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Discussione: Guerre Dimenticate

  1. #151
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    Colombia: bomba uccide 2 poliziotti
    Attentato ad un comando delle forze dell'ordine a Bogota'
    (ANSA) - BOGOTA', 27 AGO - Due poliziotti sono rimasti uccisi e altri tre feriti, per una bomba esplosa di fronte ad un comando di polizia a Bogota', in Colombia. Ci sono anche quattro civili tra i feriti. Nel dare la notizia, la polizia non ha fatto ipotesi sugli attentatori, anche se la probabilita' maggiore e' che si tratti di un'azione dei guerriglieri delle Farc, le forze armate rivoluzionarie della Colombia.
    © Ansa

  2. #152
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    Attentato Nepal: cinque morti
    Lo ha reso noto la polizia
    (ANSA) - KATMANDU, 29 AGO - Cinque persone sono state uccise in due attentati compiuti dalla guerriglia maoista in Nepal. Lo ha reso noto la polizia. Il primo attentato ha fatto tre morti e quattro feriti gravi ed e' stato compiuto con un ordigno esploso al passaggio di un autocarro. Nel sud ovest del Paese una pattuglia dell' esercito e' caduta in un imboscata e due soldati sono stati uccisi.
    © Ansa
    Giampaolo Cufino

  3. #153
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    Eccoci quà dopo tanto tempo di nuovo con il mio thread, ancora non garantisco continuità al 100% ma almeno un post al giorno si, l'ultima volta che avebvo postaro sulle guerre dimenticate mi sembra che fosse giugno, e passato moltissimo tempo dall'ultima volta e moltissime notizie drammatiche sono uscite, quando mi sono fermato si parlava di Afghanistan, ma adesso le riprendo aggiornando tutte le situazioni lasciate indietro a giugno, visto che si sta parlando di russia mi sembra giusto aggiornarvi sulla situazione (molto grave) in Cecenia, tanto per ricordare chi è putin e il governo russo e gli estremisti islamici, ma sopratutto le vittime tra i civili...

    ------------------------------------------------------

    L’ALTRA NON-GUERRA






    L'Onu si piega alla Russia: “Nessuna guerra in Cecenia.
    I bombardamenti dei villaggi, i combattimenti con decine di morti, i rastrellamenti e le violenze dimostrano il contrario


    Kofi annan e vladimir putin



    aprile 2004 – In seguito alle pressanti richieste del Cremlino, le Nazioni Unite hanno accettato di cancellare dai documenti Onu sulla Cecenia la definizione di “conflitto armato. Un’importante vittoria diplomatica per il presidente russo Vladimir Putin, che riesce così a imporre alla comunità internazionale la ‘versione russa’ della questione cecena, una versione tesa a dimostrare che la situazione nel paese è normalizzata, pacificata, che le forze russe hanno il pieno controllo del paese e che la resistenza armata indipendentista cecena è ridotta a sporadica attività terroristica islamica, che va combattuta senza pietà nel quadro della guerra globale al terrorismo. Dai documenti Onu, a iniziare da quello oggetto del contendere sull’impiego dei bambini-soldato, sparirà infatti la dizione “gruppi insurrezionali”, per essere sostituita da quella chiesta dal Cremlino di “bande armate illegali”.

    Feriti russi



    L’esercito indipendentista ceceno, comandato dall’ex presidente ceceno Aslan Maskhadov (liberamente eletto nel 1997 e spodestato dai russi con l’invasione militare del 1999) continua a essere attivo in tutto il territorio ceceno con azioni di guerriglia che causano decine di morti alla settimana tra i militari russi. I bollettini diffusi dal comando militare del Consiglio di Difesa ceceno (Majlis al-Shura) sono pesantissimi. Quello della 239esima settimana di guerra (dal 3 al 9 aprile 2004) annuncia l’uccisione di 122 soldati russi e la distruzione di cinque carri armati, sette blindati Btr da trasporto truppe, otto camion Ural da trasporto truppe, una locomotiva diesel, cinque fuoristrada Uaz. Quello precedente, della 238esima settimana di guerra (dal 27 marzo al 2 aprile 2004), annunciava l’uccisione di 97 soldati russi e la distruzione di dieci camion Ural da trasporto truppe, cinque blindati Btr da trasporto truppe e tre fuoristrada Uaz.


    Bombardamento russo



    Come rappresaglia a questi continui attacchi, i russi bombardano i villaggi e le basi della guerriglia, con impiego di caccia-bombardieri e artiglieria pesante, compiono rastrellamenti volti a terrorizzare la popolazione, arresti di massa, torture ed esecuzioni extragiudiziali. Fonti locali riferiscono, soprattutto in queste ultime settimane, che i caccia-bombardieri Mig e gli elicotteri russi hanno ripetutamente bombardato nascondigli della guerriglia e obiettivi civili sulle montagne dei distretti sud-orientali di Vedeno e Nozhai-Yurt. Negli ultimi giorni i russi hanno compiuto raid aerei nei pressi dei villaggi di Dargo, Belgatoi, Ersenoi, Gansol-Chu, Shirdi-Mohk, Yalhoi-Mohk, Ahkinchu-Borze e Agishbatoi. In uno di questi raid, la mattina del 16 aprile, un missile ha ucciso Abdul Aziz Al-Ghamdi, nome di battaglia Abu Walid, comandante saudita delle formazioni mujaheddin arabe che partecipano alla resistenza cecena. Ma più spesso sono i civili innocenti a fare le spese di questi attacchi, com’è accaduto il 9 aprile quando un missile russo ha centrato la casa di Marin Tsintsayeva, nel villaggio di Rigakhoy, uccidendo lei e i suoi cinque bambini.




    Tra un bombardamento e l’altro, nei villaggi della zonale forze russe e le milizie cecene filo-russe conducono operazioni di ‘pulizia’ (zachistki), occupando e isolando i centri abitati, facendo irruzione in tutte la case, minacciando, picchiando e arrestando tutti gli uomini in ‘età militare’, che poi vengono orrendamente torturati, uccisi con un colpo di pistola alla nuca e buttati in fosse comuni o burroni. Com’è accaduto con i nove civili ‘rapiti’ dai russi il 27 marzo scorso durante un rastrellamento nel villaggio di Duba-Yurt e ritrovati morti il 9 aprile in fondo a un crepaccio vicino al villaggio di Serzhen-Yurt. Durante queste operazioni sia i soldati russi che le famigerate milizie cecene filo-russe, picchiano e stuprano le donne cecene, com’è accaduto il 16 aprile nel villaggio di Sogunti, dove la moglie di Mukharbi Tamiraev è stata violentata in pubblico perché si rifiutava di rivelare ai miliziani dove si trovasse suo marito, accusato di essere un guerrigliero.




    Lo scorso 2 aprile Umar Khambiev, ministro della Sanità del governo ceceno indipendentista in esilio, ha tenuto un discorso davanti alla Commissione dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, a Ginevra, per denunciare quello che lui ha definito un vero e proprio ‘genocidio’ del popolo ceceno ad opera delle forze militari russe. Ha ricordato che oltre 200 mila ceceni (quasi un quarto della popolazione totale) sono stati uccisi dal 1994 a oggi (senza dimenticare gli almeno 20 mila caduti russi), e che questa guerra di sterminio continua con bombardamenti di villaggi, rastrellamenti e arresti in massa di civili, indicibili torture ed esecuzioni extragiudiziali nei campi di concentramento. Sulla base di queste denunce, il Parlamento europeo ha sottoposto alla stessa Commissione Onu una risoluzione che condanna le violazioni dei diritti umani commesse dai russi in Cecenia. Ma il 15 aprile i membri della commissione hanno votato bocciando il documento.




    I ceceni sono vittima di un gioco più grande di loro. I paesi occidentali chiudono un occhio, anche due, davanti alla questione cecena per evitare che la Russia si impunti sulla questione irachena e sull’espansione ad est della Nato, come altrimenti il Cremlino ha più volte minacciato di fare.
    C'è un proverbio che dice: “Quando gli elefanti combattono, sono i fili d’erba a soffrire


    Enrico Piovesana

  4. #154
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    Gaza: raid Israele, 10 morti
    Bombardato campo di addestramento per militanti di Hamas
    (ANSA) - GAZA, 6 SET - Carri armati israeliani hanno bombardato questa sera un campo addestramento per militanti di Hamas, uccidendo almeno dieci persone. Un'altra ventina sarebbero rimaste ferite, secondo quanto riferito da testimoni e fonti ospedaliere. Altre fonti affermano che i morti sono almeno 13, tutti attivisti di Hamas, e i feriti almeno 30. Testimoni hanno parlato di una serie di esplosioni da colpi di artiglieria sparati dai tank israeliani, mentre elicotteri da combattimento sorvolavano la zona.
    © Ansa
    Giampaolo Cufino

  5. #155
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    CACCIA ALLE STREGHE



    L’assassinio del presidente ceceno Akhmad Kadyrov, avvenuto lo scorso 9 maggio con un clamoroso attentato durante una cerimonia allo stadio Dynamo di Grozny, ha fatto riprecipitare il paese in un clima di terrore e violenza.
    Nell’attuale vuoto di potere, un potere che era manovrato da Mosca ma che in qualche modo riusciva a porre un freno alla linea dura e intransigente del Cremlino, le forze armate e i servizi segreti russi si sentono ora liberi di agire come vogliono



    16 giugno 2004 – “Dal 9 maggio la situazione è notevolmente peggiorata”, ha dichiarato una residente di Grozny, Makka Hamidova, a un agenzia di stampa straniera. “Dopo l’uccisione di Kadyrov i russi hanno scatenato una vera e propria caccia alle streghe, terrorizzando la popolazione con operazioni militari, rastrellamenti, arresti di massa e rapimenti”.

    Nell’ultimo mese l’aviazione e l’artiglieria russa hanno ricominciato a bombardare i villaggi, com’è accaduto ad esempio nei giorni scorsi a Kharsenoi, nel distretto di Shatoi, e il 5 e 6 giugno a Samashki, nel distretto di Achkoi-Martan. L’esercito ha intensificato le operazioni anti-guerriglia in tutto il territorio ceceno, con decine di morti negli scontri armati delle ultime settimane. Gli ultimi ieri, nel distretto di Shali: dieci guerriglieri e cinque soldati russi.



    Interi centri abitati sono stati isolati e rastrellati dai militari, decine di civili sono stati picchiati e arrestati. Sono tornati a spuntare anche i famigerati ‘punti di filtraggio’, centri di detenzione e tortura allestiti a margine delle aree d’operazione. E’ il caso del villaggio di Roshni-Chu, circondato l’8 giugno dalle forze russe, che per tre giorni hanno impedito ai residenti di entrare e uscire, rastrellando tutte le abitazioni, picchiando gente e portando tutti i prigionieri in un punto di filtraggio organizzato in una casa abbandonata fuori dal centro abitato.


    Ma il dato più preoccupante è la riesplosione del fenomeno dei rapimenti di civili da parte delle ‘squadre della morte’, che agiscono di notte seminando il terrore nei villaggi. Da quando Kadyrov era al potere questi sequestri erano notevolmente calati. Invece, nel solo mese di maggio sono stati già denunciati 25 rapimenti. La notte del 31 maggio, ad esempio, tre Uaz senza targa sono entrare nel villaggio di Kalaus. Uomini in mimetica e passamontagna, che parlavano russo, sono entrati in un’abitazione, uccidendo un uomo e rapendone altri due, dopo averli selvaggiamente picchiati.
    Il due giugno, centinaia di donne, madri di ragazzi recentemente rapiti, si erano date appuntamento a Grozny per protestare in piazza, per chiedere notizie dei loro figli. La risposta è arrivata subito, forte e chiara: è intervenuto l’esercito russo, disperdendo le manifestanti con la forza. Molte donne sono state brutalmente picchiate, finendo in ospedale. Altre sono state arrestate. Per Rudnik Dudayev, capo del Consiglio di Sicurezza ceceno, si trattava di “madri di criminali.


    Qualsiasi cosa si pensasse di Kadyrov – afferma la già citata Hamidova – gli va riconosciuto che era riuscito a limitare la violenza russa. Ora che lui non c’è più, i russi sono fuori controllo. Un mio lontano parente, un tenente-colonnello che lavora nella sezione cecena dei servizi segreti russi, mi ha raccontato che dalla morte di Kadyrov gli agenti e i militari russi non obbediscono più ai suoi ordini e che tutti gli ufficiali ceceni che collaborano con i russi sono stati di fatto degradati a un ruolo secondario. Ora i russi sono tornati a comandare”.


    Questa situazione getta una luce inquietante sullo stesso assassinio di Kadyrov. Come osservato dagli analisti di Equilibri.net, “malgrado la sua linea filorussa, il presidente ceceno era stato fortemente avversato da alcuni nazionalisti russi che avevano contestato Putin per aver delegato a lui e alla sua milizia fin troppi poteri. Le recenti richieste fatte da Kadyrov a Putin di ritirare parte del contingente russo avevano provocato l’ira dei nazionalisti. Ma, oltre tali dichiarazioni, ciò che aveva causato la rabbia di molti esponenti della destra russa, nonché di alcuni dei più importanti esponenti delle gerarchie militari russe presenti in Cecenia, era stata la recente confisca, da parte di Kadyrov, di diversi pozzi di petrolio locali che andavano ad arricchire illecitamente le tasche dei vertici dell’esercito russo presente nella repubblica caucasica”.


    Per i settori più fanatici e militaristi del Cremlino, Kadyrov era forse diventato un alleato scomodo, troppo indipendente. Un ostacolo per gli affari sporchi dei ‘signori della guerra’ russi in Cecenia e per la loro spietata e razzista politica di sterminio della popolazione cecena.
    La stessa dinamica dell’attentato getta non poche ombre sui coinvolgimenti dei servizi russi: eludere così facilmente le rigidissime misure di sicurezza che erano state allestite allo stadio Dynamo quel giorno appare davvero impossibile senza che vi sia stato qualche aiuto dall’interno.


    La pista della cospirazione russa è stata scartata da tutti dopo la rivendicazione arrivata il 17 maggio da parte di Shamil Basayev, leader della fazione integralista islamica della guerriglia indipendentista cecena. Ma l’ambiguità di questo personaggio, che ha sempre mantenuto stretti rapporti con alcuni settori dei servizi segreti russi, dovrebbe far riflettere sulla complessità della questione cecena.
    In ogni caso, comunque stiano le cose, in questa lotta di potere e di grandi interessi sono sempre gli stessi a farne le spese: la popolazione civile cecena.

    Enrico Piovesana

  6. #156
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    INGUSCEZIA: È GUERRA



    La guerriglia cecena sconfina in Inguscezia attaccando la capitale: prese di mira caserme, carceri, stazioni di polizia e palazzi governativi. Ucciso il ministro dell’Interno. Decine i morti. Intervengono migliaia di soldati russi.
    Da tempo ci si aspettava la reazione della guerriglia indipendentista alla violenta politica repressiva estesa da Putin a questa ex provincia cecena


    23 giugno 2003 – Prima o poi doveva succedere, tutti se lo aspettavano. Era solo questione di tempo: presto o tardi la guerra cecena sarebbe dilagata anche nella vicina e piccolissima regione russa d’Inguscezia, fino ad ora retrovia di un conflitto che dall’altra notte l’ha investita in pieno. Intorno alle 23 di lunedì sera, ora locale, centinaia di guerriglieri pesantemente armati hanno varcato il confine ceceno mettendo a ferro e fuoco tutte le cittadine che si trovano lungo la strada che porta a Nazran, l’ex capitale della regione. Compiendo una fulminea avanzata sono entrati in città, attaccando le caserme dell’esercito federale russo, le stazioni della polizia locale, le carceri in cui sono detenuti i guerriglieri ceceni e anche il ministero dell’Interno. Qui sono stati uccisi il ministro, Abukar Kostoyev, il suo vice e due procuratori.


    I combattimenti notturni tra guerriglieri ed esercito sono stati pesantissimi. I bilanci ufficiali delle prime ore parlavano di almeno una settantina di morti tra le forze inguscete e di un imprecisato numero di vittime tra i civili e i guerriglieri. Fonti vicine alla guerrigla cecena parlano invece di 150-200 soldati ingusceti e russi uccisi in combattimento. Testimoni locali hanno riferito di decine di cadaveri di guerriglieri sparsi per le strade di Nazran, illuminata dai fuochi degli incendi sviluppatisi negli edifici attaccati dagli indipendentisti.
    Prima dell’alba di martedì i guerriglieri hanno ripiegato verso il confine ceceno, inseguiti da migliaia di soldati russi affluiti dalle regioni confinanti e appoggiati da elicotteri da combattimento. Nel pomeriggio di ieri le forze russe li hanno localizzati e accerchiati a ridosso del confine ceceno, nei boschi attorno alla cittadina di Galashki, dove sono scoppiati nuovi furiosi combattimenti.


    Questa offensiva è la prevedibile reazione dei ceceni e degli ingusceti (che sono sostanzialmente la stessa popolazione e che ai tempi dell’Urss costituivano un’unica repubblica) alle violenze e alle repressioni che da tempo il presidente russo Vladimir Putin, per mano del locale presidente ingusceto Murat Zyazikov (suo fedelissimo e come lui ex agente del Kgb), aveva esteso all’Inguscezia. Le forze russe e quelle del governo ingusceto infatti non hanno dato tregua ai profughi ceceni rifugiatisi in decine di tendopoli di questa regione.


    Negli ultimi mesi si era registrato un aumento degli arresti indiscriminati, dei rapimenti, delle torture, degli omicidi, fino alla chiusura forzata di tutti i campi profughi. L’ultimo è stato smantellato con la forza una settimana fa. Una vera e propria pulizia etnica volta a scacciare i ceceni dal territorio ingusceto, che ha avuto però un effetto boomerang, sia per la radicalizzazione dei profughi tornati in patria (molti dei quali hanno deciso di aderire alla resistenza armata), sia per la solidarietà della popolazione ingusceta, fatta anch’essa ultimamente oggetto di questa politica repressiva da parte del proprio stesso governo e delle forze russe.


    C’era da aspettarsi che prima o poi sarebbe arrivata una ‘risposta’ da parte della guerriglia. Lo stesso leader politico-militare della resistenza armata indipendentista cecena, l’ex presidente Aslan Maskhadov, aveva parlato chiaro una settimana fa in un’intervista telefonica concessa a Radio Free Europe: “Stiamo preparando dei cambiamenti nella nostra tattica. Se fino ad ora ci siamo concentrati su azioni di sabotaggio, d’ora in avanti lanceremo dei grandi attacchi”. A rendere più inquietante il quadro c’è poi il fatto che l’altra notte, contemporaneamente all’attacco in Inguscezia, la guerriglia cecena ha colpito pesantemente anche in Daghestan, dove si sono registrati pesanti combattimenti nella capitale Makhachkala, ora presidiata dalle truppe speciali russe. Non è chiaro se questi scontri siano stati la reazione a un raid delle forze russe o se al contrario tutto sia nato da un’azione della guerriglia. Certo è che il livello di tensione sta pericolosamente salendo in tutta le regione e che l'allargamento del conflitto ceceno, da rischio, sta diventando realtà.

    Enrico Piovesana

  7. #157
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    Ricordiamo chi sono gli amici russi del nostro presidente del consiglio


    Il rischio di parlare


    Cecenia 17 Novembre 2004



    Storie di ceceni che hanno osato denunciare le violenze russe alla Corte di Strasburgo



    Sono tanti i cittadini ceceni che negli ultimi quattro anni hanno avuto il coraggio di denunciare alla Corte Europea per i Diritti Umani di Strasburgo le violenze e i soprusi subiti dalle forze armate russe.
    E tutti, senza eccezione, hanno pagato un caro prezzo per aver osato sfidare chi si sente al di sopra di tutte le leggi, chi riconosce solo la legge del più forte: la propria.
    Non appena i servizi russi scoprono che un cittadino ceceno ha sporto denuncia a Strasburgo, contro di lui e contro la sua famiglia si scatena una spietata ritorsione volta a terrorizzarlo e a fargli bloccare il procedimento legale.
    Un recente rapporto di Amesty International ("Il rischio di parlare") denuncia alcuni di questi gravi casi, criticando l’incomprensibile cecità delle istituzioni europee riguardo al terroristico atteggiamento delle autorità russe nei confronti dei suoi cittadini ceceni, e soprattutto nei confronti di coloro che a quelle stesse istituzioni europee si rivolgono per chiedere giustizia.



    Aslambek, il pensionato.Aslambek Utsaev, 58 anni, pensionato e senza un occhio (perso nella prima guerra cecena), è uno dei promotori della denuncia alla Corte europea sporta nel 2003 da lui e da altri abitanti del villaggio di Novye Atagi.
    Il 2 giugno 2002, durante una zaciska dei soldati russi, quattro persone (compreso suo figlio Islam) vennero portate via, sparendo nel nulla.
    I russi hanno scoperto la denuncia di Aslambek solo parecchio tempo dopo.
    Alle quattro del mattino del 4 luglio scorso, alcuni blindati russi hanno sfondato la recinzione di casa Utsaev e decine di soldati hanno fatto irruzione nell’abitazione, saccheggiandola. Hanno presero soldi, vestiti e provviste. Poi hanno iniziato a picchiare selvaggiamente Aslambek, fino a farlo svenire. Lo hanno trascinato in giardino e, nonostante fosse privo di sensi, hanno continuato a prenderlo a calci. Poi se ne sono andati, minacciando di tornare se non avessero ritirato la denuncia.
    E infatti, il 30 luglio, altri soldati sono arrivati. Sono entrati nella camera da letto dove Aslambek giaceva ancora dolorante per le ferite del precedente pestaggio, e lo hanno picchiato ancora.
    Aslambek è rimasto sotto shock, non si è più ripreso. Il suo volto è sfigurato dalle cicatrici e riesce a camminare solo con il bastone.
    La sua denuncia alla Corte di Strasburgo è ancora sotto esame. E’ difficile pensare che, in caso di accettazione, Aslambek riesca ad andare a testimoniare.


    Vendetta in giardino. Sharfudin Sambiev e altri nove abitanti del villaggio ceceno di Starye Atagi hanno sporto denuncia alla Corte europea nel luglio del 2003. Il caso da loro presentato riguarda una zaciska condotta dai militari russi nel loro villaggio nell’aprile del 2002: durante il rastrellamento undici persone (tra cui Amir, figlio del signor Sambiev) vennero portate via dai soldati sparendo nel nulla.
    Appena i russi hanno saputo della denuncia a Strasburgo, per Sharfudin e la sua famiglia è iniziato l’inferno.
    I soldati hanno iniziato a presentarsi a casa loro, minacciandoli di rapire l’altro figlio, Anzor, se non avessero ritirato al denuncia.
    La mattina del 10 aprile scorso una cinquantina di soldati hanno fatto irruzione in casa Sambiev. Sharfudin non c’era. Sua moglie Rukiyat appena ha visto arrivare i blindati ha fatto nascondere suo figlio nel giardino sul retro di casa. I soldati l’hanno presa e l’hanno portata in strada, immobilizzandola dietro un blindato. Poco dopo da dietro la casa si sono sentiti degli spari. Dopo che i militari se ne sono andati, Rukiyat è corsa in giardino, senza trovare più suo figlio. Il mattino dopo il cadavere di Anzor è stato ritrovato in un fosso nei pressi di in un villaggio poco lontano.
    La denuncia di Sharfudin Sambiev non è ancora stata accettata dalla Corte di Strasburgo.


    Alla ricerca del fratello.Yakub Magomadov si è rivolto alla giustizia europea nel 2001.
    Il 2 ottobre del 2000, suo fratello Aiubkhan venne rapito durante un rastrellamento russo nel loro villaggio di Kurchaloy. Non ne seppero nulla per tre mesi, fin quando gli venne comunicato che Aiubkhan era stato rilasciato il giorno dopo il suo arresto. Ma non fece mai ritorno a casa.
    Suo fratello non si diede pace, e oltre alla denuncia, iniziò a cercare tracce di Aiubkhan in tutte le carceri russe della Cecenia. E non solo.
    Nell’autunno del 2003 è andato fino a una prigione militare nella regione di Rostov: gli avevano detto che Aiubkhan era stato tenuto lì. Uscito dalla prigione senza aver ottenuto risposte, Yakub è stato preso da un gruppo di soldati, picchiato e minacciato di morte se non avesse smesso di cercare suo fratello.
    Il 2 aprile Yakub è partito per Mosca, deciso a bussare a tutte le porte pur di scoprire che fine avesse fatto suo fratello.
    Il 28 aprile scorso, soldati russi in mimetica e passamontagna hanno fatto irruzione in casa Magomadov. Non c’era nessuno, tranne il figlio sedicenne di Aiubkhan. I militari lo hanno picchiato per sapere dove fosse suo zio. Lo stavano per portare via, poi un ufficiale ha ordinato di lasciarlo perdere perché era troppo giovane.
    Da quando era partito per Mosca, Yakub non aveva dato più notizie di sé.
    Il 16 maggio scorso un amico dei Magomadov che lavora per i russi ha dato ai suoi familiari la notizia che tutti temevano: anche Yakub è sparito, e l’ultima volta è stato visto, sotto tortura, nella famigerata prigione di Khankala. A Mosca non c’è mai arrivato.
    Il caso denunciato da Yakub Magomadov non è ancora stato accettato dalla Corte di Strasburgo.
    E non sarà certo lui, eventualmente, ad andare a testimoniare.


    Il coraggio di Libkan.Libkan Bazayeva, 55 anni, originaria di Grozny, sporse denuncia alla Corte nel 2000 assieme ad altre due donne cecene, Medka Isayeva e Zina Yusupova.
    Il 29 ottobre del 1999, mentre erano in corso il primo bombardamento russo su Grozny, le loro famiglie fuggirono dalla città assediata unendosi a un convoglio di auto dirette in Inguscezia. I caccia dell’aviazione russa lanciarono dei missili contro la carovana di profughi. Le tre donne vennero gravemente ferite e la loro auto andò distrutta assieme ai pochi beni che trasportavano con loro. La nipotina della Isayeva, che viaggiava con loro, morì.
    I comandi russi si giustificarono dicendo che quella era zona di guerra e che i piloti erano stati attaccati da terra. Per questo la Bazayeva, dall’ Inguscezia, decise di rivolgersi alla giustizia europea.
    Tre anni dopo, nel giugno del 2003, la Corte di Strasburgo ha comunicato alla Bazayeva l’accoglimento della loro denuncia.
    Le autorità russe lo sono venute a sapere e quattro mesi dopo un gruppo di soldati in mimetica e passamontagna hanno fatto irruzione nella vecchia casa di Grozny della Bazayeva, dove viveva un’altra famiglia. Hanno minacciato quelle persone chiedendo notizie della donna, ma loro non sapevano dove fosse. I militari sono tornati ancora il mese successivo, terrorizzando la famiglia, che alla fine ha deciso di abbandonare quella scomoda casa.
    Alla fine i servizi russi hanno scoperto che la Bazayeva viveva a Nazran, in Inguscezia.
    Il 23 luglio scorso dei soldati russi sono andati a cercarla. Un suo amico vicino di casa, ufficiale dell’esercito inguscio, ha convinto i militari ad andarsene, ma non prima di aver lanciato una chiara minaccia. "Dica a quella donna che appena metterà piede fuori di casa noi la prenderemo".
    Nonostante questo, il 14 ottobre Libkan Bazayeva è riuscita ad andare a Strasburgo per la prima audizione mai concessa dalla Corte a dei casi presentati da ceceni.
    Ora il suo caso è all’esame della giustizia europea.

    Enrico Piovesana

  8. #158
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    Terra bruciata



    Il disastro ambientale in Cecenia, provocato dal contrabbando di petrolio


    Cecenia (Russia) - 09.11.2004




    Movsar Musayev ha 43 anni. Vive alla periferia di Grozny. Nel cortile sul retro di casa sua c’è un boiler di ferro da cui sbuca un tubetto che finisce in una tanica. Quella di Movsar è una delle tante famiglie cecene che tira a campare con i ricavi di un’attività molto particolare: la raffinazione clandestina e artigianale di greggio rubato dai tanti oleodotti che attraversano la regione e poi rivenduto al mercato nero.

    Queste mini-raffinerie sono sempre esistite, anche in epoca sovietica. Ci sono fin da quando è iniziato lo sfruttamento petrolifero di questo territorio. Ma dall’inizio della guerra, dieci anni fa, si sono moltiplicate in maniera esponenziale raggiungendo oggi, secondo stime russe, la cifra di quindicimila impianti (su un territorio grande quanto l’Umbria), cioè decine per ogni villaggio, centinaia per ogni cittadina e duemila solo a Grozny. Basti pensare che, secondo le autorità cecene (filo-russe), ogni giorno vengono immessi sul mercato clandestino oltre tremila tonnellate di petrolio lavorato.

    Per i ceceni che fanno la fame perché senza lavoro (oltre l’ottanta per cento della popolazione) il contrabbando di petrolio è una fonte di reddito insostituibile. E per i militari russi e le bande criminali da essi protette è un vero e proprio business.
    Tutti insomma sembrano guadagnarci. Ma in realtà tutti ci perdono. In salute.




    Il primitivo processo di raffinazione artigianale infatti provoca un pesantissimo inquinamento del terreno, delle falde acquifere e, a causa dei fumi di lavorazione e dei gas di scarico delle auto che utilizzano la benzina o il gasolio di pessima qualità così prodotto, anche dell’aria. La raffinazione ‘fatta in casa’ produce infatti grandi quantità di prodotto di scarto (circa la metà del greggio lavorato) che finisce semplicemente disperso a terra, filtrando sotto il terreno.

    Decenni di questa pratica hanno generato, sotto Grozny, un lago sotterraneo di petrolio da cui il greggio viene poi riestratto in un riciclo senza fine. Un giacimento artificiale di 30 chilometri quadrati che, secondo stime ufficiali, ammonta ormai a due milioni di tonnellate, cioè addirittura la stessa quantità di petrolio che si trova nei giacimenti naturali del paese.




    Ma il petrolio di scarico giace sotto tutta la piana di Grozny. I fiumi che la attraversano, il Terek, l’Argun e il Sundzha, non hanno quasi più pesce (e quello che c’è è contaminato) perché sono pieni di petrolio, con tassi che superano di anche mille volte quelli di sicurezza.

    Ovunque nelle pianure cecene il petrolio affiora in pozzanghere. Un terzo della superficie arabile è inzuppata di petrolio e quindi sterile: non ci cresce nemmeno l’erba. E dove qualcosa cresce e ovviamente contaminato. Questo non fa che spingere le famiglie contadine ad abbandonare l’agricoltura per darsi alla raffinazione clandestina, alimentando un circolo vizioso senza fine.

    Tutto questo non è solo il risultato delle piccole raffinerie clandestine, ma anche della loro distruzione avvenuta per mano dell’esercito russo durante la presa di Grozny nell’inverno 1999-2000. Assieme ad esse i russi bombardarono anche tutte le raffinerie industriali, provocando perdite di greggio immense e danni ambientali incalcolabili.

    Per non parlare del criminale bombardamento di depositi di sostanze tossiche e addirittura radioattive come la discarica di Radon, fuori Grozny, lungo le rive del fiume Terek, aperta dagli stessi russi nel 1965 e contenente, all’epoca della sua distruzione, 900 tonnellate di veleni tra cui plutonio, berilio, radio 226, cesio 137, iridio 192 e altri ancora.




    Oggi è lo stesso ministero della Sanità del governo ceceno (filo-russo) ha dichiarare che “la situazione ambientale nella repubblica è ancora estremamente pericolosa: la popolazione respira aria inquinata, beve acqua inquinata e mangia cibo inquinato. Il risultato è un allarmante tasso di mortalità per tumori e altre malattie”. Ovviante la nota ministeriale dà tutta la colpa alle raffinerie clandestine, senza citare le responsabilità russe. Ma non tace il fatto che “il governo federale russo non ha stanziato nessun fondo per fronteggiare questa vera e propria catastrofe ecologica”.

    L’effetto più terrificante di tutto ciò è nelle parole della dottoressa Zargan Mutsayeva, direttrice del reparto di maternità dell’ospedale di Grozny. “Non solo il tasso di natalità è drasticamente diminuito, ma in media oggi quattro bambini su dieci muoiono appena nati. E dei 3.200 nati nel corso del 2003, 2.230 soffrono di gravi disturbi e malformazioni genetiche provocate dall’inquinamento.

    Enrico Piovesana

  9. #159
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    Ridateci la nostra infanzia



    La guerra in Cecenia sta uccide e rende orfani migliaia di bambini



    Cecenia (Russia) - 01.12.2004





    Siamo i bambini vittime della guerra in Cecenia. Ci rivolgiamo alla comunità internazionale perché fermi la guerra in Cecenia perché noi stiamo soffrendo. Perché noi, da quando siamo nati, non abbiamo visto altro che violenza, uccisioni, atrocità e genocidi che la Russia sta commettendo contro il popolo ceceno. Noi, bambini ceceni, come tutti gli altri bambini della Terra, non vogliamo altro che andare a scuola, essere felici, essere amici e vivere in pace. Vogliamo che nessun bambino al mondo viva quello che viviamo noi, veda quello che abbiamo visto noi. Questa guerra ha reso molti bambini ceceni disabili e orfani. Moltissimi bambini sono morti sotto le bombe dei Russi. Veniamo massacrati ogni giorno e quelli che hanno più di dodici anni spariscono senza lasciare traccia. Noi, bambini vittime della guerra in Cecenia, chiediamo alla comunità internazionale di aiutarci a fermare questa guerra, di far ritirare l’esercito russo, di cui non abbiamo nessun bisogno. Chiediamo che ci venga restituita la nostra infanzia”.
    Firmato: Akhmed Askhabov, 13 anni, Khava Akhmatova, 12 anni, Mata Sasurkayeva, 12 anni, ovvero tre piccoli profughi ceceni rifugiati in Georgia.






    Migliaia di bambini uccisi. Secondo i dati forniti dagli indipendentisti ceceni, in dieci anni di guerra sono morti almeno 20 mila bambini ceceni.
    Recentemente, sempre da parte indipendentista è stata diffusa la cifra di addirittura 42 mila bambini uccisi.

    Numeri incredibili, contando che la Cecenia, prima della guerra, aveva una popolazione che superava di poco il milione di abitanti. Ma se si considera che questo conflitto ha causato almeno centomila vittime civili (e altrettanti combattenti), e se si tiene conto del fatto che il 40 per cento della popolazione cecena era composta (dati 1994) da minori di sedici anni, questi numeri rischiano di non essere poi così lontani dalla realtà.
    E impossibile stabilire quanti bambini sono morti a causa di questa guerra”, ammette Magomed Magomadov, presidente dell’Associazione avvocati ceceni. “Sicuramente ne sono morti a migliaia”.
    L’ultimo caso è del 20 novembre, quando undici cadaveri di età compresa tra i dodici e i diciotto anni (età considerata “da combattenti” dalle forze russe, ndr) sono stati ritrovati in un fosso vicino al villaggio di Jalka, nel distretto di Gudermes. Prima di essere uccisi con un colpo alla testa, erano stati torturati.




    Mutilati dalle mine. Secondo Madina Magomadova, Presidente dell'Associazione Madri della Cecenia per la Pace, venuta recentemente in Italia, “in Cecenia ci sono più di duemila bambini mutilati a causa delle mine disseminate dai russi nei boschi dove i bambini vanno a giocare o portano a pascolare il gregge”.
    Olara Otunnu, rappresentante speciale delle Nazioni Unite per il coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati, aveva affermato tempo fa che “i dati raccolti da varie organizzazioni umanitarie parlano di almeno quattromila bambini ceceni uccisi o mutilati da mine e ordigni inesplosi, su un totale di diecimila vittime civili”.
    Secondo l’International Campaign to ban Landmines “la Cecenia ha il più alto numero di vittime civili causate da mine e bombe inesplose al mondo”, e l’anno peggiore è stato il 2002, quando “si sono registrati 5.695 casi, di cui 938 riguardanti bambini”.
    Migliaia di bambini che, se hanno avuto la fortuna di non morire, sono destinati a rimanere senza gambe o senza braccia perché in tutta la Cecenia non esiste un centro di chirurgia ortopedica e di riabilitazione in grado di impiantare loro delle protesi, di cambiarle ogni sei mesi seguendo la crescita e di insegnare loro ad usarle. Il centro simile più vicino si trova in Ossezia del Nord, a Vladikavkaz: un Prosthetics Workshop finanziato dall’Onu, “che però – ammette il suo direttore, dottor Vladislav Yesiyev – non riesce a curare più di quindici pazienti alla settimana”. In alternativa ce n’è un altro, ancora più piccolo, gestito dalla Croce Rossa Internazionale, a Nalcik, in Cabardino-Balcaria, ma è troppo lontano.




    Orfani di guerra. La guerra ha prodotto poi migliaia e migliaia di orfani. Secondo il già citato Magomed Magomadov, “solo nel corso dell’anno 2000, 24 mila bambini sono diventati orfani a causa della morte o della sparizione dei genitori”. Ma non ci sono stime ufficiali, dato che la tradizione cecena della famiglia allargata fa sì che molti bambini rimasti senza padre e madre vengano poi accuditi da zii, nonni o altri parenti, rimanendo fuori dalle statistiche. Sono moltissimi comunque quelli che rimangono per strada, soprattuto nella capitale cecena. Vivono come randagi tra le macerie di Grozny, drogandosi con la colla, vivendo di accattonaggio o organizzandosi in baby-gang. Molti vengono arrestati dalla polizia e rinchiusi in centri minorili. Altri finiscono a fare “lavoretti” per la guerriglia separatista.
    Come è accaduto a Turko. Questo ragazzino di Grozny aveva perso entrambi i genitori nei bombardamenti russi del 1999. Dopo aver vissuto per alcuni mesi con suo zio in un piccolo villaggio, si era stufato ed era scappato. Tornato a Grozny, è entrato in una banda di piccoli teppisti che facevano uso di colla. Poi ha cominciato a sotterrare mine in città per conto dei guerriglieri, che lo pagavano fino a cento dollari al mese. Dopo l’esplosione di un blindato russo, è stato arrestato in una retata dei militari federali. Una settimana dopo il suo cadavere è stato ritrovato in una strada del centro di Grozny



    Enrico Piovesana

  10. #160
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    Beslan, l’altra verità


    Cecenia 04.10.2004




    Intervista a Umar Khanbiev: "I terroristi di Beslan agivano su ordine del Cremlino"



    Il dottor Umar Khanbiev, uomo dalla corporatura imponente e dalle maniere eleganti, è il rappresentate in Europa del leader indipendentista ceceno Aslan Maskhadov, l’ex presidente della Repubblica cecena legittimamente eletto nel 1997 e spodestato dai russi con l’invasione militare del 1999. Quando Maskhadov era presidente, Khanbiev (medico chirurgo che prima della guerra dirigeva il principale ospedale di Grozny) fu nominato ministro della Sanità del governo indipendente ceceno. Dopo essere stato catturato e torturato dai servizi segreti russi e più volte minacciato di morte, Khanbiev si è rifugiato in Europa, dove vive in esilio conducendo un’intensa attività di sensibilizzazione presso le istituzioni comunitarie sulla situazione in cui versa il suo paese. In questi giorni si trova in Italia per una serie di incontri.

    Come ha reagito la popolazione cecena ai tragici fatti di Beslan?

    Nessuno meglio del mio popolo può comprendere la sofferenza di chi vede morire in maniera così terribile i propri bambini. La nostra gente ha provato una grande compassione per le vittime della scuola di Belsan perché sa bene cosa significano simili tragedie. Per anni abbiamo celebrato i funerali dei nostri bambini morti sotto le bombe, abbiamo visto i loro piccoli corpi feriti e insanguinati, i loro volti terrorizzati, impietriti per la paura. In dieci anni di guerra quarantaduemila bambini ceceni sono morti per mano delle forze d’occupazione russe. Quindi, purtroppo, sappiamo cosa significa la morte di bambini innocenti. Numerose sono state le manifestazioni di solidarietà popolari con le vittime di Beslan e le iniziative concrete intraprese in favore dei sopravvissuti. (L’8 settembre centinaia di persone hanno manifestato in Piazza Neftyanika scandendo slogan e mostrando cartelli di condanna al terrorismo e di solidarietà ai parenti delle vittime e all’intera popolazione osseta. Fin dal giorno del massacro, centinaia di residenti della capitale cecena, soprattutto giovani, hanno fatto la fila alla clinica universitaria di Grozny per donare il proprio sangue a favore dei bambini feriti di Beslan. E gli alunni delle scuole della città stanno raccogliendo giocattoli e libri da mandare ai loro coetanei osseti sopravvissuti al massacro. Ndr)

    E qual è stata la reazione dei vertici della resistenza indipendentista cecena?

    Noi tutti siamo rimasti scioccati quando è giunta la notizia del sequestro di Beslan e il presidente Maskhadov si è subito attivato per recarsi personalmente in Ossezia al fine di trattare con i terroristi la loro resa incondizionata e il rilascio di tutti i bambini e le altre persone tenute in ostaggio nella scuola. Ma la notizia di questa sua iniziativa è subito giunta all’orecchio dei russi, per i quali risultava ovviamente disastroso che colui che loro indicavano come mandante politico del sequestro divenisse invece il mediatore e il risolutore della crisi. Quindi, per questo motivo, è scattato immediatamente il blitz delle forze speciali russe, al fine di impedire un simile epilogo della storia.

    Quindi lei sostiene la versione del blitz militare russo premeditato?

    Non sono io a sostenerlo. Sono tutte le testimonianze delle persone che erano lì, ostaggi, loro parenti e giornalisti, che hanno visto bene come sono andate le cose ma a cui i russi hanno vietato di parlare. I civili sono stati minacciati. I giornalisti indipendenti, come è noto, tenuti lontani o arrestati. Ma qualcosa alla fine è trapelata. Il muro della scuola, ad esempio, non è crollato per un’esplosione dall’interno bensì per una cannonata dall’esterno. Lo stesso per il tetto della palestra: sono stati i razzi lanciati dagli elicotteri militari russi ad abbatterlo. Due giornalisti georgiani erano riusciti a fotografare le lamiere di due razzi: sono stati arrestati, narcotizzati e derubati delle loro macchine fotografiche. Non dico che i terroristi non abbiano sparato, ma di certo il numero degli ostaggi morti per il ‘fuoco amico’ dei russi è molti più alto di quello che si dice.

    Lei ha parlato nei giorni scorsi di ‘connivenze’ tra i terroristi di Beslan e i servizi segreti russi. Può spiegare meglio cosa intende?

    Innanzitutto una constatazione politica imprescindibile. Queste tragedie, quella di Beslan come quella del teatro Dubrovka del 2002, queste orrende azioni terroristiche imputate a noi ceceni capitano sempre, guarda caso, in momenti in cui la Russia di Putin si trova in un moment o di seria difficoltà diplomatica per la questione cecena. Cioè, ogni volta che la comunità internazionale, in particolare l’Unione europea, pone sotto esame la politica cecena di Putin intimandogli il rispetto dei diritti umani e chiedendo una soluzione pacifica del conflitto, si verificano fatti che poi hanno l’effetto di far cadere ogni critica esterna e di garantire anzi a Putin il completo e solidale sostegno di tutti i governi stranieri in nome della lotta al terrorismo.

    E non pensa di tratti solo di tragiche coincidenze?




    Assolutamente no. I potentissimi servizi segreti russi, l’ex Kgb oggi Fsb (di cui Putin faceva parte), sanno bene come fare il loro lavoro e come ottenere i risultati prestabiliti. Essi gestiscono e manipolano gruppi terroristici che si spacciano per difensori della causa cecena ma che in realtà non sono altro che criminali al servizio delle strategie di potere di Putin. Una strategia tanto semplice quanto cinica: mostrare al mondo che i ceceni sono dei barbari terroristi con cui non si può trattare e che vanno solo combattuti con le armi. Il commando terroristico di Belsan non ha nulla a che fare con la resistenza cecena guidata dal presidente Maskhadov. Quella gente era stata reclutata dalla Russia per lavorare contro la nostra causa.

    Ma come? La rivendicazione di Basayev? Lui, per quanto ambiguo e fanatico, è il principale comandante militare della guerriglia cecena.

    No. Questo è quello che la sapiente propaganda del Cremlino vuol far credere al mondo. Basayev è sempre stato un personaggio di cui Maskhadov si fidava poco per i suoi passati rapporti con i servizi segreti militari russi. Oggi, nonostante le sue dichiarazioni indipendentiste, possiamo dire con certezza che Basayev sta facendo, coscientemente o no, il gioco di Putin. Il fatto che sia Putin a trarre vantaggio delle sue azioni è un dato di fatto. Maskhadov ruppe con Basayev nel 2002 dopo il sequestro del teatro Dubrovka. Il nostro presidente sollevò Basayev dall’incarico di comandante militare della resistenza. Da allora i due si sono rivisti solo una volta, in occasione di un’azione anti-russa congiunta in Inguscezia: quell’incontro ci è costato caro. Le foto e i video di loro in mimetica, seduti uno accanto all’altro, sono state riproposte dai media russi per provare che Basayev e Maskhadov sono ancora stretti alleati. Ripeto: non è più così. Già lo sapevamo, ma dopo Beslan abbiamo capito senza dubbio che Basayev è solo un pazzo criminale fanatico con cui è meglio non avere nulla a che fare e che, come il presidente Maskhadov ha pubblicamente dichiarato, alla fine della guerra dovrà essere processato da un tribunale per tutto quello che ha fatto.

    Diceva che i componenti del commando terroristico di Beslan sono stati reclutati dai russi? Può spiegare meglio?

    Sì. Dalle indagini indipendenti che abbiamo condotto sui nomi dei terroristi della scuola è emersa una realtà inquietante. Basandosi semplicemente sulle notizie della stampa russa e sui comunicati ufficiali delle autorità russe di questi ultimi anni e mettendo semplicemente insieme tutte le tessere del mosaico, è venuto fuori che almeno quattro membri del commando erano ceceni arrestati dai russi vari anni fa e condannati a lunghissimi periodi di detenzione, dieci, venti anni. Come mai queste persone, che adesso dovrebbero essere rinchiuse in qualche galera militare russa, si sono ritrovate in quella scuola? Non sono evase. Sono state reclutate dai militari e dai servizi segreti russi, magari in cambio di qualche promessa o magari senza che venisse detto loro nulla, per partecipare all’operazione di Beslan.

    Quindi secondo lei potrebbe essere vero quello che ha raccontato in una lettera una sopravvissuta di Beslan riguardo alle sconvolgenti confidenze che una terrorista le avrebbe fatto subito prima del blitz russo?

    Ne ho sentito parlare. Sì, certo che potrebbe essere vero. Quella terrorista ha affermato che lei era in una prigione russa dal 1999 e che i russi un giorno le hanno offerto di partecipare a una non meglio specificata operazione in una scuola. Le era stato detto che sarebbe servita per fornire a Putin un preteso per porre fine alla guerra in Cecenia per motivi umanitari. Ha raccontato di essere stata portata assieme ad altri in un luogo che solo dopo ha scoperto essere Beslan, e di non aver saputo quello che doveva fare fino al momento in cui si è trovata dentro la scuola.

    Quindi secondo voi la strage di Beslan non sarebbe stata altro che una cinica operazione organizzata dai servizi segreti di Putin per poter poi giustificare di fronte al mondo la prosecuzione della guerra in Cecenia?

    Può sembrare incredibile, ma purtroppo è proprio così. Me lo ha confermato anche un mio ex amico, un politico ceceno che ha tradito la nostra causa e che ora lavora per i russi. Mi ha detto che tutto è stato pianificato dal Cremlino.




    Ora qual è la situazione in Cecenia? Cos’è cambiato dopo Beslan? Quali sono gli effetti delle operazioni antiterrorismo avviate da Putin per catturare i presunti responsabili della strage della scuola?

    Mi verrebbe da rispondere che non è cambiato nulla. Che la situazione in cui vive la popolazione cecena è catastrofica ora come prima. Solo chi non conosce quello che stiamo patendo da dieci anni può pensare che oggi la situazione sia diversa. Continuano i bombardamenti sui villaggi, i rastrellamenti, i saccheggi, le violenze, gli stupri, le sparizioni, le torture, i campi di filtraggio, le esecuzioni extragiudiziali. L’unica differenza è che dopo Beslan questo accade con più frequenza in tutto il territorio ceceno e con alcune inquietanti novità. Nelle ultime settimane le sparizioni di civili e il ritrovamento di cadaveri di civili arrestati si sono moltiplicate. Ma ciò che è più grave è che adesso anche le donne vengono portate via dai villaggi durante le zachistka, i rastrellamenti. Prima solo i maschi in ‘età militare’ venivano arrestati. Le donne subivano violenze di ogni genere ma venivano lasciate. Ora invece portano via anche loro. E poi, un’altra cosa nuova, è che i russi conducono azioni di rappresaglia contro tutti i familiari dei presunti terroristi, distruggendo le loro case e arrestandoli in massa, donne, vecchi e bambini.



    Enrico Piovesana

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