Continua la polemica, silenzio di Parisi.
La Malfa: «Ormai è una missione pacifista agli ordini di Strada, ritiriamoci»
AUGUSTO MINZOLINI
ROMA - Ci sono quelli che vogliono andar via da Kabul da «destra». Il personaggio, per natali e per cultura, è un grande amico degli americani, per cui sentir chiedere a Giorgio La Malfa il ritiro dei soldati italiani dall’Afghanistan fa una certa impressione. «Noi repubblicani - racconta - abbiamo inviato una lettera a tutti i segretari dell’opposizione per proporgli di votare contro il decreto di rifinanziamento. Il motivo di questa decisione? E’ cambiata la natura della missione. E’ diventata una missione pacifista agli ordini di Gino Strada».
Qualche metro più in là, un altro estimatore degli Usa in uscita dai ds, l’ex direttore dell’Unità ed ex dalemiano Peppino Caldarola, si lancia in un ragionamento del tutto analogo. «Sono d’accordo - spiega - che bisogna salvare la vita ad un ostaggio a qualunque costo, ma quando c’è uno scambio di prigionieri invece del pagamento di un riscatto la situazione cambia, eccome. E se poi i nostri Servizi vengono tagliati fuori perché lo vuole sempre Gino Strada, si fa più complicata. Se gli alleati si arrabbiano si ingarbuglia. E se alla fine si lancia la proposta di una conferenza di pace con la partecipazione dei talebani, beh allora non si capisce più niente. Ora sono io a chiedere da destra il ritiro dei nostri soldati. Non ha senso mantenere a Kabul un’armata Bertolaso (il capo della protezione civile, ndr) che si limita a costruire ospedali quando lì si spara. Dichiariamoci neutrali come la Svizzera e smettiamola con questa politica della piccola potenza della minchia». E poi ci sono anche quelli che vogliono andar via dall’Afghanistan da sinistra o esigono che i nostri soldati abbiano solo dei fiori da sparare con i loro cannoni. In un altro angolo di Montecitorio il sottosegretario verde Paolo Cento azzarda addirittura una riabilitazione dei talebani: «Sono diversi - osserva - da come li hanno descritti e debbono essere coinvolti nel dialogo per la pace facendone prevalere l’anima moderata». «La pace - gli va dietro il ministro Paolo Ferrero, di Rifondazione comunista - si fa con i nemici». Mentre il trotzkista Franco Turigliatto non ha alcun dubbio: «La conferenza di pace è credibile solo con il ritiro delle truppe della Nato».
Bombardato sempre più dalle notizie che provengono dall’Afghanistan, con lo scenario in continua evoluzione visto che in poche ore si passa dalla liberazione di Daniele Mastrogiacomo al ferimento del militare italiano vicino ad Herat, il Parlamento è confuso. E il governo di certo non l’aiuta a fare chiarezza: mentre si passa da una situazione di tregua, alla guerriglia e financo alla guerra, la politica del nostro esecutivo coperta da una spessa coltre di ipocrisia non muta. A Kabul si spara, si rapiscono giornalisti, si feriscono soldati italiani ma per il nostro esecutivo, apparentemente, nulla cambia. Apparentemente, appunto, perché nei fatti sono gli eventi che ci fanno cambiare. Si sa, ad esempio, cosa abbiamo dato ai talebani per liberare Daniele Mastrogiacomo, ma non si sa cosa abbiamo promesso agli americani per condurre in porto positivamente la trattativa. Qualcuno insinua che il ministro degli Esteri Massimo D’Alema - proprio per superare le resistenze di Washington - abbia minacciato il ritiro del nostro contingente, ma è difficile immaginare che il titolare della Farnesina abbia osato ipotizzare una soluzione che prefigura nei fatti un’uscita del nostro Paese dalla Nato. Semmai avrà dato l’assicurazione che noi resteremo là, consapevole che sarà poi la forza degli avvenimenti a cambiare la natura della nostra missione, a militarizzarla sempre di più.
D’altronde basta stare attenti alle dichiarazioni newyorkesi del presidente diessino per comprendere quello che sta avvenendo: «Purtroppo - ha fatto presente - la guerra, la guerriglia sta arrivando anche ad Herat. Stiamo per affrontare momenti difficili e il comando della Nato può muovere le forze italiane in caso di assoluta necessità e sulla base degli attuali accordi». E cos’è una guerra se non un insieme di «casi di assoluta necessità»? La verità è che il nostro governo si sta attrezzando allo scontro, di malavoglia e con l’ipocrisia di sempre. Senza assumersi le dovute responsabilità politiche, puntando su un buon rapporto con il nemico per limitare i danni e contando sulla distanza che divide Roma da Kabul per nascondere ad una parte della sua maggioranza quello che sta avvenendo in Afghanistan, cioè il fatto che presto o tardi i nostri soldati saranno costretti davvero ad usare le armi.
Solo che è proprio questa la politica che ci fa rischiare di più. Ed è il motivo per cui sono proprio i filo-amerikani, quelli con il «kappa», proprio come Cossiga, che oggi chiedono il ritiro del nostro contingente e la ragione per cui l’opposizione ha buon gioco a presentare un ordine del giorno per cambiare le regole di ingaggio dei nostri militari. E l’unica ragione per cui il centro-destra non chiede il ritiro è perché rischia di dividersi: «Noi voteremo il rifinanziamento - mette le mani avanti il centrista Pier Ferdinando Casini -, non ci sono altre ipotesi». Ma in questa posizione, inutile dirlo, pesano anche valutazioni di politica interna.
Insomma, al solito ci stiamo preparando nel modo peggiore ai momenti peggiori del conflitto. E questo non sfugge al ministro della Difesa che si trova ad essere il più esposto. Arturo Parisi da due giorni non apre bocca. Almeno in pubblico. Le sue riserve sulla linea del governo in Afghanistan sono aumentate. E’ convinto che l’ipocrisia non paga. E quanto è avvenuto nella vicenda del rapimento di Daniele Mastrogiacomo lo ha rafforzato nei suoi convincimenti. Pensa che lo scambio di prigionieri abbia legittimato i talebani. Che aver accettato la trattativa, mentre gli altri governi della Nato l’hanno sempre rifiutata, ha reso tutti i cittadini italiani un bersaglio prioritario per i signori della guerra di Kabul. E’ rimasto di sasso di fronte alla proposta di una conferenza di pace con la presenza dei talebani proprio mentre è in atto un’offensiva militare contro di loro. Deve ascoltare le lamentele dei nostri vertici militari che non capiscono questo tipo di politica e, nel caso del rapimento di Mastrogiacomo, deve fare anche i conti con la frustrazione del Sismi che su richiesta di Gino Strada è stato tagliato fuori nell’ultima fase della trattativa. Ovviamente per lealtà verso il premier Romano Prodi e il governo il ministro della Difesa si terrà molte di queste critiche per sé. Ma sarà un j’accuse confidenziale che resterà agli atti qualora, sperando che non capiti, succeda qualcosa di irreparabile a Kabul.





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