolo di Stato contro il cambiamento”.
    Gianfranco Fini, segretario del Msi, dirà: “Quale che sia la matrice della strage – terrorismo, mafia, servizi – gli strateghi del terrore rendono oggettivamente un servizio al sistema di potere”. Infatti: “Lo sdegno per la corruzione politica e per la contiguità dei partiti con la mafia cede il passo alla paura di nuove stragi. Lo stragismo ha sempre avuto un ruolo stabilizzante per impedire il rinnovamento. La bomba di Firenze, a poco più di una settimana dalle elezioni amministrative, è stata paventata qualche giorno fa dal ministro dell’Interno, Mancino, e addirittura prevista dall’onorevole Craxi”.
    Si tirerà fuori una frase di Craxi, infatti. Una frase pronunciata giusto ieri, venerdì 21 maggio, a proposito della bomba di via Fauro: “Ma quale mafia, questa bomba è politica, serve a stabilizzare, non a destabilizzare. E ne verranno altre”.
    Tutti si chiederanno che intedesse dire Craxi. Si chiederanno che sapeva, di preciso. Lui spiegherà che di preciso non sapeva nulla, altrimenti si sarebbe taciuto.
    Una spiegazione logica che non basterà mai.
    Avremo un nuovo fiume di teorie. Molti che rivendicheranno di essere, in fondo, l’obiettivo vero della strage.

    “Questa bomba rischia di avere un effetto stabilizzante, cioè di bloccare le inchieste che sono in corso, di impedire che l’Italia diventi un paese normale; essa tenta di contrapporre la normalizzazione alla normalità di una giustizia che funziona, alla caduta dell’impunità dei boss mafiosi e dei politici collusi e corrotti”. Leoluca Orlando, ai giornalisti, 27 maggio 1993.

    Oggi, che è il 22 maggio 1993, sappiamo che la Falange Armata, un gruppo terroristico di cui si dice sia collegato coi servizi segreti, ha rivendicato l’attentato di via Fauro. Rivendicherà anche quello di via dei Georgofili, ma nessuno la riterrà una pista credibile.
    Il presidente della commissione Antimafia, il pidiessino Luciano Violante, dirà che si tratta, appunto, di azioni della mafia, magari in collegamento con la camorra. Quanto a quelli della Falange Armata, fra una decina di giorni li liquiderà così: “Sono una massa di cialtroni”.
    Non è finita qui, naturalmente. Questa nostra estate del 1993
    avrà altre bombe, e ne parleremo.
    Ne avrà di nuovo a Roma e una a Milano, in via Palestro,
    il 27 luglio 1993, dove ci saranno altri cinque morti. Fra un anno, nell’estate del 1994, ci saranno i primi arresti. Picciotti, piccoli
    mafiosi. Si ipotizzerà subito, e meglio, che quelle bombe erano una risposta alle inchieste cominciate e ai provvedimenti presi
    contro la mafia. Si individueranno le menti, Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano.
    Ci spiegheranno, gli inquirenti, che i mandanti erano ora Totò Riina, ora Bernardo Provenzano, latitante da trent’anni. Fra trentacinque mesi, nell’aprile del 1996, l’inchiesta sarà conclusa. Saranno chiesti i rinvii a giudizio degli esecutori, degli organizzatori e dei mandanti. Comunque, i responsabili saranno individuati nei “vertici di Cosa Nostra”. Quel giorno, 4 aprile 1996, si saprà che però l’indagine va avanti. Si parlerà di “un’inchiesta bis sui mandanti a volto coperto”. Quel giorno, il procuratore Vigna dirà: “Per ora sono solo riflessioni investigative inserite in un procedimento contro ignoti… Cosa Nostra fa parte di un sistema criminale integrato, in cui sono dimostrati contatti con associazioni occulte o politici corrotti”. Ci saranno le condanne, ma a Vigna non basterà mai. “Restano tanti episodi strani”, ripeterà. Mancherà, insomma, il terzo livello.

    “C’è una persona indagata dalla procura di Firenze. C’è un’ipotesi di lavoro… Un’ipotesi di lavoro sul quale (sic) non posso esprimere giudizi. Stiamo cercando di vedere se questo signore avesse
    avuto un collegamento con ambienti istituzionali dai quali poteva essere derivato un input per le stragi… Sin dall’inizio ci colpì che la strage nella notte fra il 27 e il 28 luglio, l’attentato di Milano,
    aveva fatto seguito, e immediatamente, alla proroga del 41 bis… In altre parole: appena venne notificata la proroga, si
    verificarono questi attentati… La possibilità che ci fosse, come vogliamo chiamarla: una talpa? Un canale?”. Il procuratore
    Antimafia, Piero Luigi Vigna, all’Unità, 21 maggio 2003.

    Fra dieci anni esatti, il 21 maggio 2003, poche ore dopo l’intervista di Vigna all’Unità, si saprà il nome della presunta talpa: Vincenzo Inzerillo, palermitano, ex senatore della Dc. E’ senatore oggi, nel ’93. Nel ’95 sarà arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa. Farà 34 mesi di carcerazione preventiva. Nel 2000 sarà condannato in primo grado a 8 anni. Gli inquirenti palermitani lo definiranno un “manniniano”. Nell’aprile del 2001, pronunciando la requisitoria proprio contro l’ex ministro democristiano, Calogero Mannino, il pm Teresa Principato parlerà delle relazioni pericolose di Mannino. Una, quella con Inzerillo. Fra dieci anni, nel maggio 2003, ci chiederemo dove si vuole andare a parare. Forse proprio su Mannino, che sarà ancora imputato.
    Forse su Giulio Andreotti, visto che si ricorda di quando Inzerillo era vicino a Salvo Lima. O forse no. Scopriremo che un presidente
    di consiglio di quartiere di Palermo Giuseppe Ciluffo, di Forza Italia, indagato per mafia – nel luglio ’97 aveva detto che alla presentazione di “Sicilia Libera”, il movimento politico voluto dal boss Leoluca Bagarella, c’era anche Inzerillo. E scopriremo che Bagarella cercò, nel ’93, di riprendere contatti col mondo politico, e mandò avanti un suo luogotenente, Tullio Cannella. Il millesimo pentito, Toni Calvaruso, nel ’97 dirà che Cannella incontrò Francesco Musotto, che sarà presidente della Provincia di Palermo di Forza Italia, e Inzerillo. Musotto sarà assolto. Quanto a Inzerillo, ci toccherà aspettare ancora. (59. continua)

    saluti

  5. #65
    Super Troll
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    SARà POSSIBILE CHE QUALCHE TELEVISIONE, PRIMA O POI, CI MOSTRI LE SCENE CON LE FACCE TERRORIZZATE E L'ELOQUIO STROZZATO, DI TUTTI I NOTABILI DI QUEI PRIMI PERIODI DI TANGENTOPOLI ???
    CERTO CHE CI SAREBBE DA RIDERE A VEDERLI ......ANCHE SE ORA SI SENTONO PIù TRANQUILLI...
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  6. #66
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    Oggi è giovedì 27 maggio 1993. Oggi ci siamo occupati di fatti molto remoti, fatti del 2003.
    Abbiamo visto quello che Massimo D’Alema, oggi il numero due del Pds, scriverà fra dieci anni, il 23 maggio del 2003, sul Corriere della Sera. Scriverà una lettera per affermare la sua diversità: “… personalmente non ero tra quanti, negli anni tormentati di Tangentopoli, scelsero la strada dell’estremismo forcaiolo.
    Anzi, mantenni – e posso citare interviste e atti parlamentari a proposito – una sincera fede garantista. Non mi accodai, neppure simbolicamente, al lancio di monetine… Lo rivendico con quel tanto di orgoglio…”.
    Questo scriverà, fra dieci anni, D’Alema.
    Abbiamo pensato che non è così facile, nella tormenta di oggi – maggio 1993 – non è così immediato distinguere i forcaioli dai garantisti e da quelli che comunque nei furori ci stanno sguazzando, magari con un po’ più di dignità e di intelligenza. Abbiamo pensato che forse D’Alema è in questa ultima categoria.

    Ci è venuto in mente che quando Silvio Berlusconi, nel gennaio del ’94, deciderà di darsi alla politica, D’Alema si augurerà di “vederlo chiedere l’elemosina sui marciapiede” e di “vederlo all’estero” come “ultimo uomo della cupola craxiana”. Questo, probabilmente, non è un uso politico della giustizia, ma un po’ gli rassomiglia.
    Ci è venuto in mente che quando la Camera respinse la richiesta di autorizzazione a procedere per Bettino Craxi, D’Alema si appellò “al bisogno di pulizia che viene dalla gente”. Non sono monetine lanciate né cappi esibiti in Parlamento, forse è soltanto un bello sguazzare nel torbido del proprio tempo.
    Ci è venuto in mente che quando, il 23 settembre del 1993, la Camera respingerà la richiesta di arresto (arresto) per l’ex ministro Francesco De Lorenzo, allora D’Alema individuerà “la dimostrazione di quanto pesi la volontà di difendere certe prerogative e certe impunità… quello di De Lorenzo è un classico caso in cui ricorrevano tutte le ragioni previste dal codice per la custodia cautelare”.

    “Un giorno scopriremo che ci sono stati nella Dc uomini di fiducia di questo ‘doppio Stato’, legati a mafia e massoneria”. Massimo D’Alema, alla presentazione di un libro di Pietro Folena, Roma, 1 luglio 1993.

    Oggi, giovedì 27 maggio 1993, pensando a quello che scriverà fra dieci anni, abbiamo pensato che D’Alema è fra quelli del suo partito che meno hanno ceduto al tripudio delle manette.
    Forse ha soltanto ceduto un po’, soltanto un po’, al vento.
    Il 5 febbraio del 1994, accogliendo Forza Italia nella competizione politica, dirà che questo nuovo partito “si rivolge proprio a chi ha paura del nuovo corso, fatto di legalità e trasparenza”.
    Quando, il 14 luglio 1994, il ministro della Giustizia, Alfredo Biondi, cercherà di modificare l’istituto della custodia cautelare, il pool di Milano minaccerà dimissioni di massa.
    E D’Alema sarà indignato: “Il provvedimento è una ordinanza di scarcerazione per gli imputati di Tangentopoli”.
    Forse si tratta di frasi che non infrangono, ma almeno un pochino la scalfiscono, la “sincera fede garantista” che D’Alema rivendicherà fra dieci anni.
    Noi, oggi, abbiamo davanti un D’Alema che, nei giorni dopo le monetine del Raphael, si batterà a fianco del suo partito per abolire prima il voto segreto sulle autorizzazioni a procedere (“è importante e positivo”), poi l’immunità parlamentare (“è una pregiudiziale”).
    Abbiamo davanti un D’Alema che il prossimo agosto, in Parlamento, definirà Craxi “un principe dei corrotti che difendeva
    quei finanziamenti”, pronto dopo molti anni a offrirgli invano i funerali di Stato.
    Noi abbiamo davanti anche un D’Alema che spesso, molto spesso, rifiuterà di entrare nelle vicende giudiziarie dei suoi avversari
    politici – sia di Craxi sia di Berlusconi – chiedendo che sia lasciato ai magistrati il compito di indagare.
    E abbiamo davanti un D’Alema che talvolta si piegherà al ruggito
    della piazza: “… rispondere al bisogno di giustizia che viene dal paese, tanto più forte dopo il voto scandaloso sull’autorizzazione
    a procedere per Craxi”.
    (60. continua)

    saluti

  7. #67
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    Oggi è venerdì 4 giugno 1993. Oggi Antonio Di Pietro era in trasferta a Roma, a Regina Coeli, per interrogare l’ex collaboratore di Oscar Mammì, Davide Giacalone.
    E’ la routine di questo 1993.
    Ma dietro la routine succedono anche altre cose.
    All’apparenza, insignificanti. Fra cinque giorni, mercoledì 9 giugno, la Keniston Investments Ltd delle Isole Vergini verserà tre miliardi di lire alla Compagnie Européenne de Placement del Lussemburgo.
    In altre otto tranche, la prossima il 22 giugno, l’ultima il 3 gennaio 1994, ci saranno altri versamenti per una somma di sei miliardi di lire.
    In totale, nove miliardi. Sappiamo tutte queste cose, perché stiamo sfogliando una sentenza del gip di Brescia, Anna Di Martino, che verrà emessa fra molti anni, il 27 marzo 1999.
    La Keniston Investments è stata costituita da Pierfrancesco Pacini Battaglia la scorsa settimana, il 28 maggio 1993.
    L’altra società, quella con sede in Lussemburgo, appartiene al costruttore Antonio D’Adamo.
    Dunque, nel giro di sette mesi, Pacini darà a D’Adamo nove miliardi di lire.
    E’ un giro di denaro molto strano, ma cercheremo di essere chiari. Dalle carte, risulta che D’Adamo trasferirà i nove miliardi alla Gde, la Gruppo D’Adamo editore, all’epoca messo maluccio.
    Il 25 gennaio 1994, tre settimane dopo l’ultimo versamento, la Atlantic Finance (di D’Adamo) acquisterà il certificato azionario della Gde.
    Prezzo: nove miliardi.
    Il giorno successivo, 26 gennaio 1994, la Atlantic Finance sarà ceduta da D’Adamo a Pacini.
    Così Pacini ha indietro i suoi nove miliardi.
    L’8 aprile 1994, il certificato azionario della Gde verrà nuovamente trasferito: dalla Atlantic Finance (ora di Pacini) alla Morave Holding (sempre di Pacini).
    Il 28 aprile 1994, il certificato azionario della Gde ha un ultimo passaggio: dalla Morave Holding (di Pacini) alla Simaco Holding (di D’Adamo).
    Prezzo? Quattro miliardi e mezzo.
    Riassunto: Pacini versa a D’Adamo nove miliardi. D’Adamo li mette nella Gde. D’Adamo gira la Gde a Pacini per nove miliardi. Ora i due sarebbero pari. Ma Pacini rivende la Gde a D’Adamo per quattro miliardi e mezzo. D’Adamo ci ha guadagnato per incanto quattro miliardi e mezzo. Il tutto nel giro di dieci mesi.

    “Rimane evidente l’assenza di ogni sinallagma tra le operazioni concepite tra il duo D’Adamo-Pacini e la successiva (pretesa) promessa di benefici processuali assicurata dal Di Pietro”, dalla sentenza del gip Anna Di Martino, Brescia, 27 marzo 1999.

    Gli affari fra Pacini e D’Adamo cominceranno fra cinque giorni esatti. I contatti fra i due sono cominciati il mese scorso, maggio 1993.
    Ci sono alcune cose che uniscono i due.
    Intanto, entrambi hanno avuto guai con la procura milanese. D’Adamo è stato uno dei primi inquisiti di Mani pulite.
    I guai di Pacini sono anche molto recenti. E’ stato arrestato meno di tre mesi fa, il 10 marzo 1993. E’ stato il suo avvocato, Giuseppe Lucibello, a convincere Pacini a presentarsi a Di Pietro.
    Lucibello è amico di Di Pietro. Noi sappiamo già oggi che Di Pietro Pietro e Lucibello fanno le vacanze assieme, anche se hanno ruoli contrapposti: Di Pietro accusa, Lucibello difende.
    Il 10 marzo, Pacini si presentò, raccontò per dieci ore il suo enorme ruolo nel giro delle tangenti fra l’Eni e i partiti, specie la Dc e il Psi. Alla sera, il pool stabilì che per Pacini non serviva la galera. Ma su questo ci dovremo tornare, un altro giorno.
    Anche D’Adamo è un grande amico di Di Pietro.
    Nel tempo, gli ha prestato cento milioni senza interessi, gli ha dato una Lancia Dedra, una garçonnièrre dietro piazza Duomo, una suite in un residence di Roma, consulenze legali per la moglie, consulenze legali per Lucibello, vestiario dalla boutique Tincati (Di Pietro prende, D’Adamo paga), un telefono cellulare, biglietti aerei per e da Roma.
    Ora, il grande amico sta per avere denaro dal grande inquisito. Ne riparleremo.

    “… lascia emergere l’alternativa ipotesi di un millantato credito in danno di Di Pietro…”, dalla sentenza del gip Anna Di Martino, Brescia, 27 marzo 1999.
    (62. continua)

    saluti

  8. #68
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    Oggi è sabato 5 giugno 1993. Oggi Antonio Di Pietro era a Milano per proseguire la sua inchiesta sulla Fiat.
    Intanto si sta avvicinando il giorno in cui Pierfrancesco Pacini Battaglia girerà ad Antonio D’Adamo i primi tre di nove miliardi di lire. Succederà fra quattro giorni, il 9 giugno.
    Seguiranno mesi di giri vorticosi di denaro, fra i due, e alla fine, consenziente, Pacini riavrà soltanto quattro miliardi e mezzo dei nove versati.
    Pacini, oggi, è uno degli indagati più importanti di Mani pulite. Quelli della procura lo hanno chiamato “l’uomo un gradino sotto Dio”. E’ stato il grande intermediario delle tangenti fra Eni e partiti. A marzo si è presentato a Di Pietro e non ha fatto una notte di galera.
    Anche D’Adamo ha avuto guai con i magistrati milanesi. Ma di Di Pietro è amico e benefattore. Gli ha dato o gli darà un’auto, appartamenti, denaro, consulenze per i parenti e gli amici, capi di vestiario.
    Sono tutte cose che verranno fuori col tempo. Ma noi oggi sappiamo che per questi fatti Di Pietro dovrà difendersi.

    Fra quattro anni, comincerà un’indagine a La Spezia. Sarà poi trasferita a Brescia, e i pubblici ministeri chiederanno il rinvio a giudizio dell’uomo che oggi è un eroe.
    Oggi abbiamo letto persino la traduzione di un articolo del Quotidiano del Popolo, giornale cinese, che parla di Di Pietro, “l’eroe della lotta contro la corruzione”.
    Ma fra quattro anni ci saranno magistrati che metteranno in fila alcuni fatti.
    Primo fatto, Pacini ha avuto da Di Pietro e da altri pm un trattamento di gran favore; niente galera, indagini insufficienti, la possibilità di continuare a lavorare su società e conti esteri. Secondo fatto, Pacini si è messo in affari chiaramente svantaggiosi con D’Adamo, amico di Di Pietro.
    Terzo fatto, D’Adamo ha foraggiato a lungo Di Pietro. Una bella partita di giro.

    “Il Gup di Brescia Anna Di Martino ha prosciolto Antonio Di Pietro dall’accusa di corruzione. Con Di Pietro il gup ha prosciolto anche il banchiere Pierfrancesco Pacini Battaglia, l’avvocato Giuseppe Lucibello e l’ingegnere Antonerale nio D’Adamo”. Notizia Ansa delle 21,18 del 18 febbraio 1999.

    Oggi, 5 giugno 1993, abbiamo letto le motivazioni di quel proscioglimento, depositate il 27 marzo 1999. Il gup dirà che D’Adamo è poco credibile, che non è riuscito a dimostrare che Di Pietro sapesse e si attendesse dei vantaggi, che le dichiarazioni di D’Adamo sono state tardive, sollecitate da Silvio Berlusconi e quindi è probabile che D’Adamo volesse compiacere Berlusconi per suo tornaconto.
    Il gup dirà che gli affari fra Pacini e D’Adamo non sono poi così palesemente svantaggiosi per Pacini.
    Che tutte queste auto, prestiti, telefonini, calze, appartamenti eccetera non gettano certo una buona luce su Di Pietro, ma non costituiscono reato.
    Che è semmai più verosimile che D’Adamo si sia fatto bello con Pacini dell’amicizia con Di Pietro per avere del denaro.

    Noi, oggi, pensiamo che Di Pietro è fortunato. Se fosse stato indagato oggi, invece che fra quattro anni, e se fosse stato indagato oggi dal pool di Mani pulite, forse le cose gli sarebbero andate peggio.
    Oggi abbiamo ripensato a quelle famose intercettazioni – di cui si parlerà anche nella sentenza della Di Martino – in cui si sentirà Pacini dire di aver “pagato per uscire da Mani pulite” e dire che “quei due”, Di Pietro e Lucibello, lo hanno “sbancato”.
    E abbiamo ripensato a quell’altra intercettazione, con Pacini che ridendo si sente di “suggerire una ipotesi investigativa. Io mi sarei vantato in Svizzera di aver pagato Lucibello… Di Pietro sottopone al procedimento un determinato soggetto, a cui viene consigliato di scegliere, come difensore, Lucibello. Lucibello, con l’accordo di Di Pietro, fornisce al cliente la versione concordata… per uscire dal carcere, intanto si fa consegnare grosse somme di denaro che spartisce col magistrato (ride)… Che poi un giorno si scoprirà che era vera, al di là di questo”.
    Un interlocutore: “Pacini ubriaco, dopo un litro di vino, commenta:
    l’è tutto vero! (ride)”.
    Per il gup non ci sarà bisogno “di molte parole per significare l’inconsistenza indiziaria del
    colloquio”.
    (63. continua)

    saluti

  9. #69
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    Oggi è giovedì 3 giugno 1993. Da pochi giorni, precisamente dal 31 di maggio, Serafino Generoso è ufficialmente un imputato. Il giudice delle indagini preliminari, Italo Ghitti, ha stabilito che Generoso dovrà essere processato per concorso in corruzione, storie di tangenti sulle discariche. Generoso ha quarantacinque anni, è un ex consigliere regionale della Lombardia, un democristiano. E’ stato assessore regionale. Ha già conosciuto il carcere, il 24 novembre 1992.
    I carabinieri lo arrestarono a Milano, mentre rincasava da una cena, su richiesta di Piercamillo Davigo accolta dal gip Ghitti.
    Il 4 dicembre, si dimise dalla carica di consigliere regionale. Rimase in carcere dieci giorni, fino al 5 dicembre. Fra pochi giorni, il 22 giugno del 1993, Generoso finirà nuovamente in carcere. Stavolta sarà accusato di tentata concussione per appalti alla centrale Enel di Turbigo, provincia di Milano.
    Secondo la procura, fece pressioni su un assessore di Turbigo affinché convincesse un imprenditore a cedere parte dei lavori a un altro imprenditore. Il 7 luglio, Serafino comincerà lo sciopero della fame. Noi lo sapremo soltanto il 12, quando il suo avvocato e fratello, Claudio Generoso, lo dirà ai giornalisti.
    Dirà che Serafino intende andare avanti con lo sciopero della fame “fino alle estreme conseguenze”, unico modo per opporsi “alla detenzione ingiusta e immotivata sotto qualsiasi profilo”.
    Claudio leggerà una dichiarazione di Serafino: “Verifico la distorsione strumentale degli istituti processuali volta a costringermi a indicazioni o delazioni contro la verità”.

    “Ti ritrovi in galera, ti accusano di aver preso soldi, tu caschi dalle nuvole e neghi. Il pm non ti crede, devi restare in galera. Che puoi fare? Nulla. Non puoi fare nulla. Io ho fatto lo sciopero della fame, ma non mi sembra un buon rimedio”. Serafino Generoso, al Foglio, 6 febbraio 1999.

    “Sono determinato a mantenere la mia forma di protesta sia per proclamare la mia innocenza, sia per contestare vivamente una custodia cautelare del tutto immotivata”, scriverà Serafino Generoso il 23 luglio, dopo sedici giorni di sciopero della fame e trentuno di prigionia.
    Il vicino di cella, l’ex presidente dell’Eni Gabriele Cagliari, sarà morto suicida da sole settantadue ore. Generoso scriverà:
    “Dicono che occorre preservare da possibili inquinamenti gli ulteriori atti d’indagine. Intanto però i magistrati direttamente interessati sono in ferie”.
    L’ex assessore democristiano otterrà gli arresti domiciliari dopo quasi quaranta giorni a San Vittore, il 30 luglio.
    Fra un anno e mezzo, il 28 ottobre del 1994, il processo sulle tangenti delle discariche arriverà alla fine. Il pm Antonio Di Pietro pronuncerà la requisitoria e chiederà per Generoso due anni e quattro mesi. Poi, coi giornalisti, parlerà di “certi tentativi di delegittimazione che provengono dalle carceri, certe insinuazioni” che sono “più pericolose di quelle minacce che in questi due o tre anni hanno preoccupato le nostre famiglie”.

    La sentenza arriverà il 22 dicembre 1994, e Generoso sarà assolto.

    E’ una storia lunga, quella di Generoso. Dobbiamo fare un salto in avanti di cinque anni e mezzo, fino al 9 dicembre del 1998. Quel giorno, saranno trascorsi cinque anni e cinque mesi dal luglio trascorso a San Vittore. Il pm, Margherita Taddei chiederà quattro anni e sei mesi di reclusione; un avvocato le ricorderà che l’accusa era di tentata concussione, non di concussione; il pm correggerà la richiesta: due anni e otto mesi. “Il fatto non sussiste”, diranno i giudici assolvendo Generoso.
    Nel gennaio del 1999, Generoso avrà la terza assoluzione, di nuovo per tangenti sugli appalti Enel, e poi la quarta, in un’inchiesta per falsi corsi professionali. Per l’ingiusta detenzione, Generoso sarà risarcito con cinquanta milioni di lire.

    “… il dovuto riconoscimento a uno dei più grandi statisti che il nostro paese abbia avuto…”. Dalla richiesta di assegnazione di una medaglia al valor civile a Craxi, firmata da venticinque ex consiglieri regionali, fra cui Serafino Generoso, 23 febbraio 2002.

    (61 continua)

    saluti

  10. #70
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    Oggi è martedì 7 giugno 1993. Questa mattina, il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, ha seguito messa dalla cappella privata del Santo Padre. Certo, questo non c’entra nulla con la storia che stiamo vivendo e ci stiamo raccontando, ma ci ha fatto pensare a questo strano presidente della Repubblica, a questo lungo primo anno dei sette – fino al 1999 – in cui si tratterrà al Quirinale. E ci ha fatto pensare allo Scalfaro successivo, quello che sarà senatore a vita, e che spenderà le sue uscite pubbliche del prossimo millennio per spiegare che Silvio Berlusconi premier è un “rischio per la democrazia”.
    Ci ha fatto pensare a quello che dirà fra dieci anni esatti, al Senato, opponendosi a quello che sarà chiamato lodo Maccanico, o lodo Schifani o Berlusconi, e insomma opponendosi alla norma che impedirà alla magistratura di indagare sulle cinque massime cariche dello Stato: presidenti della Repubblica, del Consiglio, del Senato, della Camera e della Corte costituzionale.
    E così, fra dieci anni, qualcuno rinfaccerà a Scalfaro il “non ci sto” che egli pronuncerà a reti unificate fra soli cinque mesi, il 3 novembre 1993.
    E allora Scalfaro, fra dieci anni, replicherà in Senato: “Chiesi di fare un messaggio a reti unificate per dire ‘non ci sto’ al gioco al massacro contro le istituzioni ma non mi sono mai sognato di dire ‘non ci sto’ all’azione della magistratura”.

    “La mia frase di dieci anni fa non era rivolta a nessun magistrato per la semplice ragione che mai nessun magistrato mi aveva o ha contestato un reato”. Oscar Luigi Scalfaro, alla Stampa, 6 giugno 2003.

    Oggi è soltanto il 7 giugno 1993, ma noi quella storia la conosciamo già, naturalmente.
    O, quantomeno, ne conosciamo una versione. La racconterà, fra cinque anni, Francesco Misiani, che oggi è un magistrato della procura di Roma. Fra cinque anni, Misiani la racconterà in un libro intervista con Carlo Bonini, “La toga rossa”, Marco Tropea editore.
    Da quel libro risulterà che fra pochi giorni, il 28 giugno 1993, il presidente del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, il pidiessino Ugo Pecchioli, annuncerà l’apertura di un’inchiesta sui fondi neri del Sisde.
    Passeranno alcuni mesi. Il 30 ottobre 1993, dopo aver detto a lungo di aver usato i fondi neri “per ragioni di copertura”, l’ex direttore del Sisde, Riccardo Malpica, in carcere smentirà tutto: “Spiega che ha mentito su indicazione del ministro dell’Interno Mancino e del capo dello Stato Scalfaro”. Lo leggiamo a pagina 185 del libro. Malpica aggiungerà di aver girato ogni mese cento milioni di lire a tutti i ministri dell’Interno, da che lo fu Scalfaro in poi. La voce girerà subito. Tanto che si sentiranno di solidarizzare con Scalfaro il suo predecessore Francesco Cossiga (“gli sono affettuosamente vicino”), il segretario della Dc, Mino Martinazzoli (definirà “mascalzoni” gli accusatori), il presidente della Camera, Giorgio Napolitano (“intrighi torbidi”), il segretario del Pds, Achille Occhetto (“clima torbido”) e un’altra decina buona di uomini politici.
    Tutti quel 30 ottobre. E lo stesso 30 ottobre, il procuratore capo di Roma, Vittorio Mele, stenderà un comunicato per dire che è “da escludere ogni forma di coinvolgimento” del Capo dello Stato.
    Sarà una mezza bugia. Detta per motivi forse anche nobili, ma comunque una mezza bugia.
    E nonostante la precisazione di Mele (poco avvalorata dai cronisti giudiziari, che sanno), Scalfaro la Sera del 3 novembre riterrà opportuno lanciare il suo celeberrimo messaggio.

    “Il 2 novembre si costituisce Antonio Galati. Conferma ai magistrati le accuse di Broccoletti e Malpica, consegna gli originali delle ricevute di pagamento allegate al libro mastro del servizio, di cui lui è il custode”. Da La toga rossa, di Carlo Bonini e Francesco Misiani, Marco Tropea editore, 1998.

    Dunque oggi, 7 giugno 1993, sappiamo che cosa dirà Malpica il prossimo 30 ottobre. E sappiamo che cosa dirà Galati il 2 novembre. Sappiamo che ormai tutti sapranno. E sappiamo che cosa dirà, la sera del 3 novembre, il presidente Scalfaro:

    “Prima si è tentato con le bombe, ora con il più vergognoso e ignobile degli scandali. Occorre rimanere saldi e sereni. Penso che sia giunto il momento di fare un esame chiaro dell’attuale realtà italiana per trarne conclusioni forti ed efficaci. Il grande problema che dobbiamo tutti insieme affrontare e risolvere è quello di fare giustizia (…) e al tempo stesso di non recare danno alla vita dello Stato e alla sua immagine nel mondo.
    O siamo capaci di reagire considerando reato il reato ma difendendo a oltranza e gli innocenti e le nostre istituzioni repubblicane o condanniamo tutto il popolo e noi stessi ad assistere a questo attentato metodico (…). A questo gioco al massacro io non ci sto. Io sento il dovere di non starci, e di dare l’allarme. Non ci sto, non per difendere la mia persona, che può uscire di scena in ogni momento ma per tutelare con tutti gli organi dello Stato l’istituto costituzionale della presidenza della Repubblica…”.

    Questo dirà. Noi ci abbiamo riflettuto un po’. E ci pare che potrà avercela o coi magistrati o coi pentiti. Non con i giornali. Una bufala, anche sui giornali, resisterebbe poco.
    E dunque, a questo punto, abbiamo ripreso a leggere “La toga rossa”. Misiani dirà: “La parole del capo dello Stato e il punto in cui era approdata l’inchiesta spaccarono la procura (…) Mele fece un passo indietro, lasciando che Coiro intervenisse con energia, spinto da quel concetto di ‘difesa delle istituzioni’ che era nei suoi cromosomi (…). Il timore condiviso da Mele e Coiro era che (…) la procura fosse costretta a inseguire la strategia di rivelazioni a orologeria degli indagati.
    E fu allora che arrivò in soccorso la trovata di Saviotti”.
    Pietro Saviotti è un pm di Roma, come Misiani. La sua trovata, ci racconteranno Misiani e Bonini, sarà quella di indagare i funzionari del Sisde con l’articolo 289 del codicepenale, “attentato agli organi costituzionali”, minimo della pena: dieci anni.
    Misiani: “Contestare il 289 agli indagati significava porli in una condizione senza via d’uscita.
    Ogni ulteriore chiamata in correità nei confronti di uomini politici in carica o, comunque, con responsabilità istituzionali li avrebbe precipitati nella condizione di indagati per un reato gravissimo, da cui sarebbero usciti con condanne pesantissime”.
    Il 6 novembre, tre giorni dopo il messaggio a reti unificate di Scalfaro, il procuratore capo, Vittorio Mele, indagherà ufficialmente i funzionari del Sisde per attentato agli organi costituzionali.

    Da “La toga rossa”: “Il 289 produce l’effetto previsto. Nessuno degli indagati è disposto più a parlare”.

    E così, nel giro di pochi giorni, il prossimo novembre, colpevole o calunniato, Scalfaro uscirà dall’inchiesta. Ma si continuerà a parlarne, comunque.

    “Di fronte al ripetersi di insinuazioni e accuse al presidente della Repubblica, la procura di Roma ha il dovere di precisare che nei confronti dell’onorevole Scalfaro non sussiste alcun elemento di fatto, dal quale emerga un uso non istituzionale dei fondi Sisde e una qualsiasi azione del presidente diretta a promuovere o consentire la copertura degli illeciti attribuiti ai funzionari del Sisde”. Comunicato del procuratore capo di Roma, Vittorio Mele, 3 marzo 1994.

    Oggi, 7 giugno 1993, ci è venuto in mente che nei prossimi giorni potremmo forse riguardarcelo bene, questo settennato. Rivedere questo presidente che danza fra l’appoggio incondizionato alla magistratura e qualche strana e improvvisa retromarcia. Che non riconosce la paternità del decreto Conso (quello che doveva depenalizzare il finanziamento illecito ai partiti) e l’ultimo giorno del 1997, parlando alla nazione, sente finalmente, cinque anni dopo Mario Chiesa, il “tintinnar di manette”. Che a ogni fuga in avanti, in un certo senso garantista, si ritrova davanti un Borrelli spettrale e glaciale, che lo riconduce all’ordine. Che convive con Silvio Berlusconi, con l’avviso di garanzia a Napoli, col ribaltone, che dichiara di sentirsi “la toga appiccicata nell’anima. Non sarei mai capace di staccarmene”. Che vede di buon occhio e sollecita l’abolizione dell’immunità parlamentare, potendo lui permettersi di non starci.

    “Non firmerò mai una legge contro il parere dei magistrati”, Oscar Luigi Scalfaro, a un convegno a Taormina, 19 aprile 1997.
    (64. continua)

    saluti

 

 
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