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  1. #541
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    La grande confusione
    Veltroni parla Prodi lo smentisce il centrosinistra sbanda

    Il Commissario Europeo per gli affari economici Joaquin Almunia, al termine della riunione dell'Eurogruppo, è tornato sulla situazione italiana per dire che la Finanziaria non è poi così ambiziosa e che lo stock del debito pubblico richiederebbe ben altri correttivi.



    ( Tullio Lazzaro, Presidente della Corte dei Conti )

    Il giudizio di Bruxelles sulla manovra non è diverso in fondo da quello che è stato espresso da tutti i principali osservatori italiani, buon ultimo il professor Giovanni Sartori domenica scorsa sul "Corriere della Sera", il che testimonia come i consensi di cui può disporre il governo siano ormai in caduta libera perfino presso i suoi più prestigiosi fiancheggiatori. Alla fine si scoprirà che aveva ragione Paolo Mieli nel dire che per capire la delusione nei confronti del governo Prodi, basta entrare nei ristoranti. Ma è sufficiente anche ascoltare il candidato leader del partito che dovrebbe nascere per rafforzare un governo ormai esangue, Walter Veltroni. Il quale oramai è costretto ad arrampicarsi sugli specchi e a camminare sui vetri. Ad esempio, egli ha detto, in un dibattito con Visco e Bersani, che "nonostante le misure positive prese dal governo Prodi, il Paese oggi è fermo perché non c'è fiducia nel futuro". E, ci scusi il sindaco di Roma, ma com'è possibile? Nel senso che a questa sua affermazione difetta la logica: perché, se il governo assume misure positive, il paese si muove, a meno che egli pensi che l'Italia sia ormai completamente indifferente all'azione dei governi, e il popolo italiano viva avvolto in una coltre di sordo e malinconico pessimismo. Ma, visto che lo stesso Veltroni ritiene necessaria "una cura choc per il debito", esattamente come ha detto Almunia, è evidente che anch'egli condivide l'analisi del Commissario Europeo sulla Finanziaria, e quindi sull'azione del governo italiano, considerandola insufficiente.

    E' bellissimo assistere alle grandi prese di posizione del futuro leader del Pd - ad esempio quando ha proposto di dimezzare i ministri del governo - perché davvero sono tutte condivisibilissime. Peccato che poi vengano smentite immediatamente dal vero capo del governo. Veltroni parla e Prodi decide, esattamente in maniera diversa da come Veltroni parla. Per cui verrebbe voglia di consigliare a Veltroni di stare zitto. Oppure di preoccuparsi di far cadere questo governo, per diventare un po' più credibile nelle sue magnifiche intenzioni. Considerando che le mosse di propaganda più spicciola non hanno molto funzionato - vedi la generosa offerta alla signora Veronica Lario di entrare nella sua squadra, offerta che ha costretto la signora a ringraziarlo per tanta considerazione, ma anche a ricordargli che ella è la moglie del capo dell'opposizione dileggiato ed insultato per anni dal centrosinistra * il sindaco di Roma dovrebbe decidersi a puntare sulla grande politica. Se è vero, come si dice, che i sondaggi in suo possesso premierebbero un Pd isolato dalla sinistra radicale, rompa i ponti in fretta, a costo di andare presto al voto, tanto ci si andrà presto comunque. In questa maniera potrà evitare lo stillicidio a cui è sottoposto ogni giorno, risparmiarsi una sconfitta dolorosa e dare vita ad una nuova posizione che, respingendo i massimalisti, potrebbe attrarre a sé i partiti riformisti, a costo di una lunga ma necessaria battaglia di opposizione.

    Roma, 9 ottobre 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  2. #542
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    Pri: check up della finanza pubblica italiana
    I dati veri e divergenti rispetto alle ipotesi del governo

    Giovedì 11 ottobre, alle ore 13,00, presso la sala stampa della Camera dei deputati, il segretario del Pri Francesco Nucara insieme all'onorevole Giorgio La Malfa, al senatore Antonio Del Pennino e ai vicesegretari nazionali, Giancarlo Camerucci, Gianfranco Polillo e Corrado De Rinaldis Saponaro, illustreranno i dati reali della situazione finanziaria del Paese e le proposte per far fronte al continuo aumento della pressione fiscale.

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  3. #543
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    Polemica Almunia-Prodi
    Una "operazione-verità" per invertire la rotta ed evitare il declino

    L'Europa solo come un comodo mito? E' quello che bisognerebbe dedurre, alla luce dello scontro tra il commissario Joaquin Al-munia e il premier Romano Prodi, dal variegato comportamento delle forze politiche italiane. Quando Silvio Berlusconi era presidente del Consiglio e Giulio Tremonti ministro dell'Economia, ogni modesto scostamento dai precetti della Ue veniva bollato dall'opposizione di centrosinistra come un tradimento dei valori europeisti.



    Oggi, a ruoli invertiti, Romano Prodi ironizza sui richiami che arrivano da Bruxelles ed è invece l'opposizione di centrodestra che si fa scudo del monito europeo.

    Né Berlusconi né Prodi si decidono a fare quello di cui il paese ha realmente bisogno, una franca e chiara "operazione-verità". L'Italia attraversa, dall'inizio degli anni novanta, una grave crisi economico-sociale che i governi, tutti i governi che si sono succeduti in questi anni hanno cercato di minimizzare o di scaricare sui loro predecessori. Debito pubblico elevato e crescita bassa sono una miscela esplosiva che condanna inesorabilmente un paese al declino.

    E' inutile dire che i conti pubblici migliorano, quando poi il "tesoretto" viene utilizzato per aumentare la spesa invece che per abbassare il livello dell'indebitamento, costringendo il governatore della Banca d'Italia, nella sua audizione alla Camera sulla Finanziaria 2008, a rilevare che la manovra "non sfrutta il favorevole andamento delle entrate per accelerare la riduzione del debito" e che "il percorso di riduzione dell'indebitamento appare lento". E' addirittura inopportuno sottolineare la ripresa della crescita economica e magari disputarsene il merito quando i nostri tassi di sviluppo restano i più bassi dell'Eurozona e lontani da quelli della Gran Bretagna e degli Stati Uniti.

    Le ricette, in teoria, sarebbero semplici.

    Ridurre la spesa, allungare l'età lavorativa, contenere la pressione fiscale, migliorare la competitività del sistema complessivo e delle singole imprese. Tutte scelte che confliggono con l'ala radicale dell'attuale maggioranza, a suo modo coerente con le proprie impostazioni economico-sociali ma del tutto inadeguata al governo di un grande paese industrializzato nell'era della globalizzazione.

    E' venuto il momento di abbandonare i facili ottimismi, di rinunciare a ricoprire di vernice la facciata del palazzo quando le fondamenta scricchiolano pericolosamente. Per anni i repubblicani furono considerati la Cassandra della politica italiana, a causa della loro pervicace insistenza sui guasti di politiche economico-sociali che trasferivano al bilancio pubblico i costi di una finanza allegra. La storia ha poi dimostrato che, come Cassandra, i repubblicani avevano ragione.

    Cogliamo allora l'occasione offerta dai rilievi dell'Unione europea e delle principali istituzioni nazionali per richiamare gli italiani al senso di responsabilità che la gravità della situazione richiede. Mettiamo da parte i facili ottimismi o la politica dei pannicelli caldi. Al di là dei dibattiti fuorvianti sulle caste o sulle corporazioni, è solo da un colpo d'ala, da quella che abbiamo definito "operazione-verità", che può venirne un rilancio vero e significativo del paese. L'alternativa è il declino, magari oggi lento, ma pagato a caro prezzo dalle giovani generazioni.

    Un'alternativa che, purtroppo, è dietro l'angolo.

    di Italico Santoro
    Roma, 10 ottobre 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  4. #544
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    La conferenza stampa del Pri/Nucara: un governo in coma restituisca l'Italia agli elettori
    Pressione fiscale ai massimi storici

    Destinare ogni euro in più rispetto ai 426 miliardi previsti dal governo in entrata ad un fondo per la restituzione delle tasse il prossimo anno: è quanto prevede un emendamento alla Finanziaria presentato in Senato dal Pri "per interrompere il meccanismo che determina la sottovalutazione delle entrate e la conseguente nascita di ‘tesoretti' che servono solo a far aumentare la spesa".

    L'emendamento alla Finanziaria è stato esposto ieri, in una conferenza stampa a Montecitorio, dal segretario dell'Edera Francesco Nucara, che ha criticato duramente "questa Finanziaria ‘tassa-e-spendi' del governo Prodi". Nucara ha ricordato la lezione di Ugo La Malfa nei primi anni '70: se la spesa corrente raggiunge l'80% del Pil e solo il 15% è destinato agli investimenti, la condizione del Paese non "può reggere". "Secondo un nostro studio - ha spiegato poi Nucara - la pressione fiscale reale in Italia è mediamente del 52,6%, ed è più alta di quella della Svezia che teoricamente sta in testa alla classifica. E parliamo di una stima decisamente molto sottovalutata, nel senso che c'è anche chi subisce una tassazione che va tra il 60 ed il 65%".

    "Il 18% del nostro Pil viene da lavoro nero – ha detto ancora Nucara - per cui è necessario correggere al rialzo i dati ufficiali sulla tassazione. A fronte di ciò, in questa manovra non ci sono fondi per gli investimenti ma solo nuove spese, il che determina un risultato disastroso per il Paese rispetto al quale sarebbe bene che il governo togliesse il disturbo e restituisse il Parlamento agli elettori". Per Nucara infatti il governo è in "un coma irreversibile", e quindi "bene farebbe a restituire gli organi agli elettori". Nel frattempo l'emendamento alla manovra: "Vogliamo che si metta un punto fermo e che si investa per la riduzione del debito pubblico". Il segretario del Pri si è detto confortato nella sua analisi dai giudizi provenienti dall'Unione Europea, dal governatore della Banca d'Italia e dalla Corte dei Conti. Per Giorgio La Malfa, presente alla conferenza stampa, "l'azione di politica economica del governo in questi due anni è stata caratterizzata dal violento aumento della pressione fiscale e si è rivelata soprattutto dannosa per lo sviluppo economico". Questa è l'osservazione che i repubblicani mossero lo scorso anno alla legge Finanziaria, rilevando come essa avrebbe frenato lo sviluppo. "La flessione della crescita di quest'anno è la conseguenza della manovra precedente". Una botta a Prodi: "Non capiamo come il presidente del Consiglio possa dire, in risposta alla critiche che provengono dall'Europa e dalla Banca d'Italia, che non erano anime belle quando criticavano il governo precedente, che il governo stia ottenendo la crescita. La prima misura per ottenere davvero la crescita, sarebbe quella di cambiare il governo". Alla conferenza stampa presente la segreteria del Pri al completo, con i vicesegretari Giancarlo Camerucci, Corrado De Rinaldis Saponaro e Gianfranco Polillo. Presente anche il senatore Antonio Del Pennino, che ha rilevato come il governo navighi in cattive acque dopo che è stato sconfitto alla Commissione Difesa del Senato, proprio sugli stanziamenti alle forze armate. Il vicesegretario del Pri Polillo ha da parte sua sottolineato come l'opinione pubblica sia delusa dai risultati economici ottenuti dal governo e ha replicato a Tommaso Padoa - Schioppa: "Gli italiani le tasse le pagano, anche se magari non lo trovano bello, come dimostra il surplus di entrate del governo". Piuttosto sarebbe meglio che "invece di alimentare la spesa pubblica si investisse nello sviluppo o per lo meno lo Stato si preoccupasse di dare dei servizi funzionanti ai cittadini". Chiusura politica del segretario del Pri: "Al Senato la maggioranza è mummificata. Vedrete che non sarà soltanto Dini a votare contro, se ne aggiungeranno anche altri. L'architrave politico sta crollando. Il Palazzo è pieno di mine, manca solo il detonatore".

    tratto da http://www.pri.it/11%20Ottobre%20200...inanz11Ott.htm

  5. #545
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    Camere esautorate
    Non reggono gli accordi presi al di fuori del Parlamento

    E' capitato che nella storia la più grande delle vittorie possa tradursi in pochi secondi nella più atroce delle sconfitte. I dati alla mano del referendum nei luoghi di lavoro sul protocollo del welfare dovrebbero essere trionfali per il governo.



    Ma, in realtà, la mortificazione della componente operaia del sindacato, che si era battuta duramente per respingere l'accordo in questione, ha avuto le sue pesanti ripercussioni politiche. E i ministri della sinistra radicale, Ferrero per Rifondazione e Bianchi per il Pdci, nel Consiglio di venerdì mattina si sono astenuti. Ora sarebbe più che plausibile che un voto di astensione in un Consiglio dei ministri suoni come un appello al governo perché ci si accinga a recepire delle modifiche, tali da far sì che si giunga ad un voto positivo nelle aule parlamentari.

    Altrimenti, in assenza di questa possibilità correttiva, se le posizioni espresse dai ministri dei due partiti della coalizione sono altamente impegnative - come in effetti lo sono * rispetto a tutti i loro parlamentari, esse preludono inevitabilmente alla crisi di governo.

    Perché se il ministro del Welfare Damiano si è già dimostrato disponibile a recepire alcune delle istanze degli operai che contestano il protocollo - puntando a riassorbire lo strappo nella coalizione e nel governo con la sinistra radicale - i settori moderati della maggioranza puntano i piedi e a loro volta minacciano di andarsene. Meno male che avremo un passaggio parlamentare davanti ad uno scenario così tormentato: perché non ci rassegneremo mai all'idea che gli accordi vengano stabiliti fra sindacato e governo, fuori dal Parlamento e indipendentemente dal libero dibattito parlamentare, per pretendere poi che l'aula si limiti alla ratifica di decisioni prese altrove. Siamo ancora una democrazia parlamentare, per fortuna.

    Ed ecco allora il bivio che inevitabilmente Prodi, nonostante le grandi doti di equilibrio, di sapiente mediazione, di arte orientale del rinvio finora mostrate, non poteva fare a meno di imboccare.

    Essendo ormai molto ampia la consapevolezza, nelle forze politiche, che la crisi di governo è alle porte, si comprendono gli elementi di preoccupazione che accompagnano questo travaglio. Le voci che si levano sono capaci di creare ulteriore scompenso.

    Prima fra tutte quella di Walter Veltroni che appare ormai non solo come il candidato alla guida del Pd, ma anche quello candidato alla guida del governo. Sul "Corriere della Sera" la nota di Massimo Franco spiega come Veltroni insista sul "nuovo ciclo" che partirà dalle primarie del 14 ottobre ed anche come "il patto fiscale con gli italiani non regga più". Per Franco è dunque "difficile non vedere una critica diretta al tandem Prodi - Padoa Schioppa". Tanto da ipotizzare che il posto assegnato al premier "sembra nel Pantheon, non nel futuro". Se però Veltroni, osserviamo noi, crederà che sia sufficiente sostituire Prodi rilanciando la stessa maggioranza di ora, proprio nelle condizioni di disgregazione politica in cui si trova, per lui sarà domani difficile financo accedere al fantasmagorico "pantheon" del Pd dove già giacerà Prodi.

    Roma, 12 ottobre 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  6. #546
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    WELFARE: NUCARA, ASTENSIONE FERRERO E BIANCHI PRELUDE A CRISI

    (AGI) - Roma, 12 ott - “Se la posizione espressa dal ministro Ferrero di Rifondazione comunista e da Bianchi del Pdci nel Consiglio dei Ministri dedicato ai problemi del Welfare, e’ una posizione ponderata, seria e tale dunque da impegnare interamente i rispettivi partiti, tradotta in un voto al Senato, essa annunzia inevitabilmente la crisi di governo”. Questo e’ il commento che il segretario del Pri Francesco Nucara ha dato alla scelta di astensione nel Cdm dei due ministri.(AGI)
    Red/Lam

    tratto da http://www.stato-oggi.it/archives/00071735.html

  7. #547
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    Passi avanti ed indietro
    Un disegno troppo debole per affrontare i problemi del Paese

    Sul "Corriere della Sera" di domenica Francesco Giavazzi si era lamentato perché Romano Prodi aveva fatto un passo indietro sul protocollo del welfare, accettando in parte le richieste della sinistra radicale che pure era stata sconfitta nel referendum tenuto nei luoghi di lavoro. "Il premier * scriveva impietosamente Giavazzi - aveva detto: se non saremo d'accordo, voteremo.



    Invece ha ceduto, dimostrando che il suo governo è ormai inadeguato di fronte ai problemi del Paese". Aspettiamo con grande curiosità un prossimo articolo di Giavazzi a commento del fatto che al cedimento del premier nei confronti della sinistra radicale è subito seguito un altro dietrofront, questa volta imposto dal sindacato che ha preteso comunque di rispettare fino in fondo l'accordo raggiunto a luglio.

    Mentre Giavazzi affila la penna, Mario Deaglio, sulla "Stampa", la affonda: "Tutto ciò dà l'idea di una debolezza governativa che non deriva dall'esiguità della maggioranza parlamentare ma da qualcosa di più strutturale, relativo al disegno politico ed economico da realizzare e ai metodi necessari per realizzarlo. Questa debolezza ha fatto sì che l'impianto complessivo della legge finanziaria sia stato, sia pure per poco tempo, rimesso in discussione ai massimi livelli". Analisi giusta. Anche se la maggioranza avesse avuto a disposizione numeri migliori al Senato, i problemi programmatici sarebbero nati lo stesso, perché è ormai evidente che le due anime della coalizione non riescono a comporsi più in un intento unitario. E' lo stesso disegno politico sottostante all'Unione ad essere ormai fallito e non è certo la nascita del Pd a potervi rimediare.

    C'è semmai da aggiungere che se Veltroni volesse dare un segnale di discontinuità, avrebbe un'opportunità vera, rompendo ora l'asse della coalizione con l'ala massimalista.

    Sostenendo invece lealmente, come pure dice di voler fare, l'esecutivo, sarebbe poi pressoché inutile presentarsi da solo alle politiche a fine legislatura, perché tale scelta apparirebbe come il riconoscimento tardivo di una politica sbagliata e priva di risultati. E c'è anche il rischio che prima di Veltroni si decida Rifondazione comunista a compiere uno scarto. Perché per un Veltroni che pensa alla discontinuità, c'è un Ferrero che usa anche termini più diretti: "L'uovo non c'è più. La frittata è fatta e quindi vale la pena di aprire una discussione politica, innanzitutto nella maggioranza e poi nel Parlamento". Ecco quindi che l'ombra della crisi si profila sulla legislatura sempre più nitidamente. Né crediamo che la legge Finanziaria in gestazione e il minuetto sul welfare possano riuscire a salvarla.

    E per concludere sull'argomento c'è infine da aggiungere che il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, Rodrigo De Rato, si è espresso molto chiaramente proprio sul welfare: "Si è andati indietro rispetto alle riforme precedenti", ha detto.

    Aggiungendo che nel pacchetto esistono rischi per la tenuta dei conti. Questo vale per l'accordo che il sindacato vuole ristabilire.

    Figuriamoci per le modifiche volute dalla sinistra radicale!

    Roma, 16 ottobre 2007

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  8. #548
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    L'allarme di Bankitalia
    Un sinistro balletto sulla tolda del Titanic che affonda

    Il quadro della condizione economica e finanziaria del nostro paese, così come emerge dal Bollettino Trimestrale della Banca d'Italia, è a dir poco allarmante. Le cattive notizie giungono da tutti i fronti. I conti pubblici non migliorano, anzi la manovra di bilancio per il 2008 addirittura "accresce il disavanzo rispetto al suo valore tendenziale".



    La pressione fiscale è aumentata di due punti rispetto al 2005, mentre la spesa pubblica "rimane costante sui valori massimi degli ultimi dieci anni". A destare preoccupazione, in particolare, è l'andamento della spesa corrente che si aggira da sola, al netto degli interessi, intorno al 40 per cento del Pil e il cui contenimento rappresenta il principale problema della finanza pubblica italiana.

    Quanto alla crescita, le notizie non sono migliori. Se per il 2007 rimarrà al di sotto del 2 per cento, nel 2008 si aggirerà addirittura tra l'1,3 e l'1,5. Per di più, la Banca d'Italia rileva che i primi segnali di rallentamento precedono il rafforzamento dell'euro nei confronti del dollaro, e quindi non possono essere conseguenza del supereuro.

    Più che un bollettino economico sembra il bollettino di una disfatta. Che si aggiunge ai rilievi già formulati in precedenza: prima dalle istituzioni europee, che per il tramite del Commissario Almunia avevano espresso le loro perplessità per l'andamento dei nostri conti pubblici; poi dal Fondo Monetario Internazionale, il cui direttore generale Rodrigo De Rato aveva definito il protocollo del welfare un passo indietro nei confronti delle riforme precedenti e aveva avanzato anche lui riserve sulla tenuta dei conti. D'altro canto lo stesso governatore Draghi, nella sua relazione in Parlamento, aveva espresso giudizi più o meno analoghi a quelli contenuti nel bollettino.

    Insomma, una convergenza di giudizi ed una chiarezza di linguaggio che raramente si è riscontrata in passato. Sarebbero tutti dei "ragionieri", come ha commentato qualche modesto economista organico al governo all'indomani della presa di posizione del Fondo Monetario? O piuttosto siamo in presenza di una situazione che sta sfuggendo ad ogni controllo e che rischia di condannare il Paese ad un declino inevitabile?

    Crescita insufficiente, spesa corrente elevata e rigida, alta pressione fiscale, possono essere una miscela esplosiva. E non c'è mediazione di governo che possa giustificarla. C'è semmai da meravigliarsi che un uomo di indiscusso prestigio e valore come Tommaso Padoa-Schioppa, con un passato in Banca d'Italia e nelle istituzioni internazionali e che in alcuni momenti è sembrato volersi opporre alla deriva finanziaria dell'esecutivo, faccia ricorso a polemiche fuorvianti con l'istituto di via Nazionale invece di trarre le necessarie conseguenze: denunziare il fallimento della politica economica e finanziaria del governo e rassegnare le dimissioni.

    Anche per non affondare con una compagine che continua a danzare un sinistro balletto intorno alle modifiche del welfare mentre il Titanic affonda.

    di Italico Santoro
    Roma, 18 ottobre 2007

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  9. #549
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    Esercizi di traduzione
    Inutile l'azione del governo, è ora di andare dritti al voto

    Abbiamo avuto una specie di déja vù da giornali e telegiornali che recitavano all'unisono: trovato l'accordo sul Welfare, fra governo e parti sociali. Ma come? Non era stato già trovato la settimana scorsa? O meglio, non era stato trovato già a luglio? No. E' un accordo che si perfeziona di stagione in stagione, adagio adagio, nemmeno il paese vivesse in una sorta di sogno incantato, di concordia e di prosperità, tale da non dover pretendere né decisioni né azioni.



    Così quando abbiamo sentito ad un telegiornale la dichiarazione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, onorevole Enrico Letta, ci siamo chiesti: sogno o son desto? Ecco cosa ha detto l'ineffabile Letta: "Non c'è stato alcun cambiamento del testo approvato venerdì scorso. Il governo ha fatto un esercizio di traduzione di quel testo che ha necessitato di integrazioni che non sono cambiamenti". Se Aldo Moro aveva un linguaggio felpato, Letta ha superato i confini del ridicolo. Se non c'è stato cambiamento, come pure era stato richiesto dalla sinistra radicale sul Welfare, vuol dire che permane la frattura con l'ala massimalista della maggioranza (e infatti i ministri Ferrero e Bianchi hanno confermato la loro astensione). Se invece ci saranno modifiche, come chiede per l'appunto a gran voce il presidente della Camera, invitando il Parlamento a correggere il testo del governo - o meglio, come ha detto l'onorevole Letta, a fare "l'esercizio di traduzione di quel testo" - , non ci sarà il voto della componente liberale di Dini.

    Quest'ultimo, che ha il pregio di parlare senza contorsioni, ha messo le mani avanti: "Noi Liberaldemocratici vogliamo essere molto chiari su questo: non voteremo alcun testo che comporti un aumento di spesa rispetto al protocollo originario". Perché, tra un esercizio di traduzione e l'altro, il governo ha fissato un punto, l'accordo sul welfare. Ma questo punto fissato è mobile, perché il Parlamento potrà essere libero di modificarlo a suo piacimento. E questo è ovvio, come è ovvio che il governo dovrà prendere atto del volere del Parlamento. Ma allora, perché tutta questa manfrina sulla concertazione? Il governo avrebbe potuto presentare un testo direttamente in Parlamento, al più consultando le parti sociali. E d'altra parte l'intreccio dei problemi si è fatto insolubile. Se il Parlamento dovesse modificare il testo concertato, le parti sociali arriverebbero alla conclusione che è inutile trattare con il governo. Sempre che il governo non si dimetta a fronte di una correzione parlamentare. E se non si dimette, saranno i cittadini a pensare che è inutile avere un governo che non è in grado di trovare una maggioranza sui testi presentati alle Camere. Questa è la situazione, a nostro giudizio drammatica, a cui siamo giunti oggi. Una maggioranza appesa ad un filo, un Paese che attende provvedimenti su cui non ha nessuna garanzia, vista l'irresponsabilità proclamata del governo.

    Considerando poi che purtroppo la situazione generale della nostra finanza non è idilliaca, ma semmai - come appare da tutti i punti di osservazione interni ed internazionali - gravissima e logora, forse sarebbe il caso di uscirne al più presto nell'unico modo che appare possibile: andare dritti al voto.

    Roma, 18 ottobre 2007

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  10. #550
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    Manovra: la dichiarazione del segretario del Pri Nucara

    Il segretario del Pri Francesco Nucara, da Berlino per il congresso del Partito liberal democratico europeo, ha rilasciato la seguente dichiarazione: "1036 emendamenti della maggioranza alla manovra sono la dimostrazione di come il lavoro svolto dal governo sia stato inutile. Per la stessa maggioranza il governo avrebbe sbagliato almeno 1036 volte e ciò significa che l'azione dello stesso è dannosa per il Paese agli occhi di chi pure dovrebbe sostenerlo".

    tratto da http://www.pri.it/19%20Ottobre%20200...vraEmendam.htm

 

 
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