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  1. #431
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    Il voto sull'Afghanistan
    La Dn del Pri delega il segretario per la decisione al Senato

    La Direzione nazionale del Pri ha dato ampia delega al segretario nazionale Francesco Nucara di decidere il voto sul rifinanziamento della missione militare italiana in Afghanistan, voto che sarà espresso dal senatore Del Pennino a Palazzo Madama. Il segretario del partito si è riservato di intraprendere i contatti necessari e di consultare i gruppi parlamentari repubblicani di Camera e Senato.

    La situazione è oggettivamente complessa. Perché il governo ha dimostrato di non riuscire a conciliare le istanze occidentali della sua maggioranza con quelle pacifiste: la contraddizione che ne scaturisce, da un lato ha fatto perdere credibilità all'Italia sul piano dei rapporti e del prestigio internazionale, dall'altro rischia di compromettere l'azione e la sicurezza dei nostri soldati. Per la prima volta abbiamo letto un'intervista del generale Satta, capo delle forze Nato nella regione ovest dell'Afghanistan, ove si chiede un rafforzamento del contingente italiano e si esprime la preoccupazione per un eventuale aumento di attentati che ci verranno rivolti.

    Abbiamo altresì letto di rapporti tesi fra il presidente del consiglio Romano Prodi ed i suoi colleghi europei, che ritengono necessario un maggior coinvolgimento delle nostre truppe nelle azioni belliche. Una fonte giornalistica afferma che il premier britannico Blair ha detto a chiare lettere al presidente Prodi che "i soldati inglesi non sono carne da macello". Nello stesso tempo forze rilevanti della maggioranza ribadiscono che le nostre truppe in Afghanistan non sono lì per combattere.

    Un partito come il nostro è pienamente consapevole dell'esigenza di mantenere gli impegni internazionali e di evitare che le condizioni politiche generali possano influire negativamente sul ruolo che il nostro paese svolge. Questo è purtroppo accaduto nelle ultime settimane, con la trattativa con i talebani, la proposta di portare gli stessi talebani ad una conferenza internazionale di pace, la crisi delle relazioni fra le cancellerie europee, oltre che quella statunitense, e il governo di Roma. Tutta l'opposizione è concorde sul fatto che l'attuale governo non è stato capace di mantenere gli impegni e di garantire la funzione dei nostri soldati. Ma è divisa sul voto da dare alla missione. Il Pri farà uno sforzo per trovare una posizione comune in Aula e, se non vi riuscirà, deciderà come riterrà meglio, autonomamente, di onorare la sua lealtà atlantica e difendere l'interesse del Paese.

    Roma, 26 marzo 2007

    tratto da http://www.pri.it

  2. #432
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    Situazione critica
    Nessuna chiarezza sulla politica estera

    Il voto al Senato di martedì sera, più che un voto sui soldati italiani - i quali hanno, come è ovvio, tutto il nostro sostegno e quello dell'opposizione - era un voto sulla politica estera del Paese. E se la politica estera di un paese non è chiara e coerente con le sue finalità, i soldati di quel paese si trovano esposti ad un rischio gravissimo, soprattutto quando si trovano in zona di guerra.

    Le modalità della liberazione di Daniele Mastrogiacomo, i comportamenti e le dichiarazioni che ne sono seguiti da parte della maggioranza, hanno creato un problema all'Italia sul piano della collocazione internazionale e dei rapporti con gli alleati, tale da modificare necessariamente l'atteggiamento dell'opposizione.



    Ciononostante il governo ha trovato un sufficiente sostegno parlamentare e può andare avanti. La nostra impressione è che il problema non sia risolto e che le difficoltà tenute sotto traccia dalle divisioni di quella che una volta era la Casa della Libertà, non serviranno. Resta fin troppo evidente che vi sia un profondo dissenso nella maggioranza, e financo nello stesso governo, sulla politica estera: c'è da credere che questo dissenso non resterà imbavagliato a lungo, soprattutto se la situazione internazionale si dovesse complicare.

    In proposito notiamo che l'Afghanistan non è certo l'unico paese a rischio, considerando la crisi apertasi fra Iran e Gran Bretagna sui marinai inglesi arrestati dalle milizie del regime di Teheran, e per gli effetti che una crisi di questa portata potrebbe avere sul Libano.

    Crediamo che un governo che non si risparmia nemmeno le più futili polemiche con gli Stati Uniti e si ritrova costantemente criticato dalla Nato, abbia il fiato corto e che esponga a un rischio eccessivo i nostri soldati. Non capire questo al punto di arrivare a sostenerlo, è un errore che potrebbe rivelarsi fatale. Non abbiamo avuto ancora l'impressione che il governo, nei confronti dei nostri militari in Afghanistan, sia in grado di fornire loro gli strumenti per assolvere al meglio la loro azione. Il Pri per un problema di politica interna è stato costretto a seguire una linea comune estrinsecatasi con l'astensione che al Senato per motivi regolamentari vale voto contrario. Noi riteniamo quel voto come come voto esclusivamente politico e quindi su questo piano non voto contrario.

    Diciamo questo perché per il futuro ciò che si farà in prima lettura dovrà essere una linea concordata. Come abbiamo già detto al Presidente del Consiglio i repubblicani sosterranno sempre le idee in cui credono. Tatticismi da strapazzo non ci interessano e vorremmo che ciò valesse anche per i nostri alleati, oggi, all'opposizione.

    Roma, 28 marzo 2007

    tratto da http://www.pri.it

  3. #433
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  4. #434
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    Alla faccia del mercato
    Nobili intenzioni buone per nascondere i vizi peggiori

    "Non parlo". "Non dico nulla". Con queste poche e scarne parole il presidente del Consiglio Romano Prodi, sta mantenendo lo straordinario riserbo annunciato sulla vicenda Telecom. Un riserbo dovuto, considerando retrospettivamente lo spiacevole incidente del piano Rovati.

    Va detto purtroppo che per un presidente del Consiglio che mostra un corretto aplomb britannico, vi è intorno a lui una canea insopportabile e controproducente.



    Perché, anche se la parola d'ordine della maggioranza è "rispettiamo il mercato", il mercato ciascuno lo intende come meglio preferisce. Ad esempio il ministro Bersani ha detto: "Io sono per il mercato, sia chiaro, ma non vorrei concludere che mercato significhi vendita di scatole cinesi". E poi: "Occorre avere una visione più nobile e riprendere il gusto dei grandi investimenti".

    Ci permetta il ministro Bersani se, sulla base di questa sua dichiarazione, lo correggiamo: egli è per la nobile visione del mercato che fa grandi investimenti, perché se invece il mercato, per motivi suoi propri, presumiamo di volgari affari, fosse per sostenere le deprecabili "scatole cinesi", egli allora è contrario al mercato. Per cui il ministro Bersani non è per il mercato, come pure ha detto, ma è per dirigere il mercato secondo nobili principi che magari, chi i soldi nel mercato li mette, non condivide. D'altra parte Bersani non è poi così distante in questa sua visione, nobilissima ovviamente, da quella espressa dal segretario del suo partito, Piero Fassino, il quale ritiene necessario che la rete resti pubblica, perché di interesse strategico. Fassino ci dice anche che vorrebbe Telecom di proprietà nazionale, ed invita i principali istituti di credito a fare un'offerta. Ci pare di capire che preferirebbe financo avere Berlusconi proprietario di Telecom, piuttosto che vedere americani o messicani sul ponte di comando della telefonia. Fassino ovviamente non è al governo, e può auspicare quello che preferisce, a costo di ricordare stagioni politiche molto lontane, ma c'è da chiedersi se poi i suoi auspici non vengano raccolti dai ministri del suo partito che al governo stanno, eccome. Per evitare sgradevoli equivoci, il ministro Bersani avrebbe fatto meglio ad attenersi al riserbo del premier.

    Anche perché c'è già un presidente della Camera, non sappiamo davvero per quale motivo, visto che certo non è suo compito istituzionale, intento nella difesa della sovranità nazionale. E, come era facilmente immaginabile, c'è una parte consistente della maggioranza che inveisce contro "il comportamento spregiudicato di Tronchetti Provera". E pure in questo caso si denuncia "il gioco sporco delle scatole cinesi" e la strategia del settore Telecom e si invoca, senza tanti patemi, l'intervento del governo a riguardo. Come ha detto il capogruppo al Senato dei Verdi-Pdci, Palermi, "la vendita all'At&t e alla Slim deve essere fermata". Qui siamo al di là del dirigismo e anche dello statalismo per sfiorare l'autarchia mussoliniana.

    Non scopriamo oggi che nella maggioranza vi fossero visioni dell'economia di questo genere, che dimostrano come del mercato si abbia paura e anche un qualche malcelato interesse a mantenere una Telecom italiana.

    Evidentemente financo Berlusconi, che non è certo amato, si preferirebbe nel governo e nelle forze che il governo sostengono come interlocutore per trattare su regole, occupazione, investimenti, infrastrutture. Peccato che, come è stato fatto notare, la legge Gentiloni impedisca una presenza di Berlusconi nella telefonia, ed il governo dovrebbe fare una legge ad personam per consentirla. Vedremo se vi saranno invece delle banche italiane che sono interessate a garantire il governo, magari sulla falsariga del famoso piano Rovati. Ci si dice che quel piano non era uno scandalo. Ovvio che no. Semmai è uno scandalo fingere da parte del governo neutralità, disinteresse e rispetto per il mercato, e avere al contempo la pretesa di dettare un piano. Il mercato vorrebbe infatti comprare e rivendere, magari spezzettando. Il governo può contrapporsi a questa ipotesi ed attivarsi, se dispone ovviamente dei capitali necessari.

    Sarebbe una linea chiara da portare al vaglio della pubblica opinione.

    Sembrerebbe invece che chi vuole contrapporsi non osi dirlo e non abbia nemmeno i fondi sufficienti per una diversa e migliore opzione. Se è cosi, per lo meno si abbia il coraggio di ammettere che non si è dalla parte del mercato, ma che si opera alla faccia del mercato.

    Roma, 4 aprile 2007

    tratto da http://www.pri.it

  5. #435
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    Predefinito Residui di statalismo e falso nazionalismo

    E occhio alle banche
    Le polemiche sul passaggio delle azioni Telecom dalla Pirelli ad aziende americane ha suscitato uno spirito nazionalistico nei partiti della sinistra, che puzza di bruciato lontano un miglio e che, probabilmente nulla ha a che fare col tricolore, molto più prosaicamente i compagni non gradiscono trattative sindacali con un management poco influenzabile e distante dalla loro mentalità. Ecco allora che, in nome dell’italianità di imprese „strategiche“, il cui numero immaginiamo illimitato, si chiede di ritornare al glorioso passato.
    La pretesa di limitare la libertà di mercato delle imprese e degli imprenditori e' uno dei sintomi più preoccupanti dei residui di statalismo che circolano nell'attuale maggioranza di governo".
    Si può auspicare che una cordata italiana rilevi la quota azionaria di Telecom, ma non e' accettabile un’interferenza del governo su questa materia.
    Invitiamo anche ha vigilare su interventi delle banche. Da più parti si è evidenziato che, a parte il solito Berlusconi, in fin dei conti, gl’unici ad avere i soldi necessari sono le banche. Certo ma attenzione perchè i soldi che hanno le banche sono „I NOSTRI“. Tanto per essere più chiaro, i non addetti ai lavori tengano ben presente che, le banche non sono, come molti pensano, delle finanziarie, ossia aziende che prestano i propri soldi, bensì degli intermediari finanziari che impiegano capitali ricevuti in prestito dai loro clienti, cioè NOI.
    Ricordiamoci che non è più in vigore la separazione tra banche che operano solo sul breve periodo, e banche che raccolgono risparmio e lo prestano a lungo termine.
    La crisi degli anni 30, che portò alla creazione dell’IRI, fu causata proprio agli effetti negativi dell’intreccio banche-industrie. Per salvare l’economia italiana lo Stato dovette intervenire per salvare le banche e, ancor più, i cittadini che rischiavano di non rivedere più i loro risparmi, e si ritrovò proprietario dei pacchetti azionari delle aziende industriali che erano in mano alle banche. In grande sintesi, l’IRI non è nata per volontà di statalizzare, ma per riparare ad un errore. Con ciò, non vogliamo dire che siamo contrari al sistema bancario misto attualmente in vigore, diciamo solo di vigilare, perchè a volte la storia si ripete.
    Quanto alle dichiarazioni del presidente della Camera Bertinotti secondo cui 'si e' di fronte a una lesione della sovranità nazionale, qualora Telecom fosse ceduta a un operatore straniero, essa appare, per dirla con la necessaria franchezza, del tutto impropria sotto il profilo istituzionale".

  6. #436
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    Il neoprotezionismo
    Quando la politica non rinuncia alla pretesa di dirigere il mercato

    Parrebbe che il governo della Repubblica e la maggioranza abbiano oramai un solo problema: cosa fare di Telecom Italia. Il ministro della solidarietà sociale Ferrero alla fine del Consiglio dei ministri di giovedì aveva detto che della vicenda si era parlato, per quanto informalmente. Sarà pure, ma a leggere le cronache si sarebbe parlato solo di quest'ultima. E se ne è parlato in una maniera per la quale le privatizzazioni e le liberalizzazioni sono fallite. Come ha detto lo stesso Ferrero, "da una parte ci sono Eni ed Enel, aziende pubbliche, che fanno un successone in Russia.



    Dall'altro, Telecom, ente privatizzato strategico che dopo essere stato comprato per quattro lire è allo sbando''. Per di più il ministro comunista sostiene "che qualcuno s'è arricchito e il popolo ha perso". Ferrero ha il pregio di parlare forte e chiaro. Egli lancia una critica alla strategia di politica economica di Prodi e di D'Alema che l'opposizione si sogna di poter fare. Sono Prodi e D'Alema infatti i registi e gli strateghi, in fasi diverse, della privatizzazione della compagnia telefonica ed è meglio non indagare su coloro che secondo Ferrero si sarebbero arricchiti ai danni del popolo. Piuttosto ormai è chiaro che tutto il governo, salvo il ministro Bonino, è ostile all'offerta straniera, fosse americana o messicana, e questo non giova al distacco supremo che il presidente del Consiglio ha voluto ostentare in questi giorni. Così come non giovano all'immagine del paese le critiche che il presidente uscente Guido Rossi lancia a piene mani contro imprenditori, partiti ed esponenti politici, interessati alla soluzione del caso non proprio per nobili motivi.

    L'immagine del sistema paese che sta emergendo è così divenuta pessima. Una posizione di buon senso era stata assunta dal garante per la concorrenza Catricalà, che auspicava anche una soluzione nazionale della proprietà, ma senza l'intervento della politica.

    Perché altrimenti, se la politica diventa attore del mercato, si rischia una situazione neoprotezionista. A questa posizione il governo avrebbe dovuto attenersi scrupolosamente e rigorosamente.

    Purtroppo è oramai chiaro, invece, che siamo già scivolati proprio in una deriva neoprotezionista e con l'aggiunta paradossale che non si riesca comunque a riuscire a mantenere salda l'italianità dell'azienda.

    Roma, 6 aprile 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  7. #437
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    Pantano afghano
    Riferire alle Camere per recuperare la credibilità perduta

    Le dichiarazioni del premier afgano Karzai sulle modalità del sequestro Mastrogiacomo hanno clamorosamente smentito la versione che ci era pervenuta dal governo attraverso le parole del ministro degli Esteri D'Alema. Eluso il problema specifico nel suo discorso al Senato, il ministro degli Esteri, in una trasmissione televisiva, aveva detto che la decisione di liberare i talebani era stata del governo afghano nella sua piena autonomia. Karzai ha dichiarato, al contrario, che l'Italia, per ragioni di politica interna, aveva chiesto al suo paese di rimettere in libertà i terroristi e, visto che il governo di Kabul non aveva certo gradito una tale soluzione, Karzai ha non solo fatto sapere il suo fastidio - assicurando che mai più una tale eventualità si sarebbe potuta ripetere - ma ha anche fatto arrestare il mediatore di Emergency, considerato un "facilitatore talebano".



    In questo caso ci si consenta una parentesi per commentare gli appelli di Gino Strada in televisione: il fatto che tale personaggio portasse due milioni di dollari in consegna, piuttosto che fuggire per un viottolo laterale, non significherebbe un bel niente, perché sempre il denaro finirebbe nelle sue tasche.

    Tornando a Karzai, il suo punto di vista è chiaro ed obbligato: la liberazione dei terroristi in cambio di un ostaggio non doveva farsi e non si ripeterà, viste soprattutto le pretese dei talebani, che avevano in mano ancora l'interprete di Mastrogiacomo.

    Sia chiaro che non vogliamo fare nessuna strumentalizzazione di questa vicenda, abbiamo il massimo rispetto per il tentativo del governo di voler salvare la vita al giornalista italiano e siamo certi anche della sua buona fede nella vicenda. Ma un errore c'è stato, gravissimo e pesantissimo, e nessun altissimo senso di coesione nazionale può evitare che sia posto all'attenzione dell'analisi politica. L'errore di pensare che cedendo al ricatto di un'organizzazione terroristica si risolvessero i problemi, invece che aumentarli, e drammaticamente.

    Intanto Mastrogiacomo è vivo, ma il suo interprete è stato ammazzato. C'è da chiedersi se non vi sia stato un calcolo cinico in questo, sapendo che il governo Karzai non avrebbe trattato per l'ostaggio afghano dopo aver ceduto per liberare quello italiano. E sinceramente non siamo in grado di dire che, prendendo atto della riluttanza del governo afghano, il governo italiano si sarebbe dovuto preoccupare di trovare una sintonia con lo stesso, per evitare strappi dolorosi, lasciando a rischio la vita dello stesso Mastrogia-como.

    Abbiamo salvato una vita preziosa, ne abbiamo persa un'altra e molte altre restano a rischio comunque. Non vogliamo discutere questa scelta del governo, che può avere una sua ragione fondata: anche se non sul rischio di una crisi dello stesso, ovviamente, e speriamo che in questo Karzai si sia sbagliato. Ma allora è il metodo che non ha convinto, il mediatore scelto, il volere mettere con le spalle al muro il governo afghano, come dimostra la sua reazione di queste ore. E non ha convinto la politica di cedere al ricatto in maniera così clamorosa, con tanto di segretario del principale partito di maggioranza che chiede di aprire un tavolo di pace con i tagliagole, che la pace non la vogliono. Fossero stati solo due milioni di dollari, avremmo anche potuto far finta di niente, ma qui il prezzo è troppo alto. Incluso il fatto che il ministro degli Esteri italiano venga smentito - e clamorosamente - da un governo amico su un aspetto così delicato ed imbarazzante come quello della liberazione dei talebani. Anche qui possiamo capire che il ministro degli Esteri non si senta obbligato a dire la verità. Ma egli può tacere, piuttosto che ricorrere alla menzogna. Perché quando un ministro della Repubblica mente, e la sua menzogna viene accertata, occorrerebbe che ne traesse le debite conseguenze. Altrimenti si intende che menta Karzai, e questo provoca ulteriori complicazioni sul piano internazionale. Noi crediamo che, a fronte di una situazione tanto complessa ed incresciosa, il presidente del Consiglio debba venire a riferire alle Camere per spiegare e cercare di fare capire cosa davvero è successo, se vi riesce. Dubitiamo che a questo punto sia facile risalire il precipizio di perduta credibilità internazionale in cui il paese è stato sciaguratamente e incautamente gettato.

    Roma, 10 aprile 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  8. #438
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    Questione aperta
    Se la verità di Karzai e quella di D'Alema non coincidono

    Era più che opportuno che il governo, attraverso il ministro degli Esteri, avvertisse l'esigenza di venire a rispondere al Parlamento su una questione che ha messo in dubbio la credibilità stessa ed il prestigio internazionale del Paese, come quella relativa alla vicenda del sequestro e della liberazione del giornalista Mastrogiacomo. Siamo dunque lieti che abbia rotto gli indugi e compreso di non potersi sottrarre al confronto parlamentare.



    Ovviamente siamo ben consapevoli della necessità di salvare le vite umane quando è possibile - lo diciamo all'onorevole Rutelli - ed avvertiamo il bisogno di ottenere un'alta coesione nazionale di fronte alla minaccia del terrorismo. Ma a volte abbiamo il dubbio che nella maggioranza si comprenda fino in fondo quale sia davvero la posta in gioco in frangenti tanto drammatici come gli attuali. Notiamo che, se è stata salvata la vita di Mastrogiacomo - e ne siamo felici - è stata persa la vita del suo interprete e quella del suo autista, e temiamo che finché il terrorismo talebano non sarà estinto, molti altri cittadini afghani perderanno la loro.

    Per ciò che riguarda le modalità della liberazione di Mastrogiacomo, è indispensabile che si sappia quali siano le condizioni che i talebani hanno posto per il rilascio. Perché sulla base delle dichiarazioni rese dal rappresentante del governo alla Camera all'indomani della liberazione - "noi abbiamo adempiuto a tutte le condizioni dei talebani" - viene da pensare che di condizioni non ci fosse certo solo quella della liberazione dei prigionieri talebani. Ci chiediamo quali fossero allora "tutte le condizioni per il rilascio" di Mastrogiacomo e, se fra queste, ve ne fosse anche una relativa alla richiesta di un riconoscimento politico - la proposta di una eventuale futura iniziativa di pace rivolta al gruppo fondamentalista in questione.

    Per un partito che si è forgiato nell'antifascismo come il nostro, non si può istituire una conferenza di pace con i talebani. Con i talebani si istituisce un processo di Norimberga. Perché di fronte al mullah Dadullah, financo Hermann Goering appare una personcina ragionevole.

    Oltre alla vicenda relativa alle modalità con cui è avvenuto il sequestro Mastrogiacomo, vi è anche una questione molto delicata, relativa alle parole del ministro degli Esteri italiano. L'onorevole D'Alema ha infatti detto, in una popolare trasmissione televisiva, che la decisione di liberare i talebani è stata una mossa autonoma del governo Karzai e che il governo italiano non ha avuto contatti diretti con i talebani. Sulla base delle dichiarazioni rese dallo stesso Karzai venerdì scorso, dovremmo credere invece che non sia stato affatto così, e cioè, che al contrario di quello che ha detto l'onorevole D'Alema, le pressioni del governo italiano siano state tali da indurre il governo afghano a liberare i prigionieri talebani. Perché, come Karzai ha appunto dichiarato, se il governo afghano fosse stato davvero autonomo nelle sue decisioni, consapevole dei rischi a cui si sarebbe esposto, mai avrebbe liberato i prigionieri talebani in questione. Sarebbe allora una testimonianza importante, da parte del ministro degli Esteri, una risposta su questo punto, che fosse molto circostanziata, perché altrimenti saremmo costretti a pensare che il ministro degli Esteri italiano, frequentando gli studi televisivi, parlasse con leggerezza, o, ancora peggio, che il capo di un governo amico stia mentendo sui rapporti con il nostro governo.

    Vi è infine un nuovo aspetto inquietante, sul quale vorremmo sentire l'opinione del governo, relativo all'incarcerazione in Afghanistan del mediatore o di uno dei mediatori di Emergency. Il governo italiano ritiene plausibile l'ipotesi di collusione fra questo membro dell'organizzazione non governativa ed i talebani, o ritiene che il governo afghano abbia commesso - o stia commettendo - un madornale errore? Perché altrimenti, se non è un madornale errore del governo afghano sostenere la tesi di un collegamento fra Emergency ed i talebani, è stato peggio che un madornale errore, quello del governo italiano, di appoggiarsi ad una struttura come Emergency per una vicenda di delicatezza tale da compromettere - e speriamo non irrimediabilmente - la stessa credibilità dell'azione del nostro governo: per il passato, e soprattutto per il futuro.

    Roma, 11 aprile 2007

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  9. #439
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    Nucara alla Camera/Il segretario Pri interviene sull'informativa urgente del ministro degli Esteri
    "Israele: avamposto di democrazia in Medioriente"

    Il segretario del Partito repubblicano italiano, onorevole Francesco Nucara, è intervenuto in Aula a Montecitorio nel corso dell'informativa urgente resa dal governo nella persona del ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio, onorevole Massimo D'Alema, sul caso Mastrogiacomo.

    Riproduciamo il testo del suo intervento a nome del gruppo Repubblicano Liberali Riformatori.

    Signor Presidente, onorevoli colleghi, siamo tutti consapevoli della necessità di salvare le vite umane quando è possibile, e tutti, in quest'aula, avvertiamo il bisogno di mostrare un'alta coesione nazionale di fronte alla minaccia del terrorismo. Ma a volte abbiamo il dubbio che nella maggioranza non si comprenda a fondo - e in tutti i suoi esponenti - quale sia davvero la posta in gioco in frangenti tanto drammatici; e anche che, se abbiamo salvato la vita di Mastrogiacomo - e ne siamo felici - non possiamo salvare la vita del suo interprete, o del suo autista o di altri cittadini afghani che il terrorismo talebano continuerà a colpire finché non sarà estinto.

    Per quello che riguarda le modalità della liberazione del giornalista Mastrogiacomo, riteniamo indispensabile che il Paese sappia quale sia l'insieme delle condizioni che i talebani hanno posto per il rilascio del giornalista italiano. Perché sulla base delle dichiarazioni rese dal rappresentante del governo alla Camera all'indomani della liberazione - "noi abbiamo adempiuto a tutte le condizioni dei talebani" - viene da pensare che di condizioni non ci fosse certo solo quella della liberazione dei prigionieri talebani. Ci chiediamo quali fossero allora "tutte le condizioni" per il rilascio di Mastrogiacomo e se fra queste ve ne fosse anche una relativa alla richiesta di un riconoscimento politico, la proposta di una eventuale futura iniziativa di pace, rivolta al gruppo fondamentalista in questione.

    Dobbiamo dire che per un partito che si è forgiato nell'antifascismo, signor presidente, onorevoli colleghi della sinistra, non si può istituire una conferenza di pace con i talebani. Con i talebani si istituisce un processo di Norimberga. L'onorevole D'Alema ha detto che la decisione di liberare i talebani è stata una decisione autonoma del governo Karzai e che il governo italiano non ha avuto contatti diretti con i talebani. Sulla base delle dichiarazioni rese dallo stesso Karzai, dovremmo credere invece che non sia stato affatto così e cioè che, al contrario di quello che ha detto l'onorevole D'Alema, le pressioni del governo italiano siano state tali da indurre il governo afghano a liberare i prigionieri talebani. Perché, come Karzai ha appunto dichiarato venerdì scorso, se il governo afghano fosse stato davvero autonomo nelle sue decisioni, consapevole dei rischi a cui si sarebbe esposto, mai avrebbe liberato i prigionieri talebani.

    Sarebbe allora una testimonianza importante, da parte del ministro degli Esteri, una risposta su questo punto, molto circostanziata.

    Vi è infine un nuovo aspetto inquietante, sul quale vorremmo sentire l'opinione del governo, relativo all'incarcerazione in Afghanistan del mediatore o di uno dei mediatori di Emergcency. Il governo ritiene plausibile l'ipotesi di collusione fra questo membro dell'organizzazione non governativa ed i talebani, o ritiene che il governo afghano abbia commesso - o stia commettendo - un madornale errore? Se non è un madornale errore del governo afghano sostenere la tesi di un collegamento fra Emergency ed i talebani, è stato peggio che un madornale errore, quello del governo italiano, di appoggiarsi ad una struttura come Emergency per questa vicenda.

    Signor presidente, colgo l'occasione per ricordare che Israele non è un luogo dello spirito, ma una democrazia reale in un territorio dominato da dittature e fondamentalismi.

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    Il criterio umanitario
    Quando trattare con i terroristi significa compromettere lo Stato

    Il ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio, nel corso della sua informativa urgente alla Camera, relativa alla vicenda Mastrogiacomo, ha detto che il governo, nella sua azione, si è ispirato ad un criterio essenzialmente umanitario, quale quello di salvare le vite umane.

    Ha detto altresì che tale criterio era ampiamente condiviso dai precedenti governi e che la stessa opposizione aveva invitato espressamente il governo a fare tutto il possibile per salvare la vita del giornalista italiano. Questo è equivalso, secondo le parole dell'onorevole D'Alema, ad avere "carta bianca". A nostro modesto avviso, D'Alema ha equivocato, o male interpretato, se non il mandato dell'intera opposizione sul comportamento da tenere nella delicata vicenda, certamente la nostra richiesta: che era sì di salvare la vita di Mastrogiacomo, ma non di compromettere il prestigio dello Stato.



    La nostra posizione è infatti quella di non trattare con terroristi e ricattatori. E non è per noi una posizione di oggi, è una posizione che abbiamo tenuto nel governo Berlusconi, e le cui radici affondano negli anni dolorosissimi del sequestro Moro. E permetteteci di ringraziare Arrigo Levi che, con un magistrale articolo sulla "Stampa", ricorda quei tragici eventi a chi di memoria non ne ha - o ha preferito rimuoverla.

    Tornando al caso in questione, colpisce come la preoccupazione del governo italiano per il prestigio dello Stato sia stata completamente evasa, tanto da non rendersi conto delle conseguenze internazionali di discredito che ne sono conseguite. E, ci dispiace, anche il principio umanitario non ha avuto successo, visto che è stata salvata la vita di Mastrogiacomo, ma si è persa quella dei suoi collaboratori. Cosa più grave - e non sappiamo se il ministro degli Esteri se ne sia accorto - è che la stessa trattativa è stata disattesa dalla controparte talebana, dato che D'Alema ha detto che era prevista la liberazione dell'autista di Mastrogiacomo, che invece è stato ucciso. E ciò significa che se il governo decide di trattare con interlocutori di tal genere - cioè efferati e comprovati assassini - non riesce nemmeno ad assicurare il buon esito della trattativa.

    D'Alema però ha espresso una sua tranquillità di fondo, sostenendo che anche il governo Berlusconi aveva trattato con i sequestratori per liberare gli ostaggi e che l'opposizione di allora aveva compreso gli sforzi e li aveva sostenuti responsabilmente. Ma il governo Berlusconi ed i partiti della sua maggioranza non hanno concesso una patente politica ai sequestratori, non li hanno invitati alle conferenze di pace e soprattutto, usando i canali governativi propri, quando hanno trattato sono riusciti a liberare tutti i sequestrati, non abbandonando gli altri alla loro sorte. E nel caso di Quattrocchi non vi è stata alcuna trattativa, visto che non si trattava di banditi di strada iracheni, ma di un'organizzazione terroristica vera e propria, come è quella talebana.

    Il governo italiano di oggi ha completamente ignorato questo problema, che pure è dirimente, perché ha provocato conseguenze gravissime, e per il governo afghano, tuttora sotto ricatto, e per i nostri alleati, che sono da subito diventati vittime di sequestri, come i francesi.

    Non entriamo poi nel merito della scelta, quale canale privilegiato, di una struttura quale Emergency, che si è poi trovata con dei suoi esponenti sotto accusa da parte delle autorità locali. Certo è che, quando il ministro degli Esteri italiano in Aula ha detto che Mastrogiacomo ed i suoi collaboratori erano attesi dai talebani come in un agguato, ha aperto ad altri inquietanti sospetti.

    Noi speravamo che, presentandosi alle Camere, il governo fosse in grado di stabilire un minimo di chiarezza nella vicenda dipanando gli equivoci più preoccupanti. Non è stato così. Anzi, i nostri timori aumentano, perché il resoconto dettagliato dell'onorevole D'Alema acuisce e non dipana le preoccupazioni, soprattutto considerando la reazione del premier Karzai che avevamo registrato la settimana scorsa. In Afghanistan si è creato un precedente gravissimo, per il quale i talebani da oggi sanno che, se rapiscono dei civili occidentali, si può aprire un problema fra gli alleati ed il legittimo governo dell'Afghanistan, con l'indebolimento, di conseguenza, del vincolo delle forze della coalizione che li combatte. C'è da credere che i mullah continueranno a battere sullo stesso tasto per ascoltare la stessa nota di debolezza.

    Roma, 12 aprile 2007

    tratto da http://www.pri.it

 

 
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