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Discussione: Mattia nel....

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    Oggi è giovedì 11 febbraio 1993, e per tutto il giorno è andato avanti questo rito strano, incalzante, delle dichiarazioni di solidarietà. Tutti solidali con Claudio Martelli. Ne abbiamo letta una quantità, di queste dichiarazioni. Ha fatto bene, ma davvero bene, e la serietà e l’atto di coraggio e l’atto di onestà e l’atto di responsabilità ed eccetera eccetera. Occhetto, La Malfa, Jotti, Vizzini, Violante, l’immancabile Segni, anche Pannella. Tutti così tranne Gianfranco Fini, segretario del Msi, che ha parlato di marcio, di fango e corruzione, era come al solito molto eccitato. Da Trieste, il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, ha detto che “non c’è nulla di tragico”. Ha detto che l’avviso di garanzia non deve giammai essere un sinonimo di condanna, ma comunque “non c’è nulla di tragico”. Si può andare avanti così, secondo il presidente. Noi abbiamo rimesso in fila i fatti, un’altra volta. Domenica 7 febbraio è rientrato in Italia Silvano Larini. Dopo otto mesi di latitanza, si è consegnato ad Antonio Di Pietro, al valico di Ventimiglia. In questi giorni, ormai lo sappiamo, ha parlato delle tangenti della Metropolitana milanese, che lui consegnava nell’ufficio di Bettino Craxi. E ha parlato del conto Protezione, quello in Svizzera, quello su cui sono transitati i soldi del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Ha inguaiato Martelli, ha detto che il ministro tredici anni prima, si era occupato di un finanziamento attraverso quel Conto.
    Martelli ha saputo dell’avviso di garanzia ieri, mercoledì 10 febbraio 1993. Si è dimesso da ministro e dal partito. Avremmo scommesso che sarebbe diventato lui il nuovo segretario. Invece domani, 12 febbraio, sarà eletto il successore di Craxi alla guida del Psi: Giorgio Benvenuto. E’ successo tutto in un lampo.

    “Dopo dodici anni di odiose insinuazioni la verità inizia a venire a galla. Il conto Protezione come si vede non era mio, non ne sono mai stato beneficiario né direttamente né indirettamente e non ho mai avuto rapporti economici di alcun tipo con Larini”. Claudio Martelli, ventiquattro ore prima di ricevere l’avviso di garanzia. ai giornalisti, il 9 febbraio 1993

    Oggi è lunedì 10 febbraio 2003. Sono trascorsi dieci anni dal giorno delle dimissioni. Claudio Martelli ci ha pensato su spesso. Ha pensato a lungo al rientro di Larini, improvviso, così efficace, cinque giorni prima che si dovesse eleggere il nuovo segretario dei socialisti. “Certo, ci ho ripensato. La mia candidatura era forte. Io e i miei contavamo di raccogliere un’ampia maggioranza, eravamo persuasi che il candidato di Craxi, che poi avrebbe vinto, e cioè Benvenuto, non avesse molte possibilità di spuntarla. Invece di colpo rientrò Larini. Non ho mai capito perché si sia messo a parlare coi magistrati del conto Protezione. Una roba di tredici anni prima, del 1980”.
    Oggi è il 10 febbraio 2003. Sono ventitré anni che questa storia va avanti. Il conto Protezione era un conto all’Ubs di Lugano intestato a Larini, fedelissimo e danaroso amico di Craxi. Su quel conto, nel 1980, transitarono sette milioni di dollari. Arrivarono dal Banco Ambrosiano. Per quei sette milioni di dollari si è parlato di peculato, di bancarotta fraudolenta. “Come dice giustamente Larini, si trattava invece di un finanziamento illecito. Un illecito prescritto perché coperto da due amnistie, quella dell’83 e quella dell’87. E allora perché Larini ne parla? Perché tira fuori quella storia?”, si chiede Martelli, oggi, 10 febbraio 2003.
    “A novembre, quando muore Balzamo, il sostituto procuratore Piercamillo Davigo dice (…) che se Larini si illude di scaricare le sue colpe sul defunto non solo finisce in prigione, ma ‘fondiamo la chiave della cella per impedire che venga ritrovata’ ”. Chiara Beria d’Argentine, sull’Espresso, 21 febbraio 1993.
    Oggi, 10 febbraio 2003, Claudio Martelli si è fatto qualche idea, mentre aspetta con fiducia, è ormai questione di qualche settimana, la sentenza della Corte d’appello sul conto Protezione. Un processo interminabile, con le condanne, peraltro condonate, già due volte respinte in Cassazione.
    “Oggi io penso che furono vari i motivi per cui Larini tornò in Italia quel 7 febbraio. Uno di quei motivi era impedire che io facessi il segretario del Psi. Dirò di più. Dieci anni fa, pensai che dietro ci fosse la mano di Craxi. Mi sentii stretto in una tenaglia. Da un lato la procura di Milano, dall’altro la feroce guerra all’interno del partito, e scelsi le dimissioni. Ormai, e da tempo, Craxi mi
    vedeva come un rivale. Altri me lo dissero: guarda che Larini si muove per conto di Craxi. Oggi non lo credo più. Credo che Larini abbia deciso da sé, magari consigliato da qualcuno. Magari, siccome si mise a raccontare che portava i miliardi nell’ufficio di Craxi, per riequilibrare, per non dare addosso solo a Craxi, ha dato addosso anche a me, consentendo a Bettino di vincere, tramite Benvenuto, la gara della segreteria. In ogni caso, una storia miserevole e che ha portato a Craxi un altro bel po’ di guai”. Oggi Martelli ci scherza anche un po’ su, ma non molto. Scherza sull’insopprimibile scrupolo morale che spinse Larini a parlare di una vicenda del 1980.
    Martelli continua: “Larini ha raccontato al Foglio che non voleva fare l’ultimo dei giapponesi, che la guerra era persa. Ma non è così. Non era l’ultimo dei giapponesi, era il primo dei collaboratori. L’anno del Terrore era appena cominciato. La guerra si doveva ancora combattere tutta, e ci sarebbero stati dei morti. Certo, alcuni se la cavarono consegnandosi prontamente al nemico, per interesse immediato, per paura, e hanno raccontato qualsiasi cosa, spesso cose false, pur di uscirne presto e bene. Altri, invece, non si sono sottratti alle loro responsabilità, comprese quelle penali, ma tuttavia sono rimasti sul campo. Pochi giorni prima, o subito dopo che Larini rientrò, Craxi mi aveva raccontato di averlo visto a Parigi. Craxi mi disse che Larini era spaventatissimo, senza motivo. Oggi penso che Larini abbia fatto i suoi calcoli, li abbia fatti bene, e penso che da Tangentopoli sia uscito senza troppi graffi. Era quello che voleva”.

    “Credo che, anche davanti ai magistrati, Larini abbia sovente cercato di accreditare l’idea di un suo grande ruolo politico, un ruolo di cui nessuno si è mai accorto”. Claudio Martelli al Foglio, 10 febbraio 2003.

    Oggi, 10 febbraio 2003, Martelli si stupisce a ripensare che a questa matassa del Banco Ambrosiano, del conto Protezione, del coinvolgimento di Licio Gelli nella bancarotta, è impigliato da quasi un quarto di secolo. “Colpisce che questo processo vada avanti sulla base unica della testimonianza di Larini. Il quale racconta, appunto, che Craxi gli chiese di mettermi a disposizione un conto per un finanziamento. Craxi ha smentito due volte in tribunale. Sarebbe dovuto bastare, perché Larini riferiva frasi di Craxi e Craxi le smentiva”. Oggi, dieci anni giusti giusti da quelle sue doppie dimissioni – da ministro e dal partito – Martelli racconta di non essersi pentito. Racconta che rifarebbe tutto, perché un Guardasigilli indagato non è più in grado di portare avanti il proprio incarico e perché non aveva senso una lotta in un Psi dilaniato. Poi, dice, quello era l’anno del Terrore. “Se il 1993 non è stato l’anno in cui tutto o gran parte del paese ha dato il peggio di sé, non so quale altro. Perché bisogna anzitutto dire che c’era un tasso sistemico di corruzione intollerabile, di cui eravamo responsabili. E perché ci fu una repressione violenta, inquisitoria, unilaterale e propagandistica. E perché, ancora, attorno a questo si sono viste le meschinità, le miserie, la ferocia, le ambizioni politiche, le chiamate di correo, la disperazione e le menzogne degli indagati, la carcerazione preventiva, gli avvocati accompagnatori. Abbiamo visto magistrati che, da chi stava dentro, non pretendevano soltanto la conferma di quello che già sapevano, ma anche che aggiungessero qualcosa, un fatto, un nome. Sennò restavano dentro. Una catena di Sant’Antonio”.

    “In un’intervista a Panorama, dissi che la cosa più importante era restituire l’onore ai socialisti. Forse fui temerario a pensare di poterlo fare io, visto che era stato per dieci anni il delfino di Craxi. Ma restituire l’onore ai socialisti era allora la cosa più importante e urgente da fare”. Claudio Martelli, al Foglio, 10 febbraio 2003.

    Oggi, 10 febbraio 2003, Claudio Martelli pensa ancora che la fine della sua amicizia, di tutta la sua vicenda umana con Craxi, sia “terribile”. Pensa che gli ultimi tempi Craxi non fosse più lui. Non fosse più lucido come una volta. Pensa che in realtà si accorse che Craxi era cambiato già nel 1987, quando lasciò Palazzo Chigi. “Craxi si convinse che io ero diventato un suo rivale e da rivale mi trattò. Mi costrinse a reagire. Mi costrinse a diventarlo davvero un rivale. Lo disse anche a Occhetto, gli disse, non puntare su Martelli, perché di Martelli farò poltiglia”. Dice che il più grande errore di Craxi, fu quello di non aver cambiato politica. “Mi ricordo delle notti intere a discutere. Io gli dicevo che la vecchia alleanza con la Democrazia cristiana non aveva più senso. Che era addirittura assurda dopo il crollo dei muri. Gli dicevo che bisognava tornare alla politica originaria, guidare l’ex Pci come aveva fatto Mitterrand in Francia, ma non c’è stato verso. Lui mi rispondeva che quelli del Pci lo avevano combattuto tutta la vita, e che non un calcinaccio, di quei muri, gli sarebbe caduto sulla testa”. Oggi, 10 febbraio 2003, Martelli dice di averne commessi anche lui, di errori. “Alcuni mi dicono che dovevo ribellarmi prima, altri che non avrei dovuto ribellarmi mai. Non so, adesso è difficile, ma se tornassi indietro, penso che mi ribellerei prima. Forse sarebbe stata la cosa giusta”.

    “Rispetto all’ipotesi di finanziamento di 7 milioni di dollari, Craxi non avrebbe mai permesso a me né ad altri di trattare la questione ma lo avrebbe fatto direttamente, tanto è vero che, allorché l’anno precedente aveva avuto il sospetto che parte del denaro dell’affare Eni-Petronim fosse pervenuta alla sinistra del Psi, a sua insaputa, non aveva esitato ad intervenire con grande decisione”. E’ questo uno dei passaggi della testimonianza spontanea resa da Claudio Martelli…”. Notizia Ansa, 3 marzo 1993.

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    Predefinito I primi vagiti della...

    nuova Dc, quella onesta

    Oggi è sabato 13 febbraio 1993. Un giorno che abbiamo appuntato perché oggi, da Catanzaro, padre Bartolomeo Sorge ha detto di augurarsi che Mino Martinazzoli “ce la faccia a rinnovare il partito”. Sono tempi duri, anche per la Democrazia cristiana. Padre Bartolomeo Sorge ha detto che sarà dura, per Martinazzoli: “Avrebbe bisogno di contare su almeno un centinaio di persone del valore e della moralità di Rosy Bindi”. Ce ne vorrebbero centinaia, in ogni periferia, e nel centro. Gente così, dice Sorge, bisognerebbe “poter contare su persone oneste e capaci per fare recuperare alla gente la fiducia nella politica. E l’esempio di Rosy Bindi, in questo senso è importante”. Ci siamo detti che anche secondo noi l’esempio di Rosy Bindi è importante. Lo pensiamo perché è una novità, o quasi, che il segretario regionale di un partito diventi tanto popolare, che diventi tanto frequente indicarlo come il volto di un’altra politica, quella possibile, quella pulita. Rosy Bindi, ecco un nome nuovo. La sua notorietà, oggi, 13 febbraio 1993, dipende in buona parte dal suo rigore morale. Nei mesi scorsi, ha sospeso i democristiani veneti indagati. Non li invita più alle riunioni di partito. Li invita, semmai, a farsi da parte, per rendere finalmente un servigio al partito. I delegati giovanili della Dc di tutta Italia mandano lettere ai loro dirigenti: “Non lasciamola sola”.

    “Il mio impegno è stato proteso a riscattare dalla decadenza la storia democristiana, ma era troppo tardi. Non c’è nulla che non rifarei, a partire dalla lettera in cui chiedevo agli inquisiti di fare un passo indietro e di astenersi dalla vita del partito. Chi fa politica non solo deve essere onesto, ma deve essere percepito come tale”. Rosy Bindi, a Sette, giovedì 9 febbraio 2003.

    Oggi, sabato 13 febbraio 1993, Rosy Bindi sta già lavorando per riscattare dalla decadenza la storia democristiana. Sono tempi così. Chi vuole ripulire le mani sozze, chi vuole restituire la dignità, chi vuole riscattare dalla decadenza. Più o meno fra un mese e mezzo, il 30 marzo 1993, Rosy Bindi scriverà al segretario Martinazzoli, perché ormai è l’ora delle decisioni irrevocabili:
    “Ti prego di prendere in considerazione la possibilità di convocare in tempi brevissimi un Congresso straordinario di ricostruzione nel quale il partito metta a disposizione il suo nome, la sua classe dirigente, i suoi programmi”. Scrive cose così, Rosy Bindi: “Sono convinta che quanto si sta abbattendo su di noi è tutto contro di noi perché non intende soltanto colpire le nostre eventuali colpe del passato, ma forse, soprattutto, impedire il nostro futuro”.
    Però, che strano. Ci è venuto in mente di quando Rosy Bindi litigherà con Gerardo Bianco per le autorizzazioni a procedere non concesse a Bettino Craxi. Quando chiederà a Giulio Andreotti di non fare resistenza, di consegnarsi ai giudici di Palermo, “proprio perché credo nella sua innocenza”. Che strano: lei crede che uno non debba soltanto essere onesto, ma anche percepito come tale. E mentre crede in tutte queste cose, si mette al comando delle truppe nuove e incorrotte. Quattro giorni dopo aver scritto la lettera a Martinazzoli, Rosy Bindi si troverà a Modena, a capo di trecento “autoconvocati”. Chiedono di nuovo la costituente. Applaudono Rosy Bindi. Anche così nascono le nuove stelle della politica.

    “Bisognerà rivedere il giudizio sui quindici anni che ci separano dal sacrificio di Aldo Moro mettendo in luce il patto scellerato con una forza politica e con un segretario quale Bettino Craxi è stato… Una politica connivente con i drammi che oggi si stanno consumando”. Rosy Bindi alla costituente Dc di Roma, 25 luglio 1993.

    Oggi è sabato 13 febbraio 1993, e mentre Rosy Bindi già lavora per riscattare dalla decadenza la storia democristiana, c’è un’altra donna che non si tira indietro. E’ il presidente della Dc, il ministro della Pubblica istruzione, Rosa Russo Jervolino. Anche lei pensa che la Democrazia cristiana vada presa e rivoltata, subito, completamente. Fra qualche mese, il 17 luglio del 1993, pochi giorni prima dell’inizio della Costituente, Rosa Russo Jervolino spiegherà a noi, ma soprattutto ai suoi, perché non si poteva più aspettare:
    “Noi abbiamo in casa i ladri e questo è un fatto incontrovertibile”.

    Ci sono i ladri e li hanno in casa, è incontrovertibile. Passato lo spavento, si ricomincia a macinare per rifare la Dc, per rifarla onesta. Fra un paio di mesi, a metà aprile del ’93, anche Rosa Russo Jervolino saprà com’è dura quando spirano certi venticelli. Succederà, a metà aprile, che un collaboratore di Gianni Prandini parlerà di lei, di certi favori, cose strane. Non ne deriverà nulla, ma sul momento la Jervolino dirà, in un sussulto di autogarantismo:

    “E’ un tentativo per buttare fango su chi, nella Dc, porta avanti con coraggio e determinazione un rigoroso impegno di rinnovamento morale. E’ il vecchio della politica che inutilmente si difende per non morire”.

    “Così, mancavano tutti gli inquisiti per ‘reati gravi’, come Giulio Andreotti, Antonio Gava, Vincenzo Scotti, Paolo Cirino Pomicino, Giovanni Prandini, Carlo Bernini e Vittorio Sbardella. Ma alcuni di loro hanno voluto idealmente essere presenti all’Assemblea Costituente, e hanno mandato una lettera. Lo ha fatto l’ex presidente del Consiglio, senatore a vita, Giulio Andreotti, lo ha fatto Antonio Gava e anche l’ex ministro delle Finanze, Giovanni Goria. Ma dal palco la presidente del partito Rosa Russo Jervolino ha letto una sola missiva, un messaggio d’auguri, salutato dagli applausi: quella del presidente del Senato, il repubblicano Giovanni Spadolini…”. Dal Corriere della Sera di sabato 24 luglio 1993.
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  3. #33
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    Oggi è domenica 14 febbraio 1993, e Walter Armanini ha chiesto di essere lasciato un po’ in pace. E’ stato condannato, sei giorni fa, a quattro anni e mezzo per finanziamento illecito e concussione. E’ il primo condannato di Mani pulite. E’ un socialista, un ex assessore di Milano. Ha scoperto che il suo processo diventerà uno spettacolo da prima serata. Lui sarà il protagonista principale di “Un giorno in pretura”, e preferirebbe di no. Oggi si è rivolto a un pretore perché lo show, previsto per venerdì prossimo, 19 febbraio, venga sospeso. Abbiamo visto, oggi, Armanini spiegare ai giornalisti le sue ragioni: “Mi rendo perfettamente conto che esiste il diritto di cronaca per cui non mi sono mai sottratto ai fotografi, alle telecamere e ai giornalisti. Credo però che questa trasmissione vada al di là del diritto di cronaca e sia solo uno spettacolo”. Armanini ha poi detto: “Ho subito una condanna, penso che non mi si possa condannare anche a essere protagonista di una trasmissione con milioni di telespettatori”. Ha detto: “Sarebbe un disonore per tutta la mia famiglia”.
    Deciderà il pretore. Il caso non sta sollevando molto interesse. Non ancora. Se ne parla occasionalmente. Roberta Petrelluzzi, che è l’autrice di “Un giorno in pretura”, e deve avere molto a cuore la rilevanza dell’interesse sociale, ha detto che “la gente vuole sapere cos’è stata tangentopoli”. Quanto ad Armanini, “poteva pensarci prima”. Ecco, quello sciocco di Armanini non si è opposto per tempo, questo ci ha spiegato la signora Petrelluzzi. La legge le darà ragione. Venerdì mattina, il 19 febbraio, poche ore prima della messa in onda, il pretore darà il via libera. La coppia Armanini-Di Pietro sfiderà i pezzi grossi dei palinsesti.
    “Record d’ascolto per Rai3 ieri sera con ‘Un giorno in pretura’ dedicato al processo Armanini con Antonio Di Piedeitro… Il programma ha avuto 7 milioni 760 mila spettatori con picchi superiori agli 8 milioni, l’ascolto più alto mai registrato dalla rete (il precedente record era di Samarcanda…). “Un giorno in pretura” è stato il programma più visto, seguito dalla seconda parte della miniserie ‘It’ (Canale 5)…”. Nota Ansa, 20 febbraio 1993.

    Oggi è domenica 14 febbraio 1993. Armanini non lo sa ancora, ma sta per battere ogni record, su Rai3. Ci saranno delle polemiche, alle quali i politici parteciperanno con scarso entusiasmo. Saranno tutti più o meno con Armanini, ma blandamente. Diranno, d’accordo, non è bello, ma perché lo si scopre soltanto adesso? I magistrati del pool preferiranno restarne fuori. Alcuni loro colleghi, con competenze nella educazione popolare, saranno lieti di intervenire:“Ritengo ottima sotto ogni profilo quella trasmissione di Rai3 e ancor più ritengo importante e utile che si trasmettano giudizi per criminalità politica o episodi di corruzione”, dirà fra una decina di giorni Giovanni Palombarini, del Consiglio superiore della magistratura. E il suo collega, Maurizio Laudi, nello stesso giorno, si dimostrerà sensibile alla fondamentale questione dell’auditel: “Se è stato così alto, è chiaramente una conseguenza del particolare momento storico che stiamo vivendo. Non vedo però quale critica o censura si possa muovere a Di Pietro o a Rai3”. Ci farà piacere, quella mattina, leggere sull’Espresso le parole di Umberto Eco: “Se mi accadesse di essere trascinato in un dibattimento ripreso per televisione, mi dichiarerei prigioniero politico e rifiuterei di rispondere”.

    “Sono assolutamente favorevole ai processi in tv. E sono assolutamente contrario a chi è contrario”. Emilio Fede, a un convegno sull’informazione, 3 marzo 1993.

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  4. #34
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    Oggi, venerdì 19 febbraio 1993, il pretore ha deciso: potremo vedere il processo a Walter Armanini su Raitre. Ma oggi stesso abbiamo saputo che lo spettacolo di Armanini alla sbarra sarà un brodino sciapetto, rispetto a quello che ci sarà offerto con Enzo Carra. Pochi sanno chi sia, questo Carra. Ma tempo qualche giorno, e sarà più famoso di quella sua omonima con l’accento sulla A. Oggi, 19 febbraio 1993, tanto per cominciare lo hanno arrestato. Lui è il capo dell’ufficio stampa dell’ex segretario della Dc, Arnaldo Forlani. Possiamo dire, il suo portavoce. Da quello che abbiamo capito, Carra era in procura a Milano per rispondere alle domande dei pubblici ministeri Antonio Di Pietro e Piercamillo Davigo, che indagano sulle tangenti all’Enimont.
    Sarà una battaglia, questa dell’Enimont, e avrà i suoi morti. Carra era una persona informata sui fatti; volgarmente, un testimone. Lo hanno arrestato per false o reticenti dichiarazioni al pm. Insomma, non rispondeva come ci si aspettava rispondesse. E questo è male, molto male. Fra molti anni, un po’ ridendoci sopra, Carra ricorderà quel momento. Ci dirà che ci capì poco. Chiese al maresciallo che lo stava portando via, ma perché mi arrestate? E il maresciallo gli rispose, bocca della saggezza: “Perché non si raccontano le bugie”. Raccontare bugie a un pm, o dargli il sospetto che le si stia raccontando, è un reato. E si è colti in flagrante, con le mani nel sacco. E si finisce in prigione.

    “Mi sono sentito un simbolo, un bersaglio. Io non ero un parlamentare, quindi potevo essere arrestato. Ero la Dc che poteva essere arrestata”. Enzo Carra, al Foglio, 13 febbraio 2003.

    Oggi, venerdì 19 febbraio 1993, Carra è dunque finito a San Vittore. E stasera abbiamo potuto vedere Armanini al processo, Mani pulite riletto da testi in tv. Ha fatto il record di ascolti, ma fra un paio di settimane, Carra lo batterà. Le cose andranno così, secondo il racconto che ci farà Carra fra dieci anni esatti: “Quel giorno aspettavo di essere portato in aula per la prima udienza del processo per direttissima. Aspettavo insieme ai carabinieri che mi dovevano condurre tenendomi per le braccia. All’ultimo, però, arrivò una telefonata al carabiniere che aveva l’aria di comandare il drappello. Dopo la telefonata, mi dissero che dovevano mettermi gli schiavettoni. Abbiamo fatto delle rampe di scale, due o tre. Poi, attraverso una porta siamo sbucati in un corridoio. Due carabinieri mi tenevano, uno per braccio. Ai polsi avevo questi ceppi. Lungo il corridoio c’erano due ali di giornalisti, fotografi, telecamere. In quel momento ho capito perfettamente di essere un simbolo: in quel momento io ero la Democrazia cristiana trascinata in catene e processata.
    Ho fatto questa passerella, perfettamente orchestrata, fino all’aula, dove mi hanno fatto più telegenico e fatto accomodare dentro alla gabbia. Ricordo che ero imputato di false o reticenti dichiarazioni al pm. Subito questa sceneggiata si ritorse contro la procura. Il presidente del tribunale si arrabbiò. Sospese l’udienza dicendo che bisognava trovare un’altra aula, più grande.
    In seguito venne negato a “Un giorno in pretura” di trasmettere il mio processo. Quella sera nei tg vidi che nemmeno al Parlamento quella sceneggiata era stata presa bene. Pensavo che la politica fosse una cosa e la giustizia un’altra, ma avevo preso un abbaglio”. Oggi, nel febbraio 2003, Carra è deputato della Margherita.

    “Nessuno può inorgoglirsi nel vedere comparire in tv, per difendersi con furbizie da avvocato, chi ha trattato da pari con i grandi della Terra. Ma se accusati, non possono strepitare come galline impaurite coloro che si ritenevano aquile”. Giulio Anselmi, sul Corriere della Sera, 31 gennaio 1993.

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    Predefinito Occhetto punta il dito....

    ....verso il nuovo sole

    Oggi è lunedì 15 febbraio 1993, e stamattina, sul Messaggero, abbiamo potuto leggere un’intervista a un giovane politico, il verde Francesco Rutelli. La prima, dopo che il segretario del Pds, Achille Occhetto, tre giorni fa ha avuto l’idea di candidarlo a sindaco di Roma.
    Rutelli pare avere un programma adeguato: “Ricostruzione morale”, “onestà”, “pulizia”, “riscossa morale”, di nuovo “onestà”. L’onestà “al primo posto”.
    La scorsa settimana, venerdì 12 febbraio, Occhetto aveva indicato Rutelli perché Rutelli è “una forza pulita”. E’ da un po’ che i due si danno carezze. E’ da un po’ che si rivolgono reciproci appelli all’unità delle “forze di progresso”, per la “svolta” e la politica “nuova” e “del riscatto”, eccetera eccetera. Rutelli si vede già issato al Campidoglio, ma semplicemente perché lo sente “come un dovere”, soprattutto “nel momento in cui Roma è umiliata dalle tangenti”. Sa usare parole bellissime, Rutelli: “… rottura con il precedente sistema di potere e del malaffare”.

    “Non accetterò esponenti delle vecchie nomenclature nella coalizione che mi sostiene. Se le liste che mi appoggiano fossero condizionate da personaggi che hanno gestito il potere a Roma… come ad esempio gli onorevoli Dell’Unto e Lallì, non sottoscriverei affatto l’accordo…”. Francesco Rutelli, comunicato stampa del 5 ottobre 1993.

    Oggi, lunedì 15 febbraio 1993, Rutelli sta dando le prime fiammate. Arriveranno presto giorni di gloria, per lui. Giorni memorabili, ore ruggenti. Ci siamo annotati tutto.
    Fra due mesi e mezzo, il 28 aprile 1993, Rutelli diventerà ministro dell’Ambiente. Il “precedente sistema politico e del malaffare” non lo spaventerà, per il momento. Giuliano Amato non ci sarà più. Il nuovo premier sarà Carlo Azeglio Ciampi, sorretto dalla seguente coalizione: Dc-Psi-Pli-Psdi-Verdi. Rutelli dirà: “Ho accettato dopo aver raccolto un largo, convinto consenso tra i verdi e le associazioni ambientaliste”. Ore ruggenti. Il 29 aprile sarà il giorno che sarà, quello del voto in Parlamento sulle autorizzazioni a procedere a carico di Bettino Craxi.
    Non passeranno, lo sappiamo, lo abbiamo detto e ridetto. Ci torneremo sopra spesso, oltretutto, su quel voto.
    Il 29 aprile sarà il giorno in cui il presidente della Camera, Giorgio Napolitano, ce lo siamo ricordati fra di noi una volta di più, sentirà il bisogno di accelerare l’abolizione dell’immunità parlamentare. Il 29 aprile sarà il giorno in cui Rutelli dovrà già rimettere in discussione la sua presenza nel governo. Si riunirà con i suoi. Il giorno successivo, 30 aprile, schiacciato dal peso di un Parlamento che nega le autorizzazioni a procedere, Rutelli si dimetterà.
    Nel pomeriggio sarà in piazza Navona, per prendere parte alla grande manifestazione organizzata dal Pds, che deve in qualche modo sventolare il suo ribrezzo per i corrotti che cercano di salvarsi la ghirba. Rutelli salirà sul palco. A poche decine di metri, Craxi uscirà dall’hotel Rapahael, e giovanotti indignati lo bersaglieranno di monetine. Rutelli sarà sul palco col braccio levato, glielo sorreggerà Occhetto, che annuncerà stavolta ufficialmente: non è più ministro, è nostro candidato a sindaco. A poche decine di metri, Craxi riuscirà a salire in macchina, fra i fischi e le contestazioni, per andare a una trasmissione tv. Rutelli griderà alla folla degli onesti: “Si sono assunti l’estrema responsabilità di difendere questo sistema marcio e corrotto”. Nelle prime file, come ultras da curva, giovani militanti saltellerranno intonando: “Chi non salta socialista è-è”. Passerà del tempo. Rutelli saprà che il suo rivale per il Campidoglio sarà il segretario del Msi, Gianfranco Fini.
    Rutelli vincerà al ballottaggio, in dicembre, cinquatatré a quarantasette. Craxi, nonostante tutto, offrirà ancora a Rutelli l’appoggio suo e del Psi. Rutelli considererà la proposta offensiva. “A Craxi e ai protagonisti di Tangentopoli rispondo semplicemente: no, grazie. Craxi non vota più a Roma, il suo futuro è nelle mani della magistratura, non ha più alcun ruolo politico, può solo arrecare danni”, dirà nel corso di una conferenza stampa l’1 novembre del 1993. Per fare sue le elezioni, Rutelli calerà la sua carta più bella tre giorni prima del voto.

    “Voglio vedere Craxi consumare il rancio nelle patrie galere”. Francesco Rutelli, intervistato dalla Repubblica, 2 dicembre 1993.
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    Predefinito Anche Pecoraro Scanio...

    ....merita il ricordino


    Oggi è giovedì 18 febbraio 1993, e ci è toccato di spendere un po’ di tempo per leggere le cronache sullo smanioso Alfonso Pecoraro Scanio. E’ uno, questo Pecoraro Scanio, che ha un sacco di energie e vuole farsi strada. E’ un giovanotto, ha trentaquattro anni, è deputato dei Verdi e sogna per l’Italia – pare di capire – una politica nuova e pulita. Ieri, 17 febbraio, con i compagni verdi ha festeggiato fuori da Montecitorio il primo anniversario dell’inchiesta Mani pulite. Il “Mani pulite memorial”, l’hanno chiamato. C’era la torta con divieto di mazzette, con candelina tricolore.
    C’era un banchetto con le manette, i pupazzi col garofano, la schedina totoinquisiti.
    Dev’essere stata un bella festa. E un bella giornata, per Pecoraro. Ieri la giunta delle autorizzazioni a procedere ha dato parere positivo a che si indaghi su Francesco De Lorenzo, del Pli, su Alfredo Vito, della Dc, e su Giulio Di Donato, del Psi. L’inchiesta è sul voto di scambio. Noi sappiamo già come andrà a finire. Vito patteggerà. De Lorenzo e Di Donato saranno assolti.
    Ma questo Pecoraro non può saperlo. Per lui, il parere della giunta è “il miglior regalo che si poteva fare nell’anniversario di Mani pulite”.

    “E’ impensabile che solo i politici napoletani siano rimasti fuori da inchieste su tangenti… E’ probabile che in Campania la politica delle tangenti abbia assunto un sistema perfetto anche per il coinvolgimento di magistrati…”. Alfonso Pecoraro Scanio, in conferenza stampa, a Napoli, 1 febbraio 1993.

    Oggi, e non da oggi, 18 febbraio 1993, Alfonso Pecoraro Scanio è uno dei tanti volenterosi carnefici che di questi tempi non conoscono sonno né stanchezza. Era da tempo che sollecitava inchieste a Napoli, e adesso che sono arrivate non può non dirlo: “Lo dicevamo noi…”. E’ un vulcano, Pecoraro. Non guarda in faccia a nessuno. Ne racconteremo, nei prossimi giorni, ma per ora non è male ricordare la proposta che egli avanzerà fra meno di un mese: solleciterà procedure urgenti ed efficaci per il sequestro dei beni accumulati dai “politici corrotti”; e a chi non a rubato per il partito, i giudici contestino “il reato di associazione a delinquere”.
    E occhio: “Se non lo faranno, potremmo denunciare i magistrati per omissione”.
    Saranno settimane turgide, per Pecoraro. Il 7 aprile si lamenterà per la lentezza dei processi, e proporrà “l’autotassazione dei parlamentari per pagare i custodi degli uffici giudiziari e permettere ai giudici di continuare il proprio lavoro”. Un’idea dopo l’altra. Un volenterosissimo ausiliario delle procure. Una sentinella. Il giorno dopo, il prossimo 8 aprile, Pecoraro diffonderà ventuno schede su altrettanti politici. Le ha preparate lui. Ci sono un po’ tutti: da Renato Altissimo a Vincenzo Scotti passando per tutti gli altri banditi. Le schede contengono le situazioni patrimoniali dei ventuno. Le dichiarazioni dei redditi. Il particolare curioso che talvolta le mogli guadagnino più dei mariti.

    “Questi indagati sono tutti poveri”, dirà con tutta l’ironia di cui è capace. “In tempi brevi nasceranno… i ‘cani da guardia dei politici’… A promuovere l’iniziativa sarà il deputato Alfonso Pecoraro Scanio, già promotore del Comitato per la confisca dei beni”. Notizia Ansa, 25 maggio 1993.
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  7. #37
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    Predefinito Il momento di.....

    ..De Lorenzo

    Oggi, 19.2.1993, De Lorenzo è nei guai. Occhetto: “Che bello”
    Oggi, venerdì 19 febbraio, Francesco De Lorenzo si è infine dimesso.
    La soddisfazione è stata ampia e diffusa. Era da un po’ che tutti si aspettavano le dimissioni di questo ministro liberale, napoletano, cinquantacinque anni, da sette alla guida della Sanità. Hanno tirato tutti dei sospiri di sollievo, più qualche altro calcetto d’assestamento. Meno male, gesto di responsabilità, di sensibilità politica, di trasparenza, di dignità. Questo hanno detto.
    Poi sono arrivati anche quelli alla Antonio Bassolino, leader del Pds di Napoli: “Si sta scoperchiando la pentola… altri giudici andranno avanti… qualcosa sta cambiando…”. Bassolino spera che De Lorenzo “sgomberi il campo”.
    Bisogna cercare di riassumere, perché si rischia di essere travolti da tutto, le notizie, i commenti, il roboante incedere della rivoluzione.
    Ebbene, De Lorenzo è accusato di voto di scambio. Due giorni fa, il 17 febbraio, la giunta della Camera ha concesso l’autorizzazione. De Lorenzo tuttavia non si è dimesso. C’è chi ha trovato ciò oltraggioso. “Arrogante”, ha detto il vicepresidente democristiano del Senato, Luigi Granelli. Costui, abbiamo poi letto, ritiene che questa posizione “allarghi in modo smisurato un istituto dell’immunità che è bene ridimensionare per non ostacolare il cammino della giustizia”. Il cammino della giustizia?
    Oggi, 19 febbraio 1993, hanno arrestato il padre di De Lorenzo, Ferruccio, ottantotto anni. Roba di tangenti, anche per lui. Alessandra Mussolini, del Msi, ci ha sghignazzato sopra: “Questa famiglia De Lorenzo è proprio particolare: mentre il figlio fa morire la gente anziana…”.

    “Per De Lorenzo e Goria ci vorrebbe un processo di Norimberga. Abbiamo già detto che un piazzale Loreto non risolverebbe nulla”. Franco Rocchetta, presidente della Lega Nord, alla stampa, 17 marzo 1993.

    Oggi, venerdì 19 febbraio, De Lorenzo padre è stato arrestato e immediatamente dopo De Lorenzo figlio si è infine dimesso. Hanno avuto tutti soddisfazione. Perché già erano allarmati. De Lorenzo aveva detto, niente dimissioni. Le cose sono andate così: in Giunta i favorevoli all’autorizzazione a procedere sono stati nove, i contrari due, gli astenuti sette. Fra i favorevoli, i membri del Pds, del Pri, della Lega, della Rete, di Rifondazione, dei Verdi e del Msi. Poi, in aula, il pidiessino Giuseppe Chiarante era tutto costernato, stamattina. Ma come? De Lorenzo non si dimette? “Soprattutto ora che è stata concessa l’autorizzazione a procedere?”.
    Pare che funzioni così, dunque: il Pds vota per l’autorizzazione a procedere e poi il Pds chiede le dimissioni per via della concessione dell’autorizzazione a procedere.
    Comunque dovremo aspettare un mesetto, non di più, per vederne delle belle. Il 17 marzo 1993, toccherà al Parlamento votare sull’autorizzazione a procedere. Che teatrino. Gianfranco Fini dirà, vedrete che il Pds voterà contro, per salvare la partitocrazia. E allora Massimo D’Alema, capogruppo alla Camera del Pds, risponderà che sono accuse ridicole, che evidentemente il Msi intende votare chissà come per “alimentare una campagna qualunquista e antidemocratica”.

    “Rivolgo un appello a tutti i parlamentari perché nel voto di domani diano una dimostrazione di serenità e di saggezza sconfiggendo ogni logica distruttiva di autodifesa del ceto politico”.Massimo D’Alema, documento consegnato alla stampa, 17 marzo 1993.

    Oggi, venerdì 19 febbraio, noi sappiamo già che questo sul voto di scambio non è nulla nel mare d’inchieste che avrà De Lorenzo: “Quarantacinque o quarantasei. Tutte assoluzioni o prescrizioni, e una condanna”. Presto parleremo anche di questa. Ma per ora abbiamo controllato che succederà fra un mese, quando il Parlamento dirà, come la Giunta, che De Lorenzo va processato.
    Per Achille Occhetto sarà “un momento molto bello”. Sarà “una vittoria del Parlamento”.
    In aula, spingendo per il sì, D’Alema parlerà di una “scelta di prestigio”.
    D’ora in poi, dirà il verde Gianni Mattioli in piena fregola, serviranno “votazioni ininterrotte per la concessione delle autorizzazioni”.
    Una soluzione finale che piacerà a Severino Galante, di Rifondazione: “Si cominciano a spezzare gli intrecci tra politica e affari che mortificano la dignità e i diritti di tanti cittadini”.
    Un altro verde, Alfonso Pecoraro Scanio, si rallegrerà perché i giudici “finalmente hanno iniziato ad applicare la legge”.
    Pecoraro, noi lo sappiamo, al processo contro De Lorenzo si costituirà parte civile.
    Ma sappiamo anche che all’ultima udienza non si presenterà.
    E sappiamo che a quell’ultima udienza, fra cinque anni, il 20 marzo 1998, De Lorenzo sarà assolto perché il fatto non sussiste.

    “Dopo cinque giorni, Repubblica non aveva ancora pubblicato la notizia. Ho chiesto di poter comprare uno spazio. Dopo altri tre giorni hanno messo mezza colonna a pagina otto. Quando fui indagato, prima pagina, titolo d’apertua, fotografia”. Francesco De Lorenzo, al Foglio, 18 febbraio 2003.
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  8. #38
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    Predefinito Occhetto...

    ....il prode alla testa della "Gioiosa"



    Oggi, 20.2.’93, Occhetto scarica Greganti:“Io ero a Tienanmen”
    Oggi è sabato 20 febbraio 1993, e per tutto il giorno ha continuato a frullarci nella testa quello che ha detto ieri il segretario del Pds, Achille Occhetto: “Una vittoria del Parlamento. Un momento molto bello”.
    E’ molto bello, per Occhetto, che sia stata concessa l’autorizzazione a procedere per Francesco De Lorenzo, per Giulio Di Donato e per Alfredo Vito. Avrà stappato una di quelle buone, presumiamo.
    Noi che abbiamo la vista lunga e gli archivi pieni e sappiamo quello che sarà, ci siamo detti che la Gioiosa macchina da guerra è già pronta ai box. Si dovrà parlare a lungo, e in futuro ancora, di Occhetto.
    Intanto abbiamo raccolto qualcosa, come un’intervista concessa alla Stampa un mese fa, l’11 gennaio 1993: “Il Pds vuole arrivare a un nuovo governo che dia un taglio netto, chiaro e definitivo con il passato”.
    Lui, Occhetto, si candida. E vorrebbe con sé “soprattutto La Malfa, Bossi, la Rete, i Verdi, coloro che si oppongono all’attuale sistema”. Anche la Lega, vuole. Si scambiò bacetti, in quelle settimane, con Bossi.
    Spinse per la “questione morale”.
    Sottolineò “la necessità di concedere rapidamente le autorizzazioni a procedere”.
    Per chiunque, purché arrivino.
    E naturalmente guerra “alla immunità parlamentare”.
    Del resto il suo partito è stato solamente “lambito” da certe storiacce, e ha “già chiesto scusa”. Fra pochi giorni, il 25 febbraio, avrà un avviso di garanzia il suo amico Giorgio La Malfa, e Occhetto, che è un uomo giusto, inviterà a distinguere “tra chi ha rubato una mela e chi invece ha ucciso”. E quindi, se tocca a De Lorenzo, Di Donato e Vito, è “un momento molto bello”. E se il Parlamento, il 29 aprile del 1993, non darà l’autorizzazione per Craxi, si tratterà di “un voto estremamente grave”, un “voto incrociato che punta allo sfascio”.

    “Questa non è una sconfitta politica, è una forma di rogo… Occhetto è il più grande bugiardo d’Italia… viene dalla nomenklatura rigida del Pci che raccoglieva accanto ai finanziamenti illegali interni anche finanziamenti illegali provenienti da diversi paesi dell’Est. Oggi manda la gente a manifestare sotto il mio albergo. E’ una cosa che mi ripugna. Ma la vita è lunga, e si vedrà quello che non si vede adesso”. Bettino Craxi, all’Istruttoria, 29 aprile 1993.

    Oggi, sabato 20 febbraio 1993, Occhetto è convinto che l’azione della magistratura sia meritoria, sacrosanta. Guai a chi cerca di opporsi, dice.
    E cialtroni quelli come Craxi che parlano di complotto.
    E’ il sistema che è marcio, dice Occhetto. Quando sarà il turno di Giulio Andreotti, fra un paio di mesi, il 14 aprile 1993, Occhetto non conoscerà lo stupore: “Come sempre valuteremo in modo oggettivo ed equanime”.
    Come sempre.
    Ma intanto? Intanto si può dire – dirà – che “quanto sta emergendo è un fatto inoppugnabile: cioè che in questo paese c’è stato un rapporto tra politica e mafia che è stato perfino decisivo nel segnare il corso degli eventi… Quando sono stato commissario alla commissione P2 ho avuto modo di dire che era del tutto evidente che dietro al Parlamento c’era un convitato di pietra, un torbido intreccio tra politica, apparati deviati e organizzazioni malavitose”.
    Dunque potrà sicuramente decidere “in modo oggettivo ed equanime”.

    “Non ho mai visto né conosciuto Primo Greganti. Non perché ci sia niente di male. Ma quelli erano gli anni di Tienanmen, mentre preparavamo la svolta. Eravamo divorati da una passione politica incredibile e come gruppo dirigente non ci occupavamo dell’amministrazione…
    E’ una campagna di stampa orchestrata da forze conservatrici e reazionarie, palesi e occulte”. Achille Occhetto, a Mixer, 10 maggio 1993.

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  9. #39
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    Predefinito Arriva....

    .....Enimont


    Oggi, 25.02.’93, uno strano morto e scoppia il caso Enimont

    IL CASO PASSA DA ROMA A MILANO, ARRIVA L’AVVISO DI GARANZIA PER NECCI, POI TOCCHERÀ A GARDINI E CRAGNOTTI

    Oggi è giovedì 25 febbraio 1993, e stamattina hanno trovato il corpo di Sergio Castellari. Pare che si sia suicidato. La notizia è arrivata poco prima di mezzogiorno, e nessuno aveva motivo di stupore. Noi tantomeno. Se la aspettavano tutti. Ora Castellari è morto, ora è sicuro, ma stanno succedendo tante cose, tutte insieme, una dopo l’altra.
    Erano trascorse un paio d’ore dalla notizia di Castellari, che subito ne è arrivata un’altra: l’inchiesta Enimont, quella in cui c’entrava Castellari, passa da Roma a Milano. In serata, il procuratore Francesco Saverio Borrelli e i suoi due vice, Antonio Di Pietro e Piercamillo Davigo, hanno detto di non aver ancora ricevuto il fascicolo ma che stanno aspettando. Eravamo qui, e stavamo cercando di capire per quale motivo l’inchiesta fosse stata traslocata, quando ne abbiamo saputa un’altra: questa sera l’amministratore delegato delle Ferrovie, Lorenzo Necci, ha ricevuto un avviso di garanzia.
    Anche la sua vicenda c’entra con Enimont. Necci fu presidente di Enimont.
    Ma la cosa notevole è un’altra ancora: l’avviso di garanzia arriva da Milano. Non perdono tempo, quelli del pool. E dire che nelle ultime ore, come si era annunciato da giorni, i magistrati romani avevano commissionato una perizia per sapere se la cifra che Eni pagò a Montedison per avere il quaranta per cento delle azioni Enimont fu una cifra gonfiata. Lo è, lo si scoprirà presto e lo ammetteranno in molti. Praticamente tutti. Quella supervalutazione era servita, lo si scoprirà molto presto, per mettere insieme la madre di tutte le tangenti.

    “Quello che fanno a Roma è inutile, come questa perizia… La sopravvalutazione c’è stata, lo sanno anche i sassi… la competenza è indubbiamente nostra”. Gerardo D’Ambrosio, ai giornalisti, 17 febbraio 1993.

    Oggi, 25 febbraio 1993, il cadavere di Sergio Castellari è stato trovato in campagna, steso su di un prato, vicino a Formello, poco distante dalla Cassia. Dallo foto si vedono le suole delle scarpe, le braccia allargate, una bottiglia di whisky mezza vuota. Si è sparato, dicono.
    Castellari era entrato in questa inchiesta dieci giorni fa, il 15 di febbraio, con l’accusa di violazione di pubblica custodia. A casa di Castellari erano stati trovati documenti che avevano a che fare con la storia di Enimont. Lui, che era stato undici anni, dal 1981 sino all’anno scorso, direttore generale del ministero delle Partecipazioni statali. Castellari, da quello che abbiamo saputo, aveva detto che quei documenti erano semplici fotocopie, e che non c’era nulla di strano nel fatto che le tenesse con sé. Però pochi giorni dopo, il 19 febbraio, di sera tardi, è scomparso. Non c’era voluto molto per capire che aria tirasse.
    Già la mattina successiva era stata trovata la sua automobile abbandonata, con dentro un biglietto: “Desidero che nessuno, salvo i miei familiari, sia presente ai miei funerali. Desidero essere sepolto a Sacrofano”.
    Oggi le notizie sono numerose e comunque vaghe. Nei prossimi anni si indagherà parecchio sui fatti di questi giorni, ma non si arriverà a nulla. Suicidio, si dirà, e in effetti non si troveranno mai, abbiamo cercato a lungo, motivi concreti per pensare ad altro. Fra un anno, il 24 maggio 1993, un perito sosterrà che “la modalità della morte di Sergio Castellari sarebbe più compatibile con una dinamica diversa dal suicidio”.

    Piazza Belgioioso a Milano. Gardini – a quanto si apprende – è stato portato al Policlinico ancora in vita e poi è spirato”. Lancio Ansa, 23 luglio 1993.

    Oggi, 25 febbraio 1993, hanno trovato il corpo di Castellari. E’ il settimo suicida in un anno di inchieste. Poi hanno mandato un avviso di garanzia a Lorenzo Necci. Questo oggi, nel giorno in cui l’inchiesta Enimont è ufficialmente passata dalla procura di Roma a quella di Milano. Domani sarà un’altra giornata mica da ridere. Domattina sapremo che a Milano ci stanno dando dentro. Nel giro di un paio d’ore si saprà che il pm Francesco Greco sta indagando Sergio Cragnotti, che di Enimont fu l’amministratore delegato, e soprattutto Raul Gardini.
    Gardini era presidente della Montedison.
    Domani Gardini si sentirà di dover precisare che non ci sono, nell’avviso di garanzia, che rilievi minimi, roba di contabilità, roba societaria. Ma forse sa già quello che sta succedendo. E noi abbiamo dovuto ricapitolare tutto.

    Ci sono alcune date necessarie per capire quello che sta succedendo ora.
    Poco più di quattro anni fa, il 15 dicembre del 1988, il presidente dell’Eni, Franco Reviglio, e quello della Montedison, Raul Gardini, annunciarono in diretta, dagli studi del Tg1, la fusione di Enichem e di Montedison, e dunque la nascita di Enimont.
    Il quaranta per cento di Enimont sarebbe andata all’Eni, un altro quaranta per cento a Gardini per conto del gruppo Ferruzzi, e il restante venti per cento sarebbe andato sul mercato, cioè in Borsa.
    E’ su quel venti per cento, è storia del decennio scorso, che si giocò una battaglia furibonda.
    Gardini cercò di accaparrarsene la parte necessaria per scalare Enimont e impadronirsene.
    Ci siamo ricordati bene, oggi che mancano poche ore all’avviso di garanzia per Gardini, quando fu proprio Gardini a pronunciare la frase sua più celebre: “La chimica sono io”.
    Era riuscito a scalare Enimont, illudendosi che i partiti si lasciassero soffiare il controllo dell’Enimont. E infatti alla lunga Gardini fu costretto a vendere la sua quota, e a ritirarsi.
    La sua quota fu valutata duemila e ottocento miliardi di lire, circa.
    Oggi i magistrati sono convinti che quella cifra sia eccessiva. E vogliono sapere perché.
    Presto sapranno che dentro quella cifra c’è la madre di tutte la tangenti.

    Succederà tutto quest’estate, a luglio.

    “Alle 11 passa per l’ultima volta a casa dalla moglie Miranda… E le comunica la sua interpretazione dell’ultima mossa della procura: ‘Tutti, dagli amici agli avvocati, me l’hanno fatto
    capire: o racconto qualcosa di grosso ai magistrati, oppure mi arrestano’”. Da “Mani pulite, la vera storia”, di Gianni Barbacetto, Peter Gomez, Marco Travaglio, Editori riuniti, 2002.

    Oggi, 25 febbraio 1993, abbiamo avuto la conferma che Sergio Castellari è morto. Ce ne saranno altri di morti in questa storia. Raul Gardini fra cinque mesi, il 23 luglio, ma anche il presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, tre giorni prima, il 20 luglio, in carcere, infilandosi un sacchetto di cellophane in testa.
    E saranno numerosi i personaggi che gireranno attorno a questi morti, e a questa inchiesta, e a quei soldi che andarono infine e tutti i partiti, compresa la Lega Nord, appena nata e già così famelica.
    Di quella supertangente, la Lega prenderà duecento milioni di lire.
    Di quella supertangente, Antonio Di Pietro seguirà una parte fin sulla soglia di Botteghe Oscure,
    non riuscendo però a vedere in quale stanza, precisamente.
    Noi oggi siamo qui, inchiodati al cadavere di Castellari, all’avviso di garanzia per Necci, a quelli che stanno arrivando per Cragnotti e per Gardini.
    Ma sappiamo già degli altri personaggi che stanno entrando su questo palcoscenico, il banchiere Pier Francesco Pacini Battaglia.
    L’avvocato dell’Eni, Federico Stella.
    Il futuro presidente, Franco Bernabè. Anche Bernabé era uno degli amministratori di quell’Enimont.
    Ne uscirà alla grande. Oggi è l’amministratore delegato dell’Eni.

    “… compare al processo Enimont… Ha chiesto di non essere ripreso. E dei verbali che lo chiamano in causa, nessuno gli chiede niente. Della maxitangente da centocinquantadue miliardi,
    spiega a Di Pietro, non ha mai saputo nulla. Dei fondi neri, invece, nulla. Arrivederci.
    Se ne va. Forse non c’è mai stato. Forse non l’hanno interrogato. Bernabè? Hanno interrogato Bernabè?”. Da “Di Pietro, biografia non autorizzata”, di Filippo Facci, Mondatori editore, 1997.

    Oggi, 25 febbraio 1993, ci è sembrato utile tirare fuori un libro di Paolo Cirino Pomicino.
    Si intitola “Dietro le quinte”.
    Uscirà per Mondadori fra nove anni, nel 2002. Leggeremo un passaggio interessante:
    “Chi è veramente Franco Bernabè? Solo un manager attento, esperto conoscitore del marcato petrolifero?… Arrivato all’Eni nel 1983 con Franco Reviglio, divenne subito suo uomo di fiducia. Rapidamente raggiunse la responsabilità di direttore della programmazione e dello sviluppo, la vera tolda di comando del gruppo. Molto legato a quella confraternita di persone da sempre impegnate a salvare l’Italia (un preciso mondo politico-imprenditoriale che va dall’avvocato Agnelli a Giuliano Amato, passando per Giusi La Ganga e Silvano Larini), si è avvicinato a Francesco Cossiga, che nel marzo 1992, poche settimane prima delle sue dimissioni, lo nominò in una commissione per la riforma dei servizi segreti…
    Che cosa c’entra mai con i servizi segreti un manager di una società pubblica che si occupa di energia? Solo il buon Dio lo può sapere.
    Oltre, naturalmente, a Cossiga”.

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    “Si vede che c’è ancora qualcuno che per la vergogna si uccide”, Gerardo D’Ambrosio, a proposito del suicidio di Sergio Moroni, dal Corriere della Sera, 4 settembre 1992.
    E il paparino esagitato che scriveva (fra l'altro) che al posto di Moroni si sarebbe suicidato due volte, non lo cita?

 

 
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