Oggi è giovedì 11 febbraio 1993, e per tutto il giorno è andato avanti questo rito strano, incalzante, delle dichiarazioni di solidarietà. Tutti solidali con Claudio Martelli. Ne abbiamo letta una quantità, di queste dichiarazioni. Ha fatto bene, ma davvero bene, e la serietà e l’atto di coraggio e l’atto di onestà e l’atto di responsabilità ed eccetera eccetera. Occhetto, La Malfa, Jotti, Vizzini, Violante, l’immancabile Segni, anche Pannella. Tutti così tranne Gianfranco Fini, segretario del Msi, che ha parlato di marcio, di fango e corruzione, era come al solito molto eccitato. Da Trieste, il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, ha detto che “non c’è nulla di tragico”. Ha detto che l’avviso di garanzia non deve giammai essere un sinonimo di condanna, ma comunque “non c’è nulla di tragico”. Si può andare avanti così, secondo il presidente. Noi abbiamo rimesso in fila i fatti, un’altra volta. Domenica 7 febbraio è rientrato in Italia Silvano Larini. Dopo otto mesi di latitanza, si è consegnato ad Antonio Di Pietro, al valico di Ventimiglia. In questi giorni, ormai lo sappiamo, ha parlato delle tangenti della Metropolitana milanese, che lui consegnava nell’ufficio di Bettino Craxi. E ha parlato del conto Protezione, quello in Svizzera, quello su cui sono transitati i soldi del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Ha inguaiato Martelli, ha detto che il ministro tredici anni prima, si era occupato di un finanziamento attraverso quel Conto.
Martelli ha saputo dell’avviso di garanzia ieri, mercoledì 10 febbraio 1993. Si è dimesso da ministro e dal partito. Avremmo scommesso che sarebbe diventato lui il nuovo segretario. Invece domani, 12 febbraio, sarà eletto il successore di Craxi alla guida del Psi: Giorgio Benvenuto. E’ successo tutto in un lampo.
“Dopo dodici anni di odiose insinuazioni la verità inizia a venire a galla. Il conto Protezione come si vede non era mio, non ne sono mai stato beneficiario né direttamente né indirettamente e non ho mai avuto rapporti economici di alcun tipo con Larini”. Claudio Martelli, ventiquattro ore prima di ricevere l’avviso di garanzia. ai giornalisti, il 9 febbraio 1993
Oggi è lunedì 10 febbraio 2003. Sono trascorsi dieci anni dal giorno delle dimissioni. Claudio Martelli ci ha pensato su spesso. Ha pensato a lungo al rientro di Larini, improvviso, così efficace, cinque giorni prima che si dovesse eleggere il nuovo segretario dei socialisti. “Certo, ci ho ripensato. La mia candidatura era forte. Io e i miei contavamo di raccogliere un’ampia maggioranza, eravamo persuasi che il candidato di Craxi, che poi avrebbe vinto, e cioè Benvenuto, non avesse molte possibilità di spuntarla. Invece di colpo rientrò Larini. Non ho mai capito perché si sia messo a parlare coi magistrati del conto Protezione. Una roba di tredici anni prima, del 1980”.
Oggi è il 10 febbraio 2003. Sono ventitré anni che questa storia va avanti. Il conto Protezione era un conto all’Ubs di Lugano intestato a Larini, fedelissimo e danaroso amico di Craxi. Su quel conto, nel 1980, transitarono sette milioni di dollari. Arrivarono dal Banco Ambrosiano. Per quei sette milioni di dollari si è parlato di peculato, di bancarotta fraudolenta. “Come dice giustamente Larini, si trattava invece di un finanziamento illecito. Un illecito prescritto perché coperto da due amnistie, quella dell’83 e quella dell’87. E allora perché Larini ne parla? Perché tira fuori quella storia?”, si chiede Martelli, oggi, 10 febbraio 2003.
“A novembre, quando muore Balzamo, il sostituto procuratore Piercamillo Davigo dice (…) che se Larini si illude di scaricare le sue colpe sul defunto non solo finisce in prigione, ma ‘fondiamo la chiave della cella per impedire che venga ritrovata’ ”. Chiara Beria d’Argentine, sull’Espresso, 21 febbraio 1993.
Oggi, 10 febbraio 2003, Claudio Martelli si è fatto qualche idea, mentre aspetta con fiducia, è ormai questione di qualche settimana, la sentenza della Corte d’appello sul conto Protezione. Un processo interminabile, con le condanne, peraltro condonate, già due volte respinte in Cassazione.
“Oggi io penso che furono vari i motivi per cui Larini tornò in Italia quel 7 febbraio. Uno di quei motivi era impedire che io facessi il segretario del Psi. Dirò di più. Dieci anni fa, pensai che dietro ci fosse la mano di Craxi. Mi sentii stretto in una tenaglia. Da un lato la procura di Milano, dall’altro la feroce guerra all’interno del partito, e scelsi le dimissioni. Ormai, e da tempo, Craxi mi
vedeva come un rivale. Altri me lo dissero: guarda che Larini si muove per conto di Craxi. Oggi non lo credo più. Credo che Larini abbia deciso da sé, magari consigliato da qualcuno. Magari, siccome si mise a raccontare che portava i miliardi nell’ufficio di Craxi, per riequilibrare, per non dare addosso solo a Craxi, ha dato addosso anche a me, consentendo a Bettino di vincere, tramite Benvenuto, la gara della segreteria. In ogni caso, una storia miserevole e che ha portato a Craxi un altro bel po’ di guai”. Oggi Martelli ci scherza anche un po’ su, ma non molto. Scherza sull’insopprimibile scrupolo morale che spinse Larini a parlare di una vicenda del 1980.
Martelli continua: “Larini ha raccontato al Foglio che non voleva fare l’ultimo dei giapponesi, che la guerra era persa. Ma non è così. Non era l’ultimo dei giapponesi, era il primo dei collaboratori. L’anno del Terrore era appena cominciato. La guerra si doveva ancora combattere tutta, e ci sarebbero stati dei morti. Certo, alcuni se la cavarono consegnandosi prontamente al nemico, per interesse immediato, per paura, e hanno raccontato qualsiasi cosa, spesso cose false, pur di uscirne presto e bene. Altri, invece, non si sono sottratti alle loro responsabilità, comprese quelle penali, ma tuttavia sono rimasti sul campo. Pochi giorni prima, o subito dopo che Larini rientrò, Craxi mi aveva raccontato di averlo visto a Parigi. Craxi mi disse che Larini era spaventatissimo, senza motivo. Oggi penso che Larini abbia fatto i suoi calcoli, li abbia fatti bene, e penso che da Tangentopoli sia uscito senza troppi graffi. Era quello che voleva”.
“Credo che, anche davanti ai magistrati, Larini abbia sovente cercato di accreditare l’idea di un suo grande ruolo politico, un ruolo di cui nessuno si è mai accorto”. Claudio Martelli al Foglio, 10 febbraio 2003.
Oggi, 10 febbraio 2003, Martelli si stupisce a ripensare che a questa matassa del Banco Ambrosiano, del conto Protezione, del coinvolgimento di Licio Gelli nella bancarotta, è impigliato da quasi un quarto di secolo. “Colpisce che questo processo vada avanti sulla base unica della testimonianza di Larini. Il quale racconta, appunto, che Craxi gli chiese di mettermi a disposizione un conto per un finanziamento. Craxi ha smentito due volte in tribunale. Sarebbe dovuto bastare, perché Larini riferiva frasi di Craxi e Craxi le smentiva”. Oggi, dieci anni giusti giusti da quelle sue doppie dimissioni – da ministro e dal partito – Martelli racconta di non essersi pentito. Racconta che rifarebbe tutto, perché un Guardasigilli indagato non è più in grado di portare avanti il proprio incarico e perché non aveva senso una lotta in un Psi dilaniato. Poi, dice, quello era l’anno del Terrore. “Se il 1993 non è stato l’anno in cui tutto o gran parte del paese ha dato il peggio di sé, non so quale altro. Perché bisogna anzitutto dire che c’era un tasso sistemico di corruzione intollerabile, di cui eravamo responsabili. E perché ci fu una repressione violenta, inquisitoria, unilaterale e propagandistica. E perché, ancora, attorno a questo si sono viste le meschinità, le miserie, la ferocia, le ambizioni politiche, le chiamate di correo, la disperazione e le menzogne degli indagati, la carcerazione preventiva, gli avvocati accompagnatori. Abbiamo visto magistrati che, da chi stava dentro, non pretendevano soltanto la conferma di quello che già sapevano, ma anche che aggiungessero qualcosa, un fatto, un nome. Sennò restavano dentro. Una catena di Sant’Antonio”.
“In un’intervista a Panorama, dissi che la cosa più importante era restituire l’onore ai socialisti. Forse fui temerario a pensare di poterlo fare io, visto che era stato per dieci anni il delfino di Craxi. Ma restituire l’onore ai socialisti era allora la cosa più importante e urgente da fare”. Claudio Martelli, al Foglio, 10 febbraio 2003.
Oggi, 10 febbraio 2003, Claudio Martelli pensa ancora che la fine della sua amicizia, di tutta la sua vicenda umana con Craxi, sia “terribile”. Pensa che gli ultimi tempi Craxi non fosse più lui. Non fosse più lucido come una volta. Pensa che in realtà si accorse che Craxi era cambiato già nel 1987, quando lasciò Palazzo Chigi. “Craxi si convinse che io ero diventato un suo rivale e da rivale mi trattò. Mi costrinse a reagire. Mi costrinse a diventarlo davvero un rivale. Lo disse anche a Occhetto, gli disse, non puntare su Martelli, perché di Martelli farò poltiglia”. Dice che il più grande errore di Craxi, fu quello di non aver cambiato politica. “Mi ricordo delle notti intere a discutere. Io gli dicevo che la vecchia alleanza con la Democrazia cristiana non aveva più senso. Che era addirittura assurda dopo il crollo dei muri. Gli dicevo che bisognava tornare alla politica originaria, guidare l’ex Pci come aveva fatto Mitterrand in Francia, ma non c’è stato verso. Lui mi rispondeva che quelli del Pci lo avevano combattuto tutta la vita, e che non un calcinaccio, di quei muri, gli sarebbe caduto sulla testa”. Oggi, 10 febbraio 2003, Martelli dice di averne commessi anche lui, di errori. “Alcuni mi dicono che dovevo ribellarmi prima, altri che non avrei dovuto ribellarmi mai. Non so, adesso è difficile, ma se tornassi indietro, penso che mi ribellerei prima. Forse sarebbe stata la cosa giusta”.
“Rispetto all’ipotesi di finanziamento di 7 milioni di dollari, Craxi non avrebbe mai permesso a me né ad altri di trattare la questione ma lo avrebbe fatto direttamente, tanto è vero che, allorché l’anno precedente aveva avuto il sospetto che parte del denaro dell’affare Eni-Petronim fosse pervenuta alla sinistra del Psi, a sua insaputa, non aveva esitato ad intervenire con grande decisione”. E’ questo uno dei passaggi della testimonianza spontanea resa da Claudio Martelli…”. Notizia Ansa, 3 marzo 1993.
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