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  1. #211
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    Il governo e la fabbrica dei mostri

    di Arturo Diaconale

    Un conto è liberalizzare, un conto è criminalizzare. In cinque anni di governo il centro destra non ha liberalizzato un bel nulla. Ed è per questo che ha, giustamente, perso le elezioni. Aveva promesso la rivoluzione liberale ed ha assicurato il continuismo post-democristiano. In due mesi di governo il centro sinistra ha lanciato un segnale in favore delle liberalizzazioni. Ma lo ha fatto nell’unico modo in cui è capace di portare avanti un progetto del genere. Cioè criminalizzando le categorie oggetto dei provvedimenti in questione. Basta leggere le dichiarazioni dei più autorevoli rappresentanti del governo e seguire le cronache dei grandi giornali fiancheggiatori. Per avallare e sostenere le misure di liberalizzazione non si tirano in ballo le ragioni del mercato o gli interessi dei consumatori. Si criminalizza nei modi e nelle maniere più becere le categorie colpite.

    Così i tassisti diventano il simbolo negativo dei privilegi corporativi, e le loro proteste, come ha affermato il presidente del Consiglio Romano Prodi, del tutto ingiustificabili e incomprensibili. I notai si trasformano in una sorta di reperto medioevale da rimuovere e cancellare al più presto. E i farmacisti, i nemici del benessere, della salute e del portafoglio del cittadino. La fabbrica del consenso che suona le trombe in sostegno al governo si trasforma nella fabbrica dei mostri da mettere alla gogna politica, civile e morale del Paese. Questo fenomeno non è per nulla inedito ma, purtroppo, fin troppo conosciuto. E’ il “fenomeno kulaki”. E indica come l’unico modo conosciuto e praticato dalla sinistra per realizzare le riforme sia quello che passa attraverso la criminalizzazione e la liquidazione dei ceti ostili alle riforme stesse.

    Si dirà che tutte le liberalizzazioni del passato, da quelle della signora Thatcher a quelle di Reagan, sono sempre passate attraverso la penalizzazione delle categorie “liberalizzate”. Dai minatori inglesi ai controllori di volo americani. Ma questa penalizzazione non ha mai assunto l’aspetto del fenomeno “kulaki”. I minatori e i controllori di volo non sono stati trasformati in mostri da distruggere, in simboli negativi da cancellare, in nemici del popolo da mettere alla gogna e far morire di fame ad espiazione dei loro peccati. Nessun coro mediatico guidato dalla Thatcher o da Reagan ha alimentato la riprovazione e il ludibrio popolare nei confronti dei ceti corporativi. La discussione tra le ragioni degli uni e degli altri è stata aperta, pluralista, democratica.

    In Italia non è così. Il governo catto-comunista del centro sinistra non governa, punisce. Non liberalizza, condanna. Si dirà che gli altri avrebbero dovuto fare altrettanto e non l’hanno fatto. E’ vero. Ma tra di loro, anche se non mancavano gli statalisti, c’erano i liberali. Nel governo Prodi, con tutto il rispetto per Emma Bonino, ci stanno e si fanno sentire solo i post-comunisti!

    tratto da L'Opinione 5 luglio 2006

  2. #212
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    Rifinanziamento e liberalizzazioni/Un esecutivo debole in campo internazionale
    Bersani: ok con giudizio, male la politica estera

    di Giovanni Postorino*

    Possiamo fare un parallelismo: dove il centrodestra ha segnato punti importanti (la politica estera), il centrosinistra sta mancando; allo stesso modo dove il centrosinistra ha imboccato la strada giusta (le liberalizzazioni), il centrodestra si è perso.

    La giornata di venerdì è stata in questo senso emblematica: il Consiglio dei Ministri ha varato diversi provvedimenti tra cui uno riguardante il rifinanziamento delle missioni italiane all'estero ed un altro relativo alle liberalizzazioni.

    Come si sa, tra le missioni da rifinanziare è compresa anche quella in Afghanistan. A tal proposito alla vigilia erano sorti nella maggioranza alcuni timori, tanto da spingere il ministro Parisi a far paventare le urne in caso di non compattezza e il ministro D'Alema ad agitare il vessillo della credibilità internazionale dell'Italia. I timori si erano concentrati, in particolare, sul ministro Bianchi che, ancorché indipendente, risulta diretta espressione del Partito dei comunisti italiani. Beh, il Governo ha superato il primo ostacolo. Il decreto è stato approvato dal Consiglio dei ministri all'unanimità. Timori infondati, dunque? Neanche a dirlo: alla riunione si è registrata un'assenza, proprio quella del ministro Bianchi al quale auguriamo una pronta guarigione per il malanno che lo ha colpito.

    Ora il decreto dovrà passare per le forche caudine delle aule parlamentari e a leggere le dichiarazioni di voto fatte nel corso della passata legislatura contro il rifinanziamento, nonché le dichiarazioni di queste ore di diversi esponenti della sinistra, cosiddetta antagonista, contro la nostra partecipazione a "Enduring Freedom", non possiamo aspettarci altro che forti tensioni nel centrosinistra con un conseguente grave logorio dello schieramento che sostiene il Professor Prodi a Palazzo Chigi. Insomma, se la "coerenza ideologica" sarà confermata in aula, la maggioranza è già al capolinea. Ma, cosa più grave, è il danno alla credibilità internazionale del nostro Paese, già compromessa dal diniego di invio dei nostri aerei nello scenario di crisi afghano, come richiestoci dagli alleati della Nato. Un danno difficile da riparare, anche perché il maldestro tentativo del ministro Parisi di inserire tale invio nel provvedimento, con una mossa in extremis, ha contribuito a spostare l'equilibrio dello schieramento prodiano ancor più a sinistra, confermando il potere di veto di quelle componenti anti-atlantiche e anti-occidentali, le quali in questo modo sono state di fatto oltremodo legittimate a porre le loro condizioni nelle scelte di politica estera.

    Il centrodestra in questo non ha mai vacillato ed ha seguito una linea di politica estera coerente e che ci ha posto in stretto contatto con le democrazie occidentali, nostre alleate nella lotta al terrorismo internazionale e nella affermazione dei principi di libertà e democrazia.

    Ma se pessimo è il giudizio e traballante la maggioranza di sinistra in politica estera, lo stesso, obiettivamente, non può dirsi per le scelte effettuate nel medesimo Consiglio dei ministri di venerdì in materia di politica economica.

    Le liberalizzazioni approvate nel pacchetto Bersani sono, ancorché lacunose in diverse parti, un'ottima prima mossa del Governo, è un segnale chiaro, un inizio promettente che va incoraggiato e sostenuto. Dobbiamo onestamente ammettere che la lotta ai privilegi, alle incrostazioni che non fanno muovere gli ingranaggi del mercato e della libera concorrenza in Italia, segna oggi una prima importantissima vittoria. Certo, il decreto va studiato ed approfondito prima di poter esprimere un giudizio compiuto. Sta di fatto che una liberalizzazione di questo tipo era anche da noi da tempo invocata. Peccato che misure di liberalizzazione ancor più efficaci (pensiamo alla direttiva Bolkestein) non siano state sostenute con forza né in ambito europeo né nel nostro Paese, anzi sono state trasversalmente osteggiate, salvo rare eccezioni. Speriamo che ora la via imboccata delle liberalizzazioni prosegua con maggior coraggio e che si riesca a violare il tabù del settore pubblico. Sarebbe una vittoria decisiva, proprio dove il centrodestra ha segnato il punto più basso.

    E infatti oggi chi deve rammaricarsi è il centrodestra. In molti si chiedono: ma perché non ci abbiamo pensato noi? Nell'alleanza che ha sostenuto il Governo Berlusconi l'area liberale e riformatrice è uscita sconfitta a vantaggio di quella conservatrice, assistenzialista e clericale. L'erosione di consensi che ha segnato la sconfitta elettorale è tutta da rintracciare in un elettorato laico e liberale deluso per certe scelte in ambito economico e sociale.

    A questo punto c'è da chiedersi: che centrodestra sarà quello che necessariamente dovrà nascere dalle macerie dell'attuale ex-maggioranza? Ed il centrosinistra riuscirà a portare avanti queste scelte di liberalizzazioni senza scontrarsi con le forze anti-mercato che vivono al suo interno? La politica estera che destino avrà? È ora che si inizi a pensare ad un'aggregazione politica basata su tematiche concrete che riesca a tracciare una linea politica coerente sia in ambito di politica estera sia in ambito di politica economica e di cui noi repubblicani possiamo e dobbiamo essere i fautori. O ci si deve abbandonare inermi in balia di questi contraddittori e rissosi schieramenti?

    Credo che i repubblicani in questo contesto non possano non fare la loro parte, appoggiando o osteggiando quelle scelte di cui si condividono o meno gli orientamenti. In tale contesto sarà importante, quindi, dialogare con tutte quelle forze politiche con le quali condividiamo l'impostazione riformatrice e liberale. Solo così riusciremo ad affermare la nostra identità e contribuiremo attivamente al progresso del nostro Paese i cui problemi trascendono la logica degli attuali schieramenti, perché il rischio di veder declassata l'Italia è troppo grande.

    *segretario nazionale Fgr



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  3. #213
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    I deboli sforzi del governo sono a rischio costante

    di Gianni Ravaglia

    La manovra predisposta dal Governo contiene tre verità. La prima, che il governo Berlusconi non ha lasciato alcuna voragine nascosta nei conti pubblici. La seconda, che il risanamento dei conti, pur necessario, è stato rinviato perché ancora, nella maggioranza, non c'è accordo. La terza, che il governo in carica non ha dimostrato alcun coraggio nell'avviare un giusto processo di liberalizzazioni, per il semplice motivo che gli oppositori a quelle misure stanno nel polo opposto. Le misure assunte non sono nemmeno sorprendenti, se è vero come è vero che, a suo tempo, su queste colonne, a commento del programma dell'Unione, è stato scritto che la parte relativa alle liberalizzazioni era quella più convincente. Detto questo, per ripristinare un minimo di verità sull'interpretazione dei fatti, le parziali misure per avviare la liberalizzazione dei servizi rappresentano una svolta positiva, da tempo sollecitata, a tutto vantaggio del cittadino-consumatore. Che poi a questo risultato ci abbia portato il diessino Bersani piuttosto che il forzista Scajola, la dice lunga sulla composizione socio - economica della destra e della sinistra, e sulle contraddizioni che, per converso, attraversano i due poli. Come non dare ragione a "Il Foglio" quando scrive : "Era quello che avrebbe dovuto fare il governo di centrodestra il giorno numero uno del suo insediamento". Ma non l'ha fatto, né il primo giorno, né l'ultimo. E a stare al programma della Casa delle Libertà, forse non lo avrebbe mai fatto, se abbiamo presenti le forti contestazioni di An contro tali provvedimenti e il fatto che, quel programma, sul piano di Lisbona aveva glissato.

    Naturalmente quando, come scrive Giavazzi sul "Corriere", si tratterà di assumere iniziative concrete per il risanamento, allora esploderanno le contraddizioni presenti nel centrosinistra, così come stanno esplodendo sulla politica estera. Per intanto le battute di Tremonti sulla manovra "taglia-zanzara", non tolgono credibilità all'accusa, lancinante, di Prodi: "Questa riforma avrebbero dovuto farla quelli che si spacciano per liberali e non un governo tacciato di essere comunista". E' proprio così! Chissà se avranno capito, i leaders della Casa delle Libertà, perché da anni perdono ogni elezione e le ultime politiche le hanno pareggiate solo per l'invenzione berlusconiana di cancellare l'Ici. Chissà se avranno capito perché hanno perso la sfida federalista della quale non si conoscevano strumenti e soprattutto i costi. Chissà se avranno capito che una coalizione che vuole chiamarsi liberale non può barattare i diritti dei cittadini-consumatori con la difesa corporativa di singole categorie, che vogliono sì difendere i propri privilegi ma che, ovviamente, rivendicano i propri diritti di cittadini-consumatori quando si tratta di liberalizzare le categorie altrui. Chissà, soprattutto, se Berlusconi avrà capito che la semplice sommatoria di interessi può dare un potere effimero, ma non può dare una politica credibile nel lungo periodo. Aver dato una devolution con costi crescenti e la liberalizzazione del mercato del lavoro a Bossi, il rapporto con Chiesa e la legge proporzionale con premio di coalizione a Casini, il premierato forte e la difesa degli interessi di corporazioni incongrue a Fini, aver ridotto le imposte mentre si aumentava la spesa pubblica, ha indebolito e tolto credibilità ad un complessivo disegno liberale che era stato percepito e apprezzato dall'opinione pubblica. Analogo problema si porrà, tra qualche tempo, al centrosinistra. Anche Prodi è stato costretto ad appaltare settori di intervento alla sua variegata, e per di più risicata, maggioranza. Diamo tempo al tempo. Anch'egli ne pagherà il prezzo in termini di credibilità, quando dovrà decidere se liberalizzare i servizi locali o dovrà scegliere se tagliare la spesa o aumentare le tasse. Ma la vera lezione che dovrebbe trarsi da tale bailamme è che questo sistema politico, così configurato, non regge. Il cittadino ha diritto ad avere un sistema politico che impedisca, se egli decide di votare Prodi, di dovere fare i conti con i veti di Bertinotti, così come, se decide di votare Berlusconi, non deve essere costretto a fare i conti con i veti di Storace. Un sistema che garantisce il diritto di veto a forze politiche anomale, rispetto al disegno di fondo della coalizione, è un sistema sbagliato. E prima si porrà mano a questo nodo, meglio sarà per l'Italia.



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  4. #214
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    L'intervento in Aula di La Malfa sul caso Mussi

    Questo l'intervento in aula a Montecitorio dell'onorevole Giorgio La Malfa in seguito alla comunicazione sull'aggressione subita dal ministro Mussi:

    "Signor Presidente, l'onorevole Franceschini ha chiesto al Parlamento di manifestare la solidarietà all'onorevole Mussi per l'incivile episodio di cui egli è stato fatto oggetto. Lo facciamo ben volentieri, in quanto riteniamo che la violenza non sia mai mezzo per affermare le proprie ragioni nella lotta politica e nelle richieste sociali; noi riteniamo che, in particolare, debba essere assicurata ai rappresentanti del Parlamento, fra gli altri diritti, la libertà di circolazione. Quindi, valuteremo con grande equanimità il decreto-legge che sarà adottato. Tuttavia - mi rivolgo ai colleghi della maggioranza - l'importante questione delle liberalizzazioni e della concorrenza pone il problema di stabilire a carico di chi debba essere posto il costo di queste liberalizzazioni. Per quanto riguarda il provvedimento sulla privatizzazione nel settore dei taxi, ciò che muove la categoria interessata è l'effetto della svalutazione del valore capitale delle licenze che i tassisti hanno accumulato, spesso dopo una vita di lavoro. Se quel provvedimento determinerà il crollo dei valori degli investimenti del lavoratore realizzati nel corso degli anni, è comprensibile che si determini una condizione di rabbia. Forse, il provvedimento andava studiato meglio, tenendo conto di tali effetti. Non si possono porre a carico solo di una categoria gli effetti della liberalizzazione. Forse, è stato commesso un errore di presentazione di questo provvedimento da parte di alcuni esponenti della maggioranza e del Governo. È difficile parlare della categoria dei tassisti come di una categoria privilegiata. Non si tratta dei "furbetti del quartierino"; non sono titolari di grandi ricchezze. Nella maggioranza, sono titolari di modesti redditi realizzati attraverso un lavoro molto pesante. Dunque, non è che con questo provvedimento la maggioranza e il Governo abbiano aggredito i privilegi del paese! Se questo venisse detto nei confronti di una categoria di persone che lavora molto, creerebbe una grandissima esasperazione. Quindi, credo che l'impostazione di questo provvedimento debba essere corretta profondamente e debba essere introdotta una maggiore equità".




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  5. #215
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    Campioni non basta
    Il successo dell'Italia di Lippi nasconde il disastro di Prodi

    Rino Gattuso, che è certamente uno dei principali protagonisti della vittoria italiana ai mondiali di calcio, ha detto a finale conclusa che ancora non riusciva a capacitarsi del successo ottenuto.



    Ad essere sinceri, nella notte di festa che si è consumata nelle piazze italiane, anche noi abbiamo provato lo stesso sentimento d'incredulità del nostro centrocampista calabrese, e non per ragioni tecnico - calcistiche, ma puramente politiche. Tra caroselli, sirene e tricolori, abbiamo visto un paese smarrito, capace di dimenticare i suoi problemi grazie ad un successo sportivo, anche se di quella rilevanza. E ci dispiace, ma non abbiamo affatto l'ottimismo del ministro Melandri, che ha lasciato un'ultima dichiarazione dalla sua performance tedesca per spiegare che anche il governo saprà superare gli ostacoli sul suo cammino, come hanno fatto gli azzurri. Nella maggioranza che sostiene il governo non ci sono tali fuoriclasse e nemmeno tanti onesti corridori. E ora che si dipana il fumo degli entusiasmi che hanno salutato il successo dell'Italia di Lippi, meglio si vedrà il disastro di quella guidata dal governo Prodi. Perché, purtroppo, questa tappa storica dello sport italiano non è in grado di procurare un qualche beneficio diretto al Paese. A riguardo ha già fatto cadere ogni illusione il commento puntuale e preciso di Tito Boeri sulla "Stampa", il quale nel modo più rude possibile ha spiegato come il Pil italiano non aumenterà certo per una vittoria calcistica. E Boeri, citando proprio uno studio della Abn Amro sull'argomento, annota che "la crescita nel Paese vincitore dei Mondiali è addirittura inferiore in media a quella del Paese della squadra finalista perdente".

    Per cui, se il governo vuole approfittare dei mondiali per la popolarità che il calcio è capace di dare, è liberissimo di farlo, tanto che lo ha già fatto smisuratamente nel giro di pochissime ore. Se però da questo crede di poter cavare un qualche beneficio finanziario, può scordarselo. Una volta archiviata la coppa e magari anche la delicata vicenda sullo scandalo calcistico, tutti i problemi deflagranti di questi mesi ritorneranno in nella loro evidente drammaticità, dalla politica economica, a quella fiscale, a quella estera, senza nessuna soluzione immediata percorribile, viste proprio le divisioni interne alla stessa coalizione di maggioranza. Ci sarà poco di che esultare, anche perché dubitiamo che in difesa del governo Prodi possa accorrere un Cannavaro.

    Roma, 10 luglio 2006



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  6. #216
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  7. #217
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    Governo a rischio
    Se la maggioranza sbanda Prodi ne tragga le conseguenze

    Il primo passo politico che il Pri riconobbe valido per fare di Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini degli interlocutori credibili ed autorevoli, fu il sostegno dato dai loro partiti, allora all'opposizione, alla scelta del governo D'Alema di sostenere la missione militare italiana in Kosovo. Quella italiana in Kosovo era un'azione di guerra utile a salvaguardare il diritto di un popolo minacciato di genocidio dalla follia di purificazione etnica della Serbia di Milosevich. Non c'era mandato Onu, ovviamente, e i jet italiani bombardarono Belgrado: sarebbe stato facile per l'opposizione mettersi a gridare in difesa della pace e quant'altro.

    Sommessamente e responsabilmente, Berlusconi e Fini compresero l'impegno atlantico del governo D'Alema e lo sostennero, proprio mentre una parte, seppur residua, della maggioranza di centrosinistra andava a stringere le mani al dittatore di Belgrado.

    Quella scelta di Forza Italia e di Alleanza nazionale, di non sfruttare le divisioni dell'avversario, ma di concorrere ad una scelta giusta compiuta dal nostro paese conformemente alle scelte dell'alleanza internazionale di cui fa parte, fu da noi profondamente apprezzata e contribuì in maniera dirimente ai rapporti che iniziarono fra quei partiti ed il nostro.

    In base a questo precedente, egualmente abbiamo incoraggiato Forza Italia ed Alleanza nazionale a prendere la stessa strada di allora nel caso della missione in Afghanistan. Perché, anche se il dissenso nell'attuale governo ci pare più vasto di quello del 1999 ed i numeri di cui dispone questa maggioranza sono molto più risicati rispetto a quella che vinse le elezioni nel ‘94, è anche vero che l'impegno italiano in Afghanistan è stato fissato dal governo Berlusconi e non può essere deluso dallo stesso Berlusconi capo dell'opposizione. E' importante che il governo Prodi, attraverso il suo ministro degli Esteri ed il suo ministro della Difesa, sia consapevole di dover rispettare in Afghanistan la politica del governo precedente: siano dunque altri, semmai, a sottrarsi a questa responsabilità. Non la CdL. Per questo ci hanno fatto piacere - e sono tali da rimanerne pienamente soddisfatti - le parole del presidente Berlusconi a riguardo, convinti come siamo che sia questa la strada giusta. Se poi la maggioranza mostrerà qualche sbandamento, ha fatto bene il ministro D'Alema ad avvisare che dovrà trarne tutte le conseguenze.

    Roma, 12 luglio 2006



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  8. #218
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    Dpef: c'è tutto e niente
    Le vere ragioni degli allarmi lanciati da Padoa-Schioppa

    di Gianfranco Polillo

    Le oltre centosettanta pagine del DPEF, per dire tutto e dire niente, sono forse eccessive. In sedicesimo, il documento riflette lo stile già sperimentato nel ponderoso tomo che ha accompagnato la campagna elettorale dell'Ulivo. Il suo peso è minore, ma di questo passo ci vorranno degli anni prima di arrivare all'essenzialità che dovrebbe caratterizzare l'azione di un buon governo. Il "tutto" è dato dalla summa teorica di quanto già noto e conosciuto. Dove gli elementi di relativa novità * ad esempio i dati sulla finanza locale * sono annegati in un contesto di carattere più generale che ne riduce l'incisività ed il valore distintivo. Il "niente" è invece costituito dall'assenza di qualsiasi proposta concreta, che vada oltre l'indicazione dell'importo complessivo della manovra da realizzare: 35 miliardi di euro, di cui 20 destinati alla riduzione del deficit e 15 a misure di promozione della crescita, della competitività e dell'equità sociale. Come si legge nella lunga lettera di trasmissione inviata dal Ministro per l'economia ai presidenti delle due Camere. Elementi questi noti da tempo, perché rispondenti agli impegni presi, in sede europea, dal precedente Governo.

    Crescita, risanamento, equità: sono queste le parole chiave del documento. Utili per una buona comunicazione istituzionale. Al tempo stesso preoccupate e tranquillizzanti. Un pizzico di pepe e tanta camomilla. Parole non certo adeguate per preparare gli italiani ad affrontare una situazione analoga a quella del 1992, come più volte ripetuto nello stesso documento. Tant'è che il Ministro Ferrero * il Che Guevara italiano * non l'ha bevuta e il documento non lo ha voluto né vedere né firmare. In termini di proposte, quindi, ci si aspettava altro. Specie dopo le dichiarazioni del Ministro dell'economia sullo stato dei conti pubblici e dopo una due diligence che, scoprendo l'acqua calda, ha confermato solo quello che già si sapeva. E che la Commissione europea aveva da tempo pubblicato sul web.

    Resta, comunque, un interrogativo. Se dalle indagini effettuate non è emerso alcunché di nuovo, perché prodigarsi nell'evocare scenari che poco hanno a che vedere con la realtà esistente? I conti pubblici italiani sono in condizioni difficili. Ma su di essi non aleggia alcuno spettro. Nel 1992, il deficit di bilancio era pari al 10,2 per cento del PIL. Il debito pubblico, nei precedenti 5 anni, era salito del 15 per cento.

    L'indebitamento previsto per il 2006 è pari a meno della metà (4 per cento). Il debito, nello stesso intervallo di tempo, è cresciuto di 3,5 punti di PIL. Non ne siamo, ovviamente, contenti. Ma nemmeno disperati. Il Ministro Padoa Schioppa ha invece ragione quando si preoccupa per il basso valore assunto dall'avanzo primario, specie nell'ottica di un aumento dei tassi di interessi. Nel 1992 esso era pari all'1,8 per cento del PIL. Oggi è sceso allo 0,4 per cento. Ma bisogna vedere tutto il bicchiere e non solo quello mezzo vuoto che interessa. Perché nel 1992 la spesa per interessi era pari all'11,3 per cento del PIL, nel 2006 sarà invece del 4,6 per cento. Nessuno allarmismo, quindi. Ma calma e gesso. L'eccesso di pressione fa male alle arterie ed all'economia.

    Naturalmente comprendiamo le ragioni tutte politiche di questo atteggiamento. XX Settembre è un fortino assediato dalle richieste di una parte consistente della maggioranza.

    Quella che vuole innanzitutto una maggiore equità. Che significa, nei fatti, maggiore assistenzialismo. Alcuni di questi esponenti hanno l'ufficio vicino a quella che fu la scrivania di Quintino Sella e da questa prossimità controllano il traffico delle norme e degli emendamenti. Il ministro deve difendersi. E per farlo è costretto a drammatizzare oltre misura la situazione italiana.

    Così facendo alza tra sé e gli altri un ponte levatoio. Chissà se i mercati internazionali sapranno in grado di cogliere le sottigliezze machiavelliche di questa politica?

    O non pretenderanno invece, per non saper né leggere né scrivere, il pagamento anticipato, sotto forma di maggiori interessi, per coprire il maggior rischio derivante da una drammatizzazione poco opportuna.

    Roma, 13 luglio 2006



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  9. #219
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    M.O./ NUCARA (PRI): INCREDIBILE SBANDAMENTO GOVERNO
    Se non fosse per Udeur e radicali sarebbe a fianco Siria e Iran


    16-07-2006 16:07

    Roma, 16 lug. (Apcom) -"Israele ha tutte le ragioni e se si vuole arrestare la sua offensiva in Libano occorre smbobilitare le milizie di Hezobllah. Ha dell'incredibile lo sbandamento del governo italiano che se non si trova ancora a fianco dell'Iran e della Siria lo deve al ministro Bonino e al ministro Mastella". Lo sostiene, in una nota, Il segretario del Pri Francesco Nucara

    "Il Pri - prosegue la nota - si augura che le posizioni dei radicali e dell'Udeur possano prevalere nell'esecutivo e come mi sono incontrato con il leader dell'Udeur mi incontrerò al più presto con il segretario del partito radicale per esprimere l'apprezzamento e l'appoggio dei repubblicani alla politica occidentale ed atlantica che - conclude Nucara - i radicali stanno sostenendo".

    tratto da Alice News 16 luglio 2006

 

 
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    Risposte: 58
    Ultimo Messaggio: 07-07-08, 11:38

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