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  1. #531
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    L'intesa difficile
    Un colpo al cerchio e uno alla botte per tirare avanti

    Se c'è una qualità che occorre riconoscere al premier è l'ostentazione di sicurezza. Magari Prodi non sa nemmeno come si concluderà la giornata, ma è certo che egli comunque riuscirà a sfangarla. Un training autogeno indispensabile per resistere in queste condizioni di tempesta in cui pure si trova. Perché il paese continua a vedere tutta una serie di problemi insoluti che minano la tenuta e la stabilità del governo ed il premier è impegnatissimo a nasconderli tutti, ma non a risolverli. Un po' come uno che fa le pulizie in casa sua buttando la polvere sotto il tappeto.



    Eppure la forbice delle divergenze interne alla coalizione si sta sempre più allargando e ogni giorno reca una nuova pena. Per esempio, qualcuno forse credeva che si fosse archiviato il caso Speciale? Manco a dirlo, ecco che le argomentazioni del Pm hanno fatto insorgere il ministro Di Pietro, che ha chiesto al viceministro Visco di fare un passo indietro. Il viceministro Visco non gliele ha mandate a dire, ed ecco che uno dei due appare di troppo nello stesso gabinetto. Ma Prodi non interviene, non dirime, lascia fare, come se si trattasse non di autorevolissimi membri del governo, ma fossero scolaretti che bisticciano in classe. Bagattelle, probabilmente.

    Non sembra invece una bagattella la presa di posizione del senatore Lamberto Dini che ha proclamato a chiare lettere la sua indisponibilità a votare la Finanziaria nel caso di una tassazione delle rendite. Prodi paziente ha parlato con il senatore negli States, rassicurandolo che non vi sarà alcun intervento in proposito. Ed è stato netto: le rendite finanziare non saranno toccate in questa manovra. Però, attenzione all'inciso: Prodi ha aggiunto infatti che "avremo tempo di pensarci".

    La sua dichiarazione è formidabile, essa recita che "in un periodo di turbolenze finanziarie la saggezza dice di non toccare un capitolo così sensibile ed è meglio lasciare un periodo di serenità ai mercati", per cui in realtà non si esclude affatto un tale provvedimento in un secondo momento. Una tassazione delle rendite diversa dall'attuale, ha aggiunto, "va fatta nel momento e nei modi in cui si hanno i maggiori benefici". Un colpo al cerchio e uno alla botte. Il senatore Dini, uomo pragmatico, può accontentarsi ora di vedere scongiurato il provvedimento, mentre gli utopisti di Rifondazione comunista, che toccare le rendite lo vogliono fare per assunto, possono sperare nel domani.

    E' vero che il capogruppo di Rc, Gennaro Migliore, ha sottolineato come le dichiarazioni di Prodi aprano un problema politico, dal momento che la tassazione delle rendite finanziarie era prevista nel Dpef e nel programma dell'Unione. Ma Prodi conta sul senso di responsabilità del partito di Giordano, che ha giurato di non volere la crisi di governo. Per cui via al negoziato, alla mediazione e al rinvio delle scelte, elementi che rendono Prodi fiducioso sull'esito del prossimo vertice.

    E' una vera e propria arte sperimentata, quella del premier, e chissà che non paghi ancora una volta. Certo vi sarà un momento nel quale gli opposti non terranno più, ma di questo passo nessuno può dire che lo strappo avvenga fra sei mesi, un anno o addirittura al termine della legislatura. In questo caso la patata bollente non sarà più sua ma di chi dovrà raccogliere l'eredità di una coalizione, provata da una lunga stagione di tensione, che si consumerà inevitabilmente fino ad una divaricazione finale.

    Non è un caso che all'ostentata serenità di Prodi corrisponda un certo nervosismo da parte del futuro leader del partito democratico Veltroni. Prodi cuce, Veltroni freme. E lo si capisce dagli attacchi a Miss Italia e a D'Alema, piuttosto gratuiti. Veniale il primo, più grave il secondo, visto che ricorda a chi gli fa presente il problema della compatibilità fra segreteria del Pd e governo della Capitale, che c'è chi è stato insieme "vice presidente del Consiglio, ministro degli Esteri e presidente di partito". Lo sperato effetto Veltroni sul centrosinistra si sta sgonfiando: lo rivelano i sondaggi, lo dicono i testimonial di Grillo con lo slogan "nemmeno un euro per il Pd". In conclusione non siamo così certi della fine del governo Prodi nonostante i tanti contrasti. Ma siamo certi dell'esito rocambolesco che attende il centrosinistra, sempre che il paese non subisca, in questo tirare a campare ad ogni costo, un danno ancora più grave.

    Roma, 25 settembre 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  2. #532
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    La crisi dei servizi pubblici
    Perché va verso il naufragio la riforma del ministro Lanzillotta

    La prossima settimana l'aula del Senato affronterà il disegno di legge presentato dal Ministro Lanzillotta sul riordino dei servizi pubblici locali. Avevamo salutato favorevolmente l'iniziativa del Ministro in quanto ci sembrava introdurre criteri di liberalizzazione e di sviluppo della concorrenza, in settori in cui il regime di monopolio pubblico ha causato inefficienze, sprechi ed alte tariffe.



    Le modifiche introdotte in Commissione al Senato, su richiesta dell'ala "antagonista" dell'attuale maggioranza (ma in proposito va rilevato anche il carattere antiliberalizzazioni degli emendamenti proposti dalla Lega) hanno però snaturato il testo, ponendo sostanzialmente sullo stesso piano la scelta del gestore dei servizi locali mediante procedure competitive ad evidenza pubblica e la possibilità di gestione diretta da parte degli enti locali

    Rinunciando a una scelta e rinviando la decisione agli amministratori locali, non si compie un atto di rispetto della loro autonomia, dato che la Costituzione affida alla potestà legislativa esclusiva dello Stato la materia della tutela della concorrenza. Si scarica piuttosto su di loro la responsabilità di decisioni che saranno inevitabilmente influenzate da preoccupazioni di potere e da pressioni clientelari.

    Il testo della Commissione vanifica la logica originaria del disegno di legge, riaprendo la strada alla gestione "affidata" a società emanazioni del potere politico sia pubbliche, sia miste, senza passare da alcuna gara.

    Nel caso delle società miste, poi, la norma che prevede l'affidamento diretto va contro il diritto comunitario e le pronunce della Corte di Giustizia, che hanno precisato che la presenza di un socio privato esclude che il servizio possa essere affidato senza procedure competitive.

    In realtà la gara per la scelta del socio per la società mista alla quale poi affidare il servizio rischia di essere una finzione e di aprire la strada a pericolose commistioni tra interessi pubblici e privati. Con la conseguenza di confondere il ruolo dell'ente locale, socio del privato nella produzione del servizio, con quello di controllore dello stesso.

    Un'altra considerazione merita la previsione che nei bandi di gara vengano inserite clausole di preferenza in favore delle imprese che assicurino il mantenimento dei livelli occupazionali preesistenti.

    Questa previsione introduce un vincolo destinato a pesare negativamente sulla produttività delle imprese e a scoraggiare la partecipazione alle gare dei soggetti più attenti alle esigenze di una gestione economica.

    La previsione è altresì destinata ad aggravare il carattere duale dell'economia del nostro Paese.

    E' noto infatti che i maggiori esuberi di personale e la minore produttività caratterizzano le aziende del Mezzogiorno rispetto a quelle del Nord. Ora il vincolo di mantenere i livelli occupazionali preesistenti renderà meno appetibili al mercato le aziende meridionali, che saranno quindi destinate a continuare la loro attività come aziende speciali o società a partecipazione interamente pubblica, con conseguente minore possibilità di sviluppo rispetto alle aziende del Nord che potranno essere più interessanti nelle procedure competitive ad evidenza pubblica e conoscere conseguentemente processi innovativi.

    A queste considerazioni, vanno aggiunte quelle relative ai limiti che già incontrava l'originale disegno di legge che escludeva dal ricorso alle procedure competitive la gestione dei servizi idrici.

    Sul punto si è fatto volutamente confusione ipotizzando che una scelta diversa avrebbe comportato anche la proprietà privata delle risorse idriche.

    E' un equivoco che va dissipato.

    Una cosa è la proprietà delle risorse idriche, che sono e devono rimanere patrimonio pubblico, altro è il problema della loro gestione.

    Secondo quanto rilevato dall'Autorità di Vigilanza sulle risorse idriche, rispetto a quella immessa nella rete, il 42% dell'acqua va oggi perduto per colpa dell'inefficienza degli acquedotti italiani e delle loro tubature obsolete.

    Difendere gli attuali sistemi di gestione pubblica è solo demagogia, destinata ad aggravare il problema, anche recentemente emerso, dell'insufficienza delle risorse.

    La riforma Lanzillotta, concepita secondo i migliori intenti, sta miseramente naufragando. E ciò, mentre è sempre più chiaro che per migliorare la competitività del nostro sistema economico è necessario ridurre l'intervento pubblico e rivitalizzare le logiche di mercato, proprio partendo dai servizi locali che sono parte rilevante dell'intervento pubblico.

    di Antonio Del Pennino
    Roma, 26 settembre 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  3. #533
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    I costi della crisi/La lettera del segretario nazionale del Pri al ministro dell'Economia
    Mutui, sostenere i ceti deboli
    Nucara scrive a Padoa-Schioppa

    Testo della lettera che il segretario del Pri, on. Francesco Nucara, ha inviato a Tommaso Padoa – Schioppa, ministro dell'Economia e delle Finanze.

    Signor Ministro, nei prossimi mesi, ma alcuni effetti già si vedono, migliaia di famiglie italiane saranno costrette a fare i conti con l'aumento della retta necessaria per pagare i mutui già contratti o in procinto di essere conclusi. Finora il fenomeno si è manifestato in misura ridotta. I tassi variabili, seppure in linea con le dinamiche europee, incorporano solo parzialmente gli aumenti intervenuti sui mercati dell'interbancario. Comunque destinati ad aumentare ulteriormente.

    I mutui a tasso fisso, invece, mostrano fin da ora una dinamica più accelerata rispetto a quella degli altri paesi europei. Scontano, infatti, una differenza pari a circa 1 punto percentuale. Scarto, che, se anche in parte dovuto all'arretratezza delle nostre strutture giuridiche in termini di recupero crediti, si è accentuato, passando da una media dello 0,5 per cento dello scorso anno ad 1 punto percentuale.

    Resta comunque il fatto che, seppure per ragioni diverse, l'onere relativo agli interessi a carico dei mutuatari è cresciuto di circa il 25 per cento .

    Ancora più preoccupante risulta il quadro a medio termine. Il costo della raccolta per le banche, in conseguenza delle turbolenze legate alla crisi internazionale, sta rapidamente aumentando. E' quindi facile prevedere che ad esso corrisponderà un ulteriore aumento dei tassi attivi, destinato a scaricarsi, in modo particolare, su coloro che dovranno acquistare una nuova abitazione.

    Il fenomeno va posto sotto attenta osservazione. E' necessario, innanzitutto, assicurare la massima trasparenza. Garantire al cittadino che i singoli istituti di credito non approfittino della loro posizione dominante, richiedendo compensi più elevati rispetto alle dinamiche di mercato. Nessuno chiede alle banche di farsi carico dei problemi sociali delle famiglie. E' tuttavia doveroso che le stesse tranquillizzino la propria clientela, dimostrando – ma soprattutto giustificando – che gli eventuali inevitabili aumenti non sono conseguenza di atteggiamenti predatori, bensì di processi oggettivi di cui occorre fornire adeguata documentazione.

    Ma questo non basta. Le famiglie italiane – è vero – sono le meno indebitate a livello internazionale. Ma chi ha fatto ricorso a questa forma di finanziamento appartiene in genere ai ceti meno abbienti.

    Chi aveva a disposizione somme liquide e capitali, infatti, ha preferito operare in contanti, dato lo scarto esistente tra rendimenti ed oneri finanziari.

    Ne deriva pertanto che il costo maggiore della crisi si scaricherà proprio sulle componenti più deboli della società italiana.

    Per evitare contraccolpi di carattere sociale Le chiedo, pertanto, se non sia possibile inserire, nella prossima legge finanziaria, una norma che preveda specifiche detrazioni per i maggiori interessi passivi posti a carico delle famiglie a più basso reddito che hanno contratto quei mutui, per necessità oggettive e che, in prospettiva, si vedono costrette a subire la conseguenza di fatti non dipendenti dalla loro volontà.

    Dati in nostro possesso dicono che il costo dell'intera operazione, per le ragioni appena dette, non dovrebbe essere particolarmente oneroso.

    Quindi del tutto compatibile con le esigenze di rigore cui Ella fa, giustamente e costantemente, riferimento. Sicuro che comprenderà le ragioni di una richiesta che Le rivolgo a nome di tutto il Partito Repubblicano, Le porgo i più cordiali saluti.

    Francesco Nucara, Segretario Nazionale PRI

    tratto da http://www.pri.it/27%20Settembre%202...chioppaLet.htm

  4. #534
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    La legge Finanziaria
    Un governo non può rivolgersi soltanto al 50% del Paese

    Prima ancora che la nuova legge Finanziaria sia varata dal Consiglio dei ministri, le indiscrezioni che circolano sono tali da suscitare non poche apprensioni. Le più eclatanti provengono sicuramente dal ministro della Difesa, Arturo Parisi, il quale ai cronisti ha detto: "Non ho parole! Lo apprendo anche io dalle agenzie. Non riesco a capacitarmi come sia possibile che la politica di difesa sia definita dagli organi contabili, e soprattutto senza alcuna consultazione né informazione di chi ha la responsabilità politica del settore".



    Se questa è l'antivigilia, c'è poco di che stare allegri, conoscendo già le riserve provenienti dal vertice di maggioranza di mercoledì scorso, e tenendo presente l'intervista che il segretario dei Ds Fassino ha reso al quotidiano "l'Unità". Egli sdrammatizza il clima di tensione all'interno della coalizione - si tratta pur sempre di mettere d'accordo 17 partiti - e passi. Ma si illude se ritiene il problema dovuto ad una questione di "visibilità", come pure dice. Al contrario sono evidenti indirizzi di politica e anche di filosofia economica nettamente divergenti fra le varie anime della coalizione. Prodi ritiene di poter fare una sintesi, noi ne dubitiamo.

    Anche perché il rischio è di fare una legge Finanziaria preoccupata principalmente di rivolgersi alla maggioranza, a quietare le istanze dei vari ministri, sempre più insistenti, di sedare il malcontento di qualche deputato. Una Finanziaria, insomma, preoccupata di accontentare il 50% del paese, quando un governo avrebbe il dovere di rispondere all'insieme dell'elettorato e non certo solo ai rappresentanti del suo.

    Il rischio è di scontentare tutti lo stesso senza per questo centrare gli obiettivi economici che ci si prefigge. Consideriamo inoltre - tornando all'intervista del segretario dei Ds - che Fassino bada bene di sottolineare come il varo del Consiglio dei ministri della legge di Bilancio dello Stato sia solo un primo atto che poi va ratificato dal Parlamento. Ciò significa che il governo non indirizza il parere del Parlamento, ma lo recepisce, e che dunque quanto solennemente scritto potrebbe essere presto corretto e rivisto. Davvero una condizione di tale incertezza non avevamo modo di ricordarla, considerando che la legge in esame è di primaria importanza e che, prima ancora di conoscerla nella sostanza, conosciamo le prese di distanze da essa.

    Roma, 28 settembre 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  5. #535
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    Manovra caleidoscopica
    Prodi riesce forse a salvare il governo di certo non il Paese

    "Questa finanziaria salva il governo, anche se non salva l'Italia". Questo è il giudizio che si poteva leggere sul quotidiano "la Repubblica", sabato scorso, sulla manovra economica varata dal Governo. A dir la verità siamo rimasti impressionati dal fatto che il commento dell'editorialista di "Repubblica", Giannini, sia identico al commento fatto dal segretario del Pri, Francesco Nucara, il giorno precedente.



    Nucara, infatti, riteneva la Finanziaria utile a tenere unito il governo, inutile al rilancio economico del Paese. E se volete, è anche facile una tale analisi, visto che sostanzialmente la manovra si concentra in tre miliardi e mezzo di nuove entrate che servono a finanziare tre miliardi e mezzo di nuove spese. E quindi nessuna risorsa per lo sviluppo economico e nessun risparmio per l'indebitamente dello Stato. Ma un conto è che questa osservazione provenga da un esponente dell'opposizione come il segretario del Pri, un altro è che sia la stessa di un giornale vicino, se non contiguo, al governo.

    Se poi qualcuno avesse avuto ancora qualche dubbio in proposito, costui domenica ha potuto riflettere con calma sull'articolo scritto dal professor Mario Monti per il "Corriere della Sera". Per Monti la legge Finanziaria è "grave", perché "mostra i limiti che, nella presente configurazione politica italiana, non permettono una politica economica adeguata ai problemi del Paese". Poi, per carità, grande riconoscimento del professore alla "abilità e tenacia senza pari di Romano Prodi, unite alla capacità di Tommaso Padoa-Schioppa e di Vincenzo Visco"; e riconoscimenti ai disegni liberalizzatori di Pierluigi Bersani e di Linda Lanzillotta, "che molto hanno seminato e meno raccolto". Ma il punto è che per Monti "siamo lontani da ciò di cui l'Italia ha bisogno". E lo stesso si preoccupa anche di far sapere che ciò è quello che sostengono tutti gli organismi internazionali.

    Senza contare, scrive Monti, che "l'ha detto il governo all'inizio del suo cammino con il Dpef del giugno 2006: un programma che in larga parte non è stato in grado di realizzare". Per concludere: "Questa Finanziaria è caleidoscopica". Questo era un commento scritto in base ai dati di sabato scorso, ma, nella giornata di domenica, il quadro si è ulteriormente complicato, considerando lo scontro sul protocollo del welfare. E' oramai evidente a tutti gli osservatori come il problema di fondo della coalizione sia emerso in tutta la sua nitida configurazione: non c'erano le condizioni, all'indomani del voto del maggio 2006, per avviare un tale governo attraversato da una divaricazione politica profonda al suo interno e insieme così debole di consensi nel paese. I consensi ci pare di capire che continuino a diminuire e, nonostante l'estenuante opera di mediazione di Prodi, la divaricazione fra le due diverse anime della coalizione altrettanto.

    C'è bisogno di un Partito democratico per dare stabilità al governo, si dice in queste ore. Sarà pure. In questo momento il futuro Pd ha già provocato la nascita di un nuovo gruppo, l'Unione Democratica di Bordon e Manzione e la fuoriuscita dalla Margherita di Dini, per non parlare di quella precedente dell'ormai ex diessino Mussi. Se tutte queste gemmazioni possano divenire in futuro condizioni di maggiore stabilità, lo vedremo.

    Permetteteci di dubitare.

    Ultimo capitolo: la "concertazione". Questo è stato il grande leit motiv del governo Prodi, l'arma strategica perché le parti sociali ed il governo tornassero a marciare dalla stessa parte nell'interesse del paese: e via ai fiumi della retorica veterosindacale. Peccato che questa concertazione abbia prodotto una spaccatura verticale nella Cgil, quale quella maturata con la Fiom, che non ha precedenti nella storia di quel sindacato, e che probabilmente procurerà degli sviluppi nel mondo del lavoro che ancora non sono prevedibili. Si potrà sempre credere che, a parte i dilemmi ed i contrasti interni alla Cgil, il governo possa contare sull'appoggio degli altri sindacati. Per la verità era quello che pensavamo anche noi, fino a quando non abbiamo visto le dichiarazioni del segretario della Uil che riproduciamo integralmente: il governo "non ha sufficiente coesione interna sulle politiche del fare, l'unica cosa coesa è quella di evitare di cadere. La Finanziaria ne è la conferma". Lo ha affermato il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, a margine dell'assemblea dei lavoratori della Fiat di Mirafiori sul protocollo del welfare. "Non hanno fatto quasi nulla - ha proseguito Angeletti - ma i problemi dei lavoratori italiani non si risolvono non facendo nulla".

    Roma, 1 ottobre 2007

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  6. #536
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    Napolitano e Bossi
    Prima ancora della crisi politica la crisi del sistema

    Il Capo dello Stato, con la sensibilità istituzionale che gli è propria, ha lanciato un appello perché, almeno sulla legge fondamentale del bilancio dello Stato, il governo evitasse il voto di fiducia. Come era immaginabile, il consenso delle forze politiche, ad un'asserzione di assoluto principio quale quella proveniente dal Quirinale, è stato a pioggia.



    Peccato che, se il governo non pone la fiducia al Senato, non c'è più un governo del Paese. Ed hanno poi ragione coloro che dicono: se cade il governo, resta solo il voto. Possiamo anche fare il predicozzo per ricordare che è il Capo dello Stato a stabilire se si sciolgono le Camere o meno. Ma in ogni caso, con la caduta del governo, in condizioni come le attuali, di ostilità fra i due campi delle forze parlamentari, cosa può fare il Capo dello Stato per evitare lo scioglimento traumatico della legislatura a nemmeno due anni dal suo mandato?

    E altresì, è forse giusto che lo schema bipolare scelto dagli italiani e ribadito da Prodi all'indomani del voto - nella sua ostinata pervicacia di formare il governo sulla base di una maggioranza tanto limitata e divisa al suo interno - sia di tale portata che, se anche un governo non funziona (e questo palesemente non funziona) in assenza di possibili alternative, si preferisca tenerlo in vita per allontanare una prevedibile sconfitta elettorale?

    Queste sono le domande che gravano su un sistema politico a vocazione maggioritaria bipolare che sembra non riuscire a dare molta stabilità in più di quanto si vide nel sistema proporzionale parlamentare fino al 1992, la cosiddetta prima Repubblica, per intenderci, ed invece appare egualmente incapace di conseguire determinati risultati di efficienza. Oggi che tutti sono pronti a scommettere sulla crisi del governo Prodi, e probabilmente a ragione guardando anche alla mirabolante giornata del confronto nelle fabbriche sul Welfare e ai problemi che gravano sulla sinistra radicale - descritti magistralmente da Federico Geremicca sulla "Stampa" - noi pensiamo di essere semmai prossimi alla crisi di sistema. E lo pensiamo sia per le parole del Capo dello Stato, le quali mettono in luce un chiaro abuso protrattosi in questi anni sul Parlamento e non solamente con questo governo, sia per un articolo di Umberto Bossi apparso sulla "Padania". In questi giorni la politica politicante si è accanita sul linguaggio del leader leghista, perché è facile infastidirsi per i toni esagerati usati da Bossi, ma è più difficile invece capire i problemi politici che essi sottendono.

    Bossi infatti ha detto che i padri costituenti che erano partecipi di un sistema elettorale proporzionale avevano scritto una Costituzione sulla base di un'ampia intesa fra le forze politiche dell'antifascismo e che conseguentemente raccomandavano modifiche alla stessa, sulla base delle medesime ampie intese. Ma Bossi osserva che, cambiato il sistema elettorale (e magari potrebbe cambiare ancora, visto che c'è chi ritiene necessario rafforzare il bipolarismo con il bipartitismo) non sono più possibili le larghe intese, perché si procede a maggioranza, come l'attuale sistema elettorale impone. Con il risultato che ogni nuova maggioranza modifica la Costituzione e dunque la Costituzione non si modifica mai. Ma allora la risposta a Bossi non si dà prendendo le armi, e certo lui non lo propone, perché lo conosciamo abbastanza.

    La risposta è
    : ritorniamo al proporzionale puro, alla possibilità di trovare soluzioni parlamentari, le stesse che chiede il Capo dello Stato. E' chiaro che siamo a rischio precipizio - e non solo il governo - e sono molti gli osservatori in questi giorni pronti ad evocare fantasmi autoritari che il Paese non ha bisogno di trovarsi di fronte. Questo è un Paese che per uscire da una morta gora quale l'attuale deve riprendere a riflettere e magari fuori dagli schemi rigidi che lo hanno ingessato in questi ultimi anni e che, come pure si vede, non hanno comportato eccezionali progressi.

    Occorre un impegno serio per ricostruire una via politica che recuperi quel ragionamento e quella riflessione che si è persa in questi anni, causa la boria di chi, con pochi voti in più, ritiene di potersi arrogare tutto il potere, o di chi, invece, sa solo insultare. Ma è un impegno necessario al quale non ci sottrarremo.

    Roma, 2 ottobre 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  7. #537

  8. #538
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    GDF: SENATO RESPINGE MOZIONE DEL PENNINO

    Roma, 3 ott. (Adnkronos) - L'aula di palazzo Madama ha respinto l'ordine del giorno di Antonio Del Pennino (del gruppo Pri-Mpa-Dca, all'opposizione) che chiedeva la revoca definitiva delle deleghe a Vincenzo Visco e il ridimensionamento della compagnie governativa. I voti favorevoli sono stati 156, i contrari 154 ma le quattro astensioni sono state determinanti nel cassare il documento.

    tratto da http://www.itnews.it/2007/1003200201...l-pennino.html

  9. #539
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    gdf: del pennino, mio odg non passato per astenuti

    Roma, 3 ott. (Adnkronos) - La prede con filosofia il senatore repubblicano Antonio Del Pennino: la bocciatura del suo ordine del giorno sulla questione Visco e' passata solo grazie ai quattro astenuti: "Come numero di voti tra i si' e i no abbiamo prevalso ma naturalmente con il regolamento del Senato i quattro astenuti hanno fatto si che l'ordine del giorno non passasse".

    tratto da http://www.romagnaoggi.it/showarticl...&storico=tutti

  10. #540

 

 
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