Tattica di squadra
Milano. Da giorni l’intelligence italiana stava stringendo il cerchio attorno al covo dove venivano tenuti in ostaggio i nostri
connazionali e un rapito polacco.
Lunedì sera, le barbe finte avevano individuato e circondato con una stretta sorveglianza la prigione, in una zona a sud di Baghdad (fonti di stampa polacca dicono che la liberazione
sia avvenuta a Ramadi, a un centinaio di chilometri a ovest dalla
capitale), una delle aree ritenute più improbabili per il nascondiglio
dei sequestratori.
L’obiettivo era stato scoperto grazie a una soffiata di informatori
iracheni e alla collaborazione dell’intelligence polacca.
Alle 11 e 30 di ieri è stato richiesto a Roma il via libera per un’azione di forza.
Lo stesso presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha ammesso di aver concesso l’autorizzazione ad agire, e meno di un’ora dopo Salvatore Stefio, Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e l’imprenditore polacco Jerzy Kos, rapito ai primi di giugno, sono stati liberati da un blitz delle forze speciali americane e di Varsavia.
Gli alleati hanno finito il lavoro, ma gran parte del merito va alle tanto vituperate barbe finte del Sismi.
Dal momento in cui Palazzo Chigi ha chiesto il silenzio stampa sono entrati in gioco con determinazione i servizi segreti guidati dal generale Nicolò Pollari.
A Baghdad è stata rafforzata una centrale operativa, con l’arrivo di nuovi agenti, che hanno riallacciato i rapporti con i vecchi contatti del regime di Saddam, in parte in pensione, in parte ancora attivi nelle zone calde come Fallujah e il triangolo sunnita, dove sono stati rapiti gli italiani.
Le nostre accademie hanno addestrato decine di ufficiali iracheni, fino alla prima guerra del Golfo del 1991, che potevano risultare altrettanto utili. Nel frattempo le antenne del Sismi in medio oriente, basandosi sulla vecchia e stabile rete degli anni Settanta-Ottanta, tesa dall’ammiraglio Fulvio Martini e dal colonello Stefano Giovannone, chiedevano appoggio e informazioni, da Damasco a Teheran.
Massima collaborazione tra le istituzioni
In contemporanea si apriva un binario parallello, più diplomatico, di contatto con le nuove realtà politiche e religiose del paese, portato avanti da Gianludovico De Martino, un veterano di Baghdad che in pratica ha le funzioni di ambasciatore, anche se non il grado ufficiale.
Il contatto più fruttuoso è stato con il Consiglio degli ulema sunniti, che con la loro influenza sono riusciti a garantire condizioni di vita umane agli ostaggi.
Secondo il sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica, dagli Ulema “è giunta anche qualche informazione importante sui sequestratori”.
“Si tratta principalmente di un successo dell’intelligence italiana – dice al Foglio il generale Carlo Jean, presidente del Centro Alti Studi per la Difesa – che si è focalizzata sull’individuazione del covo dove si trovavano i rapiti. I nostri servizi segreti sono molto forti nel mondo arabo. Si è trattato di un approccio perfettamente sincronizzato con le forze della coalizione in Iraq”.
A fianco dei canali ufficiali si è deciso di adottare la tattica del bastone e della carota. Il bastone invisibile delle operazioni d’intelligence e la carota delle missioni più che visibili della Croce rossa, guidata da Maurizio Scelli, che portava aiuti a Fallujah e Najaf o evacuava i bambini iracheni feriti, presentando il volto umanitario dell’Italia.
Per far funzionare l’intero meccanismo c’era bisogno a Roma della massima collaborazione fra le istituzioni coinvolte.
Il presidente del Consiglio ha affidato l’incarico a Gianni Letta, sottosegretario a Palazzo Chigi, con la delega ai servizi segreti. Lo stesso Silvio Berlusconi ha spiegato che “Letta è stato il tramite e ha tenuto la regia di tutta l’operazione”.
Il consigliere diplomatico del premier, Gianni Castallaneta, è subito volato in medio oriente per esercitare le opportune pressioni diplomatiche.
Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha mobilitato l’ambasciata a Baghdad, e ieri, assieme a Letta, ha spiegato l’operazione nella conferenza stampa che ha annunciato la liberazione degli ostaggi.
Caso più unico che raro, allo stesso tavolo della sala stampa di Palazzo Chigi sono apparsi anche Emilio del Mese, responsabile del Cesis, che coordina i servizi segreti e Nicolò Pollari, capo del Sismi, che ha reso possibile il blitz alleato.
Per arrivare all’azione finale sono stati spesi molti soldi, ma Frattini ha ribadito che non c’è stata alcuna trattativa e che non è stato pagato alcun riscatto. Il denaro è stato speso soprattutto per informazioni, che hanno portato alla soffiata giusta sulla prigione degli ostaggi.
Quando gli agenti dell’intelligence italiana sono giunti sul posto speravano di poter prendere tempo e riuscire a liberare gli ostaggi in maniera più soft, magari lasciando una via di fuga ai sequastratori.
Lo stesso Berlusconi ha spiegato che “l’individuazione della postazione, dove erano tenuti gli ostaggi, ci faceva pensare di poter attendere qualche giorno affinché ci fosse una soluzione concordata”. Poi la nostra intelligence si è allarmata, temendo magari che i rapiti potessero essere trasferiti o un colpo di testa dei sequestratori, se questi si fossero accorti di essere stati scoperti, e ha chiesto a Roma l’autorizzazione per far intervenire i corpi speciali.
Sempre Berlusconi spiega che “era possibile un’irruzione senza spargimento di sangue per l’esiguo numero delle persone rimaste a fare la guardia, allora ci siamo assunti questa responsabilità”. A questo punto interviene la Delta force americana e i Grom, le teste di cuoio polacche, che avevano già compiuto spettacolari azioni di commando durante l’attacco all’Iraq dello scorso anno. La notizia del blitz è arrivata proprio dal generale Mieczyslav Bieniek, comandante della divisione polacca a sud di Baghdad. Non si esclude che i rapiti da Fallujah siano stati ceduti ad altri gruppi terroristi, che operano nella zona di competenza polacca, dove non mancano sacche di estremisti sunniti e radicali sciiti. Ultimamente giornalisti e a novembre agenti dei servizi segreti spagnoli sono stati brutalmente uccisi proprio a sud di Baghdad. Nella conferenza stampa di ieri pomeriggio, il generale americano Ricardo Sanchez, comandante delle truppe terrestri della coalizione è stato particolarmente parco di dettagli, ma ha dato alcune conferme. Gli ostaggi stanno bene e alcuni sequestratori sono stati catturati.
Secondo fonti giornalistiche a Baghdad qualche rapitore potrebbe essere stato ferito o ucciso. Il generale ha soprattutto sottolineato la caratteristica “congiunta dell’operazione”.
Al suo fianco aveva il nostro rappresentante diplomatico a Baghdad, in completo blu e pochette bianca nel taschino della giacca. Non a caso il ministro della Difesa, Antonio Martino, ha rilasciato ieri un comunicato in cui si congratula con il Sismi e sottolinea “il fondamentale contributo per il positivo esito dell’intera vicenda e dell’azione conclusiva, che è stata un’operazione congiunta, concordata con le Forze della coalizione”.
Dopo la liberazione, gli ostaggi sono stati trasferiti in elicottero nella capitale, probabilmente nella zona verde di Baghdad, dove il nostro personale diplomatico si è trasferito, e oggi sono attesi in Italia. Un C130 del 7° reparto operativo autonomo decollerà da Abu Dhabi per andare a prenderli all’aeroporto della capitale irachena, prima dell’alba. Da Baghdad ripartiranno per Kuwait City, dove li attende l’Airbus della presidenza del Consiglio, che li porterà a Ciampino prima di mezzogiorno.
Fausto Biloslavo su il Fpglio del 9 giugno.
...sentite gli strilli provenienti dai "sinistri bamboccetti"?
Immaginate se fosse rimasto ucciso uno dei rapiti.
saluti




Rispondi Citando
)