Pagina 4 di 6 PrimaPrima ... 345 ... UltimaUltima
Risultati da 31 a 40 di 52

Discussione: Democrazie in...

  1. #31
    Me, Myself, I
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    169,271
     Likes dati
    12,216
     Like avuti
    15,324
    Mentioned
    586 Post(s)
    Tagged
    3 Thread(s)

    Predefinito Re: McArthur non abita...

    In origine postato da mustang
    ....a Baghdad


    A parte la sinistra italiana, che non capisce la politica estera e comunque la subordina a interessi elettorali della gittata di tre settimane, e a ricatti ideo-demagogici di cui è preda ormai da anni, tutti hanno capito che la “svolta” in Iraq c’è.

    su il Foglio del 26 maggio
    (1. continua)

    saluti

    (continua)

  2. #32
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito "Diserzione". Martinazzoli bolla...

    ......la smemoratezza del centrosinistra

    Brescia. La mozione del centrosinistra sul ritiro delle nostre truppe dall’Iraq va letta come atto di rassegnazione “alla sconfitta della democrazia”, una “risposta mediocre e una posizione nichilista”. Non poteva usare parole più dure, il presidente di Allenza popolare-Udeur, Mino Martinazzoli, nell’intervista uscita ieri su Media Quotidiano.
    Al Foglio, dice che non si può non vedere “la provocazione tendenzialmente mortale del terrorismo a tutte le democrazie, non solo a quella americana. La posizione del centrosinistra (con sparute eccezioni) ha ragioni che pure riconosco, ma è come se dicesse: siamo giudici, non coinvolti. Ecco perché mi sembra uno scacco e quasi una diserzione. Le democrazie hanno il vantaggio (sta in questo il loro primato umano e politico) di essere capaci di correzione.
    Lo dico con circospezione, perché so bene quali siano la modestia e i limiti della politica nazionale di un paese, come l’Italia, di fronte al caos geopolitico attuale. Detto questo, ho un atteggiamento ancor più critico nei confronti di questa maggioranza.
    Ho l’impressione netta che la rigidità che constatiamo è che viviamo un bipolarismo nel quale ciascuno si sente obbligato a parlare solo dei torti dell’avversario e mai a riconoscere i propri. Sono convinto che Berlusconi sarebbe diventato più forte, se avesse ammesso che la sua scampagnata con l’amico americano è stata un errore, e avrebbe avuto anche più capacità di persuasione nei confronti dell’alleato d’oltreatlantico (e nella nuova risoluzione Onu avranno più influenza Germania e Francia, la vecchia Europa ridicolizzata dagli Stati Uniti e della quale ora hanno bisogno).
    Ma quella che più interessa alla nostra maggioranza non è la guerra in Iraq, ma in Italia, e allo stesso modo si stanno comportando i leader del centrosinistra, mentre una buona bussola per l’opposizione sarebbe piuttosto tener d’occhio quello che fa l’opposizione liberal e democratica americana. Entrambi gli schieramenti, insomma, dimostrano un provincialismo deteriore, che ci fa piuttosto inabili alla politica estera. Nella tradizione italiana, del resto, c’è l’incapacità di vedere che la politica estera non è una variabile della politica interna, ma la sua bussola. Sono pochi gli statisti che lo hanno capito.
    E’ capitato a qualche democristiano, e forse all’ultimo Berlinguer, quello che preferiva l’ombrello della Nato al Patto di Varsavia. Un talento smarrito, anche da chi pretende di rappresentare l’eredità della Dc”. Il centrosinistra si mostra ogni giorno più diviso su cosa fare il 4 giugno, in occasione della visita di Bush per il sessantennale della liberazione di Roma. L’amico americano si è trasformato in nemico, anche per molti ex dc? A giudizio di Martinazzoli “la politica estera italiana, che durante la Prima repubblica ha subito tante censure (si parlava di Stato dimezzato, di sovranità limitata) aveva però realizzato, a volte al meglio, un difficile capolavoro: porre in equilibrio la politica d’amicizia con l’America e quella di costruzione dell’Europa.
    Era il crinale su cui ha camminato la politica estera, da De Gasperi a Moro.
    Ci sono stati passaggi che mettevano a rischio questa politica (pensiamo al medio oriente) e che sono stati pagati amaramente, ma quelle due cose sono state sempre tenute insieme. La politica berlusconiana è troppo squilibrata verso l’America e così risulta non autorevole”. Detto questo, per Martinazzoli “il 4 giugno è la liberazione di Roma dal nazifascimo. Non è una data qualsiasi, come non lo è il 25 aprile. Stiamo perdendo il senso della nostra storia e quindi anche il senso della storia degli altri. I cimiteri di soldati americani, in Italia e in Europa, devono dirci che va ben distinta la critica a un governo dalla percezione che si ha di un popolo come quello americano. C’è chi ha scritto al presidente della Repubblica perché annulli la sfilata del 2 giugno: il massimo della goffaggine politica. Non riesco a capire come si possano conciliare le invocazioni (magari rituali ma insistenti) su un’Europa più unita, più forte, più autorevole e quindi, necessariamente, armata, con l’idea che i carri armati non debbano sfilare perché siamo in lutto. C’è un occidente europeo che va onorato per rendere meno mortale la partita che si è aperta. E’ un occidente che, al di là dell’errore iniziale della guerra in Iraq, deve ritrovare unità, in nome della solidarietà che non può non esserci tra le democrazie, se è vero, come diciamo, che vorremmo che la democrazia conquistasse il mondo. Scommettere sulle possibilità della democrazia di riaversi, di emendare i propri errori, di riconquistare autorevolezza, è un dovere”.

    saluti

  3. #33
    Me, Myself, I
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    169,271
     Likes dati
    12,216
     Like avuti
    15,324
    Mentioned
    586 Post(s)
    Tagged
    3 Thread(s)

    Predefinito Re: "Diserzione". Martinazzoli bolla...



    (balla)

  4. #34
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    da www.radioradicale.it

    " La democrazia è un obiettivo fondamentale in tutto il Medio Oriente. Lo dice Ahmad Fathi Sorour

    Roma, 28 maggio 2004
    La democrazia è diventato un obiettivo principale in tutto il Medio Oriente. Lo dice il presidente dell'Assemblea Nazionale Egiziana e presidente dell'Assemblea parlamentare Euro-Mediterranea, Ahmad Fathi Sorour che ha incontrato ieri il presidente del Senato Marcello Pera, insieme al quale ha tenuto una conferenza stampa sul tema "Le relazioni fra mondo arabo e occidente e la modernizzazione della regione".

    I paesi arabi, spiega Ahmad Fathi Sorour, stanno cercando di porre procedure e scadenze per rafforzare la democrazia e garantire nei propri paesi «la creazione di un dialogo» interno che comprenda le diverse opinioni e l'opposizione politica. In questo senso «l'Assemblea parlamentare Euro-Mediterranea potrebbe svolgere nella regione un ruolo centrale nel sostegno dei dialoghi democratici tra il nord e il sud, oltre alla conferma dei diritti dell'uomo e garantire il trattamento degli uomini con uguaglianza e giustizia, a prescindere dalla razza, dall'appartenenza etnica, dalle credenze e dalla condizione sociale».

    Ahmad Fathi Sorour ha ricordato che gli «Stati Uniti e l'Europa hanno recentemente fatto alcune iniziative riguardanti la riforma nel mondo arabo», ed ha anche ricordato «il punto di vista dell'Egitto, espresso dal presidente Mubarak», il quale sostiene che «il mondo arabo non è contro la riforma né contro l'approfondimento della democrazia, ma contro il fatto che questo sia un motivo per ignorare o rimandare la causa primaria della stabilità politica nella regione e che dipende dalla soluzione della causa del conflitto arabo israeliano. [...] L'Egitto sostiene tutte le idee della riforma a patto che scaturiscano dal nostro interno e non vengano dettate su di noi». In ogni caso, ha concluso Fathi Sorour «Le iniziative della riforma devono scaturire dai paesi della regione senza imporle dall'estero, prendendo in considerazione la peculiarità culturale e il livello dello sviluppo attuale di ogni Stato». (m.l.)
    "

    Saluti liberali

  5. #35
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: McArthur non abita...

    [QUOTE]In origine postato da mustang
    [B]....a Baghdad

    Le guerre cominciano in un modo e finiscono in un altro.
    Vittoria e sconfitta sono divinità che amano spartirsi il bottino.
    A parte la sinistra italiana, che non capisce la politica estera e comunque la subordina a interessi elettorali della gittata di tre settimane, e a ricatti ideo-demagogici di cui è preda ormai da anni, tutti hanno capito che la “svolta” in Iraq c’è.
    Lo ha capito bene anche il governo italiano, che nella famosa
    “svolta” si è accomodato più che volentieri, leccandosi i baffi con sollievo.
    D’altra parte l’entusiasmo democratico nature di Berlusconi, peraltro sempre attento a che nelle cose si scorga distintamente una “bella convenienza”, non poteva fare di più; e per il resto l’Italia non belligerante ed europeista (leggi: franco-tedesca) questa guerra l’aveva subita.
    C’è, la svolta, ed è profonda e molto ambigua (tanto che l’ignara sinistra italiana, a eccezione di Giuliano Amato, che certe cose le capisce, dovrebbe fregarsi le mani invece che salire sull’Aventino).
    E’ una svolta dell’amministrazione americana contro se stessa o una parte di sé, indica una direzione di marcia piuttosto diversa, forse anche radicalmente diversa, rispetto agli obiettivi strategici del National Security Strategy, il documento del settembre del 2002 che precisò i termini della famosa guerra preventiva.
    Diversi anche da una serie di discorsi e atti di George Bush in materia di guerra al terrorismo, in particolare quello tenuto all’American Enterprise Institute, covo dei famigerati neoconservatori, nell’immediata vigilia del conflitto.
    I cambiamenti di queste settimane infatti segnalano, come il Foglio aveva per tempo avvertito i lettori, che l’ambiziosa rivoluzione democratica in medio oriente, combinata con un altrettanto ambizioso processo di pace tra israeliani e palestinesi, è sostituita da un progetto di normalizzazione e stabilizzazione “possibile” dell’Iraq.

    Una tregua, al posto della pace
    Al posto della pace tra Gerusalemme e l’Autorità palestinese avremo, se tutto va bene, una tregua armata che si spera solida, fondata sulla barriera difensiva e sulla gestione unilaterale, e ferrigna, del ritiro di Tsahal da Gaza, con gli sviluppi ancora imprevedibili che seguiranno.
    Yasser Arafat resta marginalizzato dagli avvenimenti e dalle volontà di Washington e di Gerusalemme, ma non è caduto, non è stato sostituito da un partner affidabile per una pace affidabile. Ha perso e ha vinto, come Ariel Sharon.
    Al posto di un modello di ricostruzione irachena fondato su istituzioni rappresentative amiche dell’occidente e su un progetto di convivenza e di sviluppo inaudito in terra araba, un modello che di per sé doveva essere di stimolo politico ad altri cambiamenti analoghi nella regione e nelle sue classi dirigenti, avremo un compromesso, anch’esso difficile da gestire, nel segno del realismo e del ripiegamento dal fronte avanzato della lotta al terrorismo.
    Il generale Douglas McArthur, che ridisegnò per tempi secolari il Pacifico e il Giappone, dopo l’apocalittica applicazione della forza atomica e nove anni di occupazione “unilateralista”, non è mai arrivato a Baghdad.
    Il lavoro di Paul Bremer, un colletto bianco e un onesto funzionario del Dipartimento di Stato, non poteva produrre altro che la consegna politica di una guerra “leggera”, che ha provocato una risposta “pesante”, a Lakhdar Brahimi, broker onusiano e scaltro sunnita che cercherà di ripristinare il massimo possibile di status quo, profittando dello stato critico dell’opinione pubblica americana in periodo elettorale.
    L’idea di ridisegnare la mappa del medio oriente e di provocare una storica rottura in favore della modernità e dello sviluppo nel mondo arabo-islamico resta in parte appesa agli eventi, ma ha subito un drastico ridimensionamento.
    Chiude l’Autorità di coalizione, si apre un’ambasciata americana
    monstre affidata a un mastino come John Negroponte, le truppe restano in campo con le mani sempre più legate e aumenta con la nuova risoluzione Onu la copertura politico-militare ex post dell’intervento, mentre Moqtada al Sadr aspetta di poter trattare con le nuove autorità irachene la sua partecipazione al nuovo potere e i Sunniti baathisti si tengono Fallujah in condominio con un ex generale di Saddam Hussein passato dalla parte dei “buoni”.
    Poi si vedrà.
    Questa è la diagnosi, fondata sui fatti, e dunque provvisoria come solo i fatti sanno essere.
    Questa è la realtà.
    Che non è ovviamente del tutto sconfortante. Saddam è caduto. L’America ha guidato una fase di contrattacco al terrorismo imponendo soluzioni, idee e uno spirito nuovo di cui chiunque, anche John Kerry, deve tenere conto in caso di vittoria, come ne tiene conto in campagna elettorale.
    La guerra al terrorismo continua, gli Howard Dean e le Madame Verdurin continueranno ad agitare le bandierine arcobaleno mentre le cose si fanno e si disfano senza troppe distrazioni ideologiche.
    E l’Iraq liberato non sarà magari un avamposto trionfale in questa guerra ma, sempre che la situazione della sicurezza sia maneggiata con mezzi diplomatico-politici meglio di quanto non sia stata padroneggiata con mezzi militari, sempre che l’Iraq non diventi una terra di nessuno in preda all’anarchia, quel paese avrà cambiato in meglio i suoi connotati, con conseguenze che si sentiranno.
    Questa la diagnosi.
    Bisogna poi capire quale lezione trarre dagli avvenimenti, riflettere sul perché le cose siano andate così, un po’ diritte e un po’ storte, e sul perché l’ambizione di rispondere all’11 settembre in una logica di trasformazione e di riforma radicale degli equilibri mondiali sia stata in parte frustrata, per adesso.
    Lasceremo volentieri a politicanti e demagoghi il piacere di spiegarsi il tutto nel modo facile che è loro solito: Bush è cattivo, la guerra era sbagliata, l’amministrazione americana è divisa e in preda all’affarismo, la ragione sta dalla parte dell’impotente retorica multilateralista e del diritto internazionale.
    Ognuno cerca dove può la consolazione di cui ha bisogno. Bisognerà invece auscultare il polso dell’opinione pubblica americana, che è il fattore dominante in una guerra decisa e governata da quello strano animale che è una democrazia mediatica, ed esaminare altri fattori: l’economia, tra questi, e sopra tutto la cultura dominante, l’energia o la spossatezza dell’occidente di fronte a una sfida che per adesso è fronteggiata con onore ma tutt’altro che debellata.
    Su questo, domani.

    su il Foglio del 26 maggio
    (1. continua)

    saluti
    ------------------------------------


    Guerra e buoni sentimenti

    Questo per l’Iraq e per la guerra politico-tribale che intorno ad esso si combatte da anni è il momento magico dei demagoghi e dei mestatori: il momento della transizione.
    E’ il momento in cui, per dirla con Mao, devi “bastonare il cane revisionista finché è in acqua”.
    Il Guardian di Londra azzanna e bastona Ahmed Chalabi, uomo discusso e discutibile ma ora, soltanto dopo che ha attentato alla sacralità dell’Onu di Kofi Annan e della sua gestione del petrolio iracheno, in via di neutralizzazione come spia iraniana.
    Delle torture, nei media e altrove, si fa un commercio fangoso e merdoso come le immagini che le hanno eternizzate.
    Per andare su Rumsfeld, il gioco più comodo dopo una vittoria in guerra seguita da una mezza sconfitta nella conquista della pace, si ritirano fuori gli affari di Richard Perle, che in un paese in cui consulenze e politica non hanno per tutti altro confine che una blanda nozione di conflitto di interessi, è il ventilatore giusto per procedere con gli schizzi programmati di escrementi.
    La battaglia dei ponti di Nassiriyah è già una “strage” su cui il procuratore militare indaga occhiutamente. Ce ne sarà per tutti. D’altra parte ha ragione Alexandre Adler, che ha sistemato come merita Michael Moore, palmadoro, con questa semplice domanda nel Figaro di ieri:
    “Dobbiamo credere che i buoni sentimenti sono diventati il nuovo criterio d’eccellenza?”.

    La risposta realista e opportunista
    E allora partiamo di qui, per capire come mai gli Stati Uniti, che avevano assunto l’impegno di applicare una razionale e irrecusabile forza nella battaglia contro il terrorismo islamico, cioè per la democrazia in medio oriente, stiano lasciando per adesso il lavoro a metà. Infatti il loro ripiegamento strategico, cioè il compromesso dell’irachizzazione e multilateralizzazione del conflitto a mezzo Brahimi, con seri rischi di ritorno allo statu quo ante, ma senza aver vinto ancora la battaglia per la sicurezza, deve essere spiegato anche con questa domanda: possono le democrazie mediatiche fare guerra ai loro nemici senza liberarsi dell’ideologia dei buoni sentimenti come metro di misura dell’umanità che è nell’uomo, della sua eccellenza?
    Il tragitto da Cannes a Fallujah, a Najaf, a Washington è meno tortuoso di quanto non possa sembrare.
    Riformuliamo la domanda: è proprio vero che non si poteva fare a meno dell’Onu, massima espressione della setta dei buoni sentimenti, e che si dovevano subire quattordici mesi di terrorismo dispiegato e di formazione di bande armate in territorio inespugnato, per riparare infine dietro un compromesso a cui auguriamo successo, in mancanza di meglio, ma che ci sembra decisamente al ribasso?
    La risposta realista offre una spiegazione, ma tautologica.
    Di più non si poteva fare, è il ritornello.
    Una guerra pesante, costosa, avrebbe comportato la recessione nei mercati mondiali e in quello americano, e sarebbe stata un suicidio politico dell’amministrazione che l’aveva promossa, qualunque cosa pensino le teste d’uovo neoconservatrici. L’alleanza con Blair ha aggiunto ai problemi interni americani quelli inglesi, che non sono da meno: combinare la guerra fondata sul National Security Strategy con i vincoli imposti dalla retorica internazionalista del Labour party non era facile, esigeva costi politici.
    Ma quell’alleanza era indispensabile. La disintegrazione ovvero lo scompaginamento del sistema Onu e una radicale rimessa in discussione delle alleanze occidentali tradite (Francia, Germania) non era e non è alla portata dell’amministrazione Bush e, al di là di essa, dell’America com’è oggi.
    Dunque era sconsigliabile agire per un’organizzazione delle democrazie o per una radicale riforma della burocrazia onusiana che non ha più niente a che vedere, dopo mezzo secolo, con i principi della Carta Atlantica.
    E dentro quella gabbia multilaterale si è fatto quel che si poteva: una operazione di polizia internazionale contro un regime fuorilegge, che non è certo poco, alla quale seguirà una normalizzazione che forse resterà monito e argine all’islamismo politico.
    “Ma il sogno è morto”, come scriveva ieri sul New York Times Fouad Ajami, perché “pare che ci stiamo di nuovo accomodando all’ordine costituito nel mondo arabo”.
    Insomma: Bush aveva detto che l’Onu si sarebbe condannata all’irrilevanza se non avesse agito, e invece rientra in gioco in condizioni ambigue.
    Bush aveva detto che nella guerra al terrorismo valeva la regola: o con noi o contro di noi.
    Ma nessuno di coloro che hanno attivamente contrastato il fronte avanzato di questa campagna (Francia, Germania, Russia, e l’ineffabile Zapatero) ha pagato un solo penny di ammenda, e adesso si tenta un rammendo globale che speriamo regga ma appare piuttosto fragile.

    Il nostro quesito resta: perché?
    Il realismo non opportunista, l’unico che ci interessi, dà una sua risposta: con i buoni sentimenti di mezzo, qualunque cosa significhi quest’espressione, la democrazia armata è più debole perfino della tv.
    La guerra è la cosa peggiore che ci sia, e a volte la più necessaria.
    Razionalizzava fino a ieri, con i suoi mezzi tragici, la questione dell’esistenza e della morte: mieteva le illusioni come le teste.
    Ma società medicalmente assistite, fondate sull’indefinito prolungamento dell’aspettativa di vita, dunque sul trionfo dell’illusione e sulla trasformazione della realtà in reality-show, la guerra non la possono fare.
    Neanche quella difensiva.
    Se questo porti alla pace universale, è oggetto di dubbio.

    (2. continua). Su il Foglio del 27 maggio

    saluti

  6. #36
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito "Attenti, la testa recisa più....

    ....importante non è quella che sembra, ma un’altra”.

    Andrew Krepinevich, guru della Net War e direttore del Center for Strategic and Budgetary Assessments, si rende per noi interprete
    del terremoto nella catena di comando militare americana in Iraq. Gli errori si pagano.
    Cade la testa del generale Ricardo Sanchez, fino alla settimana scorsa comandante anche delle operazioni tattiche sul campo in tutto l’Iraq quando questo specifico incarico fu affidato al generale Thomas Metz.
    Puntualmente, ora Sanchez torna a Washington.
    Normale avvicendamento, per il Pentagono.
    “Non è così, inutile credere non sia un giudizio su come Sanchez si è portato sul campo, oltre che indeciso nelle indagini e
    sanzioni in relazione ad Abu Ghraib”, dice Krepinevich.
    Ma, appunto, non è lui, l’oca azzoppata più grassa.
    E’ un altro generale a tre stelle, Bantz Craddock, da due anni senior aiutante di campo del segretario alla Difesa in persona. Donald Rumsfeld pensava di inviare lui, al posto di Sanchez, per “controllare” il prossimo ambasciatore Usa a Baghdad, John Negroponte.
    Rumsfeld ha dovuto rinunciare. “Non è aria di altre prove di forza coi vertici militari, il vertice politico si è troppo indebolito.
    I militari si sentono coinvolti in una crisi di credibilità pesante, di cui sopporteranno le conseguenze forse per anni, senza che Washington abbia dato loro ascolto quando da mesi mettevano sull’avviso che le cose non funzionavano”.
    Quindi in Iraq, come numero 2 del CentCom sotto John Abizaid, andrà il vicecapo di stato maggiore dell’Us Army, il generale George Casey, che in questi anni si è tenuto fuori dal diretto cono d’ombra rumsfeldiano.
    E Rumsfeld dovrà decidere se dare il premio di consolazione a Sanchez o al suo Craddock, appuntando a uno solo la quarta stelletta connessa alla guida del SouthCom, responsabile dell’America centrale e Latina.
    Qual è stato l’errore che i capi militari attribuiscono a Sanchez? Non Abu Ghraib.
    Krepinevich e l’ex generale Barry McCaffrey , sotto il quale Sanchez servì nella prima guerra del Golfo, danno un’interpretazione analoga.
    “Sanchez è stato il simbolo di una tattica militare integralmente asservita alle direttive di Paul Bremer all’autorità provvisoria della coalizione che è stata il vero snodo tra Rumsfeld e i capi militari sul campo. Direttive altalenanti, su come realizzare la controinsorgenza via via che nel triangolo sunnita e nelle aree sciite le diverse componenti armate prendevano coraggio”. Krepinevich dà una prova. Un documento di venti cartelle e dieci allegati del febbraio 2003, poco prima dell’inizio delle operazioni, elaborato dal Marine Corps Warfighting Laboratory, su “come trattare i civili nel post-Saddam”.
    E’ evidente la giustapposizione irrisolta di due prospettive: quella militare, convinta che nei 30-60 giorni successivi alla caduta del regime l’attività diretta a impedire insorgenze baathiste, sciite e terroriste dovesse essere molto energica, e quella invece che sarà poi la linea-Bremer, illusa di evitare le insorgenze pensando ai contratti della ricostruzione.

    Mano morbida con gli insorgenti sciiti
    “E’ quella, la dottrina che al Congresso venerdì scorso il generale Abizaid ha bollato senza troppi giri di parole come ‘sbagliata’”, spiega Krepinevich. “Per capire a che cosa si è ridotta oggi, basta leggere il più recente paper sull’insorgenza sciita che Rumsfeld ha fatto distribuire ai comandanti da Andrew Terrill tramite l’Us Army War College”.
    In effetti, le 55 cartelle fanno impressione.
    La geografia dei diversi gruppi sciiti è accurata, ma le conclusioni lasciano senza parole, ispirate come sono alla ricerca di evitare ogni contatto e ogni repressione.
    Lo stesso Moqtada è considerato un politico a tutti gli effetti, e al punto 5 delle conclusioni si raccomanda di “evitare ogni confronto militare con lui”, lasciando che tutto sia risolto dal primo governo iracheno (quello scelto da Lakhdar Brahimi), e da un Iran che
    “giocherà un ruolo di primo piano”.
    Senza poter impedire, si afferma al punto 8, che si stabiliscano legami con gli hezbollah libanesi. E concludendo, al punto 9, che bisogna puntare “al ritiro delle forze Usa non appena un governo iracheno sia in carica, al fine di impedire che l’odio antiamericano di sciiti e sunniti pregiudichi ulteriormente gli interessi politici americani nell’intera area”.
    Agli occhi dei militari è una sconfitta, dice Krepinevich.
    E non solo lui. Voci vicine agli ambienti militari americani suonano ormai meste canzoni.
    Come il grande storico di guerra Eliot Cohen, ai cui libri Bush si ispirava prima di Iraqi Freedom: sul Washington Post ha scritto di Abu Ghraib, ma era chiaro che “la crisi di fiducia tra il paese, i militari e Rumsfeld” di cui parla è assai più profonda degli abusi ai detenuti.
    E Niall Ferguson, lo storico britannico che chiede agli Stati Uniti di essere all’altezza della propria responsabilità imperiale, sul Telegraph tristemente concludeva che, per come ha mosso i militari in Iraq, l’Amministrazione Bush soffre della sindrome di Asperger.
    Quella di chi è incapace di commisurare le proprie azioni alle interrelazioni che scatenano.

    da il Foglio del 28 maggio

    saluti

  7. #37
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Articolo di Robert Kaplan su Wall Street Journal del 27 maggio

    Quando la Compagnia Bravo, del Primo Battaglione del Quinto Reggimento dei marine, ha guidato le forze americane nel cuore di Fallujah, alle prime luci dell’alba del 6 aprile, ero l’unico giornalista presente. E’ la stessa compagnia che era entrata per prima nella cittadella di Hue in Vietnam nel febbraio 1968. Hue, sito di una delle più gloriose imprese della storia dei marine (i quali uccisero 5.113 nemici, subendo soltanto 147 perdite e 857 feriti) era negli occhi dei comandanti americani a Fallujah. I marine non ottennero mai il giusto riconoscimento di ciò che avevano compiuto a Hue perché fu messo in ombra appena un mese dopo da My Lai, dove un plotone dell’esercito uccise 347 civili. E questo malgrado la liberazione di Hue avesse portato alla scoperta di migliaia di fosse comuni, con le vittime di indiscriminati massacri comunisti. Così, Hue è diventato il simbolo della frustrazione dei militari nei confronti dei media. Una frustrazione che si è ripetuta a Fallujah.
    Ogni volta che passavano davanti a una moschea, ai marine coi quali mi trovavo veniva sparato addosso. Le moschee di Fallujah erano usate come postazioni dai cecchini e come magazzini di armi ed esplosivi. Gli insorti hanno ripetutamente violato lo status accordato a queste istituzioni religiose dalla convenzione di Ginevra. I cecchini erano un problema particolarmente preoccupante. All’inizio di aprile, nelle vicinanze di Ramadi, un cecchino ha fatto fuori un’intera squadra di marine usando un fucile Dragunov di produzione russa: “Dodici spari, dodici morti”, mi ha riferito un ufficiale.
    L’estrema precisione di tiro dimostrava che il cecchino era o un jihadista specializzato giunto da fuori oppure un membro dell’élite militare del vecchio regime. In base ai consueti standard di guerra, alcune moschee di Fallujah avrebbero dovuto essere abbattute. Ma soltanto dopo aver subito ripetute aggressioni si è deciso di attaccare un moschea, e di solito con bombardamenti così leggeri da non essere in grado di produrre effetti concreti. Le nuove foto che mostrano squarci nelle cupole delle moschee non indicano la durezza delle forze armate americane, bensì esattamente il contrario.

    Soldati mai arrabbiati o depressi
    Quanto ai combattimenti urbani, mi trovavo in città durante i primi giorni di battaglia. L’impressionante numero di armi di piccolo calibro (per non parlare di mortai, razzi e RPG) ha permesso continui e indiscriminati attacchi da parte degli insorti. I marine hanno risposto con pochi e precisi colpi. Sono rimasto molto colpito vedendo come caporali appena diciannovenni mostravano una maturità e una calma da veterani ogni volta che iniziava una sparatoria. Non c’è stato nulla di affascinante nell’avanzata dei marine su Fallujah. I marine facevano con grande fatica tre passi in avanti, soltanto per farne subito dopo altri due indietro: insomma, il classico lavoro della fanteria, non molto cambiato dal tempo di Hue e anzi dalla stessa antichità. Nonostante le loro perdite continuassero ad aumentare, le sole volte che ho visto dei marine arrabbiati o depressi è stato quando un civile iracheno è rimasto ucciso nel fuoco incrociato, di solito per colpa del nemico.
    Ciò non mi ha sorpreso. Avevo visto le forze speciali dell’esercito reagire in modo simile l’anno prima in Afghanistan.
    L’umanità dimostrata dalle truppe deve essere sottolineata; contrariamente a quanto scritto nella pagina degli editoriali del New York Times il 21 maggio, la parola “haji”, sia in Afghanistan che in Iraq, viene utilizzata di solito, almeno dai marine e dalle forze speciali, non in senso denigratorio ma affettivo.
    Per fare qualche esempio: “Andiamo a bere il tè in compagnia degli haji”, “il cibo degli haji è nettamente migliore di quello che ci rifilano”, e così via.
    Perciò, è stata una cosa davvero terribile e deprimente leggere ogni giorno, senza interruzione, le notizie sulla prigione di Abu Ghraib.
    Il 7 aprile due battaglioni di marine, dopo strenui combattimenti, avevano ormai conquistato il 20 per cento di Fallujah. Il giorno successivo è giunto un terzo battaglione di rinforzo, permettendo così ai primi due di riposarsi e ricompattarsi. Ma proprio quando i tre battaglioni stavano per riprendere l’iniziativa contro gli insorti nella parte occidentale della città, è stato annunciato un cessate il fuoco.
    Per quanto indesiderato fosse il cessate il fuoco, i marine sono comunque riusciti a trarne risultati positivi. Questo innanzitutto dava loro la possibilità di neutralizzare i mortai, un compito difensivo essenziale oggi in Iraq. Razzi e colpi di mortaio piovono continuamente sulle basi americane. Se non si prendono immediati provvedimenti per neutralizzarli, potrebbe essere soltanto una questione di tempo prima che venga colpita una sala mensa piena di soldati, come come nell’attentato alla base americana di Beirut, che uccise 241 marine.
    Inoltre, il Primo Battaglione del Quinto Reggimento dei marine, non appena lasciata Fallujah, si è diretto ad al Karmah, una piccola città situata in posizione strategica sulla strada tra Fallujah e Baghdad.
    Ci sono stato parecchie volte a marzo insieme ai marine.
    Le strade si svuotavano completamente al nostro arrivo, e spesso ci sparavano addosso.
    Dopo l’operazione di Fallujah, i marine non hanno semplicemente circondato al Karmah, ma sono penetrati all’interno, facendo regolari pattugliamenti di polizia, parlando con la gente, raccogliendo informazioni e impegnandosi attivamente a riprendere il completo controllo della città. Come mi ha detto un capitano: “E’ probabilmente la cosa migliore che abbiamo fatto in Iraq”.
    Se al Karmah rimane sotto controllo, se la stessa Fallujah resta relativamente calma, se i marine possono sorvegliare efficacemente il territorio, e se gli attacchi di mortaio si riducono – tutte cose possibili –la decisione di non sferrare un assalto in forze su Fallujah potrebbe risultare davvero quella più giusta.
    Ma nulla di tutto questo conta se non viene anche spiegato in modo chiaro e competente all’opinione pubblica, perché il fronte interno è il più critico nel caso di una controinsurrezione.
    Tuttavia, ai meticolosi piani elaborati dai marine sul piano tattico per l’attacco su Fallujah non sono corrisposti progetti altrettanto meticolosi da parte dell’Amministrazione sul piano strategico, per affrontare le facilmente prevedibili ripercussioni sui media di combattimenti in aree civili vicino a siti sacri islamici.
    Al pubblico americano non è mai stata spiegata chiaramente la gravità della minaccia militare rappresentata dalle moschee di Fallujah, né raccontato l’impegno profuso dai marine per evitare di danneggiarle e di colpire i civili, o descritto ciò che questi stessi marine hanno fatto dopo avere lasciato Fallujah.
    Viviamo in un mondo inondato di immagini: quando i marine attaccavano Fallujah, l’Amministrazione Bush avrebbe dovuto mostrare al pubblico le foto che i comandanti americani distribuivano alle loro truppe, spiegando il modo in cui ogni moschea veniva utilizzata per scopi militari, e come si sia fatto tutto il possibile per evitare di distruggerne anche una sola, esponendo a gravi rischi la vita dei soldati americani.
    Lamentarsi dei faziosi servizi di al Jazeera, come ha fatto l’Amministrazione, è una cosa altrettanto patetica delle proteste di Jimmy Carter per le bugie di Leonid Breznev.
    Conoscendo la sua storia, come altro ci si doveva aspettare che riferisse le notizie? La sensazione era che il Pentagono stesse soltanto reagendo agli eventi, senza saper assumere l’iniziativa.

    Niente altro che scialbi resoconti
    E se l’Amministrazione avesse spiegato adeguatamente all’opinione pubblica le operazioni che i marine stavano compiendo dopo Fallujah, ci sarebbero potute essere meno delusioni e mistificazioni sulla rinuncia americana a combattere in quella città. Ma invece di una storia avvincente da contrapporre a quelle dei media di tutto il mondo, i portavoce della Casa Bianca e del Pentagono, dell’Autorità provvisoria e della coalizione hanno fornito soltanto insipidi e scialbi resoconti, senza l’aiuto di una sola immagine.
    Questo non significa che lo scandalo della prigione di Abu Ghraib debba essere di-menticato, che il governo americano debba ingannare il pubblico o che la sua conduzione delle operazioni in Iraq sia positiva.
    Tutt’altro.
    Sono stato in città e villaggi del triangolo sunnita dove l’Autorità provvisoria non ha alcuna presenza concreta, dove gli abitanti sono privi di servizi funzionanti, dove il crimine dilaga, le nuove forze di polizia del tutto impotenti e soltanto gli sceicchi sono in grado di fermare i criminali, dove, infine, è soltanto il collante sociale della tribù e del clan che impedisce a questi luoghi di trasformarsi in una Liberia del medio oriente.
    Ma ho anche scoperto che ci sono tanti Iraq, ognuno diverso dall’altro e con le proprie peculiarità.
    Al momento attuale, l’Amministrazione è priva delle qualità e della struttura organizzativa necessarie per presentare e diffondere gli elementi positivi della situazione irachena in tutta la loro complessità e drammaticità.
    Poiché le battaglie che si combattono in una controinsurrezione sono di solito di modesta scala e spesso clandestine, i resoconti che ne vengono dati difficilmente appaiono limpidi e chiari. Diventa una questione di percezione, e la vittoria spetta a chi riesce a darne il racconto più convincente e affascinante. In verità, nel mondo dei conflitti postmoderni del Ventunesimo secolo, i funzionari civili e militari per le relazioni esterne devono diventare anch’essi combattenti di guerra. Devono controllare e anticipare le mosse provocatorie di un attore del tutto nuovo: i media globali, che troppo spesso presentano fatti imbarazzanti e incresciosi fuori dal loro contesto storico o filosofico.
    Senza una strategia di comunicazione che dia al pubblico lo stesso senso di missione che un comandante infonde nei suoi soldati, oggi la vittoria in guerra è impossibile. Volgendo lo sguardo oltre l’Iraq, le forze militari americane hanno bisogno di elaborare una dottrina strategica per influenzare l’opinione pubblica esattamente come quelle elaborate dall’esercito per addestrare i propri ranghi a specifici compiti militari (il Ranger Handbook, il Fleet Marine Force Manual eccetera).

    La dannosa trafila che annulla il racconto
    Il cardine di questa dottrina deve essere la neutralizzazione delle gerarchie burocratiche all’interno del Dipartimento della Difesa, in modo che i portavoce possano entrare direttamente in comunicazione con i comandanti militari e inserire le loro esperienze sul campo nei propri briefing quotidiani.
    Per le relazioni pubbliche in tempo di guerra, non c’è nulla di più dannoso dell’antiquata e obsoleta trafila di comando che annulla la forza e l’utilità di dettagliati e avvincenti resoconti delle operazioni militari.
    Giornalisti che non hanno praticamente mai letto un libro di storia o di tattica militare, e con vari fini politici da propagandare, possono andare a intervistare tenenti e sergenti; invece gli stessi portavoce ufficiali di tutti questi soldati non sembrano capaci di farlo.
    Il pubblico americano è disposto ad accettare il sacrificio di cinquanta vittime alla settimana soltanto se gli viene presentata in modo convincente una strada verso un qualche tipo di successo finale. In caso contrario, non accetterà nemmeno due perdite alla settimana. Non si poteva fare nulla per impedire che la vergogna di My Lai, per quanto terribile, cancellasse l’eroismo dimostrato dagli americani in posti come Hue: allora il fenomeno dei media era una cosa del tutto nuova.
    Ma se la macchia di Abu Ghraib non sarà posta nella giusta prospettiva, ossia nel quadro di tutte le altre cose che, nella guerra al terrorismo, hanno compiuto i soldati e i marine americani in Iraq, in Afghanistan, nelle Filippine e in Cambogia, e in molti altri luoghi ancora, la colpa non andrà attribuita soltanto ai media.

    copyright The Wall Street Journal per concessione di Milano Finanza (traduzione di Aldo Piccato)

    Dopo una lunga e avventurosa carriera come giornalista indipendente, Robert D. Kaplan ha raggiunto grande notorietà come corrispondente regolare per The Atlantic Monthly. Per questa rivista ha scritto numerosi articoli come inviato in Europa, Africa, medio oriente e America Latina. E’ autore di diversi libri, tra i quali si segnala in particolare “Balkan Ghosts: A Journey Through History” (“Gli spettri dei Balcani”, Rizzoli, Milano 2000).

    saluti

  8. #38
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Roma. Due parole arabe possono aiutare forse a mettere meglio a fuoco il gran dilemma in Iraq, i suoi due corni.
    Tawafuq, ricerca del consenso, accordo, mediazione.
    Alqiswa, durezza, severità, pugno di ferro.
    La forza, insomma.
    Il primo termine viene segnalato in una corrispondenza da Baghdad dell’inviato di le Monde: “In arabo, la parola chiave, la formula magica che Lakhdar Brahimi, l’uomo delle Nazioni Unite, deve assolutamente trovare da qui alla fine del mese per ridare all’Iraq una sembianza di legittimità nazionale e internazionale, nella traslitterazione francese ha lo stesso numero di lettere che il corrispondente francese (e inglese): taouafouk, ovvero consensus.
    Consenso tra l’attuale Consiglio di governo provvisorio e il suo mentore sino al 30 giugno, Paul Bremer.
    Consenso tra le etnie, i partiti, le parrocchie religiose che hanno preso l’abitudine, da un anno a questa parte, di dividersi la torta. Consenso infine tra i laici, cui non vanno molto a genio i religiosi al potere, e i religiosi, che rifiutano a priori un governo troppo laico”. Avrebbe potuto aggiungere all’equazione a più incognite qualcosa di ancora più complicato, l’incognita delle incognite, il consenso della popolazione, la base della democrazia; curiosamente non lo fa.
    Ad attirare l’attenzione sul secondo termine, in una sua recente lezione alla London School of Economics, su “Il medio oriente dopo Saddam Hussein”, è l’islamista Fred Halliday, autore di 14 libri sulla regione.
    Ricorda di essere stato colpito dal fatto che i portavoce di Saddam, a differenza di quelli di altri regimi altrettanto dispotici, non negavano nemmeno che le denunce di Amnesty International e altri organismi sulle torture, esecuzioni, massacri e atrocità fossero veritiere.
    Gliele presentavano come “normali”.
    “Uno mi disse che un paese come l’Iraq non si poteva governare senza alqiswa”.
    Il dilemma e le ambiguità che ne conseguono sono presenti sin dall’inizio. Si disse che si faceva la guerra all’Iraq per liberarli da una tirannia sanguinaria. Ma l’operazione fu chiamata “shock and awe”, che evoca: terrorizzare picchiando durissimo.
    Si ripresenta continuamente a ogni svolta: il dilemma per Fallujah e Najaf era stato a lungo se ricorrere alle maniere forti, schiacciare spietatamente la ribellione sunnita da una parte e quella delle teste calde sciite di Moqtada al Sadr, radendole al suolo e, nella formulazione di un generale dei marine, “facendone una Dresda” (la città tedesca distrutta dalle bombe incendiarie alleate nella Seconda guerra mondiale, con un numero di vittime civili dello stesso ordine di grandezza di Hiroshima), oppure negoziare e trattare, più o meno in segreto, una soluzione concordata, di compromesso (tutto sembra indicare che abbiano alla fine deciso per questa seconda soluzione).
    Si riproporrà prima o poi per le scelte legate alla transizione. George W. Bush ha sempre sostenuto che aveva mandato le truppe in Iraq per liberarne il popolo, “non per renderli americani”. Ma molti, anche tra coloro che ci avevano inizialmente creduto, cominciano a chiedersi se sia questo il punto, se gli iracheni lo vogliano davvero, se possa davvero funzionare.
    A Washington si era parlato molto di progetti per portare la democrazia in tutto il “Greater Middle East”, di come la democratizzazione dell’Iraq avrebbe potuto produrre un “effetto domino”, a cascata, in tutta la regione, indirizzandola al superamento dei “deficit” cronici di libertà, sviluppo e progresso. Ora sembra prevalere il disincanto.
    Tra quelli che ci hanno ripensato, c’è l’arabista della Johns Hopkins, Fouad Ajami. “Affrontiamo la cosa: l’Iraq non sarà la vetrina (che pensavamo potesse essere) nel mondo arabo-islamico”, ha scritto intervenendo sul New York Times. Passando in rassegna tutte le ragioni che lo portano a concludere, a malincuore, che “L’Iraq potrà anche sopravvivere, ma il Sogno è morto”.

    L’ipotesi di un militare, magari con i baffi
    Tra queste, la constatazione che “siamo stranieri in Iraq, il posto non lo conoscevamo”.
    Detto da uno che si sente americano fino al midollo e che pure resta convinto che questa non sia affatto “la guerra di Bush”, ma “accidentalmente o per disegno, poco importa a questo punto” la più importante iniziativa internazionale degli Usa dal Vietnam in poi.
    Tra le sorprese, il fatto che “negli ultimi decenni avevamo combattuto contro lo sciismo radicale in Iran e in Libano, ma ci aspettavamo una società abbastanza laica in Iraq (io stesso scrissi in questa vena).
    E invece è venuto fuori la fede radicale, tra sunniti come tra sciiti, a riempire il vuoto lasciato dal collasso del vecchio dispotismo”. Tra le conclusioni, un filo di scettica speranza sulla “promessa di precisione che vi viene fornita da Mr. Brahimi” in un territorio “tanto traditore”.
    E l’amara constatazione per cui, essendo che in tutta “la sua storia moderna l’Iraq non è stato affatto cortese e gentile nei confronti del proprio popolo”, “forse era follia pensare che fosse in qualche modo obbligato a essere gentile nei confronti degli stranieri”.
    Halliday viene invece da sinistra, è della generazione e della tradizione “anti-imperalista” di Mary Kaldor, Gabriel Kolko, Daniel Ellsberg, ha scritto un libro assieme a Samuel Huntington, ma polemizzando con lui. Invita a fare qualcosa che “né il terribile dominio di Saddam, né il caos, la brutalità e l’indifferenza degli occupanti hanno concepito”: “ascoltare le esperienze e le voci degli stessi iracheni”.
    Dice che non è il caso di generalizzare troppo sui caratteri profondi di “durezza” e “severità” della società e cultura irachena.
    Ma avverte che nemmeno è possibile ignorare questa dimensione. Come fa invece “molta della discussione in occidente, preoccupata solo delle proprie dispute e agende interne”. E non risparmia “la tendenza a un autoproclamato anti-imperialismo, che alimenta un continuo atteggiamento moralizzatore, che troppo spesso finisce con l’essere il riflesso speculare dell’arroganza e della brutalità delle forze di occupazione”.
    Se Brahimi media, soppesa, fa la spola tra le componenti politiche e religiose, stila liste di persone “per bene” (all’inizio pare si orientasse verso dei “tecnici”, poi l’hanno obbligato a ricredersi), e Bush ora gli dà corda e continua a proclamare che non intendono rinnegare il sogno democratico, altri invece tornano alla carica nel sostenere che il vulcano potrebbe essere contenuto solo da un “uomo forte”, solo con mano di ferro.
    Tra questi il re Abdullah II di Giordania, uno dei migliori amici dell’America tra i leader arabi, che appena tornato da una visita alla Casa Bianca, si è messo a spiegare pubblicamente che l’unica via per uscire dal pasticcio potrebbe essere non la persona per bene, il sincero democratico su cui sembra si stia puntando, ma un “uomo forte”, magari un militare. “Direi che il profilo dovrebbe corrispondere a qualcuno dall’interno, qualcuno molto forte, che abbia un senso del sentimento popolare”, ha detto.
    Spingendosi persino a “immaginare”, come il leader che “potrebbe tenere insieme l’Iraq per un altro anno”, qualcuno “con un background militare”, che abbia esperienza da duro.
    Magari un generale di Saddam, un “eroe” della guerra contro l’Iran, con qualche benemerenza di fronda al regime, se non addirittura implicato nella soppressione delle insurrezioni di curdi e sciiti?
    Abdullah può avere le sue ragioni particolari.
    La sua dinastia hashemita ha qualche pretesa al trono a Baghdad che fino al 1958 era occupato da un suo zio.
    Ha esperienza di metodi “duri”, di regimi di muqabarat, di polizia segreta, che sono gli unici che abbiano retto nel mondo arabo (compreso quello di Yassir Arafat), suo padre Hussein, l’uomo della pace, l’amico di Yitzhak Rabin non aveva esitato, in quel “settembre nero” a sopprimere nel sangue la minaccia palestinese.
    E’ noto che tutti i vicini arabi dell’Iraq, dai sauditi all’Egitto, forse anche la Siria, preferirebbero di gran lunga a Baghdad un “uomo forte sunnita, piuttosto che uno sciita (o qualsiasi altro) eletto democraticamente.
    Ma Abdullah è tutt’altro che solo tra gli “addetti ai lavori” americani.
    Gli dà ad esempio ragione, sul Los Angeles Times di ieri, l’ex corrispondente del Newyorker per il medio oriente Milton Viorst (5 libri sull’argomento). Ricordando di come, alla vigilia della guerra a Baghdad, tutti gli dicessero che “benché l’invasione americana porrà certamente fine al regime di Saddam Hussein, non lo sostituirà con la democrazia ma con una copia carbone di Saddam”. “No, non volevano affatto un nuovo tiranno, ma avevano ragioni per non credere troppo in quello che gli veniva promesso”, precisa.
    E conclude con un’avvertenza decisiva: “se le rivolte attuali ci dicono qualcosa, non è che (gli iracheni) vogliano uno Stato democratico, o islamico, o militare, ma che, comunque sia, a qualunque prezzo di sangue e di risorse, vogliono poter essere loro a sceglierselo”.
    A sollevare per primo l’argomento dell’“uomo forte”, “magari coi baffi”, era stato un esperto conservatore, Daniel Pipes.
    Un altro esimio arabista, l’ormai 87enne Bernard Lewis, non lo dice in questi termini. Confessa di avere sll’argomento “umori diversi in giorni diversi”, di restare “cautamente ottimista, anche se certo giorni più cauto che ottimista”. Sostiene che un’amministrazione di “notabili” che garantiscano la legalità e la libertà di espressione “non è nozione così aliena” al medio oriente. Così come una “tradizione di consenso e consultazione”. Ma avverte che “quel che è aliena è l’idea di rappresentazione e la nozione di decisioni collettive o a maggioranza”. Non ritiene che lo sviluppo economico possa essere una garanzia:
    “Oggigiorno qualsiasi tirannello locale ha più risorse a disposizione e meno bisogno di consultare ìl suo popolo di quante ne avesse Solimano”, rincara.
    In un saggio, di tempo fa, si era dato da fare a spiegare perché in tutto il mondo musulmano c’è una sola eccezione che possa considerarsi democratica: la Turchia.

    L’apologo del tenente Eirk
    L’appeal principale dell’uomo forte è sempre stata la promessa di stabilità, ordine e sicurezza di fronte alle prospettive del caos.
    Ma altri avvertono che un’altra caratteristica essenziale per qualsiasi uomo forte in Iraq è apparire come quello che riesce a mandare via gli occupanti.
    C’è una curiosa sovrapposizione nei sondaggi tra la grande maggioranza che considera prioritario il problema sicurezza (oltre 70 per cento) e quello che desidera che gli occupanti se ne vadano al più presto (quasi il 90). Come accertarlo?
    La via maestra sarebbe ovviamente farli votare.
    Ma c’è chi nota che c’è un valore quasi da apologo nell’episodio riferito al New York Times dal tenente Erik Iliff, incaricato lo scorso dicembre a sondare un quartiere di Baghdad: “Prima gli uomini hanno cercato di impedire alle donne di votare. Poi si è scatenata la rissa per impadronirsi dell’urna. Il tenente ha risolto a quel punto la faccenda eleggendo tre a caso”.
    Altro argomento per l’uomo forte? Purché ci si ricordi di quel che diceva un paio di secoli fa Benjamin Constant (a proposito di Napoleone):
    “Un paese che possa essere salvato solo da questo o quell’uomo forte non sarà mai salvato a lungo. Di più: non merita di essere salvato”.
    Siegmund Ginzberg

    da il Foglio del 28 maggio

    saluti

  9. #39
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Imam agli....

    ....arresti

    Londra. Ci sono voluti anni ma alla fine Mustafa Kemal, alias Abu Hamza al Masri (l’egiziano), è stato arrestato e questa volta il pirata dell’islamismo militante è in guai seri: deve vedersela con le autorità degli Stati Uniti, ansiose di averlo dall’altra parte dell’Atlantico.
    Si tratta di 11 capi d’accusa relativi a terrorismo internazionale, supporto ad al Qaida e rapimento.
    Potrebbe trattarsi di una serie infinita di occasioni maggiori e minori.
    Abu Hamza è finito nel mirino degli investigatori regolarmente a partire dal ’99, quando l’Aden Abyan Islamic Army, un’organizzazione yemenita legata alla moschea di North London, rapisce un gruppo di studenti britannici; i due figli di Hamza erano tra i sequestratori.
    Recentemente, il suo nome è saltato fuori in relazione alle indagini su Richard Reid, lo shoe-bomber, il londinese arrestato nel 2002 su un volo Parigi-Miami con le scarpe piene di esplosivo; Reid frequentava la moschea di Finsbury Park, chiusa a gennaio 2003, ma fino a ieri ancora luogo chiave nella mappa dell’islamismo radicale.
    Ancora: Zacarias Moussaoui, il ventesimo dirottatore dell’11 settembre, era stato un frequente visitatore della moschea di Finsbury Park nel suo soggiorno a Londra; fu arrestato il 16 agosto 2001 negli Stati Uniti mentre faceva del suo meglio per imparare come si pilota un 767. Una qualsiasi di queste indagini può aver portato all’arresto di Hamza ma l’ipotesi più probabile è che sia James Ujaama la causa del mandato di cattura.
    Nato James Ernest Thomson nei dintorni di Seattle, 37 anni, arrestato in Afghanistan e condannato nel 2003 per aver collaborato con i talebani in rotta, Ujaama ha promesso di parlare e ha incassato una condanna a soli due anni. Dal ’97 viveva a Londra, lavorava alla moschea ed era amico di Abu Hamza; era lui il responsabile del website dei Supporters of the Shariah, il gruppo di Hamza, ed era al corrente di tutto ciò che accadeva a Finsbury Park.
    Nel seminterrato della moschea si tenevano corsi di “basic warfare”, che comprendevano istruzioni sull’uso e la manutenzione di armi leggere, probabilmente fino al 2002. Ujaama ha confessato di aver ricevuto ordini da Hamza di accompagnare Feroz Abbassi – uno dei due britannici detenuti a Guantanamo – in Afghanistan dove avrebbe preso parte a un programma di addestramento militare. Questo è il genere di rivelazioni che Ujaama può fare e non c’è da sorprendersi che Hamza sia finito dentro proprio adesso.

    Già nel ’99 il governo yemenita riuscì a ottenerne l’arresto, ma quella era solo la prova generale, questa volta c’è Washington dall’altra parte ed è improbabile che le autorità statunitensi e il Crown Prosecution Service abbiano alzato un polverone come questo per niente.
    Il clerico fino a ieri era impegnato in un’altra battaglia, quella con David Blunkett, il ministro dell’Interno laburista, che l’anno scorso ha compiuto il passo decisivo di revocare la cittadinanza britannica di Hamza, ottenuta nell’81 dopo le nozze con Vittoria Fleming.
    La mossa di Blunkett indicava che i tempi erano cambiati, i Supporters della Sharia avevano fatto l’errore di superare il limite della politica di quartiere, e ne avrebbero pagato il prezzo. Hamza era arrivato nel Regno Unito nel ’79 per studiare ingegneria a Brighton; lavorava come buttafuori nei locali notturni di Soho e qualche anno fa si è riferito a quegli anni come al suo momento di Jahilliyyah, la fase di buio intellettuale e morale che precede l’illuminazione del Corano.
    Non è dato sapere quanto la carriera di buttafuori sia durata, è certo che nei primi anni ’80 era ingegnere a Sandhurst. Da quel momento Mustafa Kemal dice addio alla vecchia identità; rinuncia alla cittadinanza egiziana, comincia a frequentare i mujaheddin afghani a Londra per ricevere cure mediche. Hamza, rapito dai racconti dei reduci, lascia l’Inghilterra per il Jihad. Lavora come ingegnere con la guerriglia, ma nel ’94 salta su una mina e perde un occhio e le mani; costretto a rientrare a Londra, fonda i Supporters della Sharia. Però non si ritira a vita privata e a metà degli anni ’90 mette a disposizione la moschea per il reclutamento di uomini e mezzi in favore della Aden-Abyan Islamic Army, l’organizzazione militare yemenita, decapitata dal governo del paese nel 2000.
    Dopo l’arresto a San’a di cinque militanti britannici e un francese l’Aden-Abyan Islamic Army rapisce 16 turisti occidentali in Yemen e ottiene il rilascio dei terroristi, figlio di Hamza compreso. I suoi legali dicono che Mustafa Kemal nell’81 ha rinunciato alla cittadinanza egiziana e il governo Blair – privandolo della sola nazionalità che gli rimane – agirebbe in violazione della Dichiarazione dei diritti dell’uomo. La questione sembrava in standby, in attesa dell’appello. Ma Blunkett forse sapeva che gli Usa si stavano muovendo. Ora Hamza può scegliere tra l’estradizione in America o una sicura condanna a morte nello Yemen; è fortunato che gli Stati Uniti, quando si tratta di terrorismo, tendono a prendersi cura dei detenuti personalmente.

    Claudio Franco su il Foglio del 28 maggio

    ma che bella trovata usare i cosidetti "luoghi sacri" come scuole di terrorismo e nascondigli di armi.

    saluti

  10. #40
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Imam alla....

    ....prova

    Roma. Il “modello Najaf” sostituisce il “modello Fallujah”: nella città santa sciita ieri Moqtada Sadr è stato costretto alla resa concordata dalle truppe americane, dopo giorni di martellante pressione militare che gli hanno decimato le forze, con perdite di alcune centinaia di uomini. I
    Il condizionale è sempre d’obbligo nelle vicende che riguardano il mullah terrorista, ma questa volta pare proprio che la tregua abbia possibilità di reggere, con il ritiro di tutti i suoi uomini dalle città sante, riconsegnate all’autorità esclusiva delle forze irachene e la fine dei combattimenti.
    Una tregua che riguarda Kerbala, Kufa e Najaf, ma che di fatto coinvolge anche Nassiriyah.
    Un’ottima notizia quindi anche per il contingente italiano, che non ha mai avuto a che fare con rivolte locali, ma che dal 6 aprile in poi ha dovuto fronteggiare le azioni di commando fatti giungere in città da Moqtada.
    Il “modello Najaf” differisce nettamente dal “modello Fallujah” solo per un dato, che però è basilare: a Najaf è egemone un’area politica che fa capo all’ayatollah al Sistani e ai partiti sciiti, Sciri e Dawa, che non ama certo gli occupanti anglo-americani, ma che considera Moqtada un nemico da battere.
    Per siglare la tregua, per riprendere il controllo delle città sante, l’esercito americano non deve dunque riciclare generali baathisti o scendere a patti con ulema sunniti, ex funzionari del regime di Saddam, come ha fatto, con esiti ambigui, a Fallujah.
    A Najaf, il governatore Paul Bremer può contare su dirigenti iracheni delle forze di sicurezza che sono, appunto, espressione di movimenti ben radicati nel territorio.
    Ma a Najaf, esattamente come a Fallujah, l’autorità di governo provvisorio non può fare affidamento su una qualche componente irachena per sconfiggere, armi alla mano, chi ha proclamato il Jihad e intende risolvere la partita sul terreno militare. L’ayatollah Alì al Sistani ha minacciato più volte Moqtada Sadr di una resa dei conti violenta da parte dei suoi armati, ma due settimane fa, quando pareva che questo scontro fosse imminente, l’ayatollah ha fatto marcia indietro e sconfessato una manifestazione di massa, convocata dallo Sciri, che avrebbe dovuto fare da copertura politica all’azione militare delle Brigate Badr – milizia privata dello Sciri stesso –contro le “milizie del Mahdi” di Moqtada.
    Visto che gli sciiti non sono riusciti a risolvere il problema al loro interno, né con la mediazione politica (tentata inutilmente
    per 40 giorni) né con l’opzione militare, il “modello Najaf” si è così concretizzato su due linee: incremento della pressione militare americana, mirata contro le concentrazioni degli armati di Moqtada in alcune moschee e nell’immenso cimitero di Najaf, e contemporanea richiesta ad al Sistani di adoperarsi per la stipula di una resa di Moqtada, non appena questi comprendesse, finalmente, di non avere più possibilità di resistere.
    Così è stato, e tra mercoledì e giovedì si è aggiunta al quadro una quarta componente decisiva: il Consiglio nazionale iracheno ha infatti inviato a Najaf tre suoi esponenti sciiti per formalizzare l’accordo.
    Oltre a Mahoud al Mohammedawi e Salama al Khafaji, si è impegnato nella trattativa anche Ahmed Chalabi – peraltro in questi giorni in rotta di collisione con gli americani – a segnalare una probabile connection con Teheran.
    Non è un mistero che Moqtada sia stato armato e letteralmente
    “eccitato” al combattimento dall’ala più rivoluzionaria degli ayatollah iraniani, così come non sono certo sconosciuti gli ottimi rapporti che Chalabi intrattiene con alcuni centri di comando di Teheran (tanto da essere sospettato di essere addirittura un emissario, una spia).
    Fatto sta che i terroristi sciiti, i moderati sciiti, i religiosi sciiti, i governanti sciiti e persino i sobillatori sciiti iraniani si sono seduti attorno a un tavolo di trattative con i generali americani (che da dieci giorni martellano duro sia a Najaf sia a Kufa e a Kerbala) e hanno siglato un’ipotesi di tregua. Al di là della contingenza, è probabile che questo complesso schema caratterizzerà anche i prossimi mesi. E’ infatti evidente che i più gravi problemi in Iraq, da qui alle elezioni, verranno da un’area sciita radicale – con Moqtada o chi per lui – spalleggiata dall’ala “rivoluzionaria” di Teheran, desiderosa di riprendere quella naturale esportazione della rivoluzione khomeinista che fu interrotta nel 1980 dalla guerra scatenata da Saddam Hussein. E’ anche evidente che le componenti sciite moderate (divise a loro volta in laiche, filo iraniane e religiose apartitiche) tenderanno a non compromettersi e a non usurarsi in una guerra civile sciita, e che quindi il contenimento militare di queste spinte eversive sarà affidato alla coalizione. E’ infine chiaro che ogni volta bisognerà ricomporre il quadro politico con proposte di mediazione, consolidate da vittorie della coalizione sul campo per evitare l’allargamento e l’incancrenirsi del conflitto. Il “modello Najaf” potrà essere dunque un buon riferimento in questo tormentato percorso.

    Carlo Panella su il Foglio del 28 maggio

    in trepida attesa della risposta del bamboccetto Mrbojan....

    saluti

 

 
Pagina 4 di 6 PrimaPrima ... 345 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. DEMOCRAZIE RAPPRESENTATIVE
    Di paolotsl nel forum Sinistra Italiana
    Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 17-10-12, 19:18
  2. democrazie al Capolinea
    Di Il Condor nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 56
    Ultimo Messaggio: 22-11-08, 17:35
  3. Democrazie nel...
    Di mustang nel forum Centrodestra Italiano
    Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 20-06-04, 09:45
  4. Le Moderne Democrazie
    Di anton nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 22-02-04, 21:49
  5. Democrazie a....
    Di mustang nel forum Centrodestra Italiano
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 16-07-03, 09:30

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito